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Haiti. La pantomima dell’Occidente solidale

I media le adorano, le catastrofi. E così il potere politico e finanziario. Per i media sono un serbatoio di notizie drammatiche a getto continuo, talmente coinvolgenti di per se stesse che a costruirci intorno un titolo a caratteri cubitali, un servizio di apertura del tiggì o un talkshow in seconda serata non ci vuole niente. La morte e il dolore fanno audience. La distruzione ha un che di spettacolare che attira un sacco di gente. Se qualsiasi fesso non resiste alla tentazione di occhieggiare le conseguenze di un incidente stradale appena un po’ grave, a costo di rallentare di colpo e di rischiare un ulteriore scontro, figuriamoci se può sottrarsi al richiamo di una tragedia con centinaia o con migliaia di morti. E con le immagini che vengono fatte vedere e rivedere in ogni dettaglio e da ogni possibile angolazione. Case sbriciolate, cadaveri abbandonati, superstiti in preda al dolore per quello che è successo ai loro cari e all’angoscia per quello che potrà accadere a loro stessi, nella spaventosa desolazione che li circonda.

Per i burattinai del sistema, a loro volta, si tratta delle occasioni ideali per fingersi generosi e solidali, sia in prima persona che come espressione della società nel suo complesso. Il messaggio che viene diffuso è tanto ipocrita quanto difficile da controbattere, se non si vuole essere tacciati di pregiudizio ideologico nei confronti del modello occidentale e di insensibilità nei confronti delle vittime. Il messaggio è che noialtri non siamo affatto così cinici ed egoisti come si potrebbe pensare osservando le vicende economiche. Macché. La competizione spietata del mercato è solo il meccanismo di cui ci serviamo per mettere in moto le migliori energie produttive, generando quella ricchezza di cui tutti, in un modo o nell’altro, si avvantaggeranno per il solo fatto che essa esiste e si accumula. Ma appena possiamo, perbacco, siamo lieti di accantonare tutta quella aggressività “a fin di bene” e dare fondo alla nostra vera natura: quella di esseri umani che sognano, che perseguono, che stanno costruendo, un paradiso terrestre all’insegna del comfort materiale e dei diritti universali. 

Certo: tutto non si può fare, non subito, e perciò si è costretti a malincuore ad assistere senza intervenire alla miseria di interi popoli e ai conflitti che ne derivano, ma in attesa di mettere fine alle sofferenze “globali” si può e si deve, se non altro, correre in soccorso di chi è stato colpito dal disastro di un terremoto o di uno tsunami, di un tornado o di un’inondazione, di un’epidemia che aggredisce gli uomini e/o gli animali. 

Ecco cosa ci vuole, per spingerci a intervenire. Ci vuole l’illusione che il problema sia eccezionale. Ovverosia legato a una fatalità. Alle forze inarrestabili della Natura. Ai capricci imponderabili del Caso. Nei comportamenti quotidiani non guardiamo in faccia a nessuno e sfruttiamo tutto e tutti nel nostro esclusivo interesse. Di fronte alle cattiverie del destino siamo sempre pronti a stringerci gli uni agli altri in un empito di fraternità umanitaria. Mica male, sentirsi i Cavalieri del Bene al modico prezzo di un sms da due euro.  

Federico Zamboni

 

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