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Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 22/01/2010

1. Le prime pagine

 Roma - CORRIERE DELLA SERA - Editoriale di Daniele Manca: “Fatta la legge non succede nulla”. “Napolitano, allarme a Reggio”. In un riquadro: “Processo breve: nuovo duello Alfano-giudici”. A centropagina: “Obama, linea dura sulle banche”. Fotocolor: “La vendetta dei Khmer rossi”. In basso: “Uccide la dirigente che lo aveva licenziato”. “Per fare il pirata online si paga l’abbonamento”. In un riquadro: “Il prefetto: a Milano la mafia non esiste”. “Brunetta: ‘Il ciclo di Cacciari è finito’”.  

LA REPUBBLICA - “Calabria, la sfida dei boss nel giorno di Napolitano”. “Obama: stop alle banche troppo grandi. E le Borse vanno giù”. Commento di Federico Rampini: “Operazione contrattacco”. A centropagina fotocolor: “No dell’Europa ai bodyscanner: rischi alla salute”. In basso: “Quando i mostri diventarono eroi”. In un riquadro: “Foto-ricatti da 300 mila euro. Sotto esame anche Signorini”. “Sgarbi alla Biennale ‘Ci porterò mantegna’”. 

LA STAMPA - Editoriale di Gian Enrico Rusconi: “Lo spettacolo mal riuscito della politica”. “Calabria, l’arsenale in auto: ‘Intimidazione a Napolitano’”. In un riquadro: “Licenziato, killer in Comune”. “Clima, l’intesa non è rispettata”. “Le regole d’oro dello scroccone”. Centropagina fotocolor: “La grande fuga da Haiti”. In un riquadro: “Bossi: La Tav? Chissà se serve al Piemonte”. In basso: “Allarme occupazione dalla Banca europea”.  

IL GIORNALE - Editoriale di Alessandro Sallusti: “Processo breve e bufale senza limiti”. “Nuova ondata di sexy scandali”. A centropagina: “La pace del branzino mette nei guai casini”. In un riquadro: “Io che la conosco bene vi svelo chi è la Bonino”, di Daniele Capezzone. “Dividiamoci la Rai per non farla morire”, di Marcello Veneziani. In basso: “Il nazismo antinazista della nipote di Goering”. In un riquadro: “Ecco come la mia Biennale diventerà il trionfo dell’arte”.  

IL TEMPO - Editoriale di Giuseppe Sanzotta: “Chi aiuta veramente i criminali”. “Fini e berlusconi, tregua elettorale”. In un riquadro: “È tornato il Polo del ’94. Nord e Sud, due modelli”. A centropagina: “Raptus, ingegnere ferisce nove pompieri”, In un riquadro: “Alemanno lancia le Olimpiadi ‘ecologiche’”. “La vittoria di Pirro di bin Laden”. In basso: “Corsie dei bus, tolleranza zero”. In un riquadro: “ma quali cd, sul web basta una canzone”.  

L’UNITA’ - “Intimidazione mafiosa. Diciamo basta”. In basso: “No alla legge anti-truffa”. “Il Pdl all’attacco”. “Processo breve dopo il voto”. 

LIBERO - “Gli scheletri della Bonino”. Fotocolor: “Liquidazioni d’oro per Marrazzo & co.”. A centropagina: “Il Csm fa una ‘legge’ ad personam”. In basso: “Il sindaco con una lei (e un bancomat) di troppo”. 

 IL MESSAGGERO - Editoriale di Oscar Giannino: “La partita che l’Italia deve giocare fino in fondo”. “‘Mai più un’altra Rosarno’”. Fotocolor: “Terrore nella scuola dei pompieri, ingegnere ferisce dieci colleghi”. A centropagina: “Ricerca, risorse per 400 milioni. Il Piano tiennale parte frenato”. In basso. “Obama, giro di vite sulle banche”. “Quando il razzismo mina lo sport”.  

IL SOLE 24 ORE - Editoriale di Luigi Zingales: “I cattivi consigli della demagogia”. “Stretta di Obama sulle banche”. In un riquadro: “Il debito greco spaventa l’Ue. Giallo sul prestito”. A centropagina: “La Cina chiude il 2009 in fuga: il Pil sale del 10,7 per cento”. In basso: “La mannaia del taglialeggi cancella gli ingegneri”. (red)

 

2. Calabria, la 'ndrangheta "sfida" Napolitano

Roma - “Armi ed esplosivi, c´era tutto l´arsenale tipico delle cosche della ‘ndrangheta nella macchina trovata a un centinaio di metri dall´aeroporto Tito Minniti di Reggio Calabria - riporta REPUBBLICA -. I clan calabresi hanno segnato nuovamente il territorio. Trovando il modo di dimostrare ancora una volta che Reggio è terra di ‘ndrine. Spregiudicate e violente, anche ieri, giorno della visita del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, proprio mercoledì aveva definito la ‘ndrangheta ‘la più insidiosa delle mafie’. L´auto, rubata la notte prima, è stata notata da una pattuglia del Comando provinciale dei carabinieri intorno alle 12,30. Pioveva sullo Stretto e la Fiat Marea di colore nero aveva, stranamente, i finestrini abbassati. Un´anomalia, che ha attirato l´attenzione delle forze dell´ordine. Era parcheggiata sulla via Ravagnese Superiore, una strada che collega la circonvallazione allo scalo aeroportuale. Quando i carabinieri si sono avvicinati per guardare nell´abitacolo, hanno notato che tra i sedili posteriori e gli sportelli c´erano incastrati due fucili calibro 12 a canne mozze. Lupare, che hanno fatto scattare l´allarme. Poi, sotto il sedile anteriore, lato autista, sono state trovate due pistole, una calibro 7.65 ed una 38 a tamburo. Accanto due ordigni rudimentali, composti rispettivamente da un tubo lungo una trentina di centimetri e largo 12 ed un altro di 15 centimetri per 12, collegati con una miccia a lenta combustione. Tra i piedi del passeggero anche tre passamontagna di colore verde. Nel bagagliaio, infine, i militari hanno scoperto una tanica da due litri con liquido infiammabile alla quale erano attaccati fiammiferi antivento. Quanto basta per far intervenire gli artificieri per la messa in sicurezza della zona, tanto più che un´ora dopo al Tito Minniti era atteso il Capo dello Stato in partenza per Roma dopo una serie di incontri cittadini”.  

“Della vicenda si sta occupando la Direzione distrettuale antimafia. Già ieri sera gli esperti del Ris di Messina erano al lavoro alla ricerca di impronte digitali e tracce biologiche. Un lavoro complesso, che richiederà tempo. Gli inquirenti seguono due piste. La più immediata è quella secondo cui l´auto sarebbe stata abbandonata dai suoi occupanti alla vista dei controlli che le forze dell´ordine fanno di routine al passaggio di rappresentanti istituzionali dall´aeroporto dello Stretto. In questo caso si tratterebbe di un trasporto delle armi e dell´esplosivo per future azioni intimidatorie interrotto casualmente. È questa la tesi sostenuta, per esempio, dal procuratore aggiunto, Nicola Gratteri: ‘Il ritrovamento dell´automobile non è assolutamente un segnale lanciato alle istituzioni’. Per il magistrato: ‘Se qualcuno avesse voluto attuare un´azione in tal senso, l´automobile sarebbe stata lasciata davanti ad un ufficio pubblico o giudiziario. In realtà quelli nell´auto erano soltanto "attrezzi" per attuare un´intimidazione collegata, presumibilmente, ad un tentativo di estorsione. Nulla di più’. C´è poi una seconda ipotesi, che non viene esclusa e che nelle ultime ore prende sempre più corpo. Secondo fonti dell´antimafia, non è da escludere che la macchina con esplosivo e armi ‘fatta trovare su segnalazione di una fonte confidenziale proprio stamattina, quando Reggio Calabria era presidiata dagli uomini delle forze dell´ordine per la visita del Presidente Napolitano, sia un segnale di minaccia e intimidazione nei confronti dello Stato. Forse in un primo momento - aggiungono le stesse fonti - si è voluto minimizzare questo ‘ritrovamento’ per non ammettere che nel sistema di sicurezza qualche ‘smagliatura c´è stata’. L´episodio, tra l´altro, s´inserisce nel clima di tensione determinatosi a Reggio Calabria dopo l´attentato del 3 gennaio contro la Procura generale e per questo viene valutato con estrema attenzione. Un clima - conclude REPUBBLICA -, di cui si fa interprete anche il Procuratore della Repubblica, Giuseppe Pignatone, secondo il quale ‘il ritrovamento dell´auto con esplosivo conferma la situazione di difficoltà che si sta vivendo in città’”. (red)

 

3. Calabria, Cisterna: "Provocazione in stile corleonese"

Roma - “‘Nessuno si mette ad andare in giro con armi e ordigni quando la città è presidiata. Non è pensabile che le cosche decidano di spostare uomini, armi ed esplosivo in maniera così irragionevole e pericolosa. Sappiamo che il territorio dov’è stata fatta ritrovare l’auto è fortemente controllato dalle cosche, ma non c’è ragione per pensare che abbiano proceduto a una sorta di "attività ordinaria", e cioè estorsioni e danneggiamenti, proprio nel giorno in cui la città era blindata’. Dunque, di cosa si è trattato? - scrive il CORRIERE DELLA SERA -. ‘Quella di ieri non è che una provocazione della ’ndrangheta, per rimarcare la propria presenza’. Ma di questa ‘provocazione’ Alberto Cisterna, magistrato della Direzione nazionale antimafia, un passato da pm alla Procura di reggina, dà un’interpretazione sofisticata. ‘La mia idea è che alcune cosche, quelle di Gioia Tauro, siano dietro questa sequela crescente di intimidazioni verso le istituzioni’. A che scopo? ‘Lo scopo è duplice: da un lato intimidire chi combatte la ’ndrangheta con efficacia sul territorio e dall’altro mostrare alle cosche del reggino, fortemente indebolite, una sorta di ambizione egemone. Qualcosa di simile a ciò che fecero i corleonesi in Sicilia’. È l’inizio di una guerra di ’ndrangheta tra le cosche della Piana e quelle di Reggio Calabria? È in atto un tentativo di alcuni gruppi di svincolarsi dagli asfittici assetti territoriali che connotano la ’ndrangheta reggina: tanti micro-imperi che costituiscono una dimensione insufficiente per le cosche più potenti, che potrebbero aver di mira la straordinaria macchina d’affari e di ricchezza che sarà il ponte sullo stretto’. Ma allora perché andare allo scontro con lo Stato? ‘La volontà di emergere nei confronti di altre cosche richiede anche una forte contrapposizione con lo Stato e i suoi apparati repressivi. E le famiglie del triangolo composto da Gioia Tauro, Rosarno, Sinopoli...’”. (red)

4. Processo breve, trovata l'intesa Berlusconi-Fini

Roma - “Può sembrare grottesco, forse lo è: nel mentre esatto che sulla pubblica arena volavano insulti anche pittoreschi tra governo e opposizione (per non dire tra ministro Guardasigilli e sindacato delle toghe), in quel preciso istante a tavola, nell’atmosfera ovattata dell’Hotel de Russie dietro Piazza del Popolo, si celebrava ieri la messa da requiem del ‘processo breve’, madre di tutte le discordie - riporta LA STAMPA -. Veniva pattuito di comune accordo, senza sfumature apprezzabili tra Berlusconi e Fini, che la legge appena approvata in Senato verrà subito inghiottita dalla Commissione giustizia della Camera. E lì se ne perderanno le tracce, quantomeno per i prossimi due mesi. Poi, una volta celebrate le elezioni regionali in data 28 marzo, pigramente l’Aula procederà all’esame dell’articolato. Viene dato per certo che ci saranno delle modifiche, magari addirittura il ‘processo breve’ verrà purgato della norma ‘ad personam’ che cancella i due processi del premier. Col risultato che la legge (a quel punto senza più clamore, è chiaro) verrà rispedita alla casella del ‘via’, cioè in Senato, senza nemmeno escludere un quarto passaggio parlamentare... Insomma, non se ne farà più nulla. Tranne che nell’ipotesi molto d’emergenza in cui Berlusconi si ritrovasse completamente inerme davanti ai giudici milanesi, privo di qualunque altro scudo contro le condanne incombenti. In quel caso basterebbe un attimo per riaprire il cassetto, tirarne fuori la legge già timbrata da un ramo del Parlamento e approvarla seduta stante. Sarebbe la classica ciambella di salvataggio, il Cavaliere stesso potendo eviterebbe di restarvi aggrappato poiché si rende conto dello sconquasso per l’intero sistema della giustizia. Ma si tratta di un rimedio da ultima spiaggia. La rotta tracciata ieri nel pranzo tra Berlusconi e Fini punta semmai sul ‘legittimo impedimento’, l’altro cavillo escogitato per legare le mani ai giudici milanesi”. 

“La sostanza è che non potranno tenersi udienze ogni qualvolta il premier sarà impedito, appunto, da impegni istituzionali. Lunedì la legge arriverà in Aula alla Camera. Sette giorni di rinvio per definire gli emendamenti, quindi approvazione in un battibaleno. E stavolta niente ‘ammuina’: corsa contro il tempo al Senato, entro le Idi di marzo il ‘legittimo impedimento’ sarà in ‘Gazzetta ufficiale’. Quando i giudici convocheranno Berlusconi, lui potrà tranquillamente rispondere: oggi ho l’agenda piena, domani pure... Fini non solleva obiezioni. Aveva forti riserve sul ‘processo breve’, ci penseranno i suoi a presentarla come una vittoria. Berlusconi alza le spalle, l’importante per il Cavaliere è mettersi al riparo. Poi, in realtà, molto resta da definire, certi ‘dettagli’ sono per niente chiari. Ad esempio, si sa che l’impedimento legittimo del premier durerà 18 mesi, il tempo necessario a varare una riforma della Costituzione che impedisca ai giudici di distrarre il conducente. Ma ancora non si capisce bene quali saranno gli ‘impedimenti’ consentiti per legge (c’è discussione se ricomprendere nella lista quelli di natura internazionale), e tantomeno in che modo la Carta costituzionale verrà ritoccata. Nei pochi minuti di ragionamento a tavola, in un clima giurano parecchio rilassato, l’idea prevalente è parsa quella di puntare sull’immunità per tutti i politici anziché sullo scudo per uno soltanto. Com’era prima del ‘93 e di Tangentopoli. A sua volta, qualunque riforma della Costituzione richiede forme di convergenza bipartisan. E’ la ragione niente affatto misteriosa per cui nella cerchia berlusconiana si ripete senza tregua il mantra del dialogo con l’opposizione. ‘Non crediamo affatto che la stagione delle riforme sia prematuramente finita’, insiste il portavoce del premier, Bonaiuti. Bersani oggi manifesta sdegno, annuncia battaglia sul ‘processo breve’ e pure sul ‘legittimo impedimento’. L’interrogativo - conclude LA STAMPA -, è se terrà duro anche dopo le Regionali”. (red)

5. Processo breve, scontro Alfano-Anm

Roma - “È la resa dello Stato di fronte alla criminalità’, si indigna il segretario dell´Anm Giuseppe Cascini. ‘Durissimo colpo al funzionamento del processo’, protesta il presidente del sindacato delle toghe Luca Palamara - scrive REPUBBLICA -. Dopo la tempestosa approvazione in Senato del processo breve esplode la protesta dei magistrati a cui il ministro della Giustizia Angelino Alfano replica irritato: ‘Mi cadono le braccia’. Mentre all´hotel de Russie Berlusconi e Fini cercavano l´accordo sulle regionali e sulla Giustizia, lo scontro fra le toghe e il governo raggiunge di nuovo un picco di tensione altissima, non solo per il provvedimento che adesso andrà alla Camera, ma anche per la violentissima definizione di Berlusconi che ha paragonato i tribunali che lo devono giudicare a ‘plotoni di esecuzione’. Una frase che il Csm vaglierà nel fascicolo sulle numerose delegittimazioni della magistratura ad opera del presidente del consiglio. L´Anm considera il cosiddetto processo breve una nuova picconata alla Giustizia. ‘Per reagire alla pretesa persecuzione giudiziaria - dice infatti Cascini - la maggioranza e il governo decidono di distruggere l´intera giustizia penale in Italia. Si stanno mettendo in discussione le fondamenta dello Stato democratico’. Non è una posizione ideologica, dicono i magistrati: ‘Esprimiamo e ribadiamo - spiega infatti Palamara - giudizi esclusivamente di carattere tecnico sulle conseguenze gravemente dannose ed estremamente negative del provvedimento’”. 

“Per il ministro Alfano questi giudizi sono una dichiarazione di guerra basata su ‘plateali mistificazioni’ dette ‘da chi non può non sapere che il processo a data certa, per la criminalità organizzata dura dieci anni, a cui si aggiungono quelli delle indagini’. Quindi , secondo il ministro della Giustizia, ‘una cosa è che talune affermazioni giungano dall´opposizione, ben altra cosa è che a pronunciarle siano i rappresentanti della magistratura’. Di fronte agli sforzi del governo per dotare il premier di un impenetrabile scudo contro i processi, il Pd con la capogruppo del Pd in commissione Giustizia Donatella Ferranti ha coniato una definizione che ha fatto infuriare ancora di più il ministro della Giustizia: ‘Dalle leggi ad personam siamo passati al ministro ad personam’. Anche il giudizio del segretario Bersani è implacabile: ‘Il processo breve è la cosa peggiore che potessero fare, è chiaramente uno schiaffo a migliaia di persone che aspettano giustizia. E´ la cancellazione di migliaia di processi per cancellarne uno. Una vergogna. Una amnistia per i colletti bianchi. Inaccettabile. Alla Camera combatteremo’. Di Pietro - conclude REPUBBLICA -, si mantiene sul consueto registro: ‘I processi d´ora in poi non si faranno più e i delinquenti se la spasseranno alla faccia delle vittime e della giustizia. Berlusconi, la sua maggioranza e tutti coloro che si renderanno complici di questa polizza d´impunità per malviventi - sottolinea il leader dell´Idv - saranno responsabili di aver ridotto l´Italia ad un Far West dove i cittadini, esasperati, finiranno per optare per una giustizia ‘fai da te’”. (red)

6. Processo breve, intesa Cav-Fini salda opposizione

Roma - “Si è compattata anche l’opposizione. Con una risposta senza sbavature alla legge sul ‘processo breve’ approvata mercoledì in Senato - scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA -. Non si avvertono più grandi distinzioni fra il Pd di Pier Luigi Bersani e l’Idv di Di Pietro e De Magistris. Guglielmo Epifani, segretario della Cgil, schiera anche il suo sindacato contro il provvedimento. E l’Anm e le altre magistrature insistono sulle conseguenze ‘gravemente dannose e negative’ su migliaia di procedimenti in corso. Eppure, lo scontro non sembra scalfire la determinazione del governo. A certificarla è Umberto Bossi, capo della Lega: ‘Sulla giustizia il percorso è avviato, non ci fermeranno’. Sono parole che formalizzano la tregua fra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini; e riducono le probabilità di una frattura quando la legge sul ‘processo a data certa’, come preferisce definirlo il Guardasigilli, Angelo Alfano, approderà alla Camera. Palazzo Chigi si sente più forte, in primo luogo nella propria coalizione. Per questo non intende forzare i tempi a Montecitorio. Si limita a sottolineare con Fabrizio Cicchitto la subalternità del Pd a Di Pietro. D’altronde, il compattamento del centrodestra ottiene di rimbalzo quello avversario. E la sollevazione dei magistrati non lascia al Pd margini di manovra: le Regionali di primavera sono un ostacolo al confronto”. 

“La sinistra politica deve fare i conti con quella sindacale e giudiziaria; e con quella parte dell’opinione pubblica convinta che sia stata approvata l’ennesima legge ad personam destinata ad affossare la giustizia. ‘Sarà il trionfo della tecnica di Erode’, profetizza il procuratore di Torino, Caselli. La sua tesi è che si ‘farà strage di una massa di processi innocenti’, come effetto collaterale dell’estinzione di quelli che riguardano il premier o i ‘colletti bianchi’. È l’accusa che ripetono Epifani, Pd, e un’Idv che con De Magistris paragona il ‘processo breve’ a un’’amnistia veloce’. Ma nella foga delle critiche, l’Anm ieri è stata costretta a una correzione di rotta. Dopo che il suo segretario aveva parlato di ‘resa dello Stato alla criminalità’, il presidente, Luca Palamara, ha precisato che le valutazioni dell’Anm sono soltanto ‘di carattere tecnico’. La puntualizzazione è stata apprezzata dal governo, che aveva chiesto maggiore serenità e distacco. Ma il braccio di ferro è in pieno svolgimento. Le parole berlusconiane contro le procure ‘plotoni d’esecuzione’ hanno avuto l’effetto di ingrossare il fascicolo del Csm che raccoglie gli attacchi del premier. Come dice Bossi, il percorso è tracciato. Ma potrebbe riservare altre sorprese. E sullo sfondo - conclude Franco -, rimangono i fantasmi dell’incostituzionalità e di un referendum.” (red)

7. Regionali, Berlusconi in campo per frenare la Lega

Roma - “‘Tanto rumore per nulla’. Il sarcasmo di Casini è una stilettata a Berlusconi che ha tanto ‘sbraitato contro l’opportunismo’ dell’Udc, ma alla fine ha dato il via libera alle intese regionali dove l’accordo è stato già chiuso (Lazio) o va avanti da tempo un confronto (Campania e Calabria) - scrive LA STAMPA -. ‘Se volevamo arruolarci e seguire gli opportunismi, quelli veri - spiega al Tg3 il leader dei centristi - avremmo accettato di andare nel Pdl e di stare nel governo di Berlusconi’. Chiusi i microfoni Casini aggiunge che il premier ha dato mandato di chiudere le intese laddove teme di perdere. ‘I nostri voti gli fanno gola e poi gli opportunisti saremmo noi...’. Oggi Casini riunisce la direzione per ribadire l’indipendenza dai due blocchi e per proseguire indisturbata la politica dei due forni. E attende di capire come finiranno le primarie in Puglia per allearsi con il Pd se il vincitore sarà Boccia. Intanto in casa Udc fioccano le battute sui possibili candidati Pdl in Basilicata e a Venezia. Magdi Cristiano Allam, l’europarlamentare eletto come indipendente nelle liste dell’Udc, è stato ribattezzato ‘Magdi Lucano Allam al quale non hanno detto che la sua pur numerosa scorta non vota’. ‘Brunetta? Quando ci sarà l’acqua alta a Venezia dovranno mettergli i braccioli’. Questo per dire quale clima ci sia tra Casini e Berlusconi. Il quale invece ha recuperato il rapporto con Fini. Ieri all’Hotel de Russie dove si sono riuniti con i coordinatori e i capigruppo, si sono trovati d’accordo su tutto dopo mesi di contrasto”. 

“Il presidente della Camera ha dato atto al premier di avere messo in moto le ‘procedure democratiche’ del Pdl e di valorizzare gli organi del partito, come è successo con il dibattito che si è svolto l’altro ieri sera all’ufficio di presidenza. ‘E’ il riconoscimento del ruolo di Fini come co-fondatore’, spiega il finiano Adolfo Urso. Berlusconi e Fini si sono trovati d’accordo sull’errore di valutazione che fa Casini sul fallimento del bipolarismo. ‘E’ lui che si trova in una terra di nessuno - ha detto il Cavaliere - e ha bisogno di andare un po’ di quà e un po’ di là. Non siamo certo noi a fare accordi elettorali con il Pd’. E in quelle regioni dove verranno chiuse le intese con l’Udc, Berlusconi indica il metodo che dovranno seguire i candidati governatori del Pdl: nessuna contrattazione preventiva sugli assessorati; i centristi dovranno accettare i nostri programmi. A margine della riunione al de Russie è stata considerata una pia illusione non contrattare con gli ex Dc chi dovrà entrare in giunta in caso di vittoria. E’ altrettanto chiaro, dicono nel Pdl, che ad esempio l’assessorato alla Sanità che chiede De Mita in Campania non gli verrà dato. Lo stesso discorso sull’assessorato all’Urbanistica nel Lazio: l’Udc se lo può scordare. Un altro motivo di soddisfazione per Fini è il discorso che Berlusconi ha fatto sulle regionali al Nord. Il premier non è disposto a perdere il primato in Lombardia, Veneto e Piemonte a favore della Lega. A Bossi sono state date le due candidature a governatore, ma il Pdl deve rimanere il partito con più numeri. Fini in quanto presidente della Camera non potrà impegnarsi in campagna elettorale, ma Berlusconi ha promesso il suo massimo sforzo. E’ un bene - conclude LA STAMPA -, che l’Udc non sia alleato in queste Regioni, è stato il ragionamento del premier e di tutti i presenti all’incontro, perchè una parte del loro elettorato voterà le liste del Popolo delle libertà rafforzandolo rispetto alla Lega”. (red) 

8. Pd, crisi con Udc al Sud. E scoppia il caso Umbria

Roma - “A rigor di logica e di geografia la Puglia e l’Umbria c’entrano poco. Ma il Partito democratico è riuscito nel miracolo di avvicinare queste due regioni - riporta il CORRIERE DELLA SERA -. Della prima quasi tutto si sa, della seconda no, perché ufficialmente non è ancora stato deciso il candidato per le Regionali. Rita Lorenzetti, la presidente uscente non molla. E su questa linea, almeno fino a ieri, quando Pier Luigi Bersani ha incontrato i rappresentanti del Pd umbro, sono attestati i dalemiani. Il segretario, a dire il vero, è su un’altra posizione. Ma anche lui non vuole le primarie perché è determinato a non dare quella poltrona alla minoranza, che ha un suo candidato, Mauro Agostini, ex tesoriere del Pd nell’era Veltroni. Alla Camera Pier Ferdinando Casini, 54 anni, ieri con Massimo D’Alema, 60 La minoranza, sia detto per inciso, ha un certo peso (il 47 per cento) e nessun candidato in questa tornata elettorale delle Regionali. La cosa ovviamente non può passare sotto silenzio. Dario Franceschini, uno dei leader della componente di Area Democratica, è chiaro: ‘La Puglia ha dimostrato che quando ci sono dei problemi difficili da risolvere il rispetto delle regole e delle primarie è la migliore soluzione. Non si capisce, allora, perché le regole debbano valere in tutta Italia tranne che in Umbria’. E Walter Verini, che di Veltroni è il braccio destro e sinistro, è ancora più esplicito: ‘Noi ci siamo comportati correttamente in Puglia, non si vede come si possa ora pensare di violare le regole costitutive del Pd negando le primarie in Umbria’”. 

“In tutte le dichiarazioni della minoranza ricorre il paragone tra la Puglia e l’Umbria. E tutti, nella minoranza, si chiedono il perché di questa forzatura in una delle regioni rosse per eccellenza, proprio quando in Puglia si chiede a un Pd diviso a metà su Boccia e Vendola di votare per il primo senza indugi. Per quale ragione — è l’interrogativo più frequente tra quelli di Area Democratica— questa provocazione che rischia, ovviamente, di spingere quelli della minoranza pugliese al ‘tana libera tutti’ proprio nella regione dove Massimo D’Alema si gioca molto del suo personale prestigio? E’ una domanda a cui Franceschini, Beppe Fioroni, Walter Veltroni e Verini non riescono a trovare una spiegazione. Non si aspettavano tutta questa insistenza nel forzare la situazione in Umbria. Come non pensavano che i dalemiani fossero ancora attestati su Lorenzetti. Ma tant’è. Eppure di tutto, in questo momento, avrebbe bisogno il partito tranne che di un acuirsi delle tensioni interne. I sondaggi lo danno al 29 per cento con un trend che va in negativo. In Calabria, l’unica regione di cui Bersani si era occupato direttamente offrendo a Pier Ferdinando Casini un candidato dell’Udc, è scoppiato il pandemonio, tanto che i centristi hanno fatto dietrofront e si sono alleati con il Pdl. In Campania, dove il candidato dovrebbe essere il segretario regionale Enzo Amendola, dalemiano, continua comunque la guerra tra Antonio Bassolino e il sindaco di Salerno Enzo De Luca a cui era stata offerta originariamente la candidatura. Persino nella tranquilla e rossa Emilia Romagna non c’è più pace. Ieri il presidente della regione Vasco Errani ha avuto un colloquio con Bersani perché a Bologna la situazione del sindaco Delbono si fa ogni giorno più difficile. Tanto che - conclude il CORRIERE -, le voci di sue possibili future dimissioni si stanno facendo sempre più insistenti”. (red)

9. Bari, Pd teme sconfitta di Boccia: Poco tempo per votare

Roma - “Francesco Boccia entra nel gran salone e cerca di trovare subito il passo, l’andatura del candidato vincente. Ma è pallido, ha occhiaie livide, i capelli spettinati, un abito grigio sgualcito - scrive il CORRIERE DELLA SERA -. I militanti del Pd, qui, alla Fiera del Levante, fanno partire un applauso forte e però non eccitato, come di circostanza. Sul palco, ad aspettare Boccia, c’è Pier Luigi Bersani. Tornato a Roma Massimo D’Alema, è sceso il segretario del partito per accompagnare Boccia nei comizi. Non lo lasciano solo. Tutti, ormai, annusano la stessa brutta aria. ueste primarie, decise per stabilire il candidato alla presidenza della Regione Puglia, cominciano a sembrare abbastanza segnate. Nicola Latorre, rigido rito dalemiano, profondo conoscitore delle locali dinamiche politiche, ma anche uomo furbo, spregiudicato, e a volte persino sincero, commenta sotto il palco (osservando la scena di Boccia che riceve l’abbraccio morbido di Bersani): ‘Contro Vendola, purtroppo, la partita s’è fatta complicata, tremendamente complicata’. Sentite di aver perso? ‘Sentiamo che, in un momento in cui sarebbe servito, il partito sta dimostrando di non avere quel senso di solidarietà che, invece, davamo per scontato...’. Il senatore Latorre— intanto la sala va riempiendosi, ma insomma non è stracolma come imporrebbe la presenza del segretario di un partito — sa da tempo ciò che a Bersani è stato raccontato, riassunto mentre veniva qui, in macchina. Il partito non è compatto su Boccia. Tutt’altro. Ci sono sindaci che, nonostante le pressioni— e provate a immaginare il genere di pressione che può esercitare una personalità del rango di D’Alema— si schierano, apertamente, con Vendola”. 

“Come il primo cittadino di Andria, Vincenzo Zaccaro. O come quelli di Barletta, Nicola Maffei, e di Foggia, Gianni Mongielli. L’altro giorno il segretario della federazione provinciale di Bari, l’onorevole Dario Ginefra, ha convocato tutti i segretari di sezione e la maggior parte di loro ha ammesso, senza indugi, di voler votare per Vendola. Del resto, la storica sezione del Pd di Bari-centro, in favore del presidente regionale uscente, ha addirittura diffuso un comunicato ufficiale. Ma c’è di più. Ci sono parlamentari del Pd che stanno partecipando a iniziative pubbliche accanto al candidato con l’orecchino, leader di Sinistra e Libertà. Uno di questi è Gero Grassi, di ispirazione franceschiniana, che di Vendola è amico d’infanzia. Poi però c’è anche la Cinzia Capano. Il caso della Capano è abbastanza eloquente per comprendere pure certi scenari sotterranei. Per capirci: lei, che attualmente è una deputata dei democratici, nasce politicamente come assessore al Bilancio della prima giunta di Michele Emiliano. Il quale, formalmente — e anche ora è seduto sul palco— è allineato su Boccia, ma che probabilmente, in un punto segreto del suo cuore, nutre altri sentimenti. Bersani dimostra d’aver capito la scena: ‘Il nostro avversario è, lo ammetto, il tempo. Per spiegare che dietro Boccia c’è un progetto politico intenzionato ad allargare la coalizione anche all’Udc, e renderla perciò vincente in proiezione nazionale, serve tempo...’. Boccia, con un eloquio stanco, faticoso, ricorda a Vendola che queste primarie ‘non sono una corrida’. La frase viene riferita a Vendola con una catena immediata di sms. Ma il presidente uscente della Regione non la prende neppure in considerazione. Egli ha infatti già diffuso in rete, sul suo sito personale, un dolce videomessaggio in cui si rivolge, direttamente, a D’Alema, che due giorni fa, sul CORRIERE, aveva definito ‘la balia’ di Boccia”. (red)

 10. Pd, Chiamparino: Leadership ceduta per accordi

Roma - “Il Pd si è messo in una situazione rischiosa, per le regionali stanno prevalendo logiche che gli elettori non capiscono - riporta REPUBBLICA -. È una situazione rischiosa, dovuta a una linea politica incerta. Il rapporto con l´Udc? Necessario, ma non si può delegare la leadership del Pd. Il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, ospite ieri di Repubblica Tv, non usa troppe diplomazie per giudicare la "fase" che sta vivendo il Pd. Sindaco, non le sembra che il Pd stia "subendo" troppo l´iniziativa altrui? I diktat dell´Udc, la candidatura esterna della Bonino nel Lazio… ‘E´ difficile non vedere i rischi che si sono creati con la partita delle candidature. Vedo un´incertezza nella strategia politica generale del Pd. E questo tema andrà trattato, dopo le regionali’. Ma lei è favorevole agli accordi con l´Udc? ‘Si possono cercare intese, ma non si può "esternalizzare" la leadership del Pd. Io credo in un´alleanza ampia che riguardi tutto il centrosinistra. Però non può essere una semplice somma di partiti. Per le regionali bisognava far crescere dal basso, regione per regione, un nuovo partito federale. Ma non c´è stato il tempo. Credo che si debba fare in futuro’. In Puglia molti hanno l´impressione di vedere un Pd preda di una specie di "sindrome" da laboratorio politico. È così? ‘Se parliamo di laboratori, allora guardiamo al Piemonte. Abbiamo una presidente uscente che ha ben governato. E anche l´Udc ha capito che c´erano tutte le condizioni per una convergenza. E´ questo il punto: un governatore ha fatto bene o male? Se ha fatto bene continua. Le alchimie interne dei partiti non pagano. La gente non le capisce’. Lo stesso principio secondo lei andava applicato in Puglia? ‘Certo. Se ci fosse, per ipotesi, una ragione per chiedere a Vendola di farsi da parte, dovrebbe essere perché non ha governato bene, non perché è sgradito all´Udc’”. 

“Per questo lei non si è candidato in Piemonte? ‘Si darebbe dato il segnale che la Bresso non ha governato bene. Segnale sbagliato’. E se in Puglia il Pd perdesse? ‘Vedremo. Ognuno si assume la sua responsabilità’. Bersani aveva detto: la via maestra è quella delle primarie. ‘Le primarie vanno benissimo per la scelta di candidati a sindaco e governatore. Più che per le cariche interne al partito. Le primarie sono la strada maestra di fronte alla società civile’. Il Pd registra segnali negativi negli ultimi sondaggi. Perché? ‘Per le incertezze di linea che sono venute fuori nelle varie regioni. Che si possono recuperare, ma non sono da sottovalutare. E´ un campanello d´allarme che va tenuto in considerazione’. Si ipotizza un ritorno all´immunità dei parlamentari. Cosa ne pensa? ‘Non è in sintonia con il sentire della gente. Per le più alte cariche dello Stato, si può discutere di una sospensione dei processi. Sempre però ad esclusione dei procedimenti in corso’. Il processo breve invece li include. ‘Se si vogliono evitare le leggi ad personam, basta un codicillo: escludere i processi in corso. E´ talmente palese che qui si tratta di legge ad personam e non c´è base per il confronto. Rischia di essere un´amnistia strisciante’. Domenica lei andrà alla manifestazione - conclude REPUBBLICA - "Sì Tav". Perché? ‘La Tav è una scelta strategica per il futuro dell´Italia. Sarà l´opera più monitorata dal punto di vista ambientale. E i manifestanti che si oppongono, quando gli va bene, sono alcune centinaia. Non a caso la gente della Val di Susa ha preferito, alle elezioni, chi sostiene la Tav. Non riesco a capire le critiche da sinistra. Comunque state certi: sulla Tav non si torna indietro’”. (red)

 11. Brunetta: A Venezia creerò 40 mila posti di lavoro

Roma - “Brunetta, da ministro antifannulloni a ministro assenteista? - chiede il CORRIERE DELLA SERA -. ‘Ma che assenteista. Per me fare il sindaco tenendo il ministero è un atto d’amore, la sfida della vita. So che ci saranno polemiche. So che rischio molto. Infatti per giorni mi sono chiesto: "Chi te lo fa fare?". La notte non dormivo. Mi rigiravo nel letto’. Appunto: chi glielo fa fare? ‘I veneziani. Per mesi, ogni volta che sono andato nella mia città, mi sono sentito chiedere all’aeroporto, sul vaporetto, a Mestre, nelle calli: "Faccia qualcosa per noi". Siccome ragiono con il cuore, la cosa mi ha emozionato. Dall’altra parte, non potevo lasciare a metà la rivoluzione in corso per cambiare lo Stato e la pubblica amministrazione’. Il ministro con il doppio lavoro. ‘È stato Berlusconi a togliermi le castagne dal fuoco. Non mi ha soltanto offerto la candidatura. Mi ha detto che Venezia, la città più famosa del pianeta, per rinascere ha bisogno di un sindaco che sia anche ministro, che stia nella stanza dei bottoni del governo, e bilanci — con spirito non polemico ma positivo— la presenza di un governatore leghista. Come in Francia, dove i ministri spesso sono anche sindaci per mantenere il contatto con i cittadini, per restare con i piedi ben ancorati a terra. Voglio, per dirla con Machiavelli, "ingaglioffirmi": misurarmi con la gente, la loro vita, i loro problemi. Se penso a Venezia, mi sento sempre il ragazzino che pescava granchietti nel rio di Cannaregio e correva in bicicletta sulle fondamenta all’ombra". Anche poeta. Come trova la Venezia di oggi? "Una città straordinariamente bella e affascinante, ma anche in straordinario declino. Dobbiamo invertirlo. Costruire un raccordo tra Comune, Provincia, Regione, Stato, Europa, mondo: finora Venezia è stata ostaggio delle contrapposizioni, con lo Stato che voleva il Mose e il Comune che lo bloccava. E costruire una grande alleanza con tutti coloro che amano Venezia. I comitati di notabili sono benemeriti, ma non bastano. Mi interessa di più richiamare qui le menti migliori, i progetti più ambiziosi’”. 

“Anche gli immigrati? - prosegue il quotidiano di via Solferino -.‘Certo. Ma non li chiamo immigrati. Saranno i nuovi veneziani. Come quando la Serenissima dopo una pestilenza o una guerra cambiava il sangue, reclutando nel Mediterraneo stranieri che diventavano veneziani grazie alla forte identità di una città-mondo. Con l’allargamento a Est dell’Europa, il corridoio 5 che la collega alla Padania e all’Ovest, il Brennero che apre la via del Nord, i nuovi legami con il Maghreb e il Vicino Oriente — i Mori e i Turchi —, Venezia può tornare il baricentro della storia, come la pensava Braudel. Lo stesso vale per l’incontro e il confronto tra le religioni, come ha intuito il Patriarca Scola, con cui mi considero in piena sintonia’. Il ciclo di Cacciari è davvero finito? Oppure, con lei in campo... ‘... Cacciari potrebbe essere tentato di ricandidarsi. È una questione che riguarda lui. Io lo rispetto. Ma sono i veneziani a considerare il suo ciclo finito. In città regna la disillusione. Voglio infondere a Venezia il coraggio, che oggi le manca, di fare delle scelte. Darsi infrastrutture nuove, come la sublagunare. Portare via da Marghera la chimica pericolosa e inquinante. Non aver paura del turismo, di massa e di élite, ma governarlo ed espanderlo. A Venezia si possono creare 40mila posti di lavoro di qualità; non mi spaventano certo le botteghe con le maschere da Carnevale’. Su chi punta? ‘Sui veneziani sparsi nel mondo, e sui veneziani d’adozione. Vuole un nome? Arrigo Cipriani. Lo stimo molto, conto su di lui. Il suo Harry’s Bar è un’impresa-mondo: radicata a San Marco, con filiali dappertutto’”. 

“Che fare della Biennale? ‘Va raddoppiata. Ma anche cambiata. Oggi è calata dall’alto. Voglio una Biennale che non sia esogena, una sovrastruttura, avulsa dalla città, ma rappresenti la vetrina del rinascimento culturale di Venezia, il catalizzatore culturale della città’. E della Mostra del Cinema? ‘Idem. Quella attuale è un retaggio della grande intuizione degli Anni Trenta. In una città rattrappita, è sovradimensionata. In una città che riprende a vivere, anche la Mostra del Cinema troverà un nuovo ruolo. Venezia deve tornare a essere crocevia di culture, religioni, linguaggi, progettualità’. E di Marghera? ‘Marghera deve liberarsi dal ciclo del cloro e diventare un polo d’attrazione tecnologica’. Come si comporterà con il Doge straniero, Pinault? ‘Stimo Pinault. Ha portato intelligenza, soldi, strategia. Ma deve avere di fronte un interlocutore forte. Più Venezia è forte, più il mecenatismo sarà valorizzato. Più Venezia è debole, più il mecenatismo sarà invadente e insopportabile’. E con i centri sociali? ‘Sono i figli del declino e del degrado. La fine del declino sanerà anche questo vulnus. Non ci sarà più spazio per corpi estranei, perché non ci saranno più pretesti e alibi, ma occasioni per tutti. Ovviamente i giovani avranno piena libertà di scegliere dove ritrovarsi. Ma atteggiamenti antagonisti e distruttivi non avranno più avallo istituzionale’. De Michelis - conclude il CORRIERE -, ha raccontato che lei da ragazzo non era affatto povero: la bancarella dove vendeva ‘gondoete’ di plastica era tra le più redditizie di Venezia. ‘Anche alle persone molto intelligenti, come De Michelis, accade di dire sciocchezze. Il pane non mi è mai mancato. Ma socialmente, culturalmente ero un proletario, figlio di un venditore ambulante, e come ambulante ho lavorato per dieci estati, dai 14 ai 24 anni, in Lista di Spagna per pagarmi gli studi, mentre i figli di papà con il posto assicurato occupavano le università. E lei non ha idea di quanto ne vada fiero’”. (red)

12. Bologna, il Pd incalza Del Bono sul "Cinzia-gate"

Roma - “‘Eh, quanto cancan, è solo una storia di donne...’. Se fossero tutti come al bar ‘Ciccio’, tempio della bolognesità e di una sinistra irriducibilmente godereccia, il sindaco Flavio Delbono non sarebbe a rigirare sulla graticola da settimane - scrive il CORRIERE DELLA SERA -. ‘ Cinzia-gate che? Mai dai, avrà fatto qualche sciocchezza, ma è un buon amministratore: l’importante è che non abbia rubato alla gente...’. Beati quelli del bar ‘Ciccio’, ex Casa del Popolo, reliquia del Pci e per anni dimora privata del mitico sindaco Giuseppe Dozza: qui il partito continua ad avere la ‘p’ maiuscola, un dogma come la maglia del Bologna che accarezza i tavoli in legno o la carenatura della Ducati campione del mondo appesa al muro. Nel 2009È il 20 giugno del 2009, la vigilia del ballottaggio per le comunali di Bologna: il candidato sindaco di centrosinistra Flavio Delbono passeggia nelle strade del centro con Romano Prodi, ex presidente del Consiglio Il bar ‘Ciccio’ però è solo uno spicchio di mondo. Lontanissimo da quello in cui si ritrova catapultato Flavio Delbono, 50 anni, sindaco pd da appena sei mesi, ma già con vista sull’abisso. Indagato per peculato e abuso d’ufficio, braccato dalle accuse della ex di turno ed ex segretaria Cinzia Cracchi (pure lei indagata), atteso (domani o lunedì) dai pm di Bologna per fare chiarezza su trasferte di lavoro non si sa bene da chi pagate, un bancomat non si sa bene da chi alimentato e ora pure l’accusa (sempre della ex) di aver tentato di comprarla, offrendole aiuti economici in cambio del silenzio, Delbono, il sindaco che doveva dare stabilità al Pd bolognese dopo i corti circuiti dell’era cofferatiana, sta facendo tremare più di un cuore nel partito. Sicuramente quello del segretario Bersani, che ieri ha dovuto prendere atto che la pratica non si può più ignorare”. 

“‘Ho letto una dichiarazione del sindaco...’ ha detto il segretario nazionale, riferendosi ad una nota nella quale Delbono, in una sorta di appello ai bolognesi, ha pubblicamente giurato di ‘non aver commesso reati né usato soldi pubblici a fini privati’, di ‘poterlo dimostrare’ e di aver finora taciuto ‘per rispetto nei confronti dei magistrati’. Bersani oltre non è andato, affidando al potente governatore emiliano Vasco Errani, di cui Delbono è stato vice, il compito di vigilare. Chi non trema, ma è molto preoccupato, è Romano Prodi, che su questo sindaco di provenienza Margherita, economista, non brillante, ma fortissimo sui bilanci, aveva puntato come raramente gli capita: foto in campagna elettorale, passeggiate sotto i portici, consigli paterni (‘Flavio, fai togliere i graffiti dalla città...’). Ora il due volte ex premier non apre bocca, ‘delle inchieste non parlo nemmeno quando mi riguardano...’ fa sapere, ma certo non è felice. Tra i suoi c’è chi invece va pesante. Come Sandra Zampa, parlamentare pd, portavoce di Prodi: ‘Conto che il sindaco possa fare chiarezza. Poi però dovrà farsi perdonare dalla città una storia non bella sotto il profilo umano’. Già, perché il ‘Cinziagate’ offre ai bolognesi un ricco menù quanto a privato. Lei e lui che fanno coppia per 8 anni. Lei che diventa sua segretaria in Regione. I viaggi in coppia per il mondo: a volte con lei in ferie (chi pagava?). Poi la coppia scoppia. Lei si ribella. Lui la spedisce al Cup a fare la centralinista. Lei giura vendetta: ‘Mi ha trattato come un cane’. Poi salta fuori un bancomat, consegnato da Delbono alla Cracchi, ma intestato a un amico del sindaco, da cui la donna può prelevare fino a 1000 euro al mese (chi pagava?). Salta fuori anche che i due si sono incontrati di recente. ‘Mi ha offerto dei soldi’ accusa Cinzia. ‘Falsità— replica l’avvocato del sindaco —: ci sono testimoni’. Il Pd bolognese, fino a ieri attestato sulla linea della ‘piena fiducia’ a Delbono, ora invita il sindaco ‘a dimostrare la sua innocenza, di cui non dubitiamo’. Sul blog di Maurizio Cevenini, il pd più votato a Bologna, c’è chi piange - conclude il CORRIERE -: ‘Caro Cev, mi sa che lo fanno fuori il nostro sindaco...’. Pdl e Lega aspettano e sperano. E a Palazzo d’Accursio c’è chi non nasconde momenti di sconforto: ‘Alla fine ne usciremo puliti, ma il danno d’immagine è enorme...’”. (red)

 13. Capezzone, Vi svelo chi è Emma Bonino

Roma - “Da più parti, vista la mia storia politica, mi si chiede un parere sulle elezioni nel Lazio e sulla candidatura di Emma Bonino. Ne parlo oggi, lasciando da parte vicende che pure mi hanno profondamente addolorato: nel momento in cui le nostre strade si sono divise, infatti, quanto più io mi concentravo sulle ragioni politiche di quella rottura, tanto più la ‘ditta-Pannella’ ha risposto con un’aggressione personale degna non di una forza libertaria ma di un residuato tardostalinista - scrive Daniele Capezzone sul GIORNALE -. Deludente la parabola pannelliana: nella predica, non manca mai la citazione di Pannunzio e dei grandi liberali; ma nella pratica, pesa di più l’esempio dei compagni Suslov e Zdanov. Ma archiviamo queste tristezze, e veniamo al punto. Se ai radicali è riuscita una sorta di circonvenzione d’incapace a danno del Pd, adesso occorre evitare che gli elettori liberali e riformatori, o comunque alcuni votanti di centrodestra con un profilo politico e culturale differenziato da quello di Renata Polverini, possano cadere nel trappolone-Bonino. E allora ecco quattro semplici e chiari punti politici che, a mio avviso, meriterebbero di essere approfonditi molto più della falsa disputa tra laici e cattolici, che non ha alcun senso, visto che nel Pdl sia i cattolici sia i laici hanno un’ampia e rispettata rappresentanza. Primo. Emma Bonino, con Marco Pannella, ha difeso strenuamente la linea fiscale di Prodi e Visco: più tasse per tutti. Proprio quando io, segretario del partito e presidente di una Commissione parlamentare, indicavo quelle scelte economiche come un drammatico errore, fino a giungere (caso raro in Italia, dove la seggiola è sacra) a dimettermi dalla presidenza di Commissione, lasciando poltrona, auto blu e partito, Bonino e Pannella erano lì a difendere e giustificare quella sciagurata vessazione fiscale, fedeli guardie svizzere del pontefice Romano (Prodi)”.

“Secondo. La senatrice Bonino, che ama molto parlare di riforma liberale delle pensioni, da ministro del governo Prodi votò invece la controriforma previdenziale con cui l’Italia è divenuta l’unico Paese ad abbassare l’età pensionabile (scelta costata ben 10 miliardi di euro, l’equivalente di una manovrina). Ma ecco l’aspetto più grave: un terzo di questa somma è stato reperito innalzando i contributi a carico dei lavoratori parasubordinati, cioè proprio quei ‘precari’ su cui la sinistra sparge ogni giorno lacrime di coccodrillo. Tradotto brutalmente: un ragazzo di 25 anni, co.co.pro, deve versare più di un quarto del suo stipendio in contributi (senza considerare le tasse!) proprio per finanziare l’operazione che crea altri babypensionati. In un primo momento, la Bonino aveva annunciato fuoco e fiamme contro questa misura prodiana, ma poi ha pensato bene di approvare tutto: perché mai mettere a rischio una poltrona ministeriale? Terzo. Da quello che si capisce, nel Lazio, a fianco della Bonino, ci saranno anche i miliziani dipietristi dell’Italia dei valori, un po’ di comunisti assortiti, e i verdi del ‘no a tutto’. È con questa compagnia che si prepara la svolta ‘liberale’ in Regione? Quarto. In tanti, a proposito della Bonino, si stanno interrogando sulla scarsa credibilità di chi si candida nel Lazio con il Pd e in Lombardia contro il Pd, guidando una lista proporzionale. Ma forse la questione più interessante è un’altra. Con le attuali leggi elettorali, i due maggiori candidati a governatore di una Regione sono, di fatto, automaticamente eletti consiglieri regionali. Ecco, in caso di sconfitta - conclude Capezzone sul Giornale -, la Bonino resterà nel Lazio a fare opposizione (dimettendosi da vicepresidente del Senato), oppure preferirà rimanere nella sua comoda stanza di Palazzo Madama? Una domandina semplice che, insieme alle altre, Renata Polverini farebbe bene a rivolgere alla sua avversaria”. (red)

14. Obama, nuovo colpo alle Banche

Roma - “Indebolito dalla sconfitta elettorale nel Massachusetts, che ostacolerà il cammino delle riforme, a cominciare da quella della sanità, Barack Obama si è scagliato ieri con toni molto populistici contro Wall Street, proponendo due misure per ridimensionare i grandi gruppi finanziari e limitarne le operazioni più rischiose (e spesso più redditizie) - riporta REPUBBLICA -. ‘Se poi questi gruppi vorranno dare battaglia scatenando l´esercito di lobbisti, si facciano pure avanti: sono pronto a combattere’, ha detto il presidente, che era circondato dal suo stato maggiore per l´economia e in particolare dall´ex-capo della Federal Reserve, Paul Volcker, considerato l´ispiratore della nuova strategia. Era da tempo che alla Casa Bianca non si sentivano attacchi così duri e polemici contro l´aristocrazia finanziaria. Ed è un segno - secondo alcuni analisti repubblicani - che Obama cercherà di risollevare le sue sorti politiche facendo leva sulla crescente ostilità degli elettori americani per Wall Street. La reazione dei mercati azionari non si fatta aspettare. A Wall Steet l´indice Dow Jones ha segnato oltre il 2 per cento in meno : la perdita più forte dall´ottobre dell´anno scorso. E a soffrirne maggiormente erano i titoli delle banche (circa il 5 per cento in meno). Anche la altre Borse mondiali sono state influenzate dall´offensiva del presidente americano: Londra ha perso l´1,58 per cento, Francoforte l´1,78, Milano l´1,08. Certo, gli ultimi risultati di bilancio comunicati dai maggiori istituti bancari, e soprattutto la valanga dei bonus concessi ai loro dipendenti (che Obama ha definito anche ieri ‘osceni’), non hanno fatto altro che accentuare l´animosità popolare nei confronti di Wall Street”. 

“Proprio ieri la Goldman Sachs di Lloyd Blankfein ha annunciato un utile record nel 2009: 13,4 miliardi di dollari di profitti su 45,2 miliardi di introiti. Nella speranza di limitare le polemiche sui bonus la Goldman ha anche ridotto l´ammontare dei compensi annuali ai dipendenti da 20,2 miliardi nel 2007 (l´anno record) a "soli" 16,2 miliardi. Ma non basterà questa correzione dell´ultima ora a placare l´irritazione di milioni di americani, che prima hanno permesso a Wall Street a evitare il collasso grazie all´iniezione di aiuti pubblici, e che ora vedono allargarsi la forbice tra le loro retribuzioni colpite dalla recessione e quelle del mondo della finanza. ‘Non dobbiamo dimenticare che questa crisi è nata dagli eccessi di irresponsabilità di Wall Street’, ha tuonato Obama, ricordando che al momento del suo insediamento alla Casa Bianca, esattamente un anno fa, gli Stati Uniti erano ‘sull´orlo di una seconda grande depressione’. Il peggio sembra passato, ha continuato il presidente, ‘ma non possiamo permettere che i contribuenti diventino un´altra volta ostaggio di banche considerate troppo grandi per poter fallire’. Di qui le due proposte che dovrebbero integrare la riforma del sistema finanziario già varata alla camera e in discussione al Senato. La prima novità riguarda le dimensioni dei colossi finanziari: ‘Bloccheremo un ulteriore consolidamento delle banche’, ha dichiarato Obama, che ha intenzione di limitare la quota di depositi di ogni singolo istituto rispetto al totale che gode di una assicurazione federale. Il secondo provvedimento - che il presidente che definito la "Regola di Volcker", visto che il predecessore di Alan Greenspan è sempre stato favorevole alla antica separazione tra le attività bancarie classiche e quelle speculative - vieterà alle holding bancarie non solo di possedere o sponsorizzare hedge fund e società di private equity, ma soprattutto di usare i depositi dei clienti per condurre operazioni di trading in proprio. Una norma del genere - conclude REPUBBLICA -, avrebbe conseguenze pesanti per gruppi come Goldman Sachs o JPMorgan Chase”. (red)

15. Economia, la Cina a un passo dal Giappone

Roma - “Sarà questione di settimane, forse di mesi, ma è ormai imminente una nuova tappa dell’ascesa della Cina - scrive il CORRIERE DELLA SERA -. Sulla base dei dati che l’Ufficio statistico nazionale (Nbs) ha diffuso ieri, l’economia della Repubblica Popolare è a un passo dal sorpasso del Giappone. Vuol dire che la controversa formula del G2 che ai leader di Pechino non piace ascoltare — un direttorio globale Usa-Cina— assume un po’ di sostanza in più: scavalcata Tokyo, l’economia del gigante asiatico sarà la seconda al mondo, dietro gli Stati Uniti. Il passaggio è non solo simbolico. Tanto più che già l’anno scorso la Cina aveva superato la Germania, ora quarta. Questione di numeri. E quelli della Cina mostrano i successi di un’economia vitaminizzata. Il Pil del 2009 è cresciuto dell’8,7 per cento, sopra la soglia dell’8 per cento a cui il governo puntava e sul quale il premier Wen Jiabao ci ha messo la faccia. Se confrontato con il resto dell’economia mondiale boccheggiante, in preda alle convulsioni della crisi o in faticosa convalescenza, si tratta di un risultato fuori scala. ‘Il 2009 è stato per l’economia l’anno più difficile del secolo’, ha ammesso il responsabile dell’Nbs, Ma Jiantang, che ha indicato nella manovra di stimolo di fine 2008 (circa 400 miliardi di euro) e nella politica monetaria di Pechino le ricette della ripresa”. 

“Lo scampato pericolo di una Cina che nel 2009 non si è mai davvero ammalata emerge dalla progressione trimestre per trimestre: più 6,2 per cento nel primo, 7,9 per cento nel secondo, 9,1 per cento nel terzo fino alla doppia cifra del quarto, 10,7 per cento. Guardando al 2010, gli analisti di JPMorgan stanno prevedendo un più 10 per cento. I conti del Giappone, che nel 2009 della recessione ha visto l’economia contrarsi di circa il 6 per cento, saranno diffusi a metà febbraio. La Banca Mondiale stima che complessivamente il Pil nipponico del 2009 sia di 4.600 miliardi di dollari e, se confermato, verrebbe battuto da quello cinese, che l’Nbs quantifica in 4.900 miliardi. A temperare lo shock, il Pil pro capite, che ricorda come il miracolo economico di Pechino non sia distribuito omogeneamente né sul piano geografico né su quello sociale. Il reddito medio di un cinese è di 3.259 dollari all’anno, quello di un giapponese 38.457. Sono altre le preoccupazioni intorno alla Cina. Le manovre per raffreddare un’economia fin troppo galvanizzata dai crediti facili sono già cominciate. Si moltiplicano vincoli e limitazioni imposte alle banche e allarmano i segnali di ripresa dell’inflazione, una bolla immobiliare che dà più segnali di persistenza che di rallentamento. E nel mondo - conclude il CORRIERE -, si affollano gli auspici — se non i decisi inviti — a proposito della moneta: ovvero che la Cina avvii una qualche rivalutazione del renminbi”. (red)

16. Bce, nel 2010 crescita moderata

Roma - “Disoccupazione ‘ancora in aumento’ nell’area euro, conferma il Bollettino mensile della Banca centrale europea. La ripresa economica resta ‘moderata’ e potrebbe diventare ‘ineguale’ - riporta LA STAMPA -. Un esempio, spiega il presidente della Bundesbank Axel Weber, è che in Germania nel primo trimestre 2010 il prodotto interno lordo potrebbe restare stazionario. Tutta la prima metà dell’anno appena iniziato potrebbe rivelarsi abbastanza deludente. Nell’insieme dell’area euro, il calo dei posti di lavoro dovrebbe rallentare rispetto a quanto registrato nel 2009. Il rischio di ulteriori disoccupati, come ha accennato il membro dell’esecutivo Bce Lorenzo Bini Smaghi, riguarda soprattutto i paesi dell’area con meccanismi tipo cassa integrazione. Quando questi interventi si esauriranno le imprese potrebbero constatare che l’impiego della capacità produttiva è rimasto su livelli bassi e perciò decidere riduzioni durature nel numero dei dipendenti. Tuttavia la Bce resta fermamente contraria a tentativi di accelerare la ripresa espandendo ancora i deficit pubblici. ‘Sgravi fiscali dovrebbero essere presi in considerazione solo nel medio termine - si legge - quando i paesi avranno riguadagnato sufficienti spazi di manovra nei loro bilanci’ già messi a dura prova dalla crisi; è una posizione non dissimile da quella sostenuta in Italia dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti. I sindacati al contrario sfruttano l’allarme disoccupazione della Bce per riproporre le loro richieste di sgravi fiscali sui redditi da lavoro. La Cgil insiste su ‘550 euro a testa entro la primavera’; la Cisl rivendica ai governi il diritto di decidere sul fisco, senza cedere alla ‘deriva tecnicista’ (cioè alla Banca centrale); l’Ugl chiede di ‘proteggere tutti i lavoratori’ dalla disoccupazione ‘in attesa di una riforma degli ammortizzatori sociali’”. 

“Da parte sua il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi ammette che per l’occupazione il 2010 sarà ‘un anno impegnativo’; ma ritiene sufficiente proseguire sulla strada già imboccata. Ovvero si continuerà a ricorrere alla cassa integrazione, casomai allungandola, e si aggiungerà ‘un accordo sulla formazione fra Stato regioni e parti sociali’ che dovrebbe aiutare a ricollocare chi il lavoro lo ha perso in via definitiva. La Banca centrale europea indica il pericolo che il maggior numero di senza lavoro riduca i consumi delle famiglie, riducendo così l’impulso alla crescita. Ne consegue che le poche risorse che i governi possono trovare senza peggiorare ancora i deficit di bilancio andrebbero soprattutto rivolte a sostenere i redditi dei disoccupati (come ha suggerito da noi la Banca d’Italia) piuttosto che i redditi degli occupati. Una volta tanto, i rimproveri della Bce sono diretti prima di tutto alla Germania, dove nella coalizione di governo il partito minore, i liberali, insiste per nuovi sgravi fiscali. ‘Una riduzione delle tasse non coperta da tagli alle spese non rappresenta una ipotesi percorribile in questo momento’ ha detto ieri Weber. Se fosse la Germania a trasgredire diventerebbe più difficile costringere la Grecia a fare ordine nei suoi conti, e richiamare tutti gli altri paesi con deficit in forte aumento. I dati congiunturali degli ultimi giorni hanno appunto confermato le analisi della Bce. ‘La velocità della crescita sarà un po’ più lenta nella prima metà del 2010, rispetto a quanto registrato nella seconda metà del 2010’ dice Marco Valli, responsabile per l’Italia nell’ufficio studi Unicredit. Per l’insieme dell’area euro, gli economisti interpellati dalla Reuters prevedono in media una crescita dello 0,3 per cento nel primo trimestre 2010, rispetto allo 0,4 per cento dell’ultimo trimestre 2009. Jean-Claude Trichet, che della bce è il presidente, insiste che ‘l’incertezza resta alta’ perché alcuni dei fattori alla base della ripresa sono ‘temporanei’”. (red)

17. L'Uganda con l'Eni: i giacimenti vadano agli italiani

Roma - “L’Eni fa un importante passo in avanti nella sua campagna d’Uganda, anche se la sfida per lo sviluppo delle risorse petrolifere del paese africano non può dirsi ancora vinta del tutto - riporta il CORRIERE DELLA SERA -. Ieri il ministro dell’Energia locale, Hillary Onek, ha messo nero su bianco in un comunicato ufficiale che il governo di Kampala appoggia l’accordo Heritage-Eni, ovvero la cessione da parte della prima delle sue concessioni alla seconda per un miliardo e mezzo di dollari. Operazione messa in forse dalla londinese Tullow, che domenica scorsa ha esercitato il diritto di prelazione di cui godeva per entrare in possesso delle quote cedute da Heritage al Cane a sei zampe. In questo modo, tuttavia, la piccola compagnia indipendente si ritroverebbe padrona di quasi il 100 per cento della nascente industria petrolifera ugandese, valutata almeno due miliardi di barili. E le sue assicurazioni di voler imbarcare nel prossimo futuro nuovi compagni di viaggio (come Total e Exxon o i cinesi di Cnoc, è stato detto) non devono aver convinto del tutto l’establishment ugandese, che nella nota diffusa ieri dal ministero dell’Energia paventa proprio il rischio di una situazione di monopolio, da sventare a tutti i costi. La presa di posizione del ministro Onek conforta quindi le ambizioni del gruppo di Paolo Scaroni, che si è impegnato per un piano di investimenti di 12 miliardi di dollari e che conta di ricavare al 2014 almeno 50 mila barili al giorno, portando il greggio prodotto nell’Africa subsahariana a 500 mila barili. In teoria la Tullow potrebbe ancora opporre resistenza, e difendere il suo diritto di prelazione”. 

“Ma se dovesse sfidare l’esecutivo locale, che ha comunque un diritto di veto finale, o decidere di ricorrere a un tribunale, potrebbe addirittura correre il rischio di vedersi ritirare la licenza esplorativa, ha risposto il ministro di Kampala. Oggi i manager di Tullow e il suo fondatore, Aidan Heavey, dovrebbero volare in Uganda per perorare la propria causa. Se ci fossero in vista impegni o accordi con altre ‘majors’ potrebbe essere il momento giusto per farli uscire allo scoperto, confermando così le indiscrezioni dei giorni scorsi che puntavano su una presenza occulta sulla scena di concorrenti dell’Eni, come Total e soprattutto Exxon, i ‘nemici’ di Kashagan. Ma tra le altre cose bisognerà anche aspettare l’assemblea Heritage del prossimo 25 gennaio, che si terrà a Jersey, nelle Channel Islands. Gli azionisti della compagnia venditrice dovrebbero ratificare l’operazione con l’Eni o avallare l’esercizio della prelazione Tullow. Ma in teoria potrebbero anche accettare offerte di ‘terze parti’ (di nuovo qualche major?) o addirittura della stessa Eni, se la compagnia italiana optasse per un rilancio. La situazione, insomma, rimane intricata. L’appoggio del governo di Kampala sposta l’ago della bilancia verso l’Eni, ma lo spuntare di soci forti e investimenti di rilievo nel campo Tullow potrebbe ancora rimescolare le carte. Oggi, intanto, l’Eni firma anche il contratto definitivo per il contratto di servizio dei pozzi iracheni di Zubair. Un altro capitolo di rilievo - conclude il CORRIERE -, ma anche un altro impegno oneroso”. (red)

18. Haiti, in migliaia in fuga via mare

Roma - “Ci sono quelli come Jean-Lazare Lassier, che la sua casa sbriciolata nel sobborgo di Delmas se la sta già ricostruendo da solo: ha raccolto i mattoni, li ha ripuliti, e col filo a piombo è gia arrivato a un metro. Ci sono ancora macerie ovunque: ma ora almeno sono sempre più ridotte a mucchi, che ruspe notturne stanno via via raccogliendo - scrive il CORRIERE DELLA SERA -. Ci sono ancora migliaia di disperati senza tetto, aggiuntisi alle migliaia che già lo erano prima. Insomma Port-au-Prince è tuttora in condizioni che definire disastrose è poco: ma rispetto all’indomani della catastrofe di dieci giorni fa è un paradiso, ed è tutto dire se si pensa ai morti che ancora aspettano di essere ritrovati là sotto. Il presidente René Preval, ormai risuscitato a pubbliche dichiarazioni dopo la sua letterale scomparsa dei primi giorni, ha detto ieri che ‘un po’ alla volta stiamo riprendendo il controllo’. Il che potrebbe far ridere se ci si fermasse alle resse qua e là per la distribuzione del cibo, alla condizione degli slum dove migliaia di bambini anche feriti restano a cuocere sotto il sole o una lamiera. Ma è anche oggettivo— ricorda il portavoce della Panam Health Organization, Jon Andrus— che ‘dieci giorni fa questa città era solo rovine e cadaveri, niente strade, comunicazioni interrotte’”. 

“Ora ad esempio i telefoni vanno, Internet funziona, oggi riaprono le banche, le strade sono libere: nel senso di percorribili, tutte. A paralizzarle, almeno per ora e almeno in punti-chiave come l’aeroporto, è piuttosto la quantità dei mezzi umanitari e militari che da tutto il mondo continuano a essere catapultati qui. Certo l’obiettivo fissato dall’Onu è ancora lontano: cinquecento miliardi di dollari richiesti, 195 raccolti. Ce ne sono altri 112 formalmente ‘promessi’. Il resto non si sa. Nel frattempo però è stato riaperto il porto della capitale, anche se per ora solo alle navi degli aiuti. E un ‘corridoio umanitario’ è stato aperto anche con Santo Domingo. Detto questo chi può, come del resto è da giorni, i corridoi per fuggire li usa tutti: seimila i cittadini americani rimpatriati finora, mentre gli haitiani che riescono a strappare un visto per gli Usa vengono almeno per ora portati in una tendopoli a Guantánamo. Non fra i terroristi: ma da un’altra parte, precisano gli Usa , e ‘senza contatti con loro’. Poi ci sono quelli che tentano la fuga via mare: anche se partire con una barchetta verso il nulla, o se va bene Miami, è una cosa che a Port-au-Prince fanno da ben prima del terremoto. Trovando quasi sempre più morte che fortuna. Oggi intanto a Port-au-Prince è atteso l’arrivo del capo della Protezione Civile italiana, Guido Bertolaso. L’incarico affidatogli al premier Silvio Berlusconi - conclude il CORRIERE -, è quello di ‘valutare la situazione sul campo’”. (red)

19. Haiti, Preval: Basta polemiche, gli aiuti funzionano

Roma - “Sulla rue Dalmas, la strada che dalle colline porta al centro gruppi di operai coprono le buche con l´asfalto, dall´alba sono stati rimossi i detriti, agli angoli delle strade diversi mercatini vendono frutta tropicale, riso, pane e focacce. Nove giorni dopo la grande scossa la capitale di Haiti torna faticosamente alla vita, nuove tendopoli danno un po´ di respiro al popolo che vaga nella notte - riporta REPUBBLICA -. Tutto appare più tranquillo anche se non è mancato il morto di giornata, un uomo colpito alla schiena proprio davanti al compound delle Nazioni Unite. Gli ha sparato la polizia haitiana sostenendo che stava rubando: alcuni testimoni sostengono che era lì solo per chiedere del cibo. Alla direzione centrale della polizia giudiziaria il presidente Preval fa il punto con l´ambasciatore americano, incontra il reverendo Jesse Jackson poi, prima di partecipare a un consiglio dei ministri su delle panche all´aperto, risponde alle domande di un gruppo di giornalisti. ‘Non è vero’, risponde indignato quando gli diciamo che in molte zone la gente si lamenta perché gli aiuti non sono mai arrivati, ‘non è ancora sufficiente ma raggiungono tutti’. Il governo è stato inesistente per una settimana, il presidente ha parlato una sola volta alla sua gente ma è convinto di aver fatto il suo lavoro al meglio. ‘Abbiamo avuto una catastrofe che sarebbe stata terribile in tutti i paesi. Non esistono più gli edifici amministrativi, sepolti con tutti i documenti’. Poco più in là tre americani dell´Air Force e due agenti federali controllano la situazione insieme ai poliziotti haitiani. ‘Haiti non è sotto tutela, è difficile lavorare come in passato ma il governo sta riprendendo il controllo, gli aiuti sono meglio organizzati e continueranno a migliorare. Non è vero che non abbiamo reagito, abbiamo già seppellito 70mila persone, qualche banca ha riaperto’”. 

“Nei giorni scorsi aveva invitato gli abitanti della capitale a rifugiarsi nelle zone rurali, adesso dice solo ‘aiuteremo chi vuole andarsene’. In realtà il governo ha già concordato con gli americani e le Nazioni Unite un piano per evacuare dalla capitale 400mila senzatetto, presto dovrebbero iniziare i lavori per dieci tendopoli in grado di dare alloggio a 100mila sfollati. Verso mezzogiorno c´è stata un´altra scossa di assestamento, poi un´altra ancora, ma ormai la gente ci ha fatto l´abitudine, resta nelle tendopoli, continua a camminare per strada, va alla ricerca di chi vende frutta o l´introvabile latte per i bambini. Ogni giorno che passa il traffico diventa più caotico, molte pompe di benzina hanno riaperto, le file sono più brevi, per il carburante non c´è solo il mercato nero e ai fortunati che hanno un´automobile non pare vero di poter tornare a strombazzare i clacson. Nonostante l´ottimismo del presidente la situazione nelle tendopoli resta terribile. Nelle zone più povere smentiscono a loro volta il presidente: ‘E´ un bugiardo, qui di aiuti abbiamo visto poco o nulla’. Il numero reale dei morti non lo sapremo mai. Dalle strade sono scomparsi i cadaveri carbonizzati, i `team rescue´ che hanno scavato senza sosta alla ricerca di sopravvissuti sono convinti che il lavoro sia ormai al termine, difficile che si ripetano miracoli come quelli degli ultimi. Le uniche cifre ufficiali - conclude REPUBBLICA -, sono quelle dei seppelliti nelle fosse comuni di Titanyen (70mila), il resto sono stime: 200mila i morti, un milione e mezzo le persone colpite dal disastro”. (red)

 20. Bodyscanner, l'Ue frena. Maroni: Andiamo avanti

Roma - “La Ue frena sui body scanner. Ma l´Italia, come annuncia il ministro dell´Interno Roberto Maroni, va avanti ed è pronta a partire con la sperimentazione al fianco della Francia mentre Spagna e Germania mostrano più cautela e chiedono una presa d´atto comune entro una settimana - scrive REPUBBLICA -. Mentre l´Unione europea attende l´esito dei rapporti sugli effetti che questi strumenti potrebbero avere sulla salute dei viaggiatori, i test italiani cominceranno a Roma-Fiumicino e Milano-Malpensa già dai primi di febbraio. Ci sono però diverse novità che, secondo quanto Repubblica è in grado di anticipare, riguardano altri scali italiani e la tipologia di macchina che potrebbe presto materializzarsi in sette aeroporti. Gli scanner acquistati con 2 milioni di euro di fondi Enac, l´ente per l´aviazione civile guidato da Vito Riggio, saranno una quindicina e collocati entro l´estate, oltre che a Venezia, Roma e Milano, anche negli aeroporti di Bologna, Pisa, Napoli e Palermo. Il grosso dei sistemi andrà a Fiumicino e Malpensa (cinque per ciascuno). Due saranno girati al Marco Polo mentre gli altri quattro scali ne potranno sistemare uno ciascuno per controllare i passeggeri in transito da e per gli Stati Uniti nel periodo estivo. Ufficialmente il Cisa, il Comitato interministeriale per la sicurezza del trasporto aereo e degli aeroporti, ieri ha avviato l´iter per la sperimentazione nei principali scali italiani di due tipologie di body scanner: quello a onde millimetriche e quello con tecnologia di tipo passivo ad emissione di raggi infrarossi. Il primo è però in pole position così come l´azienda Usa che lo produce. Si tratta della L-3, colosso del settore, che ha già ricevuto il placet della Tsa, l´ente americano per la sicurezza del trasporto, per tutti i modelli installati in 19 scali Usa”. 

“Il nostro Paese, attraverso l´Enac, nei giorni scorsi ha richiesto agli americani le linee guida per la certificazione, che sostanzialmente ricalcano quella richiesta dalle nostre norme. Semaforo verde, quindi alla L-3 e ai suoi scanner a onde millimetriche. Mentre appare all´orizzonte un nuovo concorrente che nei prossimi mesi potrebbe mettere a rischio la supremazia della L-3 e della sua tecnologia. Diverse aziende statunitensi stanno investendo fiumi di dollari per arrivare al primo scanner di nuova generazione ad emissione di calore corporeo. Un sistema che non presenterebbe controindicazioni e rispetterebbero la privacy dei passeggeri e sul quale, nei prossimi mesi cominceranno i test dei tecnici del ministero della Salute e i dirigenti del Garante per la privacy. Intanto per la prima fase della sperimentazione, si inizierà utilizzando solo apparecchi del primo tipo, quello a onde millimetriche che l´Enac avrà a disposizione già a partire da metà febbraio. Entro 4 settimane il comitato scioglierà le ultime riserve sullo scanner L-3 il cui costo oscilla, secondo le prime informazioni inviate dall´azienda Usa, circa 3 milioni di euro per uno stock di 25 apparecchiature. Probabile, quindi che i 2 milioni già pronti per l´acquisto siano sufficienti per 16 unità. Prima di giungere alla scelta delle tipologie di body scanner, il Comitato ristretto ha portato a termine una serie di verifiche sugli apparati disponibili sul mercato. L´analisi ha riguardato la valutazione delle apparecchiature in termini di sicurezza, di privacy, di tutela della salute del passeggero e di compatibilità con le operatività aeroportuali. Sulla privacy, ad esempio - conclude il quotidiano romano -, sono state prese in considerazione varie azioni di garanzia che prevedono l´oscuramento del volto del passeggero e la presenza di una postazione remota per l´operatore che visiona le immagini”. (red)

21. Urla del silenzio, il protagonista ucciso da Khmer rossi

Roma - “Si riapre il caso del protagonista di ‘Urla del silenzio’ Quella del ginecologo Haing Ngor è la storia di un sopravvissuto diventato premio Oscar - riporta il CORRIERE DELLA SERA -. Un’avventura dove la realtà si è mescolata con la finzione. Persa la moglie nei campi di campi di sterminio cambogiani, Haing trova la salvezza nell’80 e un futuro insperato negli Stati Uniti. Sembra un’odissea con un lieto fine. Non è così. Il destino continua a riservare sorprese al dottore. Stabilitosi in California, Haing viene scelto per interpretare — nel 1984— il ruolo di Dith Pran in ‘Urla del silenzio’. Il film denuncia sui crimini dei khmer rossi che lo porta fino all’Oscar. Dalla morte in faccia all’onore delle stelle. Ma quella è solo la penultima virata in una vita che non gli concede tregua. Il 25 febbraio del 1996, Haing Ngor è ucciso a colpi di pistola davanti alla sua casa nei sobborghi di Los Angeles. Un delitto attribuito a tre membri della ‘Oriental Lazy boys’, una delle gang che infestano la città degli angeli. Una rapina finita male. Ma i suoi amici non hanno mai creduto che i tre ragazzotti, poi condannati a lunghe pene detentive, avessero freddato Haing per derubarlo. Per i cambogiani di Los Angeles il ginecologo è stato vittima di un delitto su commissione. A dare l’ordine i khmer rossi. Gli aguzzini volevano vendicarsi della sua apparizione nel film che ha raccontato al mondo gli orrori del regime filo-maoista, al potere nello stato asiatico dal 1975 al ‘79”. 

“La teoria del complotto sembrava una pura speculazione di profughi inseguiti dai fantasmi del passato - prosegue il CORRIERE -, Invece, un anno fa, durante il processo ad un khmer rosso, spunta una conferma. Kang Kek Ieu, conosciuto come il ‘compagno Duch’ ed ex direttore di un lager, rivela la sua verità ai giudici: ‘È vero, Haing è stato eliminato per una vendetta. Non gli perdonavano la sua interpretazione nel film’. E non solo per quello. Il dottore, dopo il successo ad Hollywood, si era impegnato in prima persona nel raccontare le sofferenze patite dalla Cambogia sotto i khmer. Un’esperienza costata la vita ad un milione e mezzo di persone. Un apparato repressivo dove persino i bambini erano stati convinti a denunciare i loro genitori. Per gli ex esponenti della dittatura le testimonianze di Haing erano intollerabili. ‘Più volte gli avevo detto di essere più prudente, di mantenere un profilo basso’, ha ricordato uno dei cugini del medico. Non era servito a nulla. Haing aveva continuato la sua campagna di denuncia con grande coraggio e andava fiero di quello che era riuscito a fare interpretando il ruolo di Dith Pran, il traduttore del giornalista del New York Times Sidney Schanberg, inviato in Cambogia. I dubbi dei parenti — rilanciati anche in questi mesi — non hanno però fatto breccia nella polizia di Los Angeles. Per i detective la fine di Haing è una classica quanto banale storia di nera. Una delle tante che tingono di sangue la megalopoli della California. Una guerra dove cadono innocenti, colpevoli, sbirri e banditi”. 

“In realtà, all’inizio, anche la sezione Omicidi aveva avuto dei dubbi. Se si trattava di una rapina perché i banditi non avevano portato via i soldi — quasi 4 mila euro — che la vittima teneva nel portafoglio e sotto il sedile della sua Mercedes? Poi, i poliziotti avevano trovato un’altra spiegazione. Haing è stato ammazzato perché aveva cercato di impedire che gli togliessero il Rolex e soprattutto un monile d’oro con la foto della moglie. Oggetti mai ritrovati. Un piccolo bottino ceduto per acquistare delle dosi di cocaina. Insomma il caso, per chi indagava, era chiuso. Ma non lo è mai stato — e mai lo sarà — per la ‘piccola Cambogia ‘ nata sulle sponde della California. Il modus operandi, sostengono, non è quello di un gang, piuttosto somiglia all’agguato di un killer. Sarebbe necessario risentire i testimoni dell’epoca — insistono —, servono nuove indagini a Los Angeles e in Cambogia. Fondamentale a questo fine un interrogatorio mirato del compagno Duch per verificare se le sue rivelazioni possano essere appoggiate da elementi solidi. Un caso freddo che potrebbe tornare di nuovo ‘caldo’. A patto di trovare risorse e convinzione, due elementi che per ora mancano al Dipartimento di polizia. Sperando che qualcuno si decida a tirare fuori il fascicolo - conclude il quotidiano di via Solferino -, gli amici di Haing trovano un po’ di consolazione nella profezia del dottore: ‘Potrei morire anche oggi. Tanto c’è la testimonianza del film che andrà avanti per centinaia di anni’”.  (red)

22. Usa, Corte suprema: Stop a vincoli soldi per partiti

Roma - “Basta limiti ai finanziamenti elettorali da parte delle grandi aziende. Il verdetto che sconvolge le regole in vigore da decenni, è venuto ieri dalla Corte suprema degli Stati Uniti - scrive REPUBBLICA -. Provocando una dura condanna di Barack Obama. ‘Questa sentenza - ha dichiarato il presidente - offre alle lobby un potere ancora superiore a Washington, mentre indebolisce l´influenza dei semplici cittadini, che possono solo versare modesti contributi ai loro candidati’. È una decisione controversa e contrastata, che ha spaccato in due l´organo costituzionale. A favore hanno votato cinque giudici conservatori. In America i giudici dell´alta corte sono di nomina presidenziale. La maggioranza di quelli che vi siedono attualmente sono stati selezionati dai presidenti repubblicani. La decisione stabilisce che né il governo né il Parlamento possono limitare in alcun modo le spese delle aziende in favore di questo o quel candidato alle elezioni. I cinque giudici che hanno votato in questo senso, si sono appellati al Primo emendamento: cioè il principio fondamentale della libertà di espressione, uno dei più sacri nella Costituzione americana. ‘Se il Primo emendamento significa qualcosa - ha dichiarato il relatore di maggioranza Anthony Kennedy (designato da Ronald Reagan nel 1988) - esso vieta al Congresso di punire cittadini o associazioni di cittadini per il semplice fatto che esercitano la loro libertà di parola’. Un vibrato dissenso è stato espresso perfino da un giudice repubblicano moderato, John Paul Stevens (scelto da Gerald Ford nel 1975). Stevens ha definito ‘un grave errore’ equiparare la libertà di espressione dei cittadini con quella delle grandi imprese o associazioni d´imprese. Sono queste ultime infatti le vere beneficiarie della sentenza, che liberalizza oltre ogni misura le donazioni ai candidati politici”. 

“L´interesse della Corte suprema è stato sollecitato per una causa promossa contro un documentario su Hillary Clinton. ‘Hillary: The Movie’ era stato prodotto da Citizens United, un´associazione finanziata da grandi aziende vicine al partito repubblicano. Quando fu proiettato nel bel mezzo delle primarie presidenziali del 2008, intervenne la Commissione elettorale federale a vietarne la diffusione in tv. La commissione applicava una legge bipartisan sul controllo delle spese elettorali, che porta la firma anche dell´ex candidato repubblicano alla Casa Bianca John McCain. Quella normativa pone dei limiti alla propaganda elettorale pagata da aziende e altri gruppi economici negli ultimi 60 giorni prima del voto. È dall´appello contro quel divieto che il caso è salito fino ai giudici costituzionali. Ma molti esperti si aspettavano che la Corte prendesse una posizione di continuità con le leggi in vigore e la giurisprudenza ultradecennale. Nessuno aveva messo in conto la "deflagrazione" giuridica avvenuta ieri. I giudici conservatori invece hanno approfittato di questo caso per riscrivere completamente le regole. Hanno dato l´interpretazione più estensiva possibile del Primo emendamento. Includendo nella libertà d´espressione anche il diritto della Exxon, della Monsanto, della Citigroup, di finanziare i candidati al Congresso o alla Casa Bianca, nonché tutti gli spot televisivi necessari per farli eleggere. Già prima l´intervento delle lobby nella politica americana era vistoso. Contro il progetto di riforma sanitaria, ad esempio, le assicurazioni private hanno bombardato l´opinione pubblica di spot pubblicitari negativi. La Corte suprema ha precisato che, naturalmente, la stessa libertà si applica anche ai sindacati dei lavoratori. Questi - conclude il quotidiano romano -, non dispongono tuttavia di mezzi paragonabili alle tre lobby che Obama ieri ha elencato nella sua condanna: Wall Street, i petrolieri, le assicurazioni”. (red)

23. Internet, la crociata di Hillary contro gli hacker

Roma - “Una difesa appassionata di Internet, ‘il grande egualizzatore’. Un allarme per la sicurezza nazionale di fronte ai ripetuti attacchi di hacker. Un avvertimento mirato alla Cina: deve ‘indagare e fornire spiegazioni’ sulle gravi violazioni delle e-mail di Google - riporta REPUBBLICA -. Hillary Clinton ha scelto il Newseum di Washington - uno splendido museo dell´informazione e un tempio alla libertà di stampa - per esporre la nuova dottrina americana del diritto universale alla libertà online. Il segretario di Stato ha messo sotto pressione il governo di Pechino potendo contare, per una volta, su un esempio di capitalismo virtuoso. La ribellione antiautoritaria di Google contro la censura di Pechino infatti ha rilanciato un´antica teoria che sembrava caduta in disuso: l´idea che libertà dei commerci e libertà tout court sono intimamente legate, e quando si calpestano i diritti umani non si può aspirare a essere protagonisti della globalizzazione. ‘In un mondo interconnesso - ha detto la Clinton - un attacco alle reti di una nazione è un attacco contro tutti. Dobbiamo creare regole di comportamenti fra gli Stati, che promuovano il rispetto del web a livello globale’. I regimi autoritari come la Cina e l´Iran che mettono la museruola all´informazione - su Internet o su Twitter - finiranno per pagarne il prezzo anche nella loro ricchezza economica. Questo teorema era in voga nel 1989 dopo la caduta del Muro di Berlino, quando capitalismo e liberaldemocrazia sembravano procedere di pari passo nella loro espansione planetaria. Negli ultimi anni invece proprio l´ascesa della superpotenza cinese sembrava smentirlo: gli abusi contro i diritti umani non hanno impedito alla Repubblica Popolare di diventare la destinazione prediletta dei capitali occidentali”. 

“Ma la scorsa settimana qualcosa si è inceppato nella luna di miele fra il capitalismo Usa e il gigante comunista. Google ha denunciato ripetute violazioni alle e-mail (di alcuni militanti dei diritti umani, ma anche di 34 aziende hi-tech della Silicon Valley), ha interrotto la sua politica di collaborazionismo col regime cessando di autocensurare il proprio motore di ricerca, e ha minacciato di abbandonare il mercato cinese. L´opportunità ideale per l´affondo lanciato ieri da Washington. ‘Le nazioni che censurano l´informazione - ha detto la Clinton - devono rendersi conto che non c´è distinzione tra censurare il discorso politico e ostacolare l´informazione economica. Alla fine pagheranno un prezzo anche nella loro crescita. Le imprese americane assegnano alla libertà d´informazione un peso sempre più grande nelle loro scelte d´investimento’. Il segretario di Stato ha citato i paesi colpevoli delle violazioni più gravi, mettendo la Cina e l´Iran insieme a una lista di reprobi che include Tunisia, Egitto, Uzbekistan e Vietnam. ‘Hanno eretto barriere elettroniche - ha denunciato - per impedire ai loro popoli l´accesso ai network globali’. Con la Cina, ha precisato la Clinton, ‘abbiamo visioni diverse che dobbiamo affrontare in modo aperto e con coerenza’. Da Pechino il viceministro degli Esteri He Yafei ha reagito auspicando che ‘il caso Google non interferisca con le relazioni tra i due paesi’. Ma la Clinton non si è limitata a chiedere spiegazioni alla Cina. Le critiche verso Pechino - conclude REPUBBLICA -, sono state inserite in una visione positiva e ottimista sui benefici di Internet. ‘E´ un grande strumento di eguaglianza - ha detto - perché offre accesso alla conoscenza, può creare opportunità che prima non esistevano. Di fronte alle grandi sfide che l´umanità deve affrontare, abbiamo bisogno che i popoli uniscano il loro sapere e la loro creatività per ricostruire l´economia globale, proteggere l´ambiente, sconfiggere l´estremismo violento e costruire un futuro in cui ogni essere può realizzare il proprio potenziale’”. (red) 

24. Crocifisso, dall'Italia ricorso contro Strasburgo

Roma - “Crocifisso, pronto il ricorso contro Strasburgo - riporta REPUBBLICA -. Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del consiglio e gentiluomo di Sua Santità, mantiene la promessa fatta al Papa. Il governo impugna la sentenza della Corte europea che ha imposto la rimozione della croce nelle aule scolastiche italiane, perché lesiva ‘della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le proprie convinzioni e della libertà di religione degli alunni’. L´annuncio di Letta arriva durante una conferenza all´ambasciata italiana presso la Santa Sede. ‘Abbiamo fiducia - dice Letta - che la Corte dei diritti umani ripari a quello che consideriamo un grave torto alla cultura prima ancora che al diritto, allo spirito prima che al sentimento religioso’. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha lodato l´iniziativa. ‘La sentenza va contro l´oggettività storica dell´Europa e contro il sentire popolare della gente - ribadisce il cardinale - si deve auspicare che la Corte possa riequilibrare il suo pronunciamento nel rispetto di questa verità storica e del sentire delle persone’. Il caso era stato sollevato da una cittadina italiana di origine finlandese, Soile Lautsi, socia dell´Unione atei e agnostici razionalisti che, nel 2002, aveva chiesto all´istituto statale "Vittorino da Feltre" di Abano Terme, frequentato dai suoi due figli, di togliere la croce dalle aule. Il ministero dell´Istruzione rispose che il crocifisso era previsto da due Regi Decreti del 1924 e del 1928. La donna non si arrese e la battaglia proseguì davanti ai giudici. Prima di arrivare a Strasburgo la disputa è passata per il Tar del Veneto, per il Consiglio di Stato e la Consulta. Infine i sette componenti della Corte europea hanno sentenziato che la presenza dei crocifissi nelle aule può facilmente essere interpretata dai ragazzi di ogni età come un ‘evidente segno religioso’ e disturbare quelli di altre religioni o gli atei. Stasburgo ha condannato l´Italia a risarcire con cinquemila euro la Lautsi. Il ricorso è stato preparato ieri alla Farnesina. Letta è ottimista sull´esito del documento che sarà esaminato dalla Grande Camera della Corte europea. ‘Abbiamo fiducia perché per l´Italia è stato facile sollecitare la partecipazione di molti altri paesi dell´Ue, che stanno venendo sempre più numerosi a sostegno della nostra azione’. Intanto oggi al Csm arriva il caso del giudice Tosi - conclude REPUBBLICA -, sospeso dal lavoro per il rifiuto del crocifisso nelle aule di tribunale”. (red)

25. Biennale, Sgarbi curerà il "Padiglione Italia"

Roma - “Sarà Vittorio Sgarbi il curatore del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia del 2011. L’annuncio è arrivato ieri dal ministro per i Beni culturali Sandro Bondi durante la presentazione dell’ultimo libro del critico d’arte, intitolato L’Italia delle meraviglie e pubblicato per i tipi di Bompiani - riporta il CORRIERE DELLA SERA -. La notizia circolava da tempo. Ma il ministro ha anche ufficializzato un secondo incarico per Sgarbi, anche questo nel settore del contemporaneo: ‘A Vittorio, che oggi festeggiamo, abbiamo deciso di affidare il ruolo di vigilanza per l’acquisto delle nuove opere d’arte contemporanea per il Maxxi’, il nuovo museo di Stato dedicato alla creatività del presente, appena terminato di costruire a Roma su progetto di Zaha Hadid. Un ruolo tutto nuovo, questo della ‘vigilanza’, in un’istituzione, il Maxxi, strutturata come Fondazione e con un vertice in carica. Di cosa si tratta? ‘Non conosco ancora i dettagli dell’incarico — ha risposto Sgarbi — ma ritengo si tratti di una sorta di consulenza diretta al ministro per acquisti di arte, forse non limitati al solo Maxxi. Diciamo che sarò la Margherita Sarfatti di Bondi...’. Consapevole, il critico e storico dell’arte, delle ‘infinite polemiche’ (parole sue, pronunciate e subito seguite da una gran risata) per questa doppia scelta: ‘Già immagino le reazioni, Bonito Oliva si starà preparando...’. La sua linea, Sgarbi — che anche ieri ha sfoderato la nota vis polemica— l’ha già dettata. Biennale o Maxxi, poca differenza. In sintesi: nessun (ulteriore) spazio a sperimentalismi di marca neoavanguardista, all’arte povera, al concettualismo, alle installazioni e in genere all’arte più legata alla ricerca. ‘La mia non sarà una Biennale escrementizia o piena di tampax’, ha detto (citando l’artista Piero Manzoni). Spazio, invece, a una linea prevalentemente figurativa, alla tecnica, alla ‘bellezza’, a una pittura di mestiere, meglio se permeata da riferimenti colti e vena onirica”. 

“Dai nomi fatti da Sgarbi — si tratti di Novecento storico o di artisti viventi— si capisce (quasi) tutto: ‘Assurdo che il Maxxi abbia acquistato un’opera di Gilbert & George (osannato duo di artisti inglesi presente nei principali musei del mondo, che Sgarbi ha citato più volte storpiando il nome, n.d.r.) e non abbia nemmeno un’opera di Alberto Sughi, maestro di pittura, che ha 80 anni. E non lo dico perché lo vedo qui...’. Poi, sempre riferito alle presenze nel salone del ministero che ha ospitato l’incontro, ha aggiunto: ‘E non vedo perché non dare spazio anche a Cornelia von de Steinen, e non perché è moglie di Pietro Cascella’ (scultore scomparso, amico e autore prediletto, come è noto, tanto da Bondi quanto da Silvio Berlusconi). Gli altri nomi confermano una ‘strada’ chiara: ‘Domenico Gnoli, Carlo Guarienti, Fabrizio Clerici, Riccardo Tommasi Ferroni, Pietro Annigoni’. Critiche sono arrivate da Sgarbi anche all’indirizzo dei vertici dell’attuale Ministero (immancabile la battuta su Bondi: ‘Non gli ho chiesto nulla, gli incarichi sono arrivati dopo che il mio nome era stato depennato per tutto, dalla presidenza del Consiglio superiore alla nuova direzione generale per la valorizzazione’) in particolare contro il progetto di accorpare la Galleria Corsini di Roma alle collezioni della Galleria nazionale d’arte antica di Palazzo Barberini, ipotesi sostenuta anche dal sottosegretario Francesco Giro. Riprendendo quanto appena detto da Alvar Gonzales Palacios (uno dei relatori ieri, con il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci e Alain Elkann) Sgarbi ha rilanciato - conclude il CORRIERE -: ‘Pietà per la Corsini. L’accorpamento sarebbe un’onta per lo Stato, un insulto alla ragione e alla legge. Si vincolano le storiche collezioni private— Colonna, Doria Pamphili, Pallavicini — e poi si smembra l’unica pubblica?’”. (red)

26. Le cento regole d'oro dello scroccone

Roma - “È un gioco facile dare del parassita a intere categorie sociali, ma si deve fare molta attenzione a gridare contro il fenomeno, quasi fosse riscontrabile solo a certe latitudini - riporta LA STAMPA -. Nella nostra società la tendenza a sbocconcellare le risorse altrui è sviluppata oltre ogni opposta dichiarazione d’intenti. Noi parassiti inconsapevoli viviamo, per lo più senza apparenti sensi di colpa, alcune passeggere debolezze, ma ai parassiti professionisti occorrono invece regole e organizzazione. Giuseppe Laganà, nativo calabrese e oggi ricercatore alla Sapienza di Roma, ha compilato con metodo scientifico un ‘Manuale dello scroccone’, in cui teorizza, circostanziandolo con esempi, che il vero scroccone sia innanzitutto quello che cerca sempre il consenso della propria vittima. Non ci assolve, ma ci consola. Gli scrocconi, in realtà, sono i trionfatori nella catena dell’evoluzione e la biologa Claudia Bordese ha tracciato un elogio del parassitismo nel mondo animale: ‘In natura gli scrocconi fanno da padrone da sempre, sono le specie più tenaci. Si guardi il pidocchio, parassita per eccellenza: da milioni di anni sopravvive indisturbato ottenendo nutrimento, riparo e mezzo di trasporto dall’essere nel cui pelo si rifugia’. A volte si parassiteggia per moda sociale. Oggi non trova più alcun barlume di giustificazione ideologica il morettiano ‘Faccio cose vedo gente’, motto che rappresentava le ‘stigmate’ del giovane urbano di sinistra degli Anni 70. Persistono, comunque, stuoli di frequentatori sistematici di buffet inaugurali, vernissage capitolini, compleanni vipparoli. Umberto Pizzi ne ha congelato vizi e brutture nei ‘Cafonal’ di Dagospia. A volte il miserevole abuso dello stesso vestito da aprile a settembre ne denuncia lo stato di quasi morti di fame, ma i professionisti dello scrocco cultural-mondano possono raggiungere vette che rasentano la performance da arte concettuale”. 

“Anni fa ebbe investitura ed effimera gloria Rosanna, la signora romana scroccona per missione - prosegue il quotidiano torinese -. Rosanna giocava sul suo aspetto curatissimo, ma anche su una certificata incapacità d’intendere e volere. Si infilava nei più esclusivi saloni di bellezza di Piazza di Spagna, se ne andava senza pagare, ma bellissima e truccatissima si accomodava nei migliori ristoranti e pasteggiava a ostriche e champagne. Lo faceva tutti i giorni, cambiando locale, per il solo gusto di ‘fregare la ricchezza’. Laganà classifica esempi analoghi che attraversano tutte le classi sociali e tutte le categorie dell’umanità: ‘Lo scroccone è trasversale, non è detto che sia anche un avaro, può essere anche generoso. Io ho rilevato una grande tendenza allo scrocco sistematico ad esempio nei professori universitari, partendo dalle sigarette che chiedono agli studenti’. Il vero professionista, però, si cela nelle pieghe di ogni nostra frequentazione e ogni ritualità privata: ‘I parassiti che riescono sempre a passar vacanze e feste comandate nelle case altrui, quelli che scientificamente vanno a cena con persone di poco appetito e si rimpinzano di vivande costosissime, sfruttando il vantaggio che alla fine pagheranno alla romana. Per non parlare dell’arte raffinata di fingere la perdita o il furto del portafogli al momento di pagare il conto’. È vero. Tutti abbiamo un amico o un conoscente che si porta addosso il sospetto di essere sempre lìultimo della coda quando si paga il caffè, ma ancora siamo nel dilettantismo. Daniela gestisce un Web magazine di consigli per viaggiatori e racconta di quando si beccò le ire di molti albergatori per aver pubblicato un elenco di espedienti diabolici da viaggio: ‘Avevo consigliato di prenotare in hotel sempre delle camere di categoria standard, poi, una volta aperta la valigia, lamentarsi con la direzione con una qualsiasi scusa. Automaticamente si ottiene un upgrade a una stanza di livello superiore, assieme alle più sentite scuse’. Ci sono poi gli irriducibili del parassitismo cellulare: sono quelli che conoscono ogni tecnica per succhiare il credito telefonico altrui”. 

“Per la più diabolica, da poco osservata, occorre salvare in memoria un sms, di quelli che ci avvertono quando un utente ha chiamato mentre non eravamo raggiungibili. Basta cambiare data e orario e chiunque lo riceverà si sentirà in dovere di richiamarci, evitando di pagare noi la telefonata. In Rete, infine, i consigli di blando parassitismo equo e solidale sono numerosissimi: si va dal giro per grandi magazzini e supermercati per fare incetta di campioncini di cosmetici, profumi o assaggini vari. Chi ha faccia tosta può anche gironzolare attorno al bancone del bar in ora di massimo affollamento. Con un bicchiere usato, preso da un tavolino da sgomberare, può procedere a ingozzarsi delle pizzette e altre delizie dell'happy hour. Certamente è elevato il rischio, in questo caso, di essere scambiati per banali morti di fame. Al ristorante ‘Mi piace, ma mica lo faccio per fame. Mi sento forte solo quando posso fregare la ricchezza. Mio padre ha lavorato tutta la vita come uno schiavo, alla fine solo 500 euro di pensione. Basta ho detto, da oggi io non pago più nessuno!’. Rossana, per lunghi mesi nel 2006, è stata l’incubo dei ristoratori di Roma. Elegantissima, si presentava nei locali da sola: poi ordinava il meglio del menù, senza lesinare sulla quantità. Il conto Alla fine sempre la stessa scena. La donna diceva di aver dimenticato il portafoglio, i titolari chiamavano la polizia. Decine di denunce, ma senza esito. Rossana, infatti, proprio per il suo comportamento ossessivo, era stata dichiarata incapace di intendere e di volere. La fama Scoperta da quotidiani e televisioni, Rossana ha avuto qualche settimana di gloria. Pagata cara - conclude LA STAMPA -, dopo averla vista sullo schermo, i ristoratori la riconoscono. E non le servono più nulla”. (red)

Prima Pagina 22 gennaio 2010

È l'ora di delinquere