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La cura è sbagliata

Esiste una considerazione su tutte, oltre alla cronaca delle ultime settimane che non ha fatto che registrare ulteriori peggioramenti del quadro economico e sociale di tutta l’Europa (e in larga parte anche di Usa e Cina, con i dati sull’occupazione del primo e quelli sulla produzione del secondo, in discesa in entrambi i casi) che è ancora più negativa dei fatti stessi. Oltre che cercare di leggere l’immediato, cosa peraltro assai semplice unicamente tenendo sotto controllo alcuni parametri come gli spread dei vari paesi, il precipitare delle condizioni sociali e l’aumentare del debito pubblico in ognuno di essi, è ovviamente al futuro, ancorché prossimo e non remoto, che vale la pena tendere per cercare di ipotizzare ciò che ci aspetta.

È in questa chiave che la considerazione alla quale abbiamo fatto cenno assume importanza fondamentale. Ben più grave dell’aumento degli interessi sui titoli di Stato, dei valori sull’occupazione e delle varie norme di austerità che i cittadini europei stanno subendo, dunque ben più grave, appunto, delle mere condizioni dell’attualità, c’è che nonostante la realtà si incarichi di smentire giorno dopo giorno le politiche che i vari governi europei stanno mettendo in atto, e che il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Centrale Europea, così come la Commissione spingono incessantemente, si continua senza battere ciglio a percorrere la medesima strada.

Imperterrito malgrado l’evidenza dei fatti, chi detiene la gestione della cosa pubblica nei vari paesi europei continua a utilizzare gli stessi metodi e le stesse cure che stanno portando uno dopo l’altro ogni Stato verso la bancarotta. Anche in Grecia, dove pure si pensava di aver toccato il fondo e dove sembrava che la popolazione avesse alla fine deciso di disfarsi di tutte le parti politiche che a vario titolo non stavano facendo altro che aderire indiscriminatamente ai diktat della finanza, con i risultati disastrosi davanti agli occhi di tutti, si è tornati sulla via di una concessione illimitata di poteri a chi sta sprofondando l’area ellenica negli abissi. E puntualmente, si ritorna ora a parlare di uscita di Atene dall’Euro.

I cambi di governo in Spagna e in Francia ovviamente non stanno sortendo effetto alcuno, e se per il secondo è ovviamente impensabile aspettarsi qualche nuova soluzione in così poco tempo, per quanto attiene alla regione iberica i nodi sono invece arrivati puntualmente al pettine. E i metodi per scioglierli rimangono gli stessi che non hanno sortito altro che un ulteriore groviglio della situazione in Grecia. La Spagna ha di fatto dichiarato bancarotta, visto che per spostare un po’ più in là il momento del redde rationem è dovuta intervenire direttamente la BCE - mediante gli espedienti per aggirare la norma che le vieta tale operazione - per acquistare i titoli di Stato che altrimenti sarebbero rimasti invenduti oppure che sarebbero stati ceduti solo a interessi altissimi. Malgrado questo, lo spread spagnolo, al momento in cui andiamo in stampa, viaggia ben oltre i 600 punti.

In Italia il quadro è molto simile, soprattutto se visto in prospettiva. Il nostro spread è tornato a superare la soglia dei 500 punti, ma nel frattempo il governo Monti ha già piegato la nazione a tutta una serie di norme e tasse che hanno impoverito e indebolito il nostro Paese, che lo hanno iniziato alla recessione più nera e di cui gli effetti, soprattutto, si inizieranno a vedere sul serio solo nei prossimi imminenti mesi. Come dire: il peggio per noi deve ancora venire, e nel frattempo i sacrifici non stanno sortendo l’effetto voluto. In altre parole: molto è già stato tentato e fatto, il malato sta peggiorando e non sembra ci possano essere ulteriori ambiti di manovra, ovvero medicine da somministrare. 

La frase “abbiamo fatto tutto il possibile” si presta bene alla descrizione della situazione. Il premier ha letteralmente balbettato, nelle ultime ore e dopo la risalita repentina dello spread nell’ultima decade di luglio, che il motivo di tale situazione risiede nel contagio (altro termine medico) della situazione spagnola, a sua volta descritta da tutti come ulteriore contagio di quella portoghese, irlandese e greca.

Non una voce, tra quelle ufficiali e considerate autorevoli, si è levata per rilevare o quanto meno instillare il dubbio che forse tutto quanto fatto sino a ora è stato sbagliato. Il che avrebbe voluto dire mettere sul banco degli imputati proprio i medici che ci hanno somministrato tale inutile, inefficace e ulteriormente dannosa medicina. Avrebbe voluto dire che Mario Monti ha fallito, che ha fallito Napolitano che ce lo ha imposto e che hanno fallito ancora una volta tutte le forze politiche che a vario titolo, chi più chi meno, alla bisogna, hanno appoggiato e ancora continuano ad appoggiare il governo in carica.

Beninteso, nessuno da queste parti pensa neanche per un solo istante che Mario Monti sia andato al governo con il reale intento di “salvare l’Italia” e che dunque tutte le norme varate siano state fatte in buona fede per migliorare la condizione del Paese. Già ai tempi della sbornia per la sua successione a Berlusconi mettevamo in guardia sulla natura del personaggio, sulla sua storia professionale, sulle sue frequentazioni e dunque su chi sarebbero stati i reali beneficiari della sua azione in procinto di rivelarsi. 

Il punto più dolente è rappresentato dal fatto che larga parte dell’opinione pubblica ancora non riesce a credere neanche ai propri occhi. Opinione pubblica, appunto. Bisogna pure che lo si dica senza mezzi termini: è vero, ognuno di noi ha diritto alla propria opinione, ma nessuno di noi ha diritto ai propri fatti. Nel momento in cui anche i fatti divengono opinabili, e ancora di più nel momento in cui le opinioni vengono fatte assurgere alla medesima validità e veridicità dei fatti reali, la mistificazione della realtà è completa. La percezione viene distorta. Ognuno si racconta e si autoconvince delle proprie opinioni o di quelle della massa e, fatalmente, si perde di vista l’immanenza delle cose. Come una moglie che rientrando in casa scopre il marito a letto con un’altra donna e malgrado l’evidenza si rifiuta di credere al tradimento.

L’Italia - e in larga parte l’Europa - vive proprio in questo stato. “Se Monti non avesse operato in tal modo forse saremmo già morti”, ci si sente ripetere spesso. Vero, probabilmente, ma come per ogni cura di tipo oncologico nei casi in cui si sa con certezza che non porta alla guarigione, una volta diagnosticata la situazione, è meglio seguire una via che al massimo ritarda il momento del trapasso oppure cercare - se esiste - una altra terapia che invece che all’allungamento della vita può far sperare in una definitiva guarigione?

Fuori di questa - cruda - metafora, il punto è che la situazione del nostro Paese, dell’economia e sino anche di questo intero modello di sviluppo è, come sappiamo da tempo, destinata a precipitare. E che ogni momento passato a tergiversare invece di intervenire in altro modo è destinato a mettere in atto ulteriori sofferenze. A differenza che nel caso citato, dove talvolta purtroppo la soluzione non esiste, la storia economica del mondo (e dunque di ogni singolo paese) non è definita e certa, come invece vogliono farci credere. È proprio la Storia invece, questa volta con la S maiuscola, nel suo complesso a essere, per definizione, aperta. Altre strade, dunque, si possono e si devono tentare.

Il non volerle tentare dipende unicamente da una cosa: nella situazione attuale c’è chi ci guadagna. E guarda caso chi ci guadagna è esattamente chi, in modo diretto o molto più spesso indirettamente proprio grazie ai vari Mario Monti di turno, ci impone di non cambiare strada.

La notizia più funerea del momento è pertanto il fatto che malgrado tutto quanto dimostri l’inutilità e l’inefficacia, oltre che la dannosità delle misure messe in atto, si continua imperterriti a percorrere la stessa strada. Questa prevede, in estrema sintesi, il voler continuare a pagare interessi alla speculazione anche a discapito della vita stessa dei cittadini, delle loro ricchezze statali, della loro condizione di vita. Prevede di tenere inchiodati i popoli alla macina senza alcuna via di uscita. Vita natural durante. E senza possibilità di scampo, come stiamo verificando di ora in ora. 

La strada del ripudio del debito, del ritorno a una moneta sovrana pur pagandone le immediate - e comunque temporanee - altissime conseguenze non viene neanche presa in considerazione. Ma se ciò è facilmente comprensibile ai livelli alti che ovviamente non hanno alcun interesse nel farlo, visto che dipendono da chi si ingrassa nell’attuale situazione, ciò non è tollerabile a livello civile, pubblico, di popolo. Inizia a diventare davvero insopportabile che malgrado tutto ciò non vi sia ancora a livello mondiale, figuriamoci a quello nazionale italiano, una cittadinanza in grado di capire la situazione e di ribellarvisi.

Allo stato attuale delle cose, non possiamo nascondercelo, sembriamo spacciati. Sembrano spacciati anche quelli che hanno capito realmente la situazione, se è vero che, seppure in calo, il governo Monti gode ancora di larga fetta di fiducia nel nostro Paese, e se larga fetta di fiducia se la accaparrerebbero, secondo i sondaggi e se si andasse a votare oggi, ancora una volta le stesse classi politiche che a Monti hanno portato.

Questi sono tempi neri, e non possiamo che seguirli e condividerli con il destino del nostro Paese, in mano ai bankster e agli speculatori appoggiati, di fatto, o quanto meno non ostacolati, da larga parte del popolo. Sì, del popolo: perché uno schiavo che non si ribella merita di rimanere tale.

Possiamo puntare - almeno per il momento - unicamente a una imperfetta salvezza personale e di chi ci è più o meno accanto e condivide se non altro la nostra analisi. Non si rinuncia alla ribellione, beninteso. Non si rinuncia a fare proselitismo in tal senso, ognuno come può, e a preparare il terreno per un momento che in ogni caso arriverà - rammentiamo: la Storia è aperta - ma sperare che ciò possa accadere in tempi ragionevolmente rapidi equivale a destinarsi alla delusione.

Valerio Lo Monaco

Bagliori di un fronte comune

La versione di Fini - luglio 2012