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martedì
mag262009

FRAMMENTI DI RIVOLUZIONE

Rileggo con piacere un articolo dell'amico Federico Zamboni, pubblicato sulla splendida rivista "La voce del Ribelle", diretta da Massimo Fini. Il pezzo s'intitola "La rivoluzione del centimetro quadrato" e mi va di riprenderlo qui perché raccoglie concettualmente una serie di intuizioni che mi sembrano importanti, e alle quali ero arrivato per una strada credo diversa, forse opposta, rispetto a quella percorsa da Zamboni.

Il punto di partenza è la constatazione che esistono nel nostro paese categorie di persone differenziate in modo chiaro dal livello di coscienza del mondo di cui possono giovarsi. Vi sono cioé individui che in un certo senso si fanno vivere dalla realtà, si fanno determinare da ciò che nella realtà si manifesta in modo più o meno eterodiretto (mezzi di comunicazioni, mode, ecc.), e altri individui che cercano di stare sopra la realtà, si sforzano di tenerla a debita distanza, per poterla osservare, analizzare, e quindi viverla in modo più cosciente.

Zamboni non lo dice, forse per una qualche forma di remora o di rispetto, o forse più semplicemente perché riterrebbe la cosa una forzatura, però viene da pensare che quest'ultimo ordine di persone vada a costituire oggettivamente una sorta di "aristocrazia", una nuova nobiltà, stavolta non di sangue o lignaggio, ma intellettuale, basata sulla cognizione esatta del mondo, sul fatto di essere in grado di vedere o anche solo intravedere il "Matrix", evitando di lasciarsene incantare e inglobare.

Però, si chiede, Zamboni, "è possibile fare qualcosa di più che osservare criticamente la realtà, al solo scopo di scambiarsi acute osservazioni su quello che non va?". Con ciò mette in crisi un abito molto, troppo diffuso tra questi aristocratici: il fare sfoggio della propria coscienza, il mostrare, per mezzo di un'indignazione ben argomentata, di sapere esattamente cosa sta accadendo, e in parte cosa accadrà. Una sorta di autoreferenzialità utile per "riconoscersi" tra nobili, ma pur sempre un'autoreferenzialità. E... l'azione?

Qui s'innesta il fraintendimento, di solito. Sotto la guida istintiva di un'impostazione intellettuale marxista che ci hanno inculcato a forza nelle scuole e nelle università, o forse più semplicemente sotto lo stimolo di una forma di codardia verso l'azione solitaria, a questo punto ci si chiede perché, se siamo così consci di ciò che non va, non si agisce tutti insieme per cambiare le cose. Il fraintendimento sta proprio lì, nel concepire l'azione eventuale solo come collettiva, che è in contraddizione con la natura e le cause stesse del degrado in cui ci troviamo a vivere ogni giorno.

Sì perchè il problema non è collettivo. Lo diventa per il fatto che il comportamento individuale è divenuto conforme (o è stato conformato), ma la magagna è nella singola persona, nella sua educazione, nella sua istruzione, nel suo modo di inserirsi e coordinarsi nella società, nel suo approccio alla comunità umana, tutti elementi che in qualche modo sono andati incontro a una mutazione genetica. Nel senso che le persone non sono nate così come le vediamo ora, egoiste, votate all'interesse personale, ignoranti, superficiali, prevaricatrici, aggressive, incolte. Tranne forse un paio di generazioni che hanno vissuto il proprio periodo formativo sotto il predominio totale delle televisione, e quando l'informatica e internet erano ancora a livello embrionale, le generazioni attualmente attive nella maggioranza dei casi non sono così per natura. Bombardamenti di comunicazione scaltra, politiche sociali votate allo scollamento e alla disgregazione della comunità solidale, alla riduzione in solitudine dell'individuo, forse anche la morte delle ideologie, hanno trasformato l'uomo animale sociale (direi io animale "comunitario") a soggetto solo, disperso, una scheggia impazzita. Tante schegge impazzite rendono il mondo un campo di battaglia dove non si può, per definizione, vivere perseguendo la felicità.

Occorre agire dunque, senza pensare per forza a un'azione collettiva. Per questo Zamboni parla di "rivoluzione del centimetro quadrato". Quel centimetro quadrato siamo noi, singolarmente. Ognuno di noi chiamato (come dovere egoistico, se si vuole vivere individualmente un po' meglio, ma anche come dovere morale e contributo etico al miglioramento del contesto generale) a fare un passo oltre la contemplazione dello status quo, oltre la discettazione compiaciuta, per approdare a un atteggiamento più attivo. Soprendentemente non c'è politica in questa esortazione, tutt'altro. C'è l'intimità del proprio mondo costretto dalle circostanze a confrontarsi con l'intimità del mondo altrui. Ed è lì che deve esprimersi l'atteggiamento più attivo.

Parla di palingenesi morale, Zamboni, come passaggio richiesto con urgenza ormai ineluttabile in Italia e nel mondo intero. Come dargli torto? Da tempo aleggia un'aria che sa di confronto imminente, di tensione che non tiene più, di resa dei conti tra un mondo che era e che non riesce più ad essere, e il mondo che sarà (e che deve per forza essere perché quello vecchio non ha più gambe per reggersi). Parliamo di mentalità, di approcci, di logiche culturali e sociali, di equilibri e di senso della comunità. Ma che fare in attesa di questa "resa dei conti"? Agire con ciò che si ha, appunto. Zamboni usa un'audace metafora militare, facilmente fraintendibile, ma efficacissima: preparare la battaglia con le forze a disposizione. Ma non c'è violenza, questo è ovvio. Siamo noi guerrieri contro noi stessi, le nostre abitudini, i nostri atteggiamenti sociali, di consumatore, utente, elettore, genitore, amico, dipendente o datore di lavoro. E' una lotta per riportare ciò che il contesto cerca di indurci di essere a ciò che in realtà dovremmo e vorremmo essere.

"Pensiamo al nostro bravo guerriero", precisa Zamboni, "e immaginiamolo che si prepara. Immaginiamolo, ancora meglio, che si tiene pronto a battersi quando verrà il momento, ma che non per questo si aggira bellicoso per ogni dove. Al contrario: egli conduce la propria vita quotidiana nel modo pià equilibrato e armonioso di cui è capace, facendo ciò che serve con la cura di un contadino che ama la sua terra, di un artigiano che sa e vuole lavorare solo a regola d'arte, di un artista che insegue un'autentica ispirazione e non intende accontentarsi di nessun trucco e di nessuna scorciatoia. Cerca di essere d'esempio a se stesso e agli altri. Sa che le parole, anche le più belle, persino le più giuste, sono soltanto chiacchiere, se non trovano riscontro nei comportamenti reali. [...] Non aspetta di avere chissà quale grande occasione per fare del suo meglio. Lo fa costantemente. O almeno ci prova".

Si parla qui dunque di un guerriero che rifiuta le sovrastrutture, cioè che agisce sulla base di ciò che per natura e logica gli è richiesto di fare. "Per natura e logica", che vuol dire? Zamboni ha un approccio laico nel mettere a fuoco questo aspetto, a cui curiosamente io ero arrivato invece tramite gli scritti di un teologo, Vito Mancuso, il quale, nel trattare dell'esistenza dell'anima, sostiene che un comportamento conforme alla natura e alla logica, utile per far sì che l'anima sciolta dal corpo rientri fattivamente nel flusso vitale dell'universo (con ciò confermando la propria natura immortale) e non ne venga respinta, è quello mite e collaborativo, o più genericamente quello che più facilita la felicità propria e altrui. Con un approccio comprensibilmente "addomesticativo" di tipo confessionale, Mancuso parla di un "agire retto", condivisibile anche quando visto attraverso una lente laica. Ne abbiamo parlato anche noi (qui e qui), con argomenti ed erudizione assai più modesti.

Dunque Zamboni, un laico, attua un richiamo palesemente vicino a quello di Mancuso, credente e studioso di teologia, che credo non ci penserebbe su un secondo a controfirmare le bellissime parole con cui Zamboni chiude il suo articolo. Parole che sono un grido affinché tutti si risveglino, tutti capiscano, e non più solo gli aristocratici (che al massimo con il loro comportamento individuale e quotidiano devono fare da amplificatori di quel grido). Parole affinché tutti agiscano e non si limitino a chiacchierare, seppur a ragion veduta di ciò che non va. Parole perché cessino il cinismo, il disincanto, la rassegnazione. Parole che suonano la carica a quella palingenesi morale di cui c'è drammaticamente bisogno.

"Ognuno di noi", conclude Zamboni, "anche nelle condizioni peggiori, anche in questa nostra società corrotta e malsana, ha l'opportunità di fare qualcosa di meglio che restare inerte a contemplare lo sfacelo circostante. Per ognuno di noi, sul posto di lavoro, nella vita privata nelle attività di rilievo e in quelle del tutto ordinarie, c'è continuamente l'occasione di vivere in maniera diversa da quella che cercano di imporci.
Vogliono metterci tutti contro tutti? Rispondiamo coi fatti. Non lasciamoci imporre la grossolana, ottusa, nevrotica alternativa tra essere inermi o essere aggressivi. Sforziamoci di essere calmi, entusiasti, generosi. Restituiamo valore alle parole: non può essere sempre una discussione all'ultimo sangue in cui ci tocca dimostrare che noi abbiamo ragione al 101 per cento e che gli altri hanno torto marcio. Restituiamo valore ai gesti, alla normalità del fare le cose solo perché è giusto così: ti aiuto perché mi va di farlo, punto. Non ti sentire in debito. Non con me, almeno. Tutt'al più, se te la senti, prova a fare lo stesso con qualcun altro, la prossima volta.
Chiamatela 'rivoluzione del centimetro quadrato', se vi va. Cercate di ricordarvi che c'è sempre un pezzettino di realtà che dipende solo da noi. Continuate, continuiamo, a pensare di cambiare il nostro paese, l'Europa, l'Occidente e persino il mondo intero, ma nel frattempo cambiamo quel po' di vita che ci scorre accanto".

Davide Stasi

Reader Comments (1)

Concordo con le conclusioni che Davide Stasi tra dall'analisi dell'impietosa situazione che si è venuta a creare da diversi anni a questa parte. Per cercare di cambiare occorre sottrarsi al dilagante conformismo che sta strozzando ogni forma di dissenso, di eterogeneità rispetto ai capisaldi che reggono il cosiddetto "status quo". Quando scrissi che nella mia vita cerco continuamente di peralre alle persone, ponendomi al loro stesso livello, ed evitando con tutte le mie forze di cadere nella più squallida meschinità italiana, riscontrabile soprattutto nell'ambiente lavorativo e nel rapporto con le regole. Questo pragmatismo è sicuramente lodevole, e mai mi sognerei di criticarlo. Mi chiedo solo se la cosa possa innescare una qualche, mi si passi l'espressione, reazione a catena in grado di spostare un consistente numero di individui su una sponda opposta a quella a cui, al giorno d'oggi, sono saldamente ancorati. I post da me scritti prendevano in esame questa possibilità, questo dubbio, nel tentetivo di valutare i pro e i contro di quella che il lucido Federico Zamboni definisce "rivoluzione del centimetro quadrato". Tanti saluti.

mercoledì, maggio 27, 2009 | Registered CommenterGiacomo Gabellini
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