Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 21/01/2010

1. Le prime pagine 

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Sì al processo breve”. A seguire: “Tangentopoli che cosa resterà” di Piero Ostellino e “Fretta, errori e conseguenze” di Luigi Ferrarella. Di spalla: “Obama va al tappeto e teme per le riforme”. Editoriale di Massimo Gaggi: “La battaglia del tè”. Richiamo in prima pagina per due notizie di politica: “Voglio Brunetta sindaco di Venezia” e “Non sono una balia, Vendola maleducato”, che riporta le parole di Massimo D’Alema. Foto-notizia su Haiti con il titolo: “Salvati dalle macerie dopo otto giorni”. Al centro: “La scuola dell’obbligo può durare meno: al lavoro a 15 anni” e “Il vivaio da non disperdere”. A fondo pagina il caso della fondazione Santa Lucia di Roma: Non chiudete il centro per bimbi disabili”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “Il processo breve non mi basta”. Editoriale di Giuseppe D’Avanzo: “La pretesa immunitaria”. In un box l’intervista a Roberto Saviano: “Cittadini senza giustizia”. Il retroscena: “Legittimo impedimento la prossima mossa”. Foto-notizia sul nuovo senatore americano Scott Brown: “Obama dopo la sconfitta ‘Pronto a trattare sulla sanità’”. A seguire: “Il vento contrario” di Vittorio Zucconi. Al centro: “Ville segrete e Ferrari gli evasori di lusso”. A fondo pagina: "In Sicilia la fabbrica dei dirigenti”. Di spalla: “I nostri figli 12 ore on line per combattere la solitudine”. 

 LA STAMPA – In apertura: “ Processo breve, sì con rissa”. Di spalla: “Lo strano caso del partito del premier” e “La sfida della politica”. Foto-notizia: “Vince Brown e sfida Obama”. In un box: parla D’Alema “Come leader Vendola ha fallito”. Il caso: “Cancellate 5 milioni di sim false”. Al centro: “Ucciso in ufficio. Giallo a Novara”. A fondo pagina: “Il più grande” di Massimo Gramellini. . 

 

IL GIORNALE - In apertura: “Sciopero vietato ai negri”. Editoriale di Vittorio Feltri: “Non mi toccate i bamboccioni sono adorabili”. Foto-notizia su Eugenio Scalfari: “A Scalfari l’immunità piace. Se serve a lui”. Al centro: Il Pdl lancia Brunetta: sindaco di Venezia”. In un box: “Il giudice fa teatro e la giustizia aspetta”. A fondo pagina: “Dio esiste: il vescovo sfida la scienziata”.  

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Italia paese forte del G-20”. Foto-notizia sulla giustizia: “Passa al Senato il ddl sul processo breve (con bagarre)”. A fondo pagina: “Borse in caduta: tensioni su Cina e banche Usa” e “Dopo 18 mesi di cali a fine anno sono risaliti i tassi sui mutui (2,95 per cento). Di spalla: “La rivolta degli yankees: ‘Non vogliamo più tasse’”. 

 

IL MESSAGGERO – In apertura: “Processo breve, sì tra le polemiche”Di spalla: “Non basta l’euro, l’equipe di medici che serve all’Europa” di Carlo Azeglio Ciampi. Foto-notizia: “In ufficio? No, dall’estetista. Sei impiegati arrestati per assenteismo”. Regionali: “Pdl: con l’Udc solo intese locali. Brunetta candidato a Venezia”. Al centro: “Un sms ai genitori se il figlio non è in classe. Apprendistato a 15 anni per chi non va a scuola”. A fondo pagina: “Obama ko nel feudo dei Kennedy”. 

 IL TEMPO - In apertura: “Il Pd vacilla anche a casa sua”. L’intervento di Monica Maggioni: “Ora Obama deve battere un colpo”. Foto-notizia sul presidente del Consiglio: “Berlusconi attacca i giudici: in aula plotoni d’esecuzione”. L’analisi di Maurizio Gasparri: “Il programma e la squadra”. Di spalla, a destra: Con la Polverini il centrodestra si schiera unito”. Al centro: Roma, negozio vittime della crisi in un anno chiudono in tremila”. A fondo pagina: “Un sms e mamma sa tutto” e “Giunta, sì al ‘Lodo Mondello’ di Lucio D’Ubaldo”.  

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “La legge truffa”.  

AVVENIRE – In apertura Haiti: La speranza non muore”. Editoriale di Giovanni Ruggiero: “Quando una vita conta più dei morti che non si contano”. A fondo pagina: “Il processo breve è al primo traguardo. Berlusconi: ma è ancora troppo lungo”. 

LIBERO - In apertura il caso Emma Bonino: “Abortista e presidente”. Editoriale di Peppino Caldarola: “Nel Pd è anche questione di fegato”. Foto-notizia: “L’America vota e Obama sbianca”. Al centro: “Berlusconi accende il doppio forno”. Amarcord di Giampaolo Pansa: “Quello Spartaco a fianco di Craxi”. (red)

2. Berlusconi: Dalle toghe plotoni d'esecuzione

Roma - “Il Processo Breve è quasi legge. Approvato al Senato ieri mattina, il ddl passa ora all’esame della Camera. Come annunciato, nonostante la veemente opposizione del Pd, dell’Idv e dell’Udc, e sotto il bombardamento dei magistrati che hanno diramato l’ennesimo drammatico comunicato (‘Rischia di produrre conseguenze devastanti sull’intero sistema della giustizia italiana. Verranno posti nel nulla centinaia di migliaia di processi, con un costo sociale e un danno erariale altissimi’), la maggioranza procede con passo sicuro. E però questa importante riforma del processo penale che prevede tempi rigidi ai dibattimenti, ovvero sei anni quando si tratta di reati con pene fino a dieci anni, sette anni e mezzo per reati con pene superiori, quindici per reati di mafia e terrorismo, e che ha scassato i rapporti tra maggioranza e minoranza, non convince Berlusconi stesso. Fosse stato per lui, l’avrebbe fatto ben più radicale: ‘Il mio parere - dice il premier - è negativo perché i tempi, quelli introdotti con questa nuova legge, non sono ragionevoli. Dieci o più anni... vorrei fossero più brevi’”. Lo scrive La Stampa, che prosegue: “La legge, secondo Berlusconi è sicuramente in regola con la Costituzione e con le prescrizioni europee. Ma non lo soddisfa. ‘Chi è chiamato dentro il girone infernale del processo in Italia è una persona persa e il disastro per lui e per la sua famiglia è sempre enorme e quindi credo che i tempi dovrebbero essere molto ma molto più contenuti di quelli votati in questa legge’. I senatori del Pdl, però, a differenza del loro leader, trovano più che buona la legge che ha appena approvato. ‘Noi - dice Maurizio Gasparri, il capogruppo, rivolto ai senatori del centrosinistra - siamo orgogliosi di questa legge, mentre siete voi che siete incoerenti e la vostra ipocrisia è palese’. Inutile parlar d’altro, però: è di Berlusconi che inevitabilmente si parla quando si commenta il Processo Breve perché è noto che nelle norme transitorie c’è la possibilità di far dichiarare decaduto il processo che lo riguarda. E perciò Anna Finocchiaro, capogruppo Pd, sbotta: ‘E’ la diciannovesima legge ad personam’. Ma anche il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, non ci va giù leggero: ‘Hanno fatto la cosa peggiore che si potesse fare: distruggere migliaia di processi, lasciare senza giustizia migliaia di vittime per salvare uno solo’. Ma ribatte il diretto interessato, intercettato dai giornalisti dopo una visita al cardinale Camillo Ruini, l’ex segretario della Conferenza episcopale italiana: ‘Sono tutti intellettualmente disonesti, perché si tratta di aggressioni giudiziarie al presidente del Consiglio cioè a Berlusconi. Questa è una cosa sicura, certa. Si tratta di calunnie tutte inventate’. Quanto alle sue strategie processuali, il Cavaliere fa capire di non avere ancora deciso il da farsi. Presentarsi o non presentarsi al tribunale di Milano? ‘Non so se andrò in aula, ne sto discutendo con i miei avvocati. Loro insistono che se andassi, mi troverei di fronte a dei plotoni di esecuzione e non a delle corti giudicanti’. Implicito il giudizio sui suoi giudici. Di qui, ancora una volta, le bordate di Antonio Di Pietro: ‘Come qualsiasi piduista pensa che le leggi, la giustizia devono fare quel che dice lui e non che deve essere lui a sottoporsi alla giustizia. Non ha rispetto per il Paese, per il suo ruolo e per le istituzioni’. Ma anche l’irritazione della magistratura associata: il Csm potrebbe valutare anche queste ultime dichiarazioni fatte dal presidente del Consiglio sui giudici titolari dei suoi processi. ‘Ne prenderemo atto’ dice Fiorella Pilato, presidente della Prima Commissione presso la quale pende da tempo una pratica a tutela di più magistrati oggetto delle accuse da parte di Silvio Berlusconi”. (red)

3. Processo breve, ma Pdl punta sull'immunità 

Roma - “Il paradosso del ‘processo breve’ è che andrà per le lunghe. Tanto fulminea è stata l’approvazione in Senato, quanto lenta e ponderata si annuncia la discussione a Montecitorio. Passeranno mesi. Addirittura circola una scommessa: questa legge finirà sul binario morto. O farà passi avanti solo dopo aver perso per strada il vagone più traballante, la norma transitoria che vuol mettere Berlusconi al riparo dalle condanne. Questo si sostiene tra gli addetti ai lavori. Nel giro del Cavaliere non solo la previsione dei tempi biblici è confermata, ma si aggiungono ulteriori dettagli. Poi, come al solito, in pubblico viene argomentato il rovescio. E sulla sinistra c’è chi finge di credere alla propaganda berlusconiana perché i ‘falchi’ di qua si appoggiano ai ‘falchi’ di là. Ma al netto delle ipocrisie, il ‘processo breve’ serve al premier ormai solo come ruota di scorta o (come dice lui stesso lontano dai microfoni) quale ‘pistola puntata’ contro magistratura e alti vertici istituzionali, casomai dovessero negargli la vera ciambella di salvataggio, cioè il cosiddetto ‘legittimo impedimento’”. Lo scrive La Stampa, che prosegue: “Proprio da qui occorre partire. L’idea di motivi legittimi per disertare i processi è alquanto spericolata. Chi l’ha proposta, il centrista Vietti, la paragona a ‘un ponte tibetano’ sospeso sull’abisso. Il premier dovrebbe camminarci sopra per 18 mesi, tempo necessario ad approvare una riforma della Costituzione che introduca certe guarentigie per le alte cariche dello Stato. A tal fine verrebbero rinviate per legge le udienze dei processi di Berlusconi ogni qualvolta il premier fosse, per l’appunto, impedito. Vietti suggerisce casi molto tassativi. Invece gli avvocati vorrebbe allargare le maglie fino a ricomprendere, come impedimento legittimo, ‘ogni altra attività legata alle funzioni istituzionali’, concetto generico assai. Seguendo la metafora di Vietti, sarebbe come far transitare un elefante sul ponticello: forzatura contro cui potrebbe accanirsi la Corte Costituzionale. La Consulta, si sa, è la bestia nera del Cavaliere. Già gli ha bocciato il Lodo Alfano. E nelle motivazioni della sentenza ha gettato le basi per concedere il bis su un eventuale nuovo Lodo riproposto con legge costituzionale. Che difatti Quagliariello, stratega berlusconiano incaricato della questione, si è ben guardato finora dal presentare, e forse nemmeno lo farà. In pratica la Corte, facendo leva sull’articolo 3 della Carta repubblicana (tutti i cittadini ‘sono eguali davanti alla legge’), potrebbe respingere ogni modifica della Costituzione stessa che fosse a esclusivo vantaggio del Cavaliere. Prende forza dunque la tesi di lasciar perdere il Lodo e di metter mano semmai all’articolo 68, iniettando nel sistema qualche dose di immunità parlamentare, come del resto esisteva fino al ’93. La Consulta, è il ragionamento berlusconiano, non oserà dichiarare incostituzionale un testo scritto di loro pugno dai Padri costituenti... Partita intricata, comunque. Ecco perché il ‘processo breve’ resterà a bagnomaria. Potrà tornare utile al premier qualora il ‘legittimo impedimento’ dovesse trovare ostacoli non da parte di Napolitano, che lo firmerebbe, ma della Consulta. In quel caso basterebbe un attimo a riprendere il testo già votato a Palazzo Madama. Se invece andrà in porto il ‘legittimo impedimento’, ‘processo breve’ addio: Berlusconi l’ha confessato, sarebbe il primo a non nutrire rimpianti. Del resto Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera, invita come Mao a non distinguere tra gatto bianco o nero, ‘l’importante è che acchiappi il topo della giustizia politica di cui dobbiamo liberarci per sempre’. E Quagliariello, a chi contesta gli zig-zag della maggioranza sulla giustizia, replica secco: ‘Siamo finalmente sulla strada giusta. Non è stato facile individuarla. E del resto, se lo fosse, non staremmo qui a parlarne da 15 anni...’”. (red)

4. Processo breve, le prerogative di Napolitano

Roma - “‘Da qualche parte si insiste ad agitare l’ipotesi di un veto preventivo del Quirinale sul cosiddetto processo breve. Quella pseudorivelazione — smentita ieri da Palazzo Chigi — non può avere alcuna conferma, secondo la regola aurea per cui mentre il Parlamento lavora il presidente tace. Infatti, se ci si comportasse diversamente si compirebbe un’interferenza grave’. Sono infastiditi, i consiglieri del capo dello Stato, per i boatos (lanciati e rilanciati ossessivamente da alcuni media) su presunti ‘dubbi’ del Colle già anticipati a Berlusconi a proposito del disegno di legge appena approvato dal Senato. Un fastidio comprensibile. La materia è al centro di polemiche e proteste destinate a trascinarsi fino al voto della Camera, dove peraltro il testo potrebbe subire modifiche. Perciò l’unica risposta che l’entourage di Giorgio Napolitano concede a chi domanda chiarimenti è un replay del laconico, e scontato, avviso di quando il provvedimento approdò in commissione a Palazzo Madama il 23 novembre scorso (e senza bisogno del parere preventivo del Quirinale, trattandosi di una legge non del governo ma d’iniziativa parlamentare): ‘Il presidente farà un uso rigoroso delle sue prerogative costituzionali’”. Lo scrive il Corriere della sera, che prosegue: “Il che significa che, com’è ovvio, deciderà sulla propria firma di ratifica soltanto dopo che i suoi uffici giuridici gli avranno assicurato che il ‘processo breve’ non contiene qualche profilo di incostituzionalità. A quanto pare sarebbe sotto esame, in particolare, il capitolo sull’impatto della norma transitoria che azzera i processi per reati compiuti prima del maggio 2006, reati già coperti dal vecchio indulto. Il che si tradurrebbe in un’amnistia di fatto (stavolta però non votata dai due terzi del Parlamento, come prevede la Carta costituzionale), cancellando di colpo migliaia di procedimenti e negando così giustizia a migliaia di italiani. Primo beneficiario di quella disposizione, il premier Berlusconi, che scanserebbe i due processi milanesi nei quali è imputato, sui casi Mills e Mediaset. Ma lo staff starebbe analizzando pure la parte della legge che prevede il rito ‘corto’ per la Corte dei Conti e per le persone giuridiche, allargando i suoi effetti anche sui danni erariali. Il complesso della materia, insomma, resta incandescente. Anche dentro la stessa maggioranza. Ed è per questo che Napolitano non intende essere impropriamente usato”. (red)

5. Regionali, Pdl: Con l'Udc tratti il premier 

Roma - “Non c’è dubbio, la politica dei due forni non gli piace per niente, e non si fa problemi a ripetere anche in pubblico che Casini fa ‘accordi in base alla convenienza ‘ , scelte ‘ opportunistiche’, e infatti lui in campagna elettorale manterrà la libertà di ‘criticare l’Udc anche dove eventualmente ci fosse un’alleanza con questo partito’. La sua convinzione Silvio Berlusconi l’ha ripetuta anche ieri sera durante l’ufficio di presidenza del Pdl, al quale ha proposto seccamente di ‘valutare se considerare inaccettabile un’alleanza con i centristi’”. È quanto si legge sul Corriere della sera. “Ma il premier - continua - è uno che la realpolitik la conosce, e sapendo benissimo che buona parte dei vertici del suo partito (ieri hanno parlato in questo senso da Cicchitto a Gasparri, da La Russa a Ronchi, da Quagliariello a Bocchino, da Matteoli a Rotondi) ritiene che invece con l’Udc, almeno sul piano locale e in alcune regioni, l’accordo vada fatto ‘perché sono loro che vengono sui nostri candidati, non noi sui loro’ e la porta anche in vista di alleanza future vada tenuta aperta, non ha posto il veto: ‘Mi rimetto a quello Basilicata è stato scelto Magdi Cristiano Allam. Infine, è stato ufficializzato il candidato sindaco di Venezia: è Renato Brunetta, che più volte negli ultimi mesi aveva detto di ‘sognare’ di poter governare la sua città, e che ha anche assicurato che l’eventuale nuovo incarico non lo allontanerà dal suo ruolo di ministro, perché ‘è un impegno che ho preso con gli elettori’. Con Brunetta, che nei sondaggi è accreditato di un risultato ben superiore al 50%, nel Pdl sono sicurissimi di riuscire a strappare il Comune, dopo molti anni, al centrosinistra. E dopo che lo stesso Brunetta nel 2000 perse la sfida al ballottaggio con Paolo Costa. che voi dite’, ha detto, non senza aver annuito mentre l’ala più intransigente (Verdini, Bondi, Scajola, Tajani, Giovanardi) sparava su Casini. D’altra parte, lo stesso Gianfranco Fini — che il Cavaliere vedrà oggi — pensa che con Casini il legame non vada spezzato (‘E però— si è lamentato Berlusconi— è stato Gianfranco e non io a dire che "o l’Udc sta con noi o è fuori"...’). Ragione per cui si è deciso di prendere altro tempo e di imboccare l’unica strada possibile: affidare allo stesso Berlusconi e ai coordinatori il mandato a trattare sulle alleanze con l’Udc, laddove già sono state siglate (come nel Lazio con la Polverini che dà per ormai chiuso l’accordo) e dove potrebbero esserlo, cioè in Campania, in Calabria e forse anche in Puglia. Per questo è stato scritto un documento che— per dirla con Bondi — nonostante evidenzi la ‘distonia’ tra Pdl e Udc sul concetto stesso di bipolarismo, chiede di verificare se un’alleanza strategica sia ‘possibile’ per il futuro e di valutare se siano possibili intese ‘locali’ per l’immediato. Per questo, soprattutto, si è deciso di temporeggiare, visto che per capire come andrà questa storia è essenziale verificare come finirà in Puglia: se alle primarie del Pd vincesse Vendola, si sa che Casini sarebbe costretto o a correre da solo o ad allearsi con il Pdl, e tutto il quadro politico andrebbe ridipinto. Per la Puglia dunque si è deciso di tenere le carte coperte sul candidato, ma un nome nuovo è emerso nella riunione: quello di Attilio Romita, conduttore del Tg1, che ha dato la sua disponibilità a candidarsi, e c’è chi parla di una chance anche per il suo collega Francesco Giorgino. Si vedrà nei prossimi giorni, come si deciderà su Toscana, Umbria e Marche, mentre in Emilia è confermato Mazzuca e in Basilicata è stato scelto Magdi Cristiano Alam. Infine è stato ufficializzato il candidato sindaco di Venezia: è Renato Brunetta”. (red)

6. Brunetta: Un sindaco-ministro è meglio

Roma - “Ce la farò. In Francia i ministri più bravi sono quelli che fanno anche i sindaci’. Renato Brunetta è ancora dentro l’ufficio di presidenza del Popolo delle libertà. Esce per un attimo dalla sala. Parla piano, ma è frastornato, quasi incredulo. Il figlio dell’ambulante che vendeva gondolete nei pressi di San Marco ha coronato quello che non aveva esitato a definire ‘un sogno’. Fino all’ultimo non era convinto che avrebbe avuto la meglio su chi, nella maggioranza, era contrario a che lui si candidasse alla guida di Venezia senza liberare lo scranno di ministro. La nota firmata di pugno dal premier mette fine ad ogni discussione. A mettere l’ultima parola hanno contribuito molti fattori, su tutti la mancanza di un’alternativa altrettanto forte nel Pdl. Berlusconi si sarebbe poi fatto convincere da alcuni sondaggi interni. Uno di questi, realizzato da Crespi Ricerche, indica Brunetta in vantaggio con una forchetta di 14-16 punti sui tre candidati del centro-sinistra alle primarie di domenica prossima, ovvero Laura Fincato, Giorgio Orsoni e Gianfranco Bettin. Numeri che, se confermati nelle urne, contribuirebbero a sostenere il consenso di una coalizione squassata dalla mancata conferma di Giancarlo Galan alla guida della Regione e dalla scelta imposta dalla Lega di Luca Zaia. Brunetta è convinto che i numeri siano questi: ‘E’ chiaro che se mi candido io si vince’, andava dicendo ad amici e colleghi in questi giorni. ‘Ma io non lascio a metà il mio lavoro. O accettano il doppio incarico, o non se ne fa nulla. La decisione spetta a loro’, diceva riferendosi agli alleati. Alla fine l’ha spuntata”. Inizia così l’intervista a Renato Brunetta su La Stampa, che prosegue: “Brunetta, allora resta ministro? 

‘C’è bisogno di confermarlo?’. 

Nella coalizione ci sono state molte resistenze. E il suo caso sarebbe una novità nel panorama italiano. 

‘La risposta è sì, resto ministro’. 

Nella riunione ha avuto mandato anche per la coalizione che la sosterrà? Avete discusso dell'appoggio di forze come l’Udc? 

‘E’ ancora tutto aperto, open, vedremo’. 

Un sindaco che fa già il ministro può essere un buon amministratore? 

‘Lo farò con grande sacrificio, ma sono convinto di sì. In Francia è del tutto normale. E anzi, più un ministro ha una sua forza elettorale locale più è apprezzato a livello nazionale’. 

Non ha pensato che in fondo avrebbe potuto lasciare terminare il suo lavoro impostato al ministero della Pubblica amministrazione a un altro collega? 

‘Le mie riforme saranno a regime non prima di un anno. E voglio essere io a seguirle fino alla fine. La considero una questione di rispetto per gli italiani che mi hanno votato e che mi danno il loro gradimento nei sondaggi’. 

In molti, su tutti Francesco Giavazzi, hanno argomentato che Venezia è però una città molto difficile da governare, assolutamente peculiare. E che per questo ci vorrebbe un sindaco a tempo pieno. 

‘Sarà una gran faticaccia, ma non ho dubbi che ce la farò. Io sono convinto che per una città di respiro mondiale quale è Venezia avere un sindaco ministro sarà una forza, non una debolezza’. 

Secondo alcune ricostruzioni lei avrebbe già prospettato l’ipotesi della nomina di un sottosegretario e di due vicesindaci. E’ così? 

‘E’ ancora presto per queste decisioni, ma è evidente che mi dovrò organizzare’. 

Lei è convinto di vincere con ampio margine, è così? 

‘C’è un sondaggio al riguardo’. 

Cercherà il consenso anche a sinistra? 

‘La mia storia la conoscono tutti. Io sono un riformatore. E come tutti i riformatori posso aspirare a raccogliere consenso oltre la mia coalizione. A Venezia c’è bisogno di un forte cambiamento, e io posso incarnarlo’”. (red)

7. Regionali: Romita e Allam nel cuore di Berlusconi 

Roma - “Ecco che si comincia a parlare dei testimonial di destra. Finora li aveva sfoderati il centrosinistra: quando il gioco si fa duro, i mezzibusti cominciano a giocare. E di solito vincono: come Lilli Gruber e David Sassoli alle elezioni Europee, o Piero Badaloni e Piero Marrazzo alle sfide Regionali del Lazio degli anni passati. Stavolta, invece, a buttare sul tavolo il nome di un volto dei Tg Rai come possibile candidato è il Popolo della libertà. Che avrebbe pensato all'ipotesi di Attilio Romita, da ormai sette anni conduttore del Tg1, originario di Bari, come potenziale candidato alla presidenza della Regione Puglia. Un personaggio nuovo, che farebbe così piazza pulita dei nomi circolati nei giorni scorsi: dall'ex sindaco di Lecce Adriana Poli Bortone al consigliere regionale Rocco Palese, dal deputato Antonio Distaso al magistrato Stefano Dambruoso”Lo scrive La Stampa, che aggiunge: “Potrebbe invece essere lui, il giornalista 57enne, a sfidare il vincitore tra Francesco Boccia e Nichi Vendola nella competizione pugliese. ‘Ieri sera mi ha chiamato un autorevole esponente del Pdl - ha confermato ieri sera il mezzobusto del Tg1 ad una tv locale pugliese -. Gli ho detto che sono disponibile. Ma la parola adesso passa alla politica’. Laureato in giurisprudenza, molti anni fa cronista sportivo poi convertito alla politica, di Romita in Rai raccontano delle baruffe con la collega Susanna Petruni, oggi vicedirettore del Tg1 considerata una berlusconiana di ferro, ai tempi del precedente governo Berlusconi (2001-2006), per seguire il premier. La spuntò la Petruni, ma Romita è diventato un faccia notissima al grande pubblico: prima è stato conduttore del Tg2 e poi del Tg1, l'edizione delle 20 dopo l'abbandono della Gruber per occupare un seggio a Bruxelles. Ma dall'Ufficio di presidenza del Pdl spunta un altro nome ad effetto, un altro giornalista, Magdi Allam. L'europarlamentare dell'Udc, eletto lo scorso giugno, sarebbe stato tirato fuori dal cilindro come possibile candidato presidente in Basilicata. Nato in Egitto, è stato collaboratore di ‘Repubblica’ e vicedirettore del ‘Corriere della Sera’. Famosa e discussa nel 2008 la sua conversione dall'islamismo al cristianesimo, con tanto di battesimo e cresima impartite nientemeno che da papa Ratzinger nella cattedrale di San Pietro. Padrino per l'occasione, il vicepresidente della Camera del Pdl, il ciellino Maurizio Lupi; da quel momento si fa chiamare Magdi Cristiano Allam. Nello stesso anno fonda un suo partito, Protagonisti per un'Europa cristiana, che stringe un accordo con l'Udc alle elezioni europee. Dove viene eletto, appunto, a giugno. A novembre, poi, il battesimo di una nuova creatura politica, il movimento di Io amo l'Italia, come il titolo di uno dei suoi numerosi libri. Se la candidatura sotto il simbolo del partito di Berlusconi andasse in porto, potrebbe essere finalmente il trionfo di un vecchio corteggiamento: nel 2006 Allam ebbe alcuni incontri a Palazzo Grazioli. Si parlò di una candidatura con Forza Italia, lui si immaginò un possibile ministero dell'Immigrazione. Finì con un niente di fatto: magari stavolta è la volta buona”. (red)

8. D'Alema: Io balia? Vendola maleducato 

Roma - “’Non ho capito la domanda...’. Lei, presidente D’Alema, si sente, come dice Nichi Vendola, la balia di Francesco Boccia? ‘Io? La balia di Boccia? Vendola è un maleducato, un gran maleducato’. Quindi... ‘No no, mi faccia finire. Perché, vede: con simili affermazioni, Vendola non offende tanto me quanto, piuttosto, Boccia, che non solo è il suo legittimo avversario in queste primarie, ma è pure un economista, un politico ormai di esperienza’. Però lei per Boccia si sta impegnando davvero parecchio. ‘Mah... Boccia, in fondo, ha solo dieci anni in meno di Nichi... No, non mi sembra proprio, diciamo così, un bamboccione che ha bisogno d’essere accompagnato...’”. Inizia così l’intervista a Massimo D’Alema sul Corriere della sera, che prosegue: “Le tre del pomeriggio, Fiera del Levante, studi di TeleNorba. D’Alema deve registrare un’intervista. C’è anche Michele Emiliano, il sindaco di Bari. I due, politicamente, non hanno mai avuto una grande intesa. Del resto la solida amicizia che c’è tra Emiliano e Vendola è nota a tutti. Ma queste primarie del Pd, per stabilire chi debba candidarsi alla presidenza della Regione Puglia, hanno per adesso, almeno all’apparenza, coagulato gli sforzi dei democratici. Paiono tutti uniti. Non che D’Alema ed Emiliano diano sfoggio di grande complicità, questo no. Però sono arrivati insieme. E staranno seduti uno accanto all’altro. Un tecnico sta sistemando il filo del microfono sotto l’abito di D’Alema (un Principe di Galles sui toni del grigio, di peso medio, tagliato benissimo). ‘Sa qual è il nostro problema?’. No, qual è? ‘Il tempo. La partita con Vendola è complicata, questo non possiamo nascondercelo, ma il nostro avversario peggiore è il tempo’. Vuol dire che sei giorni di campagna elettorale sono pochi, per Boccia? ‘Voglio dire che Vendola è partito con un vantaggio notevole: cavalcando popolarità, affetto, emotività, un po’ di vittimismo. Lui può giocare su tutti questi fattori, mentre noi...’. Lei e Boccia. ‘Noi, tutti noi dobbiamo invece, soprattutto, spiegare. E questo richiede, purtroppo, non minuti ma ore...’. Cosa spiegate di così complesso? ‘Spieghiamo che, dietro la candidatura di Boccia, c’è un progetto politico’. C’è l’alleanza con l’Udc. ‘Esatto. E noi, con l’Udc, qui in Puglia già governiamo. Si tratta, insomma, di un’alleanza assolutamente collaudata e vincente’. Vendola sostiene che, per batterlo, avete ‘letteralmente militarizzato il Pd’. Minacciando provvedimenti nei confronti di coloro che avessero intenzione di votare per lui. ‘Se permette, la faccio io una domanda: il Pd, per com’è il Pd in questo momento, le sembra un partito militarizzabile?’. Vendola aggiunge che nei suoi confronti c’è anche dell’astio. ‘Astio? Amarezza, semmai. Era uno dei ragazzi di maggior talento nella nidiata che allevai tanti anni fa, qui in Puglia, ai tempi della Fgci, e per questo lo considero un fratello minore, sangue del mio sangue... purtroppo, questa vicenda della candidatura alla presidenza della Puglia, l’ha però vissuta come un fatto personale. Ed è stato un errore. Avesse saputo fare un passo indietro, ne sarebbe uscito come un leader’. Intanto, il sindaco Michele Emiliano è già microfonato, seduto, un po’ accigliato. Pronostici, per queste primarie? ‘Sono molto preoccupato’. Perché? ‘Perché è difficile andare in giro e convincere tutti in una manciata di giorni’. (Poi, nonostante D’Alema sia lì accanto, dice alla sua portavoce, con un filo di fastidio: ‘Quando abbiamo finito qui, D’Alema potrebbe venire pure allo Sheraton, dove ho riunito tutti i miei... sarebbe un gesto carino, o no?’). Se Emiliano è un po’ teso, D’Alema nel corso dell’intervista televisiva — per nulla tenera, per altro— dimostrerà invece d’essere in gran forma. Ironico, pungente, dialetticamente formidabile. E capace anche di un piccolo colpo teatrale: come quando, all’improvviso, dalla tasca tira fuori uno dei volantini distribuiti dal comitato elettorale di Vendola. C’è la foto del governatore con l’orecchino, e poi la scritta: ‘Solo con tutti’. D’Alema, velenoso: ‘Ecco: io dico che da soli, in politica, non si va da nessuna parte. Ma dico pure di più: dico che se davvero dovesse vincerle, queste primarie, lunedì poi Nichi dovrebbe venire da noi, dovrebbe venire a chiederci un aiuto per le elezioni vere... e noi, certo, non gli negheremmo il nostro aiuto... però, insomma...’. La registrazione dura tre quarti d’ora. Alle 16, D’Alema sta per risalire in macchina. Destinazione Bitonto, poi Altamura. Fa freddo, c’è tramontana. Ma D’Alema tira su con il naso, sfodera la smorfia che conoscete. ‘Allora, prossima tappa?’”. (red)

9. Regionali, se scelte Udc non piacciono in Vaticano 

Roma - “Chi l’avrebbe detto che Berlusconi potesse finire in minoranza nel proprio partito? Chi avrebbe mai immaginato che il gruppo dirigente del Pdl potesse ‘sconfessare’ il premier, formalmente contrario a un’intesa per le Regionali con l’Udc ‘doppiofornista’ di Casini? Per certi versi l’ufficio di presidenza di ieri rappresenta una svolta, è un fatto storico, segnala un esercizio di democrazia interna che proprio il Cavaliere aveva incoraggiato, siccome ‘voglio che le decisioni siano prese dagli organi previsti dallo Statuto’, aveva detto alla vigilia del vertice: ‘Esporrò la mia visione delle cose e poi mi atterrò alle decisioni della maggioranza’. Si è trattato ovviamente di un esercizio di democrazia a costo zero, perché era chiaro fin dalla scorsa settimana — da quando Berlusconi aveva sollevato il tema durante il colloquio con Fini a Montecitorio— che il Pdl non avrebbe potuto rompere gli accordi già stipulati con i centristi. Troppo alto il rischio di accentuare le tensioni con il presidente della Camera e di perdere regioni decisive nella sfida di marzo. Eppoi il premier un risultato l’aveva comunque già ottenuto, quello di mettere pressione all’Udc, iniziando anzitempo una campagna elettorale aggressiva contro l’avversario-alleato. L’obiettivo tattico è quello di erodere parte del consenso centrista, quel voto di ‘utilità marginale’ che secondo i sondaggi del Cavaliere varrebbe un 2% potenziale”. È quanto scrive Francesco Verderami in un retroscena sul Corriere della sera. “C’è poi un obiettivo strategico, ancora tutto da verificare - aggiunge -: l’intento è di stringere la morsa su Casini per indurlo a scegliere, per fargli cioè perdere quella posizione autonoma rispetto ai due schieramenti. L’analisi di Berlusconi parte dalle difficoltà politiche in cui i centristi si sono venuti a trovare a seguito della crisi del Pd, incapace di offrire a Casini la ‘discontinuità’ chiesta per stipulare le intese con i Democratici. Il ‘caso Puglia’ è il più clamoroso, ma l’accordo obbligato sulla Bresso non è da meno. Difficile capire se il premier si riferisse proprio a quell’intesa siglata dall’Udc in Piemonte, di certo ieri il Cavaliere ha rivelato che ‘anche alle gerarchie vaticane non piace l’atteggiamento di Casini’. La considerazione non è necessariamente riconducibile all’incontro con il cardinal Ruini, però è evidente l’attenzione del premier verso l’elettorato cattolico che rappresenta gran parte del serbatoio di voti per i centristi. Come sempre il Cavaliere sviluppa i suoi ragionamenti sulla scorta delle analisi demoscopiche. L’ultimo report di Ipsos, che ha studiato, evidenzia il calo dell’Udc nel giudizio degli italiani sui partiti: l’indice di fiducia per i centristi, nell’ultimo rilevamento, è sceso di due punti, al 38,1%. A Berlusconi non è sfuggito che la flessione è coincisa con il contemporaneo crollo dei Democratici, che dal 44,1% sono precipitati al 41,4%. E siccome il ‘forno’ di Bersani rischia di spegnersi, il Cavaliere ne ha approfittato per minacciare la chiusura del ‘forno’ pdl ai centristi, tentando così di attrarli nella sua orbita. Se si è mosso, non è stato solo per impedire la saldatura dell’asse tra Casini e Fini, sebbene ieri sera abbia ricordato come ‘era stato proprioGianfranco a dire che l’Udc o veniva con noi o stava fuori’. Pare che il premier sia piccato anche per certe dichiarazioni del capo dei centristi, per quel suo ripetere ‘io lavoro per il dopo Berlusconi’: ‘Lo faccia da un’altra parte... Sempre che ci riesca’. E secondo il Cavaliere ‘Casini non ci riuscirà’, viste le condizioni in cui versa il Pd. Così — mirando a chiudere gli spazi all’Udc— ha riesumato parole d’ordine ‘bipolariste’: ‘Siamo contro il ritorno alla Repubblica dei partiti’, ha detto prima della riunione. Un modo per far presa sul voto d’opinione, sebbene le Regionali non siano il test più adatto. Faceva un certo effetto ieri sentire Berlusconi— in pubblico— invitare il Pdl a non stringere accordi con l’Udc, mentre (quasi) tutti i dirigenti del Pdl— sempre in pubblico — criticavano il ‘doppiofornismo’ dei centristi, garantendo tuttavia che ‘gli accordi locali sono consentiti’. Nell’ufficio di presidenza del partito non sono le divergenze sul rapporto con Casini il vero problema, semmai è il ‘derby del Nord’ da ingaggiare con la Lega a preoccupare. Perché è con Bossi che si giocherà la sfida più difficile. I sondaggi riservati preannunciano una possibile emorragia di voti verso il Carroccio. In Veneto il ‘sorpasso’ è più di un rischio, se è vero che in quella regione i due terzi degli elettori pdl sarebbero disposti a votare per la Lega, mentre solo un decimo degli elettori leghisti darebbe potenzialmente il proprio voto al Pdl. Si vedrà, per ora fa effetto che la parola di Berlusconi sia stata messa in discussione nel suo partito. Ma in fondo si tratta solo di accordi per le Regionali, mica delle leggi sulla giustizia...”. (red)

10. A Scalfari piace l'immunità se serve a lui  

Roma - “Processo breve, appunto. Come la memoria corta di Eugenio Scalfari, moralista senza titoli per esserlo, da anni - come da titolo del suo annoso volume molto pubblicizzato ma di scarso successo - Alla ricerca della morale perduta. La sua? Intellettuale celebre per la disinvoltura nel cambiare idea sui fondamentali della vita pari solo alla proverbiale ricercatezza nel vestire, da cui il soprannome ‘Gegè’ e da cui il noto trend ‘sinistra al cashmere’, Scalfari non perde occasione per dare lezioni di civiltà al prossimo. Iniziò, studente, sui banchi al liceo Mamiani di Roma, quando era un giovane fascista. Continua, da professore a riposo, sulle colonne di Repubblica, oggi che è il più ascoltato dei “vecchi” saggi della Sinistra”. Lo scrive il Giornale, che continua: “Due giorni fa il Fondatore ha dedicato la sua ultima lectio, sotto il titolo ‘Il gesto che Bettino non fece’, alla lettera che il presidente Napolitano ha scritto alla vedova Craxi. E, come faceva sommessamente notare proprio ieri sul Foglio Andrea Marcenaro, affrontando l’aggrovigliato nodo di Tangentopoli Eugenio Scalfari si è lanciato in un ragionamento tanto pacato dal punto di vista linguistico quanto complesso sul piano della coerenza. Così come, del resto, già gli accadde di fare quando, dopo aver esaltato per anni le magnifiche sorti e progressive dell’Unione Sovietica e i luminosi destini proletari, festeggiò commosso il crollo del Muro e del comunismo. Ma tornando all’altroieri: per commentare la vicenda Craxi e i finanziamenti illeciti, Eugenio Scalfari rievoca il discorso parlamentare in cui il leader socialista lanciò una chiamata di correità a tutti i partiti: tutti avevano violato la legge, tutti quindi dovevano assumersene le responsabilità. ‘Discorso senza dubbio coraggioso - chiosa a questo punto Scalfari - se ad esso fosse seguito il necessario sbocco: la chiamata di correo è l’ammissione di un reato particolarmente grave. Chi si avventura su quel terreno prosegue dimettendosi dalle cariche che ricopre e mettendosi a disposizione dell’autorità giudiziaria’. Cioè: si fa processare e sconta l’eventuale condanna. Opinione più che legittima, e forse anche moralmente ineccepibile. Ma perlomeno singolare, e forse moralmente ipocrita, se espressa da un cittadino della Repubblica, e incidentalmente futuro fondatore di Repubblica, che in passato si fece eleggere deputato nel Partito socialista per avvalersi dell’immunità parlamentare e sottrarsi in questo modo alla sentenza dell’autorità giudiziaria. Era l’anno del Sessantotto e dell’inizio della Quinta Legislatura (5 giugno 1968 - 24 maggio 1972) quando Eugenio Scalfari, reduce dall’inchiesta firmata insieme a Lino Jannuzzi sul caso Sifar-De Lorenzo e protagonista di una infiammata vicenda processuale, entrò alla Camera per evitare il peggio. Nel marzo di quell’anno era stato condannato in primo grado dal tribunale di Roma a un anno e quattro mesi di reclusione. Nel giugno fu eletto deputato nelle liste del Psi di Pietro Nenni. Glissando in questo modo, con l’eleganza che gli è propria, quel ‘gesto’ che, con la coerenza che gli è impropria, chiede oggi retrospettivamente a Bettino Craxi. Si chiama doppiopesismo. Pretendere con severità dagli altri il rigore che per codardia non si possiede. Gli piace l’immunità, ma solo quando serve a lui. Comunque Eugenio Scalfari - che fino a quel momento nella sua vita era già stato caporedattore di Roma fascista, poi si era imposto alla pubblica opinione come inflessibile anti-fascista, quindi era stato tra i fondatori del Partito radicale ma ancora non aveva firmato l’appello contro il commissario Calabresi - iniziò la sua avventura di peone socialista sfilando nei cortei contro la ‘repressione’ con un magnifico tre quarti di montone. Della sua personalissima avventura parlamentare, trascinatasi nel più inutile anonimato, si ricordano solo due aneddoti: nel 1969, episodio passato alla Storia e che ormai fa Letteratura, quando un vigile osò fargli una multa alla stazione Centrale di Milano perché aveva parcheggiato in sosta vietata, esplose nell’ormai proverbiale: ‘Lei non sa chi sono io!’, scagliandogli contro l’Espresso; e quando i gruppi extra-parlamentari assaltarono il Corriere della Sera per impedirne la distribuzione, si complimentò con loro: ‘Questi giovani ci insegnano qualcosa, l’assalto alle tipografie può essere un ammonimento per tutte quelle grandi catene giornalistiche abituate a nascondere le informazioni e a manipolare le opinioni pubbliche. Chi ama la libertà non può che rallegrarsene’. Poi Scalfari uscì dal Parlamento, fondò Repubblica e imboccò la strada del moralsocialismo, dimenticandosi del Partito socialista. Solo per ricordarsene, incidentalmente, quando si tratta di chiedere a Bettino quel ‘gesto’ che Eugenio non seppe fare”. (red)

11. Napolitano dà lezioni diritto al capogruppo Idv 

Roma - “Va a finire che il presidente della Repubblica debba dare lezioni private di diritto a un seguace di Antonio Di Pietro, per giunta sulla vicenda Craxi. Giorgio Napolitano ce l’ha con Massimo Donadi, capogruppo Idv alla Camera che peraltro risulta di professione avvocato. E non pare proprio tenerissimo: ‘Desidero solo farle presente che ho l’abitudine di documentarmi e di fare affermazioni precise’. Ecco il busillis: ‘Lei confonde la Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo con la Corte di Giustizia europea, che è cosa diversa’. Bocciatura in piena regola, onorevole Donadi torni al prossimo appello. Il problema è che quelli dell’Italia dei Valori in Parlamento si presentano ogni giorno”. Lo scrive Il Giornale. “Riconciliazione, vocabolo sconosciuto al clan di Tonino. E questo si sapeva già - continua -. Ma guai a gettare acqua sul fuoco sulla via del giustizialismo, quelli proprio non te lo perdonano. Anche se sei il presidente della Repubblica, e parli a dieci anni dalla morte di Bettino Craxi. Alla fine, trovano sempre il modo di mettere il becco. Stavolta il ‘peccato’ di Napolitano è di aver scritto, alla vigilia dell’anniversario, una lettera alla vedova dell’ex leader socialista. Contro di lui, mette nero su bianco il capo dello Stato, ‘ci fu una durezza senza eguali sulla sua persona’ da parte della magistratura, della stampa e di una buona parte della politica. E ancora, ‘il nostro Paese non può consentirsi distorsioni e rimozioni’ sulla figura dell’uomo di governo. Ineccepibile. Napolitano termina il suo messaggio con un’annotazione fondamentale: ‘La Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo, nell’esaminare il ricorso contro una delle sentenze definitive di condanna dell’onorevole Craxi, ritenne che pur nel rispetto delle norme italiane allora vigenti, fosse stato violato il “diritto a un processo equo” per uno degli aspetti indicati dalla Convenzione europea’. Concetto sacrosanto? Macché. Donadi l’aveva presa subito male. Proprio non stava nella pelle e sul blog personale ha sbrodolato nei confronti dell’inquilino del Quirinale: ‘Caro Presidente, rispettosamente, ma totalmente, dissento dal contenuto della lettera’. Più giù l’affondo vero e proprio: ‘(Le sue parole) non stanno servendo affatto a una serena e più condivisa considerazione della figura di Craxi, ma semplicemente stanno dando un’insperata forza a quelle mille interessate voci che tentano oggi, unilateralmente e strumentalmente, di riscrivere la storia a senso unico’. Beccati questa. A conclusione all’amaro sfogo, ecco la buccia di banana sulla giurisprudenza, materia in cui Donadi è laureato, al pari di Di Pietro, certo: ‘... La spinge ad evocare - si rivolge sempre a Napolitano - possibili ingiustizie,(...) come stabilirebbe una sentenza della Corte di Giustizia europea’. Ahi ahi, strafalcione da matita blu. Del resto l’agguerrito Donadi, il giorno prima da Porta a porta, aveva lanciato un’altra metafora sulla scia del già collaudato Berlusconi-Dracula: ‘Quelle del capo dello Stato mi sembrano affermazioni del tipo della Sibilla cumana, che cambia il suo senso a seconda di come si mettono le virgole’. Poteva andare peggio, dopotutto sui banchi dell’Italia dei valori il presidente Napolitano è più noto col gentile appellativo di ‘Morfeo’. Tuttavia l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso nei rapporti tra Quirinale e truppa dipietrista potrebbe sembrare una sottile disputa da azzeccagarbugli, invece siamo all’abc del giusto processo. Concetto probabilmente troppo complicato per certi forcaioli incalliti, a Roma come ad Hammamet. Per questo motivo Giorgio Napolitano - che tutto è tranne un ‘revisionista’ - s’è dovuto scomodare, andando a scrivere alla lavagna a favore degli alunni più duri di comprendonio: ‘Lei non ha evidentemente letto la sentenza a cui mi riferisco, che sul punto da me indicato così recita: “Non è possibile ritenere che il ricorrente abbia beneficiato di un’occasione adeguata e sufficiente per contestare le dichiarazioni che hanno costituito la base legale della sua condanna”‘. Donadi incarta e porta a casa: ‘Ringrazio sentitamente il presidente della Repubblica per l’attenzione e la sensibilità. Prendo atto delle sue precisazioni che, però, lasciano immutato il mio dissenso’. Come l’ennesima figuraccia”. (red)

12. Telecom, la frode delle sim fantasma 

Roma - “Cinque milioni e mezzo di schede sim della Telecom a fine 2008 erano fuorilegge. Su 28 milioni di carte prepagate (e altre 6,7 milioni in abbonamento), una su cinque violava il codice delle comunicazioni elettroniche, che prescrive di rilevare i dati personali - carta d’identità e codice fiscale - dell’acquirente di una sim telefonica”. Lo scrive La Stampa, che spiega: “Sistema ramificato - Con l’implicazione di una quantità enorme di sim attive, difficilmente rintracciabili (perché non associate al vero proprietario come prescrive la legge) potenzialmente utilizzabili per scopi illeciti. Un vero e proprio ‘sistema», partito dal basso, dalla rete di vendita, ma ramificato fino ai piani alti di Telecom, costato il posto a un top manager, ad alcuni dirigenti e alla sospensione dal lavoro di una serie di dipendenti. La storia inizia due anni fa, si conclude - almeno per ciò che riguarda gli aspetti interni all’azienda - in questi giorni e merita di essere raccontata in tutta la sua ampiezza. Più schede, più bonus - Il sistema di incentivazione dei rivenditori di sim Telecom Italia prevedeva, fino al 2008, un sistema di premi sulla base delle sim attivate. Più sim vendi, più guadagni. Tutto funzionava a meraviglia fino all’inizio del 2008, quando una serie di verifiche interne fatte a campione fa emergere delle irregolarità. L’ad Franco Bernabè, il 9 maggio, emana una circolare interna contenente ‘precise disposizioni finalizzate a sradicare il fenomeno della fraudolenta attivazione di sim card». Parte un’indagine interna curata dalla Ti Audit & Compliance, società del gruppo che si occupa dei controlli interni, a capo della quale nel frattempo è arrivato Federico Maurizio D’Andrea, ex colonnello della Guardia di Finanza, già in prima linea per l’indagine di Mani pulite e chiamato da Francesco Saverio Borrelli al suo fianco in Federcalcio. La Ti Audit esamina le sim vendute nel 2007 e il 4 luglio del 2008, quando consegna i risultati, il fenomeno emerge in tutta la sua ampiezza. ‘Assenza di documenti d’identificazione dei clienti nell’archivio aziendale (la cui acquisizione è obbligatoria per legge) per il 55,1% delle utenze prepagate intestate nel 2007». Oltre 4 milioni su 8,097 milioni di sim vendute quell’anno. Il rapporto indica i rischi per l’azienda (‘non rispondenza alla normativa di riferimento») e assegna il livello massimo (‘critico'). Indica una serie di misure da intraprendere per evitare la frode su larga scala ai danni dell’azienda, dando appuntamento a un successivo audit per fare il punto sulla loro efficacia. Vengono anche indicati i responsabili delle azioni da compiere: per la parte delle rete commerciale è il capo, Lucio Golinelli. Situazione critica - Il secondo documento è 9 aprile del 2009: la situazione è migliorata ma critica. Nel frattempo è successo qualcos’altro. A Feltre, il pm di Belluno Luigi Leghista ha trovato alcuni venditori Telecom che intestavano le schede un po’ come capitava. Persone ignare o inventate, e schede che erano finite in mano a personaggi legati alla malavita. Gli inquirenti capiscono che il fenomeno non si limita ad alcuni rivenditori di Feltre e a metà luglio i finanzieri si presentano agli uffici Telecom di Roma e acquisiscono i documenti dagli uffici di Golinelli e di alcuni suoi collaboratori. A settembre vengono richieste dall’autorità giudiziaria informazioni su Advalso, una società del gruppo che si occupa di raccolta e archiviazione dati. A inizio dicembre vengono sentiti i collaboratori di Golinelli come persone informate sui fatti. Infine, il 18 dicembre del 2008, Golinelli viene licenziato. Marilyn e Spider Man - L’indagine del 2009 è ancora più circostanziata: nelle sue ventisette pagine c’è scritto che le schede irregolari, tra tutte quelle vendute tra il 2005 e il 2008, sono 5,5 milioni. Di queste, 5,2 milioni con il documento non in regola e 285 mila associate a codici fiscali inesistenti. Il quadro è ‘ancora critico», c’è scritto, in seguito alla ‘parziale realizzazione di alcune fondamentali azioni di miglioramento»; che il management dell’area commerciale (dove al vertice stava Golinelli) ha assegnato le verifiche alle stesse funzioni commerciali che quelle azioni le mettono in atto; che alcune delle misure previste sono state realizzate da un punto di vista ‘formale ma non sostanziale». Vengono controllati i codici fiscali con più di dieci numeri intestati: la media è di 37 per ciascuno, con punte di oltre mille. Un venditore del Nord-Est, la Connecta srl, ha assegnato 3.577 numeri a 3 soli codici fiscali. Un altro dell’aera Centro-Nord, la Sm srl, ha venduto 1.167 schede allo stesso codice fiscale, almeno in teoria tutte alla stessa persona. Un testimone racconta che durante le verifiche spunta fuori al posto dei documenti la foto di Marilyn Monroe e quella dell’Uomo Ragno. Nel 2008, il sistema degli incentivi prevedeva bonus maggiori per clienti che passavano a Telecom da un altro gestore? Bene, il 40% delle intestazioni multiple riguardava proprio questo tipo di utenti. L’attenzione cade sul ‘canale etnico», la struttura commerciale che sovrintende alla vendita di schede sim presso i centri per chiamate internazionali e intercontinentali, utilizzati da clienti stranieri. È un segmento appetibile del mercato ma anche delicato, specie per la rilevanza delle implicazioni in tema di controlli antiterrorismo, per questi venditori c’è un tetto massimo alle intestazioni multiple: a una stessa persona non possono essere assegnati più di 4 numeri. Salta fuori che il 40% delle schede dei clienti ha 3 numeri di telefono intestati. Cancellate - Il 31 marzo, oltre a tutte le revisioni di procedure, viene così avviato il controllo sistematico di tutte le schede irregolari. Un lavoro immane, dice l’ad Bernabè nell’intervista a fianco. La fine è arrivata pochi giorni fa: 4,5 milioni di schede cancellate, mezzo milione alle quali è stata inibita la ricarica, un milione circa quelle ‘regolarizzate'. E l’Uomo Ragno non ha più un telefonino”. (red)

13. Banche e Cina affossano le borse 

Roma - “Le Borse mondiali soffrono per le deludenti performance delle banche americane e per via della nuova stretta creditizia decisa dalla Cina. Da Londra a Parigi, da Francoforte a Madrid, ovunque domina il segno meno e Milano lascia sul campo il 2,5%. I mercati europei subiscono così il peggior calo dell´ultimo mese e mezzo; Wall Street perde terreno (Dow Jones -1,14%). I ribassi si registrano nonostante dal Fondo monetario internazionali arrivi una buona notizia: l´economia mondiale è ripartita. Anche l´Italia va meglio con una crescita quest´anno dell´1%, la stessa cifra fornita dal ministro dell´Economia, Giulio Tremonti”. Lo scrive La Repubblica, che prosegue: “‘La ripresa è più forte del previsto’, assicura Dominique Strauss-Kahn, numero uno del Fmi. Di conseguenza l´istituto aggiorna le sue previsioni, anche quelle nazionali. L´1% di Pil assegnato all´Italia è superiore dello 0,8% rispetto alle ultime stime di ottobre. Per il 2011 le proiezioni di questi esperti parlano di una espansione dell´1,3%, circa 0,6 punti in più. Il paese può vantare quest´anno una crescita superiore, anche se di appena uno 0,1%, alla media di Eurolandia: +0,9%, (+1,5 nel 2011). Ma tra i grandi partner dell´area euro, meglio dell´Italia andranno sia la Germania (+1,4% nel 2010, +1,8% nel 2011) che la Francia (rispettivamente +1,2% e +1,6%). Resta invece critica la situazione della Spagna, con un´economia ancora in contrazione dello 0,7% quest´anno e in rialzo di appena lo 0,8% il prossimo. Le Borse scendono, spinte al ribasso dal binomio banche-Cina. Eppure proprio l´economia cinese, secondo il Fmi, è il motore della ripresa globale, quantificata in un aumento del 3,9% (dal 3,1) e del 4,2% nel 2011. Già quest´anno l´economia cinese tornerà ad una crescita ‘a due cifre’, avanzando ad un tasso del 10%, un punto in più rispetto alle ultime proiezioni. Le autorità di Pechino, per scongiurare nuove bolle e la ripresa dell´inflazione, decidono un´altra stretta al credito, i cui effetti pesano pure sulla Borsa di Shanghai, attraverso l´imposizione alle banche di un ulteriore aumento delle riserve obbligatorie per frenare la corsa dei prestiti. Anche se l´economia va meglio, Strauss-Kahn continua a vedere una ‘situazione fragile’. I suoi timori hanno a che fare col fatto che la ripresa non è omogenea e procede ‘a diverse velocità’ nelle varie regioni: è forte in Asia (oltre alla Cina anche l´India avanza al ritmo del 7,7%); ma è debole nelle economie avanzate e ‘ancora legata al sostegno dei governi’. Una riprova viene dalle stime sul Pil americano che quest´anno salirà del 2,7% (dall´1,2) per poi addirittura ridursi nel 2011 fino a quota 2,3%, con una revisione al ribasso di 0,5 punti. Il Fmi teme soprattutto per la disoccupazione che è oggi ‘una delle maggiori preoccupazioni’. Strauss-Kahn suggerisce che i governi dirottino a sostegno del lavoro parte degli stimoli all´economia. L´aggiornamento delle stime globali Fmi sarà reso noto martedi prossimo”. (red)

14. Obama incassa sconfitta, pronto a trattare su sanità 

Roma - “‘Ognuno è responsabile di questa sconfitta, me compreso’. Con questa autocritica Barack Obama incassa il pesante verdetto degli elettori del Massachusetts. Non un voto locale, ammette il presidente, ma un giudizio negativo sulla sua politica. Con conseguenze pesanti sulla riforma sanitaria: il presidente ne prende atto, invita a ‘procedere sugli aspetti della riforma che ci uniscono’. E´ un´allusione a una mini-riforma, svuotata degli aspetti più innovativi, per venire incontro ai repubblicani”. Lo scrive La Repubblica, che continua: “La batosta di Boston è un pessimo presagio per le elezioni legislative di novembre. Tanto più grave perché è venuto da una roccaforte democratica. Il seggio senatoriale in palio martedì era vacante dopo la morte di Ted Kennedy: il leader storico della sinistra lì era stato eletto per 46 anni consecutivi. ‘E´ un messaggio potente’ esulta Scott Brown, l´outsider repubblicano che ha vinto con il 52%. ‘Adesso il presidente dovrà governare al centro’, gli fa eco il leader dei repubblicani al Senato, Mitch McConnell. Lo tsunami elettorale che ha sconvolto il Massachusetts si riassume in un dato. Nel collegio che comprende Hyannisport, l´elegante porticciolo dove il clan dei Kennedy si riunisce da generazioni nella storica villa di famiglia, il repubblicano Brown ha stravinto con 12.331 voti contro 7.543 per la sua rivale democratica Martha Coakley. Quasi una profanazione. Sul banco degli imputati c´è naturalmente la candidata democratica. Favorita nei sondaggi con 20 punti di scarto ancora due mesi fa, la Coakley ha praticamente evitato di fare campagna elettorale: neanche 20 comizi contro i 66 del suo avversario. Tra le sue gaffes, ha perfino scambiato un campione di baseball dei Red Sox (la squadra di Boston) per un tifoso degli Yankee (i rivali di New York). Un segnale di snobismo che ha contribuito a incollarle l´immagine élitaria, distante dai problemi quotidiani dei cittadini. Ma la Coakley non ha sbagliato da sola, come ammette la Casa Bianca. Domenica Obama andò in persona a Boston per esortare gli elettori ‘ad andare avanti, non a tornare indietro’. Il suo carisma non ha funzionato. Peggio: lui stesso è diventato un motivo per votare contro. Brown ha impostato la campagna su temi nazionali, attaccando la riforma sanitaria e l´assistenza universale come un esempio dello "statalismo" di Obama che rovina i conti pubblici e crea le premesse di una stangata fiscale sul ceto medio. Ora proprio Brown diventa il 41esimo repubblicano al Senato, togliendo al partito del presidente quella maggioranza qualificata (60 senatori su 100) che consentiva di evitare l´ostruzionismo dell´opposizione. Salvare la riforma sanitaria è urgente ma complicato. Obama ieri ha sbarrato la strada a ogni pasticcio legislativo. Niente scorciatoie, ha detto il presidente, a chi tra i democratici immaginava un iter-lampo per approvare la riforma così com´è uscita in prima lettura a Natale. Il presidente vuole meditare sul messaggio degli elettori. La Camera avrà modo di discutere ed emendare il testo del Senato. Cercando dei compromessi bipartisan. Tra le vittime del voto nel Massachusetts c´è il sogno del "riallineamento". L´idea cioè che Obama fosse un nuovo Franklin Roosevelt: il presidente che dal 1933 in poi spostò per decenni i rapporti di forze tra sinistra e destra, inaugurando una lunga egemonia democratica e una stagione di riforme radicali. Oggi un terzo degli americani si dichiarano indipendenti, non hanno fedeltà di partito; nel Massachusetts arrivano al 50%, ed è stato fatale il loro spostamento a destra. ‘Alle elezioni di mid-term - dice il politologo di Harvard Marty Linsky - tradizionalmente gli americani puniscono il partito del presidente. E a novembre non faranno eccezione’. In palio tra dieci mesi ci saranno tutti i 435 seggi della Camera, un terzo (36) dei senatori, e 37 governatori di Stati. Il voto di ieri crea un vento di panico tra i democratici. Molti hanno già ritirato le loro candidature. Rischiano di perdere anche dei leader importanti come il capogruppo del Senato Harry Reid, e il presidente della commissione Finanze Chris Dodd (che dirige la riforma bancaria). Tutti puntano il dito contro Obama. Eletto nel 2008 con il vantaggio più forte di un presidente democratico da più di 30 anni, oggi il suo indice di consenso è precipitato al 48%”. (red)

15. Scuola, l'obbligo può finire a 15 anni 

Roma - “Si potrà cominciare a lavorare già a 15 anni come apprendisti senza per questo violare l’obbligo scolastico previsto fino a 16 anni e l’apprendistato varrà come ultimo anno scolastico. Lo stabilisce un emendamento al disegno di legge lavoro collegato alla Finanziaria e approvato dalla commissione Lavoro della Camera, che ieri ha finito di esaminare il provvedimento (l’aula lo voterà la prossima settimana)”. Lo scrive il Corriere della sera, che continua: “Chi l’ha voluto — il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi soprattutto e il relatore Giuliano Cazzola (Pdl) — ne parla come di ‘un’opportunità in più offerta a quei 126 mila giovani tra i 14 e i 16 anni, il 5,4 per cento che, secondo il rapporto Isfol del 2009, superata la scuola media non studiano e non lavorano. Talora lavorano in nero’. Ma chi lo avversa pensa che sia nient’altro che un abbassamento a 15 anni dell’obbligo scolastico. Un ritorno al passato. L’ex ministro Fioroni, che l’aveva portato a 16 anni, dice: ‘Invece di intensificare gli sforzi per collegare la fase educativa alla formazione, si fa un salto all’indietro macroscopico’. Anche i sindacati sono critici. La Uil, per esempio, con Massimo Di Menna, esprime ‘netta contrarietà’, rivolge al governo un ‘pressante’ invito a ‘non procedere in questa direzione’ e chiede al ministro Gelmini di dire la sua. Il ministro della Pubblica istruzione lo accontenta, ma il suo intervento va nella direzione opposta. ‘Sono favorevole a qualsiasi iniziativa per inserire subito i giovani nel mondo del lavoro’, dice. E alministero, poi, sottolineano che Fioroni aveva innalzato l’obbligo scolastico chiamandolo obbligo di istruzione per consentire un percorso misto tra formazione e apprendistato, senza prevedere alcuna alternativa ai banchi di scuola. La stessa Gelmini nel 2008, con un suo provvedimento, ha già consentito di utilizzare quei due anni, dai 14 ai 16, per seguire corsi di formazione organizzati dalle Regioni. Il ministro Sacconi vuole andare oltre i corsi di formazione, quasi mai utili per accedere al lavoro, e ricorda che si parla di apprendistato speciale, quello della legge Biagi per i minorenni, che prevede una parte di formazione teorica e un’altra di formazione pratica, una scuola in azienda. E invece no, gli ribatte Mimmo Pantaleo della Cgil, la sostanza è ben altro: ‘Siamo fortemente contrari. Questo è l’ultimo atto dello smantellamento di un vero obbligo scolastico con un finto apprendistato che sarà invece nient’altro che un vero lavoro a 15 anni. Fa il paio con la riforma della secondaria superiore che ha eliminato il biennio unitario’. Dura anche la Cisl (Giorgio Santini): ‘Correggete l’emendamento, approvato in modo frettoloso senza nessuna consultazione delle parti sociali’. Durissimo il Pd (la senatrice Vittoria Franco): ‘Visione retriva e obsoleta dell’istruzione, daremo battaglia’. Non è vero, controbatte Sacconi, ‘le critiche all’apprendistato sono ideologiche’. La presidente di Confindustria gli dà ragione. Dice Emma Marcegaglia: ‘L’apprendistato combatte l’abbandono, i giovani che lasciano gli studi possono trovare un lavoro e continuare in azienda la loro formazione’. Protesta la Rete degli Studenti (Luca De Zolt): ‘Questo emendamento, accanto alla riforma delle superiori, ci restituisce una scuola ridotta ai minimi termini’”. (red)

Prima Pagina 21 gennaio 2010

Crisi: cose che contano (e altre che no).