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Terremoti in Italia. La ricostruzione che non c'è

All’indomani del sisma che ha sconvolto la terra emiliana si sono moltiplicati gli sforzi economici e assistenziali di privati cittadini, associazioni e protezione civile. Come era successo nel 2009 per l’Aquila, così nel 2012 per l’Emilia Romagna si è messa in moto la macchina della solidarietà tutta italiana, che come sempre accumula denaro senza poi riuscire a incidere veramente sulla condizione degli sfollati. Anche se vengono raccolti milioni di euro.

È chiaro che il problema non è, o anzi non è solo, la mole di risorse necessarie alla pulizia e alla ricostruzione dei centri più duramente colpiti dal sisma. La mala gestione dell’emergenza, e del post-emergenza, assieme all’uso dei soldi messi insieme per l’aiuto alle popolazioni colpite dal sisma in modi non propriamente etici - e facilmente giustificabili - rendono le calamità naturali in Italia sensibilmente più gravi di quello che già sono. La presenza di personaggi, aziende e amministratori in buona parte incapaci, o colpevolmente disinteressati, alla ricostruzione e all’effettiva uscita dall’emergenza delle aree sconvolte dai sismi, fa il resto.

L’emergenza in Emilia (e in Abruzzo)

Il terremoto emiliano è avvenuto in data 29 maggio 2012: 3 anni dopo quello de L’Aquila. La città abruzzese in tre anni non solo non è stata ricostruita, non è stata nemmeno del tutto sgomberata dai calcinacci che si sono ammucchiati sulle strade al crollo dei palazzi. 

Il Governo fa poco, e niente. Quando ci fu il terremoto de L’Aquila era impegnato a creare casette prefabbricate - male: solo un anno dopo gli abitanti erano costretti a tamponare l’umidità con gli stracci - per dare la possibilità all’allora Presidente del Consiglio di sorridere a favore di telecamera e aumentare credibilità elettorale. Oggi, che Monti è al governo senza che nessuno l’abbia votato, ma col beneplacito dei partiti che siedono “legittimamente” in Parlamento, non c’è bisogno di andare in tv a mostrare quanto si è bravi. Anzi, la scusa del terremoto è buona per giustificare nuove manovre di drenaggio di denaro nelle casse pubbliche. Tanto per fare un (altro) favore ai mercati e all’Europa.

Non che a L’Aquila sia andata meglio. Dopo essere stata al centro delle cronache per un po’, con tanto di sedicenti giornalisti che giravano il coltello nella piaga degli aquilani in diretta, andandoli a disturbare finanche nelle macchine nelle quali dormivano all’indomani della scossa del 6 aprile 2009 per timore di rientrare nelle proprie case e essere svegliati da nuove scosse, L’Aquila è scesa nell’oblio. Le casette prefabbricate hanno sistemato a tempo indeterminato chi viveva nel centro storico in una situazione scomoda e precaria, che sarebbe andata bene per un mese o due ma che invece si protrae da tre anni. D’altra parte siamo il Paese dell’emergenza che diventa normalità, e abbiamo già speso 152 milioni di euro solo per il pagamento dei posti letto per i terremotati. Non solo. Ad oggi 21.731 aquilani sono ancora assistiti: abitano nei Map, i Moduli abitativi provvisori, nelle famigerate New Town di berlusconiana memoria, nelle case in affitto concordato con la Protezione Civile e attraverso il fondo immobiliare o, ancora, in albergo o nella Scuola sottufficiali delle Fiamme gialle di Coppito. Numerose piccole e medie aziende sono state costrette a chiudere a causa della mancata ripartenza dell’attività non solo dovuta alla difficile congiuntura economica, ma anche alla ricostruzione che non c’è.

Oggi l’Emilia rischia di seguire lo stesso destino. Soldi per le emergenze non ce ne sono e, anzi, la possibilità di bloccare per cinque anni il pagamento delle imposte per le zone colpite, proposta da qualche consigliere regionale, non piace nemmeno a Vasco Errani, Governatore dell’Emilia Romagna, tutto intento a compiacersi per i 2,5 miliardi di euro provenienti da Roma per gli interventi nei territori colpiti dal sisma - così ripartiti: il 95% all’Emilia-Romagna, il 4% alla Lombardia e l’1% al Veneto. Come se fossero abbastanza.

Anche qui, è prevista la realizzazione di casette e moduli temporanei, in “attesa” degli interventi alle abitazioni danneggiate: su 23mila edifici pubblici e privati sottoposti a verifica il 36% risulta inagibile. Stessa cosa per quanto riguarda l’utilizzo degli appartamenti sfitti, che verranno assegnati su garanzia della Regione. Un iter che sembra proprio seguire le orme di quello abruzzese. 

Rinvio tasse e risorse dallo Stato

L’unica cosa buona che lo Stato è riuscito a fare è il rinvio - non l’annullamento per carità - dei versamenti fiscali per le popolazioni colpite dal terremoto al 30 settembre 2012. Si tratta però di pochi mesi che non risolveranno la situazione di chi, senza casa, ha nel pagamento delle tasse proprio l’ultimo dei propri problemi. In ogni caso Irpef, Ires, Irap, Iva, cartelle Equitalia e Imu: tutto ha subito uno stop. Anche se far pagare presto o tardi l’imposta sulla casa, anche se al 50% per gli edifici inagibili o inabitabili, ai terremotati ha il sapore della beffa. Inoltre lo Stato ha deciso di evitare di non far pagare le ritenute per i liberi professionisti, come se l’interruzione delle loro attività avesse meno valore di quelle delle aziende emiliane.

A questo punto, come far ripartire la Regione, dove trovare i fondi? Il reperimento delle risorse avverrà, secondo le intenzioni del Governo, tramite l’istituzione del Fondo per le misure di emergenza, l’aumento delle accise sui carburanti e la deroga al Patto di stabilità:

1. Contributi a fondo perduto per la riparazione delle abitazioni danneggiate, all’80%, e per ricostruire gli edifici pubblici. Per ora si parla di 2,5mld che non basteranno nemmeno a cominciare l’opera;

2. Due centesimi sulla benzina, che continua a vedere lievitare costantemente i prezzi,  che verranno applicati a tutt’Italia e che, visti i precedenti, rimane il legittimo dubbio che resteranno a gravare per sempre sui carburanti - anche quando l’emergenza terremoto sarà passata; 

3. Infine, la deroga al Patto di Stabilità che permetterà ai Comuni colpiti dal sisma di avere meno limiti di manovra a livello finanziario ma che in soldoni non rappresenta che un rinvio della problematica economica centrale nella ricostruzione.

La “solidarietà”

Ancora, altri soldi dovrebbero provenire dalla pubblica solidarietà. Ne arrivano tramite concerti organizzati ad hoc o servizi di messaggistica per la donazione di 2 euro tramite il proprio telefono cellulare. Soldi che è difficile oggi dire come verranno usati e dove andranno a finire.

Nel 2009 per l’Abruzzo vennero raccolti 63 milioni di euro. Una parte di quei soldi, 5 milioni, furono assegnati al progetto “Microcredito per l’Abruzzo” gestito da “Etimos”, un consorzio finanziario internazionale. Tale consorzio, in convenzione con Caritas, Abi e alcune banche locali, ha usato risorse donate da privati cittadini italiani come fondo di garanzia sui prestiti a tasso agevolato erogati dalle banche convenzionate. Sono stati concessi 251 prestiti per un totale di 5.126.500 euro: poco più della cifra versata in garanzia. Niente contro il microcredito, che è da sempre uno strumento utilissimo per le situazioni di post-emergenza, ma gestire un dono dandolo a prestito a chi ne sarebbe il legittimo destinatario lascia aperte tutta una serie di domande sull’opportunità dell’operazione, soprattutto dal punto di vista etico e sociale. Etimos, interrogata sull’accaduto, si difende assicurando che alla scadenza del progetto, la cui durata è di nove anni, il fondo, sul quale ormai le banche avranno speculato e guadagnato a sufficienza, tornerà nelle disponibilità della Regione Abruzzo. 

Ma l’Emilia Romagna, alle prese con lo stesso problema, si interroga. Il commissario Errani, forse terrorizzato anche dall’idea che gli italiani, stufi di essere presi per il naso, la smettessero di inviare “sms solidali”, ha assicurato che i fondi raccolti non verranno dati in garanzia per fare prestiti, come accaduto per L’Aquila. Al contrario, saranno interamente devoluti alla ricostruzione delle città colpite dal terremoto. Non resta che aspettare di vedere come verranno effettivamente gestiti. 

Un’attesa che però si prospetta lunga: per quanto riguarda i 15 milioni di euro derivanti dagli sms solidali il percorso di assegnazione si prospetta comunque tortuoso. Innazitutto gli operatori telefonici avranno 30 giorni dopo l’ultimo giorno utile per la donazione per versare i soldi alle istituzioni. Poi, prima di essere trasferiti ai singoli comuni terremotati, i fondi dovranno passare dal comitato dei garanti: un organo nominato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri che deciderà la destinazione esatta delle risorse raccolte. 

I soldi del finanziamento pubblico ai partiti

Ma la questione del reperimento delle risorse potrebbe essere molto più semplice, e a Palazzo Madama lo sanno bene. Così bene da aver loro stessi suggerito dove potrebbero essere trovati i soldi senza tante storie, senza tanta burocrazia e, soprattutto, senza mettere di nuovo le mani in tasca ai cittadini. 91 milioni di euro: questa la cifra, soldi pubblici per i rimborsi elettorali (illegittimi perché illegali) dei partiti, che doveva andare a finire a tempo di record nelle casse dei Comuni terremotati. Secondo l’articolo 16 del disegno di legge n. 3321 approvato dalla Camera dei Deputati il 24 maggio scorso infatti il denaro della tranche di luglio del finanziamento pubblico ai partiti sarebbe dovuto finire alle popolazioni colpite «da calamità naturali a partire dal 1 gennaio 2009», quindi non solo all’Emilia ma anche al territorio de L’Aquila.

Evidentemente non c’era nessun leader di partito disposto a rinunciare ai soldi per farsi bello di fronte all’opinione pubblica. Un solo milione verrà devoluto, a quanto pare, dalla Lega. Ma si tratta di pochi soldi recuperati da quelli che i partiti politici, disattendendo da sempre in tutto e per tutto il referendum del 1993 contro il loro finanziamento pubblico, continuano a, letteralmente, rubare alle casse pubbliche.

Entro il 1° luglio bisognava apportare le dovute modifiche al disegno di legge per far sì che alle chiacchiere seguissero i fatti. E, a oggi, nulla in questo senso è stato fatto.

Sara Santolini

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