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Il ritorno del Prefetto di Roma

“De reditu - Il ritorno”, coraggioso film a basso budget di Claudio Bondì, che ebbe vita breve nelle sale ed ora è praticamente introvabile, qualsiasi supporto multimediale si cerchi. Eppure è un gioiello del cinema italiano, recitato in maniera eccellente: un evento rarissimo dalle nostre parti, dove spicca un grande Elia Schilton nel ruolo principale. La colpa che il film deve espiare è di essere ispirato dall’opera “De reditu suo”, di Claudio Rutilio Namaziano, Prefetto di Roma nel 414 dell’Era Volgare che, da pagano, non si rassegna alla fine del suo mondo distrutto dalla cristianizzazione più che dai barbari.

Siamo nel 415 E.V., dunque, anno in cui Rutilio cerca di tornare nelle Gallie, di cui è originario, per un disperato tentativo di restaurare il paganesimo e l’Impero, ma Roma non è più la capitale: come il cristianesimo fu accettato nei suoi confini, Costantino la trasferì a Bisanzio e all’epoca dei fatti la capitale di Occidente è Ravenna, dove il vile Onorio si è asserragliato per resistere ai barbari, evitandoli.

Barbari visigoti che, nel 410, al comando di Alarico avevano messo a sacco Roma, anni dopo essere stati accolti all’interno del limes come popolazione affamata e disperata, da sfruttare economicamente, che avevano poi imposto la loro legge all’Impero. La caduta dell’Urbs fu, però, evento che mise in crisi la nuova religione venuta dal medio oriente, accusata come fu dai pagani, ancora numerosissimi nonostante le persecuzioni, di aver causato la giusta punizione degli Dei: l’impero li aveva abbandonati e loro avevano abbandonato l’Impero.

In questo quadro Bondì fa del ritorno di Namaziano, che si incammina verso le sue terre d’origine per vedere quanto le invasioni avessero devastato i suoi possedimenti, un tentativo disperato di salvare Roma dallo sprofondare nel medioevo e prolungare così l’antichità. È interessante notare come il viaggio del Prefetto cominci nel 415 E.V., cinque anni dopo la data in cui alcuni storici, di minoranza, facevano terminare il mondo antico, col sacco di Roma del 410 quindi, e non con la deposizione di Romolo Augustolo del 476, e che il manoscritto fu ritrovato incompleto nel 1493, all’alba dell’Evo moderno che gli storici, tutti concordi stavolta, fanno cominciare con la scoperta dell’America dell’anno precedente.

Il Praefectus Urbi è un uomo integro, razionale e sognatore al contempo, perché si muove in nome dei suoi principi, ma quando ormai è tardi, quando il suo mondo è finito, per essere stato tollerante con gli intolleranti, per non aver riconosciuto lo scontro di civiltà quando era ancora in tempo. Ma è solo oggi che sappiamo la sua impresa fu destinata al fallimento: quando la storia è ancora in cammino il suo corso può sempre essere cambiato.

Il suo limite è di non capire che la salvezza potrebbe venire proprio dai barbari del nord, che chiama bestie: essi sono una forza ancora vitale, di cristianizzazione recente e superficiale, che potrebbe facilmente essere attratta dalla tradizione romana, di cui con nomi diversi condivideva, fino a pochi anni prima, gli stessi Dei. Saranno invece i cristiani a riuscire a farli entrare nel loro solco e a farne strumento per distruggere gli ultimi scampoli di civiltà.

I parallelismi con la nostra attuale situazione sono evidenti, anche perché la decadenza non avviene in un giorno, quello in cui gli storici individuano come fine secca di un Evo, ma è lenta e non tutti riescono a percepirla. Anzi i più, spesso, ritengono che possa essere gestita senza ribellarvisi con atti disperati e violenti, come fanno gli amici di Vada di Namaziano: pagani che pensano di poter ancora barcamenarsi con la corte di Ravenna, non rendendosi conto che il potere non è più lì e che l’infiltrazione dall’interno non funziona quasi mai, ma anzi corrompe i fini eroici facendola precipitare nel compromesso e nella corruzione, come abbiamo visto in molti movimenti politici contemporanei.

Il momento in cui brillantemente viene descritto l’animo di molti uomini è quando Rutilio affranca i suoi schiavi prima di partire: essi lo implorano di non farlo, ma di venderli ai “suoi potenti amici”, perché essi non sanno più vivere liberi, non sanno che farsene della libertà, sono nati per servire un padrone, così come molti oggi, ma almeno gli schiavi del Prefetto sanno di essere schiavi. Saranno venduti alle Chiese ed ai “cristiani coi soldi”, dato che ormai “ce ne sono molti fra loro”.

Rutilio, da bravo romano, prima di partire raccoglie i Lari e così porta con sé, non solo simbolicamente, la sua cultura: egli non abbandona Roma. Già alle sue porte, però, vede quanto profonda sia stata la devastazione: le vie sono costellate di statue abbattute, ma non sono stati i visigoti a fare tanto danno, bensì i cristiani.

Un’amara riflessione lo accompagna: “Per loro il mondo è da buttare via e ci vivrebbero malvolentieri anche se lo abitassero da soli, ma ci siamo anche noi. Vogliono distruggere tutto ciò che abbiamo costruito”. È per salvare quanto costruito da Roma e dalle civiltà che l’hanno preceduta, per evitare sia fatta tabula rasa, quindi, che tenta la via delle Gallie, perchè solo da lì si può ricominciare e salvare l’Impero. Una speranza vana, ma rivelatasi tale solo a posteriori. Non ci si può abbandonare all’ineluttabilità della storia, a parole d’ordine quali “la globalizzazione è inevitabile”, ma anche così fosse un uomo non può arrendersi senza lottare: Claudio Rutilio Namaziano è il grande ribelle del suo tempo e resta un esempio attuale anche per questo.

Non è solo un uomo d’azione, anzi nasce come pacato intellettuale, in un epoca in cui è rischioso esserlo, come dimostra la sua riflessione sulle statue abbattute degli Dei e all’accusa di idolatria: egli ben sa che nelle statue non c’è Dio, ma sono comunque ricerca di bellezza, quindi del divino.

Quanto aggiunge poi, può oggi essere applicato al rischio che corrono i cristiani, divenuti costruttori di statue anch’essi: non solo i soli che, “Non ci perdonano, c’è in loro una tremenda volontà di avere ragione, chi ha un solo interlocutore in cielo non può comunicare che con quelli che ci credono come lui e annullare gli altri”. Anche il mondo contemporaneo è avvertito.

Come molti film che contrappongono paganità e monoteismi, anche in questo il pagano viene eccessivamente accomunato all’ateo o al laico, anche se nel secondo caso la similitudine non è troppo azzardata perché, come Rutilio dice: chi ha dozzine di Dei fra cui scegliere deve pensare da solo, anche se il pagano alla fine  riconosce il divino, un divino che è molto sfaccettato e troppo grande.

Due per il filosofo Namaziano sono le categorie degli uomini: “quelli che credono di possedere la verità e chi il dubbio, i primi sono feroci i secondi sazi: hanno pensato così tanto che non sono più sicuri di niente”. Ma non sarebbe forse il caso che, di fronte ai detentori delle verità assolute, laiche o teologiche che siano, anche i detentori del dubbio sapessero trovare ferocia in loro? Nei rari casi in cui nella storia è accaduto hanno vinto, pur vedendosi poi addossate accuse di ferocia e proprio da chi detiene la “verità”. Anche questo sta accadendo oggi: gli intolleranti reclamano una tolleranza che non appartiene loro, usano cioè gli strumenti della democrazia per abbatterla, un metodo che storicamente ha avuto i suoi bravi successi.

Il Rutilio è conscio di essere stato anche lui strumentalizzato della nuova religione: fu fatto Prefetto per calmare i pagani, che dopo il sacco di Roma si levavano contro il cristianesimo, riprendendo coscienza di essere ancora maggioranza, ma il potere ormai non era più nelle istituzioni, così come accade oggi.

Anche Namaziano “ha un sogno”, ma il suo è temerario: sogna “una riscossa dalle Gallie” dove non si deve “temere nessuno, neppure l’Imperatore, che ha uomini ovunque, ma è un vile rinchiuso in Ravenna”. Forse per il successo non era ancora tardi, se solo fosse stato sostenuto, così come forse non è tardi per noi, anche se il sogno fosse dettato non tanto da speranza quanto dal rifiuto che il futuro possa appartenere alla feccia: “Ogni volta Roma si è risollevata anche quando era la fine”, bisogna però saper essere ancora Roma.

Nel suo viaggio via mare, le vie di terra, vanto dell’Impero, non sono più praticabili, incontra in Capraia monaci eremiti che accolgono gli stanchi marinai a sassate, con uno di questi il Praefetus Urbi tenterà di dialogare esprimendo un concetto di indubbio valore: “La natura dà la possibilità di avere un’anima, ma non dà l’anima, l’anima bisogna meritarsela”.

Non avrà risposta: chiamato al confronto il monaco si tapperà le orecchie dicendo, “ti ascolto ma non ti sento”, e la risposta del filosofo è secca: “E allora goditi il mio disprezzo”, perché bisogna anche saper disprezzare, è un diritto di libertà, specie di fronte a chi esige sempre rispetto per le sue aberrazioni senza mai, però, concederlo. Il diritto al disprezzo, che nella decadente contemporaneità pare andato perduto, resta fondamentale arma di difesa “degli uomini che sono vissuti di pensiero e non di illusioni o di favole”.

Gli eremiti di Capraia, che vivono in rigorosa povertà al contrario del loro clero, non sono santi ma “predoni e assassini”, che prendono a sassate i marinai ed è giusto che Rutilio, ed i ribelli come lui, facciano “di tutto per fermare questa rovina che voi (loro), ciechi e sordi, fate (fanno) finta di non vedere, o peggio che siete (sono) contenti di vedere”.

Ciò che impedirà il sogno di  Namaziano sarà, nel mondo che si apre al feudalesimo degli eserciti privati, di non poter più formare un esercito di popolo, l’unico che possa abbattere il potere. Vero allora e ancor più oggi, dove eserciti di popolo e milizie sono stati smantellati, nell’ebete felicità dei coscritti, a favore di forze armate professionali e contractors. Efficientissime forze di combattimento, ma solo a parole: perché là dove si scontrano con milizie di popolo ben determinate segnano sempre il passo, com’è sempre, o quasi, stato nella storia. Solo un popolo armato può essere libero, la libertà è figlia del sangue non della saliva, che anzi la impasta e soffoca.

Toccante, verso il finale, è l’incontro di Namaziano con un vecchio amico, il pagano Protadio, cui Roberto Herlitzka presta la sua sublime maschera, che, dicendogli “Il tempo che ci è toccato proprio non lo capisco”, apre a sereno e profondo incontro filosofico mentre il mondo intorno precipita. La reazione di Protadio non sarà però di muover guerra: ricordando che “un tempo il suicidio era un gesto nobile” e che “loro sono anime antiche”, padrone di se stesse e non proprietà di un nuovo dio, confiderà all’amico che è “tanto stanco da non poter vivere ancora un giorno”, così taglierà le sue vecchie vene in un bagno caldo, filosofeggiando con l’amico mentre la vita sfugge, come un romano dei tempi antichi.

Si potrebbe facilmente obiettare che quelli non erano tempi di “fuga”, ma: si è tolto dalla mischia o vi è entrato con un “gesto che ha più forza di una legione”?

Il film si interrompe a Luni, là si interrompeva il manoscritto prima che venissero rinvenuti frammenti ambientati ad Albenga, dove il complottista Rutilio viene raggiunto dalle forze del vile di Ravenna e trucidato. Anche se la fine di Rutilio è stata, forse, diversa, quella del suo mondo è nota, ma quella del nostro non ancora, quindi vale la pena chiudere con le parole del Prefectus Urbs: “Un solo dio per la ragione molti Dei per l’immaginazione”. Il futuro è ancora da costruire, almeno nella follia dei ribelli.

Ferdinando Menconi

Terremoti in Italia. La ricostruzione che non c'è

Moleskine luglio 2012