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Favara, i suoi morti e le sue priorità

Chissenefrega se ci sarà un processo e se verrà condannato qualcuno. Forse sì. Più probabilmente no. Magari verrà fuori che in effetti ci sono state delle irregolarità e che la famiglia Bellavia non doveva rimanere nella sua abitazione, ovverosia in quel tugurio fatiscente che all’alba di sabato scorso è crollato ammazzando le sorelle Marianna e Chiara, di quattordici e di tre anni, e ferendo gravemente loro fratello Giovanni, di undici. Magari, adesso, qualcosa si muoverà e nella cittadina di Favara, in provincia di Agrigento, le case pericolanti verranno sgomberate e i residenti saranno finalmente spostati altrove, in qualche edificio che non minacci di venir giù in qualsiasi momento a causa della vetustà e della mancanza di manutenzione.

Ai diretti interessati non si può che augurarlo, ma non è questo il punto. Risolvere una situazione specifica di povertà e degrado è solo elemosina. E quando la soluzione arriva dopo una tragedia è ancora peggio: è una sorta di automatismo, una specie di oblazione pubblica con cui si cerca di cancellare l’infamia di quello che è successo. Il “beau geste” occasionale che dovrebbe fare da contrappeso agli abusi e alle iniquità strutturali. L’attimo di attenzione che dovrebbe controbilanciare, e in qualche modo giustificare, le innumerevoli occasioni in cui si è fatto finta di non vedere, trincerandosi dietro a questa o a quella impossibilità “oggettiva” a intervenire. 

Le dichiarazioni del sindaco di Favara sono esemplari, in questo senso. Consapevole del rischio di fare da capro espiatorio, finendo dapprima alla gogna mediatica e poi sotto processo, si affretta a dire che la stessa situazione che c’è nel suo Comune la si può ritrovare in chissà quante altre località. E subito dopo, con un puntiglio burocratico fin troppo tempestivo e decisamente degno di miglior causa, precisa che «non risultano delle richieste di alloggi popolari pervenute dalla famiglia Bellavia» e che, stando a quanto gli ha riferito il dirigente dei servizi sociali, «la famiglia non è conosciuta neanche degli uffici dei servizi sociali per un contributo». Insomma: Favara come New York, come Londra, come quelle metropoli tanto vaste e popolose che, se non è il cittadino ad attivarsi per far sapere alle autorità della sua esistenza (e del grave stato di bisogno in cui versa, e del suo diritto a ricevere un qualche genere di aiuto), è del tutto naturale che l’amministrazione cittadina lo ignori.

Favara ha poco più di trentamila abitanti, ma evidentemente i suoi “servizi sociali” non hanno né il personale né i mezzi per monitorare le condizioni di vita della cittadinanza e identificare quanto meno i casi di maggiore disagio. Favara ha il suo bel sito internet, su cui non manca l’inevitabile “welcome to”, e la sua bella “Sagra dell’agnello pasquale”, ma non ha nessun impiegato comunale che trovi il tempo di andare a dare un’occhiata nella zona disastrata dove sorgeva la catapecchia dei Bellavia. Anche se, come riferiscono i giornali, quell’intreccio di vicoli angusti e di costruzioni decrepite si trova “alle spalle del Municipio”.

Federico Zamboni

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