Dai lettori Birmania, orecchie da mercante
giovedì, luglio 23, 2009 In questi giorni l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Ibrahim Gambari, dovrebbe recarsi in Birmania (ufficialmente Myanmar) per preparare una possibile visita del segretario generale Ban-Ki-Moon. Intanto i 27 Stati membri dell’Unione europea hanno acconsentito ad inasprire le sanzioni nei confronti del paese del sudest asiatico, a causa del trattamento riservato ai dissidenti e, in particolar modo, al Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, diventata il simbolo del movimento non-violento e la voce della resistenza del popolo birmano contro il regime militare che, da cinquanta anni, ha imposto la dittatura.
Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia (Lnd), è agli arresti domiciliari da circa venti anni ma, a maggio, è stato avviato un nuovo processo nei suoi riguardi con l’accusa di “violazione dei termini della sua detenzione”. Il generale Aye Myint, vice ministro della Difesa birmano, ha infatti accusato il Premio Nobel di aver nascosto la presenza di un cittadino americano, John Yettaw, che si era introdotto in casa. Un procedimento giudiziario è stato avviato ma, in realtà, questo episodio sembra il pretesto necessario per arrestare di nuovo Aung San Suu Kyi e impedirle di partecipare alle elezioni politiche previste per il prossimo anno.
“Esiste il sospetto che sia un complotto ma non ci sono prove definitive” dichiara Benedict Rogers, responsabile del Christian Solidarity Worldwide (CSW) in Asia ma soprattutto conoscitore della Birmania grazie ai suoi frequenti viaggi nel paese. “Sicuramente si tratta di una situazione anomala per come si sono svolti i fatti. Questo giovane americano ha nuotato nel lago che circonda la casa di Aung San Suu Kyi senza essere visto e poi, una volta catturato dalle autorità, è stato mandato via senza nessuna accusa a suo carico. Un episodio che è accaduto in un momento molto favorevole per il regime, considerato che si avvicinano le elezioni, ma le autorità troveranno il modo per mettere a tacere il leader della Lnd.
Difficile prevedere l’evolversi della situazione anche se, le uniche strade possibili sono o una veloce conclusione del procedimento giudiziario con un verdetto di colpevolezza o la volontà di prolungare il processo per prendere tempo. Rogers ammette di essere “sorpreso dalla decisione del regime di far partecipare i diplomatici stranieri. Anche la TV ha mostrato le immagini di Aung San Suu Kyi mentre entra ed esce dal tribunale. Sicuramente è stata una tattica delle autorità per dimostrare un po’ di apertura alla comunità internazionale e il buono stato di salute del Premio Nobel”.
La Birmania da anni affronta una fase difficile, caratterizzata dall’oppressione. Come conferma anche Rogers “la situazione attuale è disperata, il paese è in uno stato di forte povertà, le violazioni dei diritti umani sono molto diffuse e sicuramente sono tra le peggiori al mondo. Sono stato in Birmania oltre trenta volte e sono tornato pochi giorni fa dal mio ultimo viaggio. Ho visitato la parte a nord del paese che confina con la Cina ed è abitata da diverse minoranze etniche, soprattutto i Kachin. In tale occasione ho incontrato una ragazza di 21 anni, rapita dai soldati dell’esercito birmano. Mi ha raccontato di essere stata rilasciata ma che le donne devono stare molto attente perché i rapimenti sono molto diffusi per terrorizzare i birmani”.
L’unica via d’uscita potrebbe essere l’aiuto delle istituzioni internazionali. “Sono intervenuti in molti, come Gordon Brown, Ban-Ki-Moon e Hillary Clinton, e sono stati fatti molti discorsi da parte dell’United Nations Security Council e della comunità asiatica ma, nonostante tutta questa mobilitazione, ancora non è stata intrapresa nessuna azione concreta”. Infatti, se da un lato le potenze esprimono dissenso verso la dittatura birmana, è pur vero che l’Ue, gli Usa e la Cina hanno forti rapporti commerciali con il paese del sudest asiatico.
La Cina è il primo partner commerciale del paese, oltre ad essere uno dei principali fornitori di armi del regime, vendendo pezzi di artiglieria e veicoli e stipulando accordi affinché soldati birmani possano essere addestrati dai cinesi. Pechino vuole però utilizzare la Birmania soprattutto per promuovere lo sviluppo delle aree interne, utilizzando le risorse naturali e le materie prime del paese e, a tale fine, ha sviluppato due progetti in partnership con il regime militare. Il primo riguarda la costruzione di un gasdotto che dovrebbe collegare Sittwe, nel Golfo del Bengala, allo Yunnan per una lunghezza di 6.080 chilometri e un investimento di circa 2.55 miliardi di dollari. Il secondo invece comprende la costruzione di una serie di dighe per collegare il fiume Ayeyarwady, il più grande della Birmania e importante via commerciale, alle centrali elettriche della Cina.
L’esempio lampante per quanto riguarda i rapporti tra Ue e Birmania riguarda invece la compagnia petrolifera francese Total e l’americana Unocal, presenti nel paese del sudest asiatico dal 1992 per la costruzione di un gasdotto che dovrebbe raggiungere la Thailandia. Per avere i permessi del passaggio del gasdotto, ogni anno il gigante del petrolio Total paga 450 milioni di dollari al governo birmano e per questo, un suo ritiro dal paese potrebbe rappresentare un duro colpo per le autorità. Gli interessi economici dunque sono troppo forti e non stupisce che, nonostante l'esplicita richiesta di Aung San Suu Kyi di non investire nella Birmania dittatoriale, dato che gli introiti arricchiscono il regime lasciando la popolazione in condizioni di estrema povertà e si favoriscono gli abusi dei militari ai danni dei birmani, ancora non si sia arrivati ad una soluzione.
Marielena Viggiano








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