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Il salvataggio delle banche? Un affarone!

Corriere della Sera di domenica scorsa. Editoriale di Tommaso Padoa-Schioppa. 

Incipit: “Mentre le fabbriche chiudono e i lavoratori perdono il posto, le banche, vere responsabili della crisi, fanno profitti; li fanno dopo essere state salvate dai contribuenti e li devolvono in gran parte a se stesse sotto forma di lauti guadagni per dirigenti e amministratori. Nello stesso tempo rifiutano il credito alle imprese e, obbligandole a chiudere e a licenziare, affossano l’economia.” 

Le virgolette, beninteso, nell’originale non ci sono. Il pezzo comincia proprio così. Con questa serie di affermazioni sorprendenti e perfettamente condivisibili. Mentre le fabbriche chiudono... L’effetto, sul momento, è di totale sconcerto. Com’è mai possibile che uno come Padoa-Schioppa, su un giornale come il Corriere, scriva cose di questo tipo? La spiegazione inizia a profilarsi con la frase successiva (“Sono accuse note; le ripete anche il presidente Obama”) e si chiarisce definitivamente in apertura del nuovo capoverso: “Come non farsi travolgere da simili accuse indirizzate a un mestiere già impopolare prima della crisi? Invece bisogna ragionare e non farsi travolgere. E se il ragionare comincia col distinguere, occorre esaminare le accuse una per una”.

Ah, ecco. Padoa-Schioppa – che di tanto in tanto, evidentemente, ama sorprendere con uscite bizzarre, tipo quella che snocciolò a ottobre 2007 definendo le tasse “una cosa bellissima e civilissima” – era in vena di artifici dialettici e ha utilizzato questa bella “trovatina” per incuriosire il lettore. Briccone di un Tommaso! Far trasalire così il tuo pubblico affezionato, timorato di Dio e della Confindustria (in ordine inverso, magari) a rischio che gli vada di traverso il Martini con le olive o il prosecco con le tartine... Va bene il bisogno di richiamare l’attenzione, e a maggior ragione per una causa tanto nobile come la difesa del sistema bancario, ma stavolta l’hai fatta proprio grossa; anche se, bisogna riconoscerlo, è nulla più di un ghiribizzo iniziale, laddove tutto il resto dell’articolo ritrova la dovuta compostezza e svolge con cura, con metodo, con meditata ponderazione, la propria tesi effettiva: il salvataggio delle banche è stato non solo doveroso ma redditizio. Un vero e proprio investimento sul futuro. E su un futuro che sta già diventando presente, per di più. 

“Per il contribuente che lo paga – spiega l’autorevole ex ministro dell’Economia – il salvataggio è per lo più un buon affare, non una perdita. Ciò che egli compera vale assai più del bassissimo prezzo pagato ed è destinato a rivalutarsi. I giganteschi utili che la Banca centrale americana ha appena annunciato ne sono la riprova: e le banche centrali devono sapere (ma qualche volta se lo dimenticano!) che i loro utili sono destinati non a se stesse ma alle casse dello Stato”.

Ma certo, Tommaso nostro carissimo. Le banche centrali “devono saperlo”. E se poi “qualche volta se lo dimenticano”, suvvia, mica gliene vorremo fare una colpa?! Con tutte le preoccupazioni che hanno, qualche smemoratezza di quando in quando appare inevitabile. E d’altra parte, come ci ricordi assai bene in chiusura, perché mai dovremmo prendercela con gli “azionisti, amministratori e dirigenti” che avrebbero dovuto “perdere soldi e funzioni” e invece, sai com’è, se la sono cavata pressoché a man salva? Hai proprio ragione tu: “la critica va rivolta al salvante più che al salvato. Spettava al potere pubblico distinguere tra continuità della banca e discontinuità della sua proprietà e del comando”. 

Una logica adamantina: la colpa non è mica dei ladri o dei truffatori. È di chi dovrebbe perseguirli e non lo fa. Noialtri lo sappiamo benissimo. Sono i politici attuali che (anch’essi, ahimè) “qualche volta se lo dimenticano!”. 

 

Federico Zamboni


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