Militari uccisi in Afghanistan: lacrime inutili
È inutile che in Italia si esprimano sgomento e sdegno. Siamo, con i nostri alleati, un esercito di occupazione e come tale veniamo legittimamente trattati. Forse, sgomento e sdegno, avrebbero maggiore credibilità se una lacrima, anche una sola, fosse scesa anche per le centinaia di migliaia di afghani, talebani e non, morti in questa guerra ingiusta mentre noi ci trastullavamo con i Sanremo, le Miss Italia, e le linee di beauty per cani.
Massimo Fini







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E' chiaro che questa non è mai stata una missione di pace. Voglio essere in buona fede (e anche un po' ingenuo) e credere che sia stata una missione concepita per aiutare le popolazioni afgane, ma dal primo giorno di permanenza dei nostri militari in quella terra si è capito subito che erano li a combattere (vuoi o non vuoi) una guerra e si è capito subito come la popolazione ha percepito la presenza dei nostri soldati (e di quelli di altri paesi) nella loro terra. Chiamiamo le cose col loro nome e che questo (purtroppo) ennesimo episodio negativo ci faccia riflettere sulla vera natura della nostra missione in Afghanistan, delle altre missioni nel mondo e di tutte quelle situazioni che ci troviamo davanti ogni giorno.
DC
Appena ricevuta la notizia dell'attentato, sono stati immediatamente diramati i soliti, consueti messaggi di cordoglio del capo dello stato Napolitano, del ministro degli esteri Frattini, del ministro della difesa La Russa e chi più ne ha più ne metta; tutti intenti a piangere lacrime di coccodrillo di fronte a un fatto tragico ma, nonostante le centinaia di farneticazioni in merito, assolutamente nell’ordine della normalità in stato di guerra. Coloro, infatti, che si indignano, che parlano di “attentato infame” come ha fatto La Russa, peccano, nel migliore dei casi, di ignoranza storica e di totale mancanza di contatto con la realtà per due motivi pricipali. In primo luogo va ricordato, poiché sembra essercene bisogno, che in guerra è normale che si muoia, cari signori. Molto meno normale è, invece, il fatto che fino ad oggi sia in Iraq sia in Afghanistan gli italiani non siano mai stati presi di mira (Nassiriya e sporadiche eccezioni a parte), a differenza, ad esempio, dei contingenti britannico e statunitense, i quali hanno subito decine e decine di attacchi in cui sono caduti rispettivamente 300 e 5091 (dati risalenti al 7 agosto 2009). Il secondo aspetto negativo, oserei dire infamante, riguarda l’atteggiamento occidentale nei confronti degli afghani. Gli afghani stanno subendo una occupazione che dura ininterrottamente da otto anni, otto anni in cui sono morti, ricordiamolo una volta tanto, qualcosa come 11.000 civili, larghissima parte dei quali caduti sotto il cosiddetto “fuoco alleato”. Coloro i quali ostentano rabbia e sgomento, e parlano di “vile attentato”, dovrebbero fare qualche passo indietro nella storia e tornare al 23 marzo 1944, quando un gruppo di partigiani fece esplodere un potente ordigno, nascosto in un cestino della spazzatura situato in via Rasella a Roma, che causò la morte di 32 SS tedesche. L’attentato di via Rasella è unanimemente ricordato come punto più alto della lotta agli invasori nazisti e nessuno di questi signori che oggi lanciano anatemi non si sa bene da quale pulpito si è mai sognato di mettere in dubbio questo fatto. Eppure il parallelismo tra l’odierna situazione afghana e quella italiana di ultrasessantennale memoria è evidentissimo. Altro che “missione di pace”; La NATO è una forza di occupazione bella è buona, e se si ritiene legittimo l’attacco partigiano di via Rasella occorre, coerentemente, ritenere legittimo anche questo di Kabul. Dal momento in cui si decide di entrare in guerra è necessario tenere in conto la probabilità, non l’eventualità, che qualche soldato rimanga ucciso. Ma questa questione apre un’altra parentesi, che getta ulteriore discredito sul nostro stato. Abbiamo partecipato sia all’invasione dell’Afghanistan sia a quella dell’Iraq senza battere ciglio di fronte all’arroganza a stelle e strisce, mettendo bene in mostra tutto il servisilismo di cui siamo sempre stati capaci, salvo poi contravvenire a tutte le direttive statunitensi che imponevano la linea della fermezza (si pensi al pagamento del riscatto per ottenere la liberazione di Giuliana Sgrena, con conseguente uccisione di Nicola Calipari), allo scopo di non farci troppo del male. La scarsità di attacchi contro i nostri contingenti non è spiegabile altrimenti. Inoltre, i signori che si affannano a dichiarare “rinnovato e rafforzato impegno nell’affrontare la questione afghana” farebbero bene a riflettere sulle ben misere ragioni e su tutte le colossali menzogne dell’“amico Bush” che ci hanno portato a intraprendere due guerre tanto sciagurate come quella all’Afghanistan e quella all’Iraq, iniziate male e condotte peggio. Farebbero bene a riflettere e ad ammettere le bassezze ed i tanti errori commessi anziché spendere fiumi di retorica sul fatto che “porteremo a termine questa missione” e sull'Afghanistan "voglioso di democrazia”. Niente più che accozzaglie di deliri condensati in un atteggiamento che Carl Schmitt, a suo tempo, liquidò come “tirannia dei valori”.