Ottima scelta

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Moleskine luglio 2012

Sarà un agosto bollente. Per la speculazione

MERCOLEDÌ, LUGLIO 18, 2012

 

Da diversi anni a questa parte, ormai, il mese di agosto è tutt'altro che un mese tranquillo e di quiete come dovrebbero essere, almeno in teoria, i mesi estivi.

Si è cominciato nell'agosto del 2008 quando il mondo scoprì, sotto agli ombrelloni sulla spiaggia e distrattamente, che oltreoceano stava scoppiando la bolla dei mutui subprime. Si è proseguito negli agosto successivi, quando quella statunitense era ormai diventata una crisi mondiale nonostante ci ripetessero in continuazione che ciò non sarebbe accaduto. Da quattro anni non abbiamo avuto praticamente nessuna estate in cui, anche in Italia, vuoi per un motivo vuoi per un altro non siano accaduti eventi, o varate norme, che hanno fatto sprofondare ancora di più il pianeta nel baratro.

Sarà lo stesso anche durante questo, di agosto. Ci sono diversi dati a farlo presagire. Dall'andamento dello spread degli ultimi tempi – dopo che i soliti idioti si erano illusi che gli interventi di Monti, per rimanere al nostro caso, sarebbero bastati a "salvare l'Italia" – fino a tutti gli indicatori di parametri europei e mondiali sulla economia e sulla disoccupazione, gli indizi che la speculazione si avventerà sul'Europa nel corso delle prossime settimane ci sono tutti.

Al solito, bankster e broker non vanno in vacanza. E i supercomputer attivi ventiquattro ore su ventiquattro, senza spese di commissione per le transazioni anche allo scoperto, e all'ombra delle operazioni multiple che non permettono di risalire a chi effettivamente opera in modo fraudolento sui mercati, non potranno che utilizzare il disarmo dell’attenzione tipico della pausa estiva per sferrare un ulteriore attacco.

L'ultimo elemento indicativo, in tal senso, è la volontà della Germania di spostare (almeno) a settembre tutte le decisioni inerenti agli ultimi accordi - che peraltro tutto erano fuorché accordi, ma solo intenti – riguardo al fondo salva Stati, o salva banche, e riguardo al fatto di far gestire alla Banca Centrale Europea le procedure di intervento nei Paesi azzannati dalla speculazione.

In altre parole: di fatto la Germania, che su questi temi è il soggetto che conta davvero, ha messo uno stop a tutta l'operazione, e lo ha fatto proprio nell'imminenza di uno dei momenti dell'anno in cui invece era proprio il caso di non tentennare, sempre ammesso che la norma potesse funzionare (e noi non ne siamo convinti per niente). Lasciamo pure a margine il fatto che in ogni caso tale norma è una truffa ai danni di tutti i popoli europei, come abbiamo rilevato spesso, e anche recentemente, su queste pagine, ma insomma il punto è il primo: ci stiamo avvicinando a un periodo delicatissimo, trovandoci né più né meno che nelle condizioni disastrose in cui versavamo qualche settimana addietro.

Rammentiamo, inoltre, che per quanto attiene al nostro Paese la scorsa estate fu esattamente quella che poi innescò il processo sfociato nel cambio - coatto - di governo. Lo spread iniziò a salire fortemente dalla fine di giugno 2011, e al ritorno dalle vacanze il governo Berlusconi non poté che introdurre ulteriori misure “difensive”, oltre a quelle già messe in atto in precedenza. Il che, comunque, non impedì alla situazione di peggiorare ancora, sino a condurre alla capitolazione del premier e all'insediamento diretto di uno dei rappresentanti di quell’alta finanza che aveva causato il tutto.

Cosa succederà esattamente, dunque? Impossibile dirlo in maniera precisa e dettagliata. La direzione, però, è facile individuarla: tutte le proiezioni che sono state fatte nei giorni appena passati in merito al pil europeo e a quello italiano si basano su ipotesi che prendono come parametro uno spread attorno ai 400 punti (o al massimo 450). Sarà quanto mai improbabile trovare questo valore a settembre. Proprio come non lo si sta registrarlo neanche in queste ore.

Evidentemente, dunque, dopo l’estate si dovranno riformulare le previsioni in senso peggiorativo. Con conseguenti nuove manovre.

Valerio Lo Monaco

 

Il lavoro come diritto (negato)

GIOVEDÌ, GIUGNO 28, 2012

 

Di qua l’arroganza della solita Fornero, che in un’intervista al Wall Street Journal dichiara testualmente «Il lavoro non è un diritto, deve essere guadagnato, anche attraverso il sacrificio» e che invece farebbe davvero meglio ad autoimporsi un lungo periodo di silenzio, o a parlare solo dopo essersi attentamente consultata con qualcuno che sia in grado di consigliarla come si deve ed evitarle di proseguire a inanellare figuracce.

Di la, però, la somma ipocrisia di gran parte di quelli che l’hanno redarguita e/o sbertucciata richiamandosi alla Costituzione e alle sue reboanti dichiarazioni di principio, pur sapendo benissimo che esse sono in totale antitesi col modello economico dominante.

Come dovrebbe essere noto a tutti, tali affermazioni sono numerose e perentorie. Si comincia con l’articolo 1 («L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro») e si prosegue con il 4 («La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto»). A seguire se ne trovano parecchie altre, in particolare nel Titolo III dedicato ai rapporti economici.

Il quadro che ne esce è tanto apprezzabile in teoria quanto disatteso nella pratica. E non si può certo attribuire questa smaccata contraddizione alla necessità di un tempo maggiore per realizzare gli auspici, dopo che sono trascorsi ben 64 anni da quel 27 dicembre 1947 in cui la Suprema Carta fu promulgata.

Il problema è molto più stringente. Il problema è che dal Secondo dopoguerra a oggi il mondo è profondamente cambiato. O per meglio dire è stato cambiato dai potentati di ispirazione neoliberista, peraltro già in azione, e in agguato, da prima che il conflitto finisse, e infatti ben presenti ai vertici di quegli Stati Uniti d’America che erano i capifila delle forze alleate. Il risultato, che diventa di tutta evidenza a partire dagli anni Ottanta dell’accoppiata Reagan-Thatcher, è che si sono andate imponendo logiche sempre più brutali e a senso unico. Quelle del massimo profitto, ovviamente. Quelle che antepongono la remunerazione del denaro a ogni altro criterio e a ogni altro obiettivo.

In questo quadro, che a nessun politico o economista o commentatore è permesso di ignorare, i diritti dei cittadini e dei lavoratori hanno perduto qualsiasi centralità e si sono ridotti a un elemento residuale. E non può essere che così, del resto. Nel momento stesso in cui si accetti lo strapotere dell’economia sulla società, le finalità collettive – sociali, appunto – si devono inchinare alle mire egoistiche di chi controlla i capitali. Inoltre, e anche questo non dovrebbe sfuggire a chi pretenda di rappresentare i cittadini, il crescere delle tecnologie ha ridotto drasticamente, e in modo irreversibile, il bisogno di lavoratori da parte delle imprese. Soprattutto a basso livello, ma investendo via via pure gli ambiti qualificati.

La questione, dunque, non può essere posta solo di tanto in tanto, o addirittura solo per replicare alle sortite della Fornero di turno e imbastire un altro battibecco da talkshow. Prendiamo Di Pietro, ad esempio. «Questo governo – tuona il leader IdV –  continua a comportarsi come se l'art. 1 della nostra Costituzione dicesse che l'Italia, anziché una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, è una Repubblica oligarchica, fondata sulle banche e sulle caste».

Belle parole. Ma per essere credibili dovrebbero saldarsi a una visione a tutto campo, che non si limiti a invocare qualche correttivo specifico ma che rimetta in discussione l’intero assetto. Dicendo con estrema chiarezza, per rimanere sul tema di giornata, che il lavoro va ripensato sia nella sua funzione di fattore produttivo, all’interno di imprese a fini di lucro che tendono a tagliare il più possibile i costi, sia come contropartita per ottenere uno stipendio col quale sopravvivere. Bisogna invece riformulare il concetto di ricchezza. Bisogna tendere al reddito di cittadinanza.

In mancanza di questa lucidità, e di questa sincerità, si tratta solo di comizietti che lasciano il tempo che trovano: perfettamente simmetrici alle improvvide esternazioni della Fornero. E forse ancora più dannosi nel loro simulare una distanza, un’avversione, una volontà di combattere, rispetto a quelle oligarchie/banche/caste che si sbraita di voler attaccare.

Federico Zamboni

 

 

Cittadini armati: è un diritto oppure no?

LUNEDÌ, LUGLIO 9, 2012

Chi scrive non è un giurista ma un cittadino che sa questo: se si trovasse di fronte a due ladri muniti di spranghe in casa propria, non essendo cintura nera di arti marziali o combattente addestrato, probabilmente non riuscirebbe a mantenere il sangue freddo necessario e, se avesse un'arma, la userebbe.

Ermes Mattielli, l'imprenditore di Arsiero che sei anni fa ferì con una pistola due trentenni nomadi, Blu Helt e Cris Caris, che lo avevano minacciato di prenderlo a sprangate dopo essere stati trovati a rubare nel suo deposito di ferrivecchi, quella volta ebbe una reazione sicuramente spropositata, ma umana: «Ero disperato: avevo già subito una ventina di furti in tre anni. Quando me li sono visti venire contro armati di spranghe di ferro ha aperto il fuoco. Ho avuto paura, ero preso dal panico. Così ho premuto il grilletto».

Il tribunale di Schio ha rigettato la tesi di legittima difesa personale, e per aver abusato di questo diritto lo ha condannato a risarcire 100 mila euro al primo e 20 mila al secondo (entrambi sono stati condannati a loro volta per il tentato furto). L'avvocato dei due ladruncoli ha detto: «si è trattato di tentato omicidio, l’ho sempre sostenuto e continuo a sostenerlo, non c’erano gli estremi per la legittima difesa, Ermes Mattielli non era in pericolo di vita. Ha pensato di esserlo, ma non era così. È partito da casa armato e ha fatto fuoco sui due, e solo per poco non li ha uccisi».

Dalla politica è insorto un viscido coro unanime di critiche alla sentenza. Al solito, i politicastri se la prendono col giudice che altro non fa che applicare la legge. Nessuno che si sia chiesto cosa ci facesse il signor Mattielli con una pistola in casa. Perché è facile mettere sulla graticola un uomo che in quel momento, checché ne dica il legale della difesa, poteva perdere il controllo dei suoi nervi e sparare, come infatti è successo. Chi è sicuro che non avrebbe fatto lo stesso, scagli la prima pietra. Ma è il fatto di possedere un'arma da fuoco ad aver reso possibile un omicidio. Questo è il problema.

In Italia la licenza di porto di pistola viene rilasciata per uso sportivo, venatorio o, appunto, per difesa personale. Per ottenerlo occorrono certificati medici, un attestato di idoneità al maneggio delle armi, non avere gravi precedenti penali e non esser affetti da problemi psichici. Mattielli, evidentemente, era in regola. Domanda: non è che sia il caso di renderla più restrittiva, tale regola? Perché delle due l'una: se si considera, come ha fatto il tribunale, eccessivo quello sparare all'impazzata, e certamente eccessivo lo fu, lasciare una rivoltella nelle mani di una persona qualunque costituisce un rischio di per sé; se invece quel gesto estremo tanto estremo non è stato, perchè il diritto naturale a difendere sé stessi è superiore, allora andrebbe riformato il codice penale.

Il magistrato Carlo Nordio ha detto bene: «Finora il concetto di legittima difesa è stato male impostato. Ci si è domandati fino a che punto è giusto reagire quando uno è aggredito in casa. Ma in un codice liberale il discorso va rovesciato e bisogna chiedersi fino a che punto lo Stato ha il diritto di punire una persona che si difende da un’aggressione che "lui-Stato" non è riuscito a impedire. È lo Stato che è inadempiente quando uno viene aggredito in casa ed è costretto a difendere da solo i propri diritti naturali».

Liberale o no, il nostro Stato, anzi qualsiasi Stato, non può fare lo schizofrenico: da una parte concede l'uso di pistole e fucili ai privati, ma dall'altra li punisce se non sanno usarle con la dovuta misura - e siamo capaci tutti di sfoggiare calma e gesso, a posteriori. Da un lato non pretende, giustamente, che un povero diavolo rinunci a difendersi, visto che al di là di norme e presidi polizieschi, l'inviolabilità della propria persona, dei propri cari, del domicilio e della proprietà, si fonda in ultima e vera istanza su sé stessi e sulla capacità di opporre violenza alla violenza. E però dall'altro lato sembra avocare a sé anche il minimo uso della forza. Se volesse essere conseguente fino in fondo, dovrebbe proibire il possesso delle armi a chiunque (eccezion fatta per militari e polizia, si capisce). Altrimenti si arriva a queste amare beffe, su cui i miserabili politicanti si avventano per fare facile demagogia.

Quindi, in conclusione: essere armati è un diritto oppure no? Rispondete all'interrogativo. È il vero interrogativo.

Alessio Mannino

 

La grossa, grassa, incorreggibile America 

LUNEDÌ, GIUGNO 25, 2012

 

Da una quindicina d'anni a questa parte mi capita regolarmente, tre o quattro volte ogni anno, di venire negli Stati Uniti. Per lavoro, naturalmente.

Agli entusiasmi della prima ora – poco più che ventenne a fare l'inviato e a girare in lungo e in largo l'Europa e il mondo – si è ormai sostituita l'assuefazione a un mestiere che è molto più blasonato, nell'immaginario collettivo, di quanto possa in realtà essere davvero. Ma all'assuefazione, e non di rado alla noia, si è aggiunta anche la possibilità di vedere le cose da una angolazione molto differente rispetto a quella degli inizi. E di mettere il tutto in prospettiva, alla luce degli studi che ho poi fatto e della consapevolezza che tutti noi stiamo vivendo nella piena decadenza di un intero sistema.

Quando parliamo spesso, qui sul Ribelle, del "nemico principale" che osta a un cambiamento della situazione puntiamo il dito proprio verso gli Stati Uniti. E quando sosteniamo che l'unico modo per cambiare le cose è quello di lavorare sulle mentalità, ancora prima che sull'aspetto prettamente politico, e che dunque è necessario puntare su un lavoro culturale e metapolitico, è il loro pessimo esempio che abbiamo in mente. A livello generale è impossibile pensare di divulgare soluzioni differenti, radicandole nel profondo delle persone, se il processo non parte e si evolve a livello culturale. O, più semplicemente, delle abitudini e degli stili di vita.

Ogni viaggio da queste parti, che ho girato da nord a sud, da est a… West, dove mi trovo in questo momento, conferma la tesi. E ogni volta si rafforza in me il convincimento di quanto rimanga lontana una soluzione alla crisi in corso, che è ancor più culturale che economica e finanziaria. Non stupisce che al recente G20 e agli altri incontri internazionali, per esempio a quello sul clima, non sia mai emersa un’effettiva volontà politica di agire nel senso di un ridimensionamento delle emissioni dannose di vario tipo. Perché anche la politica – ammesso, e niente affatto concesso, che ne abbia la volontà – è del tutto inadeguata a prendere delle decisioni che sarebbero impopolari e difficili da far digerire all’opinione pubblica. A una massa nata e cresciuta con delle convinzioni e soprattutto delle abitudini culturali per cambiare le quali, invece, serviranno (e forse non basteranno) generazioni.

Puntare il dito contro gli Stati Uniti è insomma inevitabile, e non tanto, o solo, a livello politico e monetario: è proprio nella "american way of life", veicolata in tutto il mondo a suon di bombe mediatiche e sotto-culturali, oltre che militari, che risiede il "nemico principale" per le sorti di questo pianeta e dunque per quelle dei suoi abitanti.

Inutile insistere con la sequela di luoghi comuni, peraltro del tutto veritieri, che chiunque sia venuto da queste parti può confermare. Basta fermarsi qualche giorno per accorgersi di quanto questo sia un popolo che vive in un modo del tutto ipocrita e del tutto privo della più elementare capacità di auto-riflessione su di sé. E sull’assurdità degli stili di vita che persegue, che crede gli unici possibili e che pretende di esportare ovunque.

Nella camera dell’albergo c’è l'aria condizionata costantemente accesa, a temperature siderali d'estate e tropicali d'inverno, e non c'è modo di evitarla. Al momento, mentre fuori ci sono 35 gradi, qui all'interno ne ho 18, e per portare la temperatura a livelli vivibili sono costretto non già a spegnere l'aria condizionata, operazione centralizzata che mi è preclusa, ma ad accendere un caminetto (finto).

Nel resort dove hanno alloggiato la stampa che è venuta qui per seguire l'evento oggetto di questa missione (irrilevante specificare di più) ci sono vialetti tempestati di cascatelle, finte, con acqua corrente ventiquattro ore su ventiquattro e luci accese per tutto il giorno. Non c'è verso: ogni volta in cui ne spengo il più possibile in camera mia e me ne vado a fare quel che devo, al mio rientro le trovo regolarmente accese. Tutte. Quelle del bagno incluse. E naturalmente trovo acceso anche il televisore, e chissà da quante ore, perché nel frattempo qualcuno è entrato nella mia stanza e mi ha lasciato tre bottigliette di plastica d'acqua. Le quali contengono ognuna meno di mezzo litro, cioè poco più di due bicchieri, e perciò sono destinate a finire una via l’altra nel cestino della spazzatura. Inoltre c'è una macchina del caffè costantemente accesa. Più io la spengo, più la ritrovo accesa. E questo solo nella mia stanza.

Mentre arrivavo fin qui ho letto un articolo in cui si puntava il dito contro le troppe calorie contenute all'interno di una pizza Margherita all'italiana. Solo che, facendo un confronto, è venuto fuori che una Margherita fatta in Italia ne contiene tra sette e ottocento mentre la stessa, preparata negli Usa, non ne contiene meno di duemila e quattrocento.

Quello statunitense è uno dei popoli più grassi del pianeta, ma non tanto, e non solo, dal punto di vista del peso corporeo: problema che pure è evidentissimo. Quando scrivo grasso intendo ingordo di tutto. Da queste parti grande è sinonimo di meglio. E ovviamente, a livello generale, è il di più che è sinonimo di meglio.

Gli Stati Uniti si confermano ancora una volta, malgrado le enormi difficoltà che stanno vivendo, come l’apoteosi del sistema che si deve rovesciare per giungere a un decisivo cambiamento della situazione. Perché la maggior parte dei suoi abitanti, nonostante il tracollo economico, non ha comunque avuto la capacità di fare una riflessione generale sui propri stili di vita: il desiderio resta quello di tornare ai livelli di consumo di prima dello scoppio della crisi. Sinteticamente: chi stra-consuma non curante di nulla continua dritto per la sua strada (salvo ridicoli moti green che sono molto più di maniera che d'altro) e la grande maggioranza degli altri non vede l’ora di poter riprendere a fare lo stesso.

Dove mi trovo ora c'è una convention di Mitt Romney, e le critiche più aspre che ho sentito rivolgere a Obama sono quelle di aver portato gli Stati Uniti a livelli di consumi così bassi come non si erano mai visti. C'è bisogno – secondo costoro – di cambiare politica al più presto. Per ricominciare a vivere in quel bel modo che consente agli statunitensi di consumare, sperperare, distruggere e inquinare come tutto il resto della popolazione mondiale messa assieme.

La mentalità di questo Paese non cambierà per via politica, e neanche a causa dell’impasse economica e finanziaria. Prima l'Europa, o per meglio dire gli europei, riconosceranno che gli Usa sono agli antipodi di ciò che sarebbe buono e giusto, per cui non c’è alcuna ragione di inseguirli sul loro stesso terreno, prima si potrà iniziare a parlare di una più giusta – sebbene tutta da scrivere – "european way of life".

Valerio Lo Monaco

 

McGuinness e la Regina: la stretta di mano di un traditore?

VENERDÌ, GIUGNO 29, 2012

 

L’ex comandante dell’IRA, ma ora Vice Primo Ministro dell’Irlanda del Nord, Martin McGuinness, ha stretto la mano alla Regina e in molti lo hanno tacciato di tradimento della causa repubblicana irlandese. Accusa spesso mossa da chi quella guerra non l’ha combattuta, come invece lui ha fatto e con efficacia, ma non priva di fondamento, specie se viene da chi combatte ancora, anche se va meglio inquadrata nel complesso contesto della questione nordirlandese.

La “stretta di mano” non può essere liquidata con il fervore dell’estremismo repubblicano e la nostalgia dei “bei tempi” della lotta armata: sono modelli non più proponibili dopo l’11 Settembre, anche se gli eventi della Primavera araba, specie quelli libici e siriani, aprono nuovamente alla percorribilità di questa opzione.

Lo Sinn Fein e l’IRA “provisional” avevano scelto, già prima che la via della guerriglia divenisse impraticabile, di andare verso il negoziato, di costringere gli inglesi a trattare, con il cessate il fuoco unilaterale del ’94 che aveva condotto agli accordi del Venerdì Santo del ’97, dopo il monito delle bombe di Canary Wharf: fu già allora tradimento o semplice riconoscimento che la lotta per i diritti dell’Irlanda doveva entrare in un’altra fase?

McGuinness non è Michael Collins*, però comparare le situazioni è una riflessione legittima: anche Collins, il vero fondatore dell’IRA, fu tacciato di tradimento per aver accettato, dopo lunghe negoziazioni contro vecchi volponi come Churchill e Lloyd Gorge, lo status di Free State per l’Irlanda, anziché la Repubblica, e la partition delle Sei contee del Nord. Essere un Free State significava restare a far parte dell’Impero, in una situazione simile al Canada o l’Australia, nonché un Oath of Allegiance **, che è ben più di una stretta di mano.

De Valera considerò Collins un traditore ed aprì alla guerra civile, ma Collins non poteva fare altro, realpolitik non è sempre sinonimo di tradimento, anzi se non si tradiscono gli scopi è un ottimo servizio reso alla causa: consolida quanto conquistato perché si possa avere nuovo impulso, anziché rischiare di perdere tutto. Anche De Valera, però, non aveva torto, in una paradossale situazione tipicamente irlandese: c’è bisogno degli integralisti perché quel nuovo impulso possa esserci. In questo senso vanno lette le critiche a McGuinness e l’azione del popolo di Belfast che, sulla Black Mountain che sovrasta Belfast, ha disteso un enorme tricolore scrivendo sull’erba verde “Eriu is our Queen”.

Non dimentichiamo, poi, che anche De Valera nel ’26 fu tacciato di tradimento dallo Sinn Fein per aver fondato il Fianna Fail ed accettato di entrare nei giochi politici del Free State. Legittima accusa, ma Dev usò il suo potere per repubblicanizzare l’Irlanda, un’opera che arrivò a compimento nel 1949, ben 28 anni dopo la proclamazione del Free State: si può quindi concedere ancora tempo a McGuinnes e Adams prima di crocifiggerli.

Certo l’azione dello Sinn Fein nelle Sei contee, dopo che hanno avuto accesso alla condivisione del potere, è più che criticabile, specie nei confronti dei POW’s, prigionieri di guerra, ancora nelle carceri “inglesi”, ma non è che la Repubblica d’Irlanda durante i troubles sia stata così corretta con i combattenti per la libertà e unità della nazione. Purtroppo esistono delle esigenze tattiche nella gestione della geopolitica, anche quando riguarda una piccola isola, specie se questa deve confrontarsi con una potenza nucleare.

Dato atto che ci sono notevoli manchevolezze fra vertici dello Sinn Fein, non si può, ancora, affermare che la loro politica sia fallimentare, e non si può pretendere che le Sei contee diventino Irlanda tout court: anche i  lealisti sono ormai parte integrante del tessuto sociale, non possono né essere cacciati né tantomeno trattati come erano trattati i nazionalisti. Quella che lo Sinn Fein tenta di portare avanti, fin dai tempi dei circoli Wolfe Tone***, è una difficile opera di pacificazione sociale e ricostruzione di una identità nazione «pluralista e dove un cittadino possa essere irlandese e unionista».

Riconoscere l’ «attaccamento che molti unionisti sentono per la Regina d’Inghilterra», non è un tradimento, ma un atto di coraggio, che può portare alla pacificazione e indipendenza del paese più di molte roboanti belluine dichiarazioni di principio.

Difficilmente, poi, un Vice Primo Ministro poteva sottrarsi a quella stretta di mano. Non è un giocatore di rugby, come Ronan O’Gara, o un comune cittadino che possono permetterselo facendo così un’ottima, o pessima, figura, e dando, comunque, un loro importante segnale politico. Per come McGuinness, poi, è riuscito a presentare questo gesto, nessuno può tacciarlo, come invece prova a fare il New York Post, di «umiliazione finale per l’IRA». Egli si è rivolto alla Regina in gaelico, l’antica lingua di Eriu a lungo tempo vietata da Londra e che oggi è più diffusa nel Nord che nella Repubblica, rimarcando così la netta separazione etnica e nazionale irlandese.

Bisognerebbe, inoltre, provare a vedere la situazione a parti invertite: chiedendosi come si sarà sentita la Regina che ha supervisionato lo smantellamento dell’Impero a stringere la mano all’uomo che stava dietro all’attentato che uccise Louis Mountbatten 1° Earl di Burma e ultimo vicerè dell’India, zio e mentore di Carlo, in un giorno di agosto in cui anche 18 soldati sua maestà cadevano a Warrenpoint sotto i colpi dell’IRA: giorni epici certo ma che non possono più ripetersi nel contesto geopolitico attuale. La morte del mentore e unico riferimento, anche affettivo, di Carlo, peraltro, non solo fu un trauma da cui il Principe di Galles non sì è mai ripreso: fece anche sì che egli non ne sposasse la nipote, Amanda, e lo condusse alle sciagurate nozze con Diana Spencer, che hanno aperto alla grande crisi che la dinastia Hannover Windsor sta ancora attraversando

 

Ci si può legittimamente chiedere se non sia stata piuttosto una umiliazione per l’Inghilterra il dover vedere la Regina stringere la mano ad uno dei suoi più feroci nemici: un “terrorista” divenuto un uomo di Stato da rispettare, così come fu per Michael Collins e De Valera, personaggi di altro calibro, è vero, ma la similitudine è legittima.

Prima di liquidare McGuinness come traditore, magari stando comodamente seduti alla tastiera, c’è da compiere un’ultima riflessione: non potrebbe essere semplicemente un uomo stanco di tanto combattere, stanco di vivere in stato di guerra, stanco lui come il suo popolo? È vero. Altri non lo sono e continuano irriducibili, ma il loro esigere l’indipendenza ad ogni costo è tanto necessario all’Irlanda quanto la realpolitik dello Sinn Fein.

Ha funzionato in passato, può funzionare di nuovo. 

Ferdinando Menconi

 

Sanità USA: Obama non ha nulla da festeggiare

VENERDÌ, GIUGNO 29, 2012

 

Boato di gioia tra i democratici americani e presso tutte le tante “sinistre” riformiste del mondo occidentale: la riforma sanitaria voluta dal presidente americano incassa, dopo tre anni di sofferenze e tira-e-molla, il via libera della Corte Suprema. Lì la riforma era arrivata per una valutazione di costituzionalità, su cui i repubblicani, maggioranza nel parlamento, sollevavano numerosi dubbi. Di contro, i democratici sostenevano il diritto costituzionale degli organi legislativi di imporre tasse e definire i capitoli di spesa federali.

La Corte, politicamente in mano ai repubblicani per cinque giudici a quattro, a sorpresa ha fatto propria quest’ultima lettura. Un “voltafaccia” del giudice Roberts, nominato da Bush jr., e dunque in quota ai repubblicani stessi, ha determinato il rovescio per le posizioni intransigenti del Tea Party e dintorni, certificando la costituzionalità della legge su cui Obama aveva puntato tutto nei primi anni della sua presidenza, mollando poi gradualmente la presa di fronte allo stallo verificatosi dalle elezioni di medio termine in poi.

Dunque la Corte Suprema parla chiaro: «il Congresso ha il potere di tassare e spendere», e la Corte stessa «non ha titolo di stabilire se un’imposta è giusta o meno». Eccezioni repubblicane alla riforma respinte, insomma, e la legge ribattezzata “Obamacare” diventa costituzionale. Il campo democratico esulta. Nancy Pelosi si abbandona alla retorica strappalacrime tanto americana: «il mio pensiero va a Ted Kennedy, che sognava il momento in cui la sanità in America sarebbe stata non più un privilegio ma un diritto. Questo momento è arrivato». I cosiddetti progressisti di tutto il mondo, a ruota, fanno la ola, agitando didascalicamente il ditino ammonitore in faccia a coloro che nutrono crescenti dubbi sulla capacità e la volontà di saper cambiare le cose da parte degli sbiaditi riformisti di ogni paese, che a Obama e ai democratici guardano costantemente come un modello.

Eppure un’opinione pubblica avvisata dovrebbe essere in grado di inquadrare questa vittoria per quella che è già solo dal fatto che il presidente americano aveva sostanzialmente abbandonato la battaglia sulla sanità da tempo. Se questo non bastasse, occorrerebbe guardare bene la reazione di Obama alla notizia della sentenza della Corte Suprema. Il presidente è in piena campagna elettorale, una vittoria del genere sarebbe da cavalcare al galoppo, invece dalla Casa Bianca viene un comunicato freddino, prudente, da cui trapela già la consapevolezza di cosa significhi realmente questa sentenza.

«So che ci saranno parecchie discussioni sul significato politico di tutto questo. Chi ha vinto, chi ha perso… Così si ha la tendenza a vedere queste cose, qui a Washington. Al di là della politica, la decisione è una vittoria per tutti i cittadini di questo Paese». Questo il comunicato di Obama. Un colpo di freno a mano, se paragonato alle tromboneggianti dichiarazioni sullo stile di Nancy Pelosi. Il presidente non scala l’onda della sentenza, resta sotto traccia, respinge la logica dei vincitori e dei vinti, forzando al massimo la prospettiva comune, cercando di includere tutti in un abbraccio fraterno, anche coloro che considerano la riforma una iattura totale. E che invece, a paragone, protestano immediatamente in modo assordante. Tra di loro, Romney promette subito che abolirà la riforma già dal primo giorno da presidente.

La verità è che Obama era intenzionato a condurre la campagna elettorale così come si era impostata. Sperava cioè di poter veleggiare tranquillo verso la riconferma sul mare calmo del sostegno mediamente attivo del proprio partito e della propria base. Ma soprattutto faceva conto sulla scarsissima presa di Romney rispetto all’elettorato repubblicano, già di per sé poco attivo, preoccupato per la crisi, scarsamente motivato e ormai quasi annoiato dai toni talebani e sterili dell’ala intransigente del Tea Party. Insomma, un gioco da ragazzi: restare sotto traccia, fare surf sulla retorica generica della ripresa economica, attività in cui Obama eccelle, ed evitare di sollevare temi “rumorosi” e spinosi.

Come già era accaduto in passato, le élite repubblicane hanno deciso di sparigliare. Ciò che mancava alla propria base era un tema mobilitante forte, che la riattivasse con tutta l’intransigenza dettata dal Q.I. medio dell’elettore repubblicano medio. Quello del giudice Roberts, in quest’ottica, è tutt’altro che un voltafaccia. È in realtà una mossa tattica per costringere Obama su un terreno due volte scomodo: nel merito della riforma, tutt’altro che rivoluzionaria, e nel contesto di un’opposizione che ora riprenderà pericolosamente vita, dal Congresso giù giù fino alle contee più profonde. Là dove l’americano medio tiene il barbecue in giardino, il SUV lucido in garage e la pistola sotto il cuscino, pronto ad usarla contro negri, checche e comunisti.

Davide Stasi

 

Ci perdoni, SuperMarioPremier: esistono anche le parti sociali

GIOVEDÌ, LUGLIO 12, 2012

 

Figurarsi se a Mario Monti poteva piacere la concertazione. Al contrario: non la sopporta proprio. E anche se nelle dichiarazioni di ieri ha avuto l’accortezza, o l’ipocrisia, di attaccarla nelle sue versioni troppo insistite e macchinose, è chiaro che a dargli noia è l’idea in se stessa.

Perché mai, infatti, bisognerebbe soffermarsi a discutere con chicchessia quando si è già deciso cosa fare, e si ritiene doveroso che tutti gli altri vi si conformino senza batter ciglio?

Il problema di Monti è tutto qui. È nella sua formazione teorica e pratica, che nonostante la qualifica di professore non lo ha reso affatto uno studioso, interessato al confronto con altri punti di vista, ma soltanto un tecnico, con le sue certezze definitive sui meccanismi dell’economia e sugli interessi da privilegiare. Convinto com’è di sapere alla perfezione come bisogna intervenire sulla realtà attuale, per raggiungere gli obiettivi che si è prefisso, va da sé che ogni dibattito gli appaia superfluo. E ogni trattativa gli sembri uno sgradevolissimo intralcio, che nella migliore delle ipotesi gli farà perdere del tempo o che addirittura, nel peggiore dei casi, finirà per impedirgli di agire secondo i suoi piani.

Aggiungeteci una certa spocchia, poco importa se istintiva o acquisita, e il quadro è completo. L’insofferenza per i vincoli della politica lo induce non solo a stizzirsi dentro di sé, ma a manifestare apertamente, e pubblicamente, il suo fastidio. Pretendendo addirittura di argomentarlo, fino a renderlo indiscutibile.

«Esercizi profondi di concertazione in passato – ha disquisito ieri - hanno generato i mali contro cui noi combattiamo e a causa dei quali i nostri figli e nipoti non trovano facilmente lavoro.»

La mistificazione è la solita: non è mica il sistema liberista ad essersi incagliato sui suoi vizi congeniti, che lo hanno condotto via via alla catastrofe finanziaria e all’impasse produttiva e commerciale, ma sono svariate nazioni europee, tra cui l’Italia, a non essersi adeguate tempestivamente al mutare degli scenari. Invece di accettare di buon grado le modalità sempre più aggressive e inique della globalizzazione, e quindi il drastico ridimensionamento delle garanzie sindacali e dei sistemi di welfare, hanno proseguito imperterrite nell’andazzo precedente.

Che in questa inerzia ci sia stato anche uno spaventoso intreccio di egoismi grandi e piccoli, più o meno consapevoli ma sempre colpevoli, è indubbio. Le vere ragioni per cui si dovrebbe puntare l’indice accusatore, però, sono pressoché opposte a quelle di Monti.

Il difetto della concertazione non è stato quello di ostacolare la saggia azione dei governi, o piuttosto dei mercati, bensì di non sollevare le questioni fondamentali e di non fissare dei paletti inderogabili. Soprattutto nel caso dei sindacati (come abbiamo spiegato a più riprese qui sul Ribelle) si è anteposto il tornaconto delle organizzazioni, e le carriere dei suoi esponenti, a un’effettiva e sostanziale difesa dei lavoratori. A voler essere gentili si potrebbe dire che si è sacrificata la strategia alla tattica. A essere lucidi bisogna concludere che si è trattato di un tradimento in piena regola, ancorché stemperato, e occultato, per mezzo di una miriade di arretramenti per lo più modesti, sia pure con alcune cospicue ed esiziali eccezioni come l’accordo sulla fine della scala mobile.

La verità è dunque agli antipodi dell’altezzoso, ma sfilacciato, j’accuse di Monti. A essere un male non è la concertazione in se stessa, bensì  è la concertazione ridotta a mercanteggiamento di basso profilo – e ai danni della generalità dei cittadini. Monti si rammarica, e si inquieta, perché in passato gli innumerevoli tavoli con le parti sociali hanno rallentato lo strapotere delle forze neoliberiste. Ma è solo perché non capisce, non sa, non riesce nemmeno a immaginare, che in una società sana le posizioni sarebbero invertite: e toccherebbe all’alta finanza e alle grandi imprese chiedere udienza ai governi, e rapportarsi con dei sindacati degni di tal nome, per illustrare le loro “ragioni” e vedere se bastano a ottenere un po’ di tutela.

Federico Zamboni

 

Un tour mondiale nella decadenza nucleare

MARTEDÌ, LUGLIO 17, 2012

 

È abitudine di questa testata aggiornare periodicamente sullo stato dell’arte del  lento e inesorabile fallimento della tecnologia nucleare di produzione di energia elettrica.

Non è, va chiarito per chi non lo cogliesse, una presa di posizione ideologica, o il gusto un po’ sadico di veder confermate predizioni elaborate ancor prima di Fukushima, ma la mera volontà di mettere l’accento su uno dei punti focali del presente e del futuro. Il nucleare e il suo tramonto sono infatti l’emblema del trapasso di un intero sistema e del modello economico-produttivo che vi è collegato. Tout se tient, dicono i francesi, e nel contesto della crisi attuale l’energia e la sua generazione sono una delle chiavi di volta per individuare con precisione ciò che è stato, e non può e non deve più essere, e ciò che sarà, o che dovrà essere.

Quello che accade al nucleare, nel suo percorso di disfacimento, è quindi una cronaca doverosa, che va osservata con attenzione e messa in luce, visto che i media mainstream si guardano bene dal riportare notizie, a meno che non ci sia una catastrofe. E inevitabilmente non si può che partire da Fukushima, anzi dal governo giapponese, deciso a riattivare i reattori spenti dall’incidente all’impianto Daiichi. Il paese viene raccontato come stretto nella morsa del caldo, nella necessità di alimentare gli innumerevoli condizionatori, e quindi dell’energia elettrica che scarseggia da quando tutte le centrali sono state fermate, dopo la catastrofe di Fukushima.

In realtà a metterlo al muro sono i costi per l’approvvigionamento energetico alternativo (gas, petrolio, carbone) dall’estero, ma soprattutto le potenti pressioni lobbistiche del nucleare. Così il governo dà il via libera alla riattivazione di due reattori, a Oi, prefettura di Kyoto, che però tentenna: l’ultima parola sta alle autorità locali, che però, di fronte anche alle proteste popolari sempre più diffuse, non sanno ancora cosa decidere. A complicare la situazione si aggiungono adesso anche le pressioni internazionali. Da molti Stati, promosse da diverse associazioni, provengono valanghe di firme, indirizzate proprio alla prefettura di Kyoto, con la richiesta esplicita di respingere l’input del governo centrale. Per l’Italia, l’adesione all’iniziativa può essere data QUI.

Il tour del disastro nucleare continua nell’altra capitale assoluta dell’atomo: gli USA. Da gennaio circolano su diversi organi di stampa, sicuramente non quelli di massa, dubbi e timori rispetto al buon funzionamento della centrale di Sant’Onofrio, in California. Tanti, troppi leaks, tutti sempre piuttosto allarmati, trapelavano dagli ambienti della centrale stessa e della Nuclear Regulatory Commission, l’ente federale che dovrebbe governare il nucleare civile negli Stati Uniti. Ma niente di ufficiale, fino a qualche giorno fa, quando le anomalie sono diventate troppo evidenti per essere negate. Meglio vuotare il sacco subito, prima che a scoprire i problemi arrivino degli elementi esterni, cittadini o associazioni che siano.

E così si scopre che da gennaio, in effetti, uno dei reattori della centrale ha avuto notevoli perdite di acqua radioattiva. Ovviamente secondo l’ente gestore, la privata Southern California Edison, non c’è niente di pericoloso per ambiente e persone. Ci mancherebbe: gli abitanti del circondario non aspettavano altro che un po’ di acqua contaminata. Già allora, ammette la NRC, la centrale doveva essere fermata. Invece si è andati avanti, fino ad oggi, quando si è scoperto che i tubi erosi erano ben più di uno. Tremila e quattrocento, per l’esattezza, le condutture danneggiate, tutte utilizzate per trasportare acqua radioattiva. Lo stop è stato inevitabile, e non ci sono dettagli rispetto alle quantità di liquidi tossici rilasciati nell’ambiente. Ad oggi, non si sa se e quando la centrale potrà essere riattivata.

Dopo Asia e USA, il viaggio nel disastro nucleare finisce in un terzo continente, l’Europa, e molto vicino a noi, in Francia. Sono impossibili da figurare mentalmente 1,32 milioni di metri cubi di una qualunque cosa. Se si tratta di rifiuti nucleari, l’impossibilità diventa angosciosa. Quella è la quantità di scorie stoccate in ordine sparso in tutto il territorio francese. Una quantità destinata a raddoppiare da qui al 2030. Di questi, solo l’uno per cento ha origine sanitaria, il resto proviene dal nucleare civile (quello a maggiore radioattività) impiegato per produrre energia elettrica, dal settore militare e dalla ricerca. Oltre ai pericoli insiti all’utilizzo di una tecnologia preistorica, con tutti i problemi connessi alla sicurezza, quella delle scorie è l’esternalità più pesante, per il presente e il futuro dei paesi nuclearizzati.

Un problema che non è solo ambientale o relativo alla salute dei cittadini, e già basterebbe, ma anche economico. Una delle poche cose giuste che disse Tremonti, a suo tempo, era che nel conteggio dei debiti sovrani andavano considerati anche i futuri costi di smaltimento dei rifiuti nucleari. Che sono e saranno incalcolabili.

L’Italia ha solo qualche frattaglia, a confronto di paesi come gli USA, la Francia o la Germania, e se davvero si calcolasse il “debito nucleare” dell’immediato futuro nei bilanci dei vari Stati, il nostro risulterebbe tra quelli in assoluto messi meglio. Ovviamente Tremonti venne zittito, ma è indubbio che avesse messo il dito sulla piaga. Una piaga dolorosa con cui ben presto i nostri vicini o alleati, che ora dettano legge a livello economico, dovranno fare i conti.

Si vedrà allora qual è il vero spread.

Davide Stasi

Il ritorno del Prefetto di Roma

Giugno 2012 - anno 5 - Numero 45