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Bagliori di un fronte comune

L’incontro si è svolto lo scorso 30 giugno a Grosseto. Apparentemente, per come lo descrivevano i manifesti e le altre anticipazioni apparse qua e là sulla Rete, sembrava che dovesse trattarsi di un convegno come tantissimi altri. Qualcuno sul palco a parlare, qualcuno in platea ad ascoltare, e alla fine, forse, un po’ di dibattito supplementare grazie alle eventuali domande degli spettatori. 

Rispetto agli standard, l’unica particolarità sicura, e robusta, era nella scelta del tema: “I tentacoli del signoraggio bancario. La dittatura dell’economia finanziaria sulla pelle dei popoli”. Un ulteriore indizio di originalità, magari, poteva essere colto leggendo il nome del gruppo organizzatore, “Socialismo nazionale” (dove “socialismo”, se c’è bisogno di dirlo, non ha nulla a che spartire né col vecchio Craxi né col novello Hollande) e scorrendo l’elenco dei movimenti o delle testate che avevano deciso di partecipare: Dignità Sociale, Antiequitalia, Per il Bene Comune, Sinistra Nazionale e il quotidiano Rinascita. E infine noi, La voce del Ribelle. 

Premesse sicuramente apprezzabili, ma nulla di più. Quello che si annunciava era solo l’avvicendarsi di una serie di punti di vista in controtendenza riguardo ai rapporti tra società ed economia, e perciò lontanissimi dalla vulgata dell’establishment politico-finanziario e dei media che gli fanno da megafono. Discorsi interessanti, c’era da sperare, ma senza ulteriori ricadute. Anche perché, purtroppo, è prassi abituale che gli oratori esauriscano le loro risorse di attenzione reciproca sì e no durante lo svolgimento del meeting. O, tutt’al più, nel prosieguo conviviale che vi fa seguito. Dopo di che, tanti saluti e ognuno per la sua strada.

A Grosseto, invece, è andata diversamente. È andata molto meglio. 

 

E adesso che siamo qui…

Lo si è capito quasi subito, che c’era un clima diverso. Una di quelle sensazioni che ti arrivano per via irrazionale, sotto forma di piccoli, ripetuti, decisivi segnali del piacere di ritrovarsi lì e del desiderio di conoscersi meglio. 

Un’impressione, appunto, ma abbastanza nitida e persistente da autorizzare delle aspettative piacevoli su quello che sarebbe venuto dopo. Anche senza saltare alle conclusioni, cedendo al desiderio di cogliere chissà quali certezze dietro i segnali di quella inattesa e sorprendente empatia, si poteva confidare in un approccio per niente formale. E dunque in un’occasione di confronto autentico e disinteressato, capace di affrancarsi dai classici vizi di queste rassegne, a metà strada tra cultura e politica, in cui la tentazione di pavoneggiarsi è quasi irresistibile: con gli “esperti” che sfoggiano la complessità delle loro cognizioni da professionisti veri o presunti, sia pure temperandole a forza di ammiccamenti in stile talkshow, e con i leader, o aspiranti tali, che tendono a semplificare tutto per scodellare qualche frase a effetto e fare incetta di applausi. 

Le speranze hanno trovato conferma. Via via che si succedevano gli interventi la cordialità del prologo non soltanto non è svanita ma si è, come dire, consolidata. Nonostante la diversità delle provenienze, e quindi delle vicende personali o di gruppo, è apparso sempre più evidente che l’obiettivo non fosse riaffermare le differenze – o, ancora peggio, la pretesa superiorità degli uni sugli altri – ma verificare le affinità che si celavano dietro i singoli percorsi. E che potevano, anzi possono, portare alla condivisione di programmi e iniziative, visto che il nemico è lo stesso e c’è il medesimo intento di non dargliela vinta. 

Non si trattava solo di parlare, ma di parlarsi

 

Via le remore sciocche, please

Grosseto non è che un esempio, naturalmente. Anche se è auspicabile che costituisca davvero, come ha scritto Stelvio Dal Piaz sulle colonne di Rinascita, il «punto di partenza per un progetto comune», il motivo per cui ne scriviamo va al di là di questo specifico tentativo. La lezione è di carattere generale: ci sono troppe distanze che non hanno ragione di esserci, 

nella vasta ma rarefatta galassia dei dissidenti antisistema. Distanze che dipendono da una quantità di remore a uscire dal proprio (splendido?) isolamento, per provare invece ad aprirsi a rapporti stabili di collaborazione.  

Ancora prima di occuparci delle soluzioni, quindi, bisogna avere ben chiara la natura del problema. Comprendere il perché si sia arrivati al punto in cui ci si sorprende tanto di ciò che dovrebbe essere normale e consueto. Capire perché mai risulti così insolita e gratificante un’esperienza che di per sé è del tutto naturale, quale l’essere lieti di avvicinarsi tra individui che, in quest’epoca di fortissima omologazione economicistica, hanno ancora abbastanza cuore e cervello da rifiutare la dittatura dei mercati e lo strapotere del denaro. 

Lo stato delle cose è sotto gli occhi di tutti, e si può sintetizzare in una frase: il livello di compattezza è inversamente proporzionale al potere di cui si dispone. Mentre le oligarchie si compattano, fatte salve le lotte intestine per bande, quelli che affermano di volerle combattere rimangono più che mai divisi. Mentre l’establishment coltiva il progetto del bipartitismo all’americana, e nel frattempo assume le forme del governo tecnico o delle coalizioni, coatte, “di salvezza nazionale”, sul versante di chi rigetta il Pensiero unico di matrice neoliberista regna la massima frammentazione. Nonché, e forse è persino più grave, una radicatissima e quasi rivendicata indifferenza nei confronti degli altri che si muovono su direttrici simili, quand’anche le ragioni di consonanza siano innegabili e cospicue.

Probabilmente ciascuno di quelli che preferiscono restarsene per conto proprio sarebbe in grado di enumerare, e argomentare, un mucchio di motivi per cui ha deciso di comportarsi così. Motivi solidi, a modo loro, che reggerebbero bene a un tentativo di confutazione. Motivi che di solito rientrano in due grandi categorie, spesso intrecciate fra loro: di qua le cattive esperienze fatte in passato, e di là il timore di essere costretti a rinunciare a qualche aspetto cruciale delle proprie convinzioni. 

Cominciamo dalle prime. Chi ha operato all’interno di un’organizzazione, specie se politica e connessa anche solo indirettamente ai partiti che si presentano alle elezioni, sa benissimo che o prima o dopo ci si scontrerà coi personalismi. Verranno fuori gli ambiziosetti di turno, che puntano assai più a conseguire un’affermazione personale che non a realizzare gli scopi associativi, e cercheranno in tutti i modi di asservire alle proprie mire il lavoro degli altri. Il paradosso, infatti, è che il soggetto ideale per rivestire dei ruoli di potere è chi non ha nessun interesse per la carica in quanto tale, ma proprio perché non avverte il bisogno, anzitutto psicologico, di ammantarsi di quel riconoscimento, è anche il genere di persona che tende a non lasciarsi risucchiare nella lotta per il comando. 

Al riconoscimento altrui, insomma, antepone la propria integrità. E questo, almeno nei casi migliori, ci porta dritti al secondo tipo di remore, che è quello legato alle questioni teoriche o pratiche. Il discrimine, in questo caso, corre lungo la differenza – evidentissima per chi abbia la lucidità necessaria per coglierla, ma quanto mai sfuggente per chi viva barricato dietro le sue certezze – tra il restare coerenti e il diventare dogmatici. Così dogmatici, per di più, che non ci si ferma ai sommi princìpi ma si dilaga un po’ dappertutto, fino a scadere nelle fisime. 

Dalla consonanza sulle tematiche essenziali si passa alla più rigida ortodossia. Il più piccolo scostamento viene percepito, e giudicato, come l’avvisaglia di un dissidio insanabile. O, peggio, di un tradimento. Se si è in condizione di farlo si scaccia il reprobo. Altrimenti si sbatte la porta e si va via.

Puri e duri, ahimè, fa rima con insicuri.

 

Le barriere “ideologiche”

A chi se ne sia liberato in maniera definitiva può sembrare incredibile, ma la grande ombra che permane sullo sfondo, e che continua a ottenebrare gli sciocchi, è quella delle etichette ideologiche del passato. Che spesso, oltretutto, si sono degradate a luoghi comuni. Grovigli di pregiudizi sommari che rimandano a una lettura irrigidita e superficiale delle vecchie identità. Versioni costellate di stereotipi e ad altissimo rischio di precipitare nella parodia. 

Oppure già sprofondate, come nella pantomima delle distinzioni parlamentari tra destra, sinistra e centro, in una vacuità assoluta che sopravvive solo perché è funzionale a una politica ridotta a messinscena. Conflitti a getto continuo e gonfiati ad arte, che al di là degli interessi perseguiti dalle diverse cordate sono accomunati dallo stesso scopo: sviare l’attenzione dei cittadini-elettori dalle scelte davvero importanti, occultando la natura essenzialmente totalitaria delle finte democrazie liberali. 

A Grosseto è accaduto anche questo, di anomalo e corroborante. È accaduto che l’ex senatore comunista Fernando Rossi, oggi alla guida, insieme a Monia Benini, del Movimento Per il bene comune, abbia affermato esplicitamente di essersi lasciato alle spalle certe chiusure aprioristiche che lo avevano accompagnato fino a pochi anni fa. Di fronte a un uditorio che era composto in massima parte di persone di “estrema destra” (un’altra etichetta da prendere con le molle, tanto è vero che c’è chi preferisce definirsi di “sinistra nazionale”), Rossi ha parlato con estrema franchezza: con gente come voi un tempo ci saremmo sparati, mentre oggi ci ritroviamo uniti sulle questioni fondamentali della lotta al neoliberismo e della sovranità nazionale, e monetaria.

Nessuno, ovviamente, l’ha preso né come un trucco per ingraziarsi il pubblico né tantomeno come un’abiura. Era solo un chiarimento, ed era il benvenuto. 

Essendo ampiamente condiviso, inoltre, permetteva un incontro su un piano di perfetta parità. 

Peccato solo non averlo capito prima.

 

Molto saldi, molto duttili

Dovrebbe essere chiaro, a questo punto. Non è tempo di sottigliezze dottrinarie sulle quali arroccarsi, aspirando a una completa identità di vedute tra tutti quelli che aderiranno alla Causa. E non è nemmeno il caso di baloccarsi con dei progetti dettagliati su quello che si dovrà fare una volta conquistato il potere (a proposito: buon segno, se vi è venuto da ridere all’idea di attrezzarci fin d’ora alla bisogna).

La verità è semplice e brutale. Ma è anche vantaggiosa, a ben vedere. Non corriamo il rischio di insediarci a Palazzo Chigi, e quindi non siamo tenuti a stabilire in anticipo nessun piano minuzioso di governo: non le nuove aliquote delle imposte dirette, non i programmi scolastici e le materie da portare all’esame di maturità, non quali enti pubblici andranno mantenuti, reintrodotti o soppressi. Eccetera eccetera. Se ci spingessimo tanto in là non solo perderemmo il nostro tempo – e Dio sa che non ne abbiamo un granché, indaffarati come siamo a sbarcare il lunario in questi anni di crisi – ma porremmo i presupposti per innumerevoli discussioni. Diatribe in piena regola. Rotture irrecuperabili.

L’approccio, al contrario, deve vertere sui pochi punti di massimo rilievo. I vizi del modello economico dominante. Le palesi e insormontabili disuguaglianze che esso determina. I guasti ambientali, via via irreversibili, prodotti dal consumismo e dal mito, delirante, di una crescita infinita in un mondo di risorse finite. 

L’approfondimento dei singoli temi è doveroso, come anche l’individuazione di specifici obiettivi e di possibili soluzioni (vedi l’eccellente lavoro fatto dai comitati per i referendum del 2011 sull’acqua e sul nucleare), ma l’essenziale è non confondere le linee guida con le miriadi di interventi che si potrebbero ipotizzare. Soprattutto, come abbiamo già detto, è indispensabile non diventare dogmatici, e non fare di quel dogmatismo un abito mentale che induca a esasperare ogni divergenza.

Il modello di riferimento, oggi, sono i movimenti esteri come gli Indignados o come Occupy Wall Street. Poche parole d’ordine estremamente chiare. Comprensibili a tutti e talmente poderose da poter essere ripetute a oltranza senza svuotarle di significato. La priorità, di conseguenza, è far comprendere agli italiani che la crisi non è affatto congiunturale, e che perciò non vi sarà modo di uscirne senza rinunciare, in via definitiva, ai diritti e alle tutele del preesistente sistema di welfare. Quello che si profila non è un futuro più efficiente e, come si compiacciono di dire gli alfieri e i fiancheggiatori del governo Monti, più “meritocratico”. Il cambiamento in atto è epocale. È spietato. È perverso.   

Di fronte a una minaccia così spaventosa, e oramai peggio che incombente, nessuna energia deve andare sprecata. Basterà avere identificato il nemico comune, per essere dalla stessa parte. E gli esami da superare, per ognuno di noi, non saranno tanto sulla teoria quanto nella pratica.

Federico Zamboni

Luglio 2012 - anno 5 - Numero 46

La cura è sbagliata