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Se 35 ore vi sembrano poche

Il 19 gennaio del 2000 entrava in vigore in Francia la legge Aubry che riduceva l’orario di lavoro settimanale a 35 ore. Oggi, dopo dieci anni di vita, secondo un sondaggio i francesi sono divisi a metà sul suo esito: per il 53% è stata una piccola rivoluzione positiva, per gli altri, soprattutto commercianti, artigiani e imprenditori, è stata una cattiva legge, se non una “catastrofe”, come l’ha definita il presidente Nicolas Sarkozy. Il quale tuttavia si è finora guardato bene dall’abolirla. Evidentemente perché nel suo elettorato numerosi sono i quadri d’azienda che più ancora dei dipendenti - specialmente i meno qualificati e sindacalizzati, costretti a fare turni odiosamente irregolari – hanno beneficiato della flessibilità degli orari. Perché se è vero che il monte ore è uguale per tutti, è anche vero che viene distribuito in modo diseguale a seconda della posizione del lavoratore: se di fascia alta, i colletti bianchi, consente una notevole libertà d’autogestione, guadagnando giornate di vacanze grazie ad un calcolo annualizzato; se invece si tratta di operai o impiegati, le cose vanno nettamente peggio. Con ciò si spiega come mai, secondo i dati dell’Istat francese, in media i lavoratori d’Oltralpe macinano 1.559 ore all’anno, più dei tedeschi (1.432) e poco meno di noi italiani (1.566). La produttività, architrave su cui si regge ogni economia capitalista, è salva. 

Durante l’ultima campagna presidenziale, il proposito comune fra la candidata socialista Segolene Royale e il vincitore Sarkò era stato quello di rendere meno rigida la legislazione sulle 35 ore. Il pensiero unico, infatti, non tollera che si lavori sfacciatamente meno, e in nome della “libertà di scelta” ambedue i campioni della destra e della sinistra erano dell’idea di svuotare, di fatto, la norma. Ora, come abbiamo detto la sua applicazione si è rivelata, per usare un termine desueto, classista. E non ha messo minimamente in discussione il dogma produttivistico. Ma l’esigenza prettamente umana di riconoscere maggiore dignità al tempo libero (che già è un’ammissione del fatto che l’altro tempo, quello dedicato al lavoro, sia un tempo schiavo) rappresentava un passo in avanti che la Francia ha voluto istituzionalizzare. Un segnale che va guardato con simpatia e un pizzico d’invidia. Non foss’altro perché qui in Italia, al contrario, imperversa un ministro che lancia crociate contro i “fannulloni” e vorrebbe trasformare gli italiani in giapponesi stakanovisti. A noi invece l’italiano indolente, pennichellaro, boicottatore naturale della paranoia efficientistica piace un sacco. E se una legge non basta, ed anzi fa correre il rischio che chi sgobba si accontenti di veder alleviata la fatica alla pressa invece di scardinare il meccanismo che la governa, quanto meno solleva la grande questione: è il tempo la vera ricchezza. Non i timbri di straordinario sul cartellino di noi moderni schiavi salariati. 

 

Alessio Mannino

Facciamola finita con l’extracomunitario

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