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Secondo i quotidiani del 26/01/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Caso Bologna, resa di un sindaco”, di seguito: “Alleanze e malumori. Bersani solo in trincea”. Editoriale di Ernesto Galli Della Loggia: “Oligarchi di periferia”. Di spalla Massimo Mucchetti: “Eni al bivio. La tentazione di vendere i tubi di Mattei”. Al centro foto-notizia: “ ‘Bertolaso? Polemiche da dopo partita’ ” e “Milano, 14 giorni di smog. Proposta di targhe alterne e cittadini in piazza”. In un box: “Dipendenti assenteisti alla Camera”. In taglio basso: “Arriva l’avvocato ‘low cost’, in negozio”.  

LA REPUBBLICA - In apertura: “Bologna resta senza sindaco”, di seguito il ‘colloquio’ con Romano Prodi: “Prodi: ‘Ma chi comanda nel Pd?’ ”. In due box: “ ‘Mediatrade, ecco il giro di milioni per creare fondi neri’ ” e “Bagnasco: sogno una nuova classe di politici cattolici”. Di spalla: “Chi ruba la terra e il cibo all’Africa”. Editoriali di Adriano Sofri: “Quando il capo non sa vedere” e di Michele Serra: “Un sussulto di trasparenza”. Al centro foto-notizia: “La Clinton attacca Bertolaso: le sue sono critiche da bar sport”. A fondo pagina: “La ‘guerra civile’ delle Olimpiadi”.  

LA STAMPA – In apertura: “Sex-gate, Bologna senza sindaco” e in taglio alto: “Hillary al veleno ‘Fate polemiche da dopo partita’ ” e “Immigrati, Sarkozy ‘Da noi non finirà come in Italia’ ”. Editoriali di Marcello Sorgi: “Sindaco cattolico solo a parole” e di Michele Brambilla: “Chi predica bene e razzola male”. Le interviste: “Sacconi: dai centristi solo opportunismo” e “Eco: hanno fatto una figura da cioccolatai”. Al centro foto-notizia: “Uno scivolone strappa Picasso”. Di spalla: “Fiat in rosso ma taglia i debiti”. A fondo pagina: “I cigni infedeli”.  

IL GIORNALE - In apertura: “Venere riduce la sinistra in cenere”, con l’editoriale di Vittorio Macioce. Al centro foto-notizia “La Clinton contro Bertolaso. Ma ha ragione lui” e “Silvio processato pure in clinica”. Di spalla l’intervista: “Cicchitto: ‘Sì alla piazza prima del voto’ ”. A fondo pagina: “Giù la maschera: ridiamo su Materazzi” e “Brunetta presto sposo, la Pivetti (forse) si prepara”.  

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Asta record di bond greci”. In taglio alto: Fazio: niente sconti alle regioni in deficit”. Editoriale di Stefano Folli: “C’era una volta il Partito democratico”. Al centro la foto-notizia: “Aiuti anti-crisi alle famiglie. Obama prepara altre misure di sostegno per la middle class americana” . Di spalla: “Così cresce la voglia d’impresa tra gli stranieri”. In taglio basso: “Conti in perdita per Fiat ma ritorna il dividendo” e “Scajola annuncia incentivi alla quotazione per le società del Sud”. 

IL MESSAGGERO – In apertura: “Bologna, Delbono si dimette” e in due box: “L’alleanza con l’Udc divide i democratici” e “Da Marrazzo al Cinzia-gate, la campagna in salita del Pd”. Editoriale di Paolo Pombeni: “La doppia identità che va superata”. Al centro: “Timbro col trucco sui cartellini: la Camera scopre 15 assenteisti” e la foto-notizia “Il miracolo di Ranieri: 15 partite utili, 12 rimonte. Così vola la sua Roma”. In un box: “”La Clinton a Bertolaso: chiacchiere da bar. La replica: ho criticato solo l’organizzazione”. In taglio basso: “Lo stupratore seriale in aula, una delle vittime tra i banchi” e “Peppino De Filippo, quel ‘romano’ di mio padre”.  

IL TEMPO - In apertura: “Compagni allo sbando”. Editoriale di Roberto Arditti: “La grande occasione del Pdl”. A centro pagina: “Roma, linea dura contro gli autisti drogati” e in un box il ‘caso Battisti’: “Estradizione, l’Italia insista con Lula”. A fondo pagina: “La riscossa del centrosud”.  

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Senza farsi male”. A fondo pagina: “Bertolaso, che figura. Hillary: polemiche da dopo-partita” e “Fisco, Cgil sciopera il 12 marzo. Dirigenti Cisl a Bonanni: e noi?”.  

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Baghdad sotto attacco, tira aria di congiura contro il premier Maliki”. In apertura a destra: “Il Pdl teme che l’effetto Vendola travolga anche il dialogo sulla giustizia”. Al centro: “Piccoli disastri del Pd”. In taglio basso: “Comprare la guerra a Kabul”. (red) 

2. Dopo Marrazzo, Delbono. Oligarchi di periferia 

Roma - “Dopo Marrazzo, Delbono: nel giro di pochi mesi - osserva Ernesto Galli Della Loggia sul CORRIERE DELLA SERA - è il secondo importante amministratore locale eletto sotto le bandiere del Pd costretto a lasciare il proprio incarico per questioni in cui sesso e soldi si mischiano confusamente. E a questo punto è fin troppo ovvio osservare come per la sinistra diventi sempre più difficile sostenere la pretesa di incarnare una sorta di superiorità morale rispetto alla destra, un Paese diverso e migliore, l’’altra’ Italia come si diceva qualche tempo fa. Piaccia o meno, infatti, d’Italia ce n’è una sola. Ed è bene partire dall’assunto che in essa luci ed ombre sono più o meno equamente distribuite tra tutte le varie parti politiche, anche se ciò non c’impedisce di riconoscere che la sinistra, insistendo pure questa volta per le dimissioni immediate del suo esponente, ha mostrato una sensibilità istituzionale e un’attenzione al giudizio dell’opinione pubblica che la destra, invece, quasi mai mostra. Ma Delbono non viene solo dopo Marrazzo. Viene anche immediatamente dopo Vendola, e ci parla dunque pure di altre cose. Per esempio della forte disarticolazione che nella periferia sta colpendo la sinistra, la quale, nelle varie città e regioni della penisola, va progressivamente autonomizzandosi dal centro, in un insieme di processi che stanno conducendo virtualmente alla scomparsa di un vero organismo politico nazionale. Diluita ogni possibile identità nel confluire di tre o quattro culture politiche diverse, il Partito democratico - prosegue Galli Della Loggia sul CORRIERE DELLA SERA - vede sempre di più il fiorire dappertutto di candidati ‘improvvisati’, accettati obtorto collo, estranei alla sua linea e alla sua più antica storia, ovvero inamovibili per decisione propria, i quali ora diventano molto spesso, nelle periferie cittadine e regionali, i padroni di fatto del partito e del suo elettorato. Nichi Vendola rappresenta la versione pugliese, carismatica, di questo fenomeno. L’altra versione è quella oligarchica bolognese (a metà strada tra le due si collocano le esperienze di Bonino nel Lazio e Bassolino in Campania). Qui, a Bologna, il potere politico-culturale cittadino, fino al ‘94 articolato in un polo cattolico-liberale e in un altro comunista, in feconda dialettica tra loro, si è riunificato sotto l’insegna del ‘prodismo’, dando luogo ad una vischiosa ‘palude’ notabilare che tutto ingloba e domina, e che può permettersi di designare come sindaco uno scialbo professorino come Delbono. La cui piccola corruzione, se esiste, è stata per l’appunto, come del resto quella di Marrazzo, la corruzione di un dipendente, beneficato politicamente, colpevole di non aver capito che tra i privilegi che l’oligarchia gli concedeva senza alcun suo merito non c’era quello di usare i soldi pubblici per portarsi la fidanzata in Messico. La fine della Democrazia cristiana e del Partito comunista, e con loro dei partiti politici che dal 1945 hanno tenuto insieme il Paese, sembra così ormai vicina al suo esito ultimo: alla disarticolazione del sistema politico nazionale in tanti sottosistemi periferici. Disarticolazione - conclude Galli Della Loggia sul CORRIERE DELLA SERA - che colpisce molto di più la sinistra perché a destra, la leadership di Berlusconi, forte delle sue incomparabili risorse mediatiche e finanziarie, mostra una tenuta centripeta che almeno per ora regge”. (red)

3. Prodi: “La gente mi chiede chi comanda nel Pd”

Roma - “Bastonato in Puglia. Umiliato a Bologna. Spiazzato nel Lazio. Confuso ovunque. Romano Prodi - scrive Massimo Giannini su LA REPUBBLICA - padre nobile del Partito democratico, osserva da lontano i tormenti della sua ‘creatura’. ‘Tre settimane fa ero a Campolongo, a sciare. In fila per lo skilift la gente mi fermava e mi chiedeva solo questo: ma chi comanda, nel Pd?’. Bella domanda. Il Professore non ha la risposta. E per la verità neanche la cerca: ‘Ormai sono fuori, e quando si è fuori si è fuori...’, dice l’ex premier. Non si sogna nemmeno di ‘sparare sul quartier generale’, una delle abitudini preferite della sinistra italiana di ieri e di oggi. Proprio lui, poi, l’unico che è riuscito a battere Berlusconi due volte, anche se poi non è riuscito a governare come avrebbe voluto. Ma la domanda resta, in tutta la sua drammatica semplicità. Chi comanda, nel Pd? Il buon Bersani, fresco segretario pragmatico e onesto, ieri ha messo la sua faccia sulla sconfitta pugliese e sul pasticcio bolognese. Ma il suo limite, in questa prima fase di gestione del partito, è stato un esercizio timido e intermittente della leadership. Quello che nella campagna elettorale delle primarie nazionali era stato il suo miglior pregio (la sana realpolitik emiliana, la forza operosa e tranquilla, la capacità di rassicurare gli elettori) nella campagna elettorale per le primarie è diventato il suo peggior difetto. Molte parole di buon senso, ma pochi messaggi che trascinano. Molte iniziative diffuse sul territorio, ma poca ‘gestione’ delle partite locali complesse. Così, a tratti, ha alimentato il sospetto di lasciarsi ‘etero-dirigere’: dalla ‘volpe del tavoliere’ in Puglia, dalla Bonino nel Lazio, da Casini un po’ ovunque. Ieri, in direzione, nessuno l’ha processato per questo. La minoranza veltroniana e franceschiniana non ha infierito, ed ha evitato di ricadere nel vizio tafazziano preferito dal centrosinistra: il regolamento dei conti. Ma in conferenza stampa Bersani era solo, a fronteggiare le domande dei cronisti. Dov’era Massimo D’Alema, che in Puglia ha tentato con l’Udc l’ennesimo esperimento di laboratorio, spazzato via con le provette neo-centriste e gli alambicchi neo-proporzionalisti dai 200 mila elettori che hanno tributato un plebiscito a Nichi Vendola? E dov’era Enrico Letta, che il 4 gennaio in un Largo del Nazareno ancora deserto per le vacanze di Capodanno annunciò il no alle primarie e la candidatura unica di Francesco Boccia? Non pervenuti. E così l’impressione, che è di Prodi ma non certo solo di Prodi, è che alla fine il partito sia in realtà ‘sgovernato’, e un po’ in balia di se stesso. Il Professore non lo dice, e ‘per correttezza’ (come ripete in continuazione) si guarda bene dal dare giudizi sulle strategie politiche di questi ultimi mesi e sulle scelte del segretario. Lui, tra l’altro, Bersani l’ha anche sostenuto e votato alle primarie. Ma il Pd è pur sempre il ‘suo’ partito. Lo ha sognato e alla fine fondato. Vederlo ridotto così, oggi, gli fa male. ‘Sa cosa mi dispiace, soprattutto? È vedere che ormai sembra sempre più debole la ragione dello stare insieme...’. Come dire: quello che manca è il vecchio ‘spirito dell’Ulivo’, quel mantra evocato ossessivamente fino a due anni fa, a volte quasi come un esorcismo, che spinse e convinse i vertici di Ds e Margherita ad uscire dalla casa dei padri, e a fondere i due riformismi, quello di matrice laico-socialista e quello di matrice democratico-cristiana. Non che nelle stagioni passate quello ‘spirito’ abbia soffiato così impetuoso. Ma è vero che oggi appare impalpabile. Quasi svanito, come dimostrano le piccole e ingrate diaspore di queste settimane, dalla api rutelliane e agli altri ‘centrini’ cattolici. Dov’è finito il progetto? Dov’è finita ‘l’unità’ che gli elettori invocano da anni? Di nuovo: Prodi non ha la risposta. Si limita a riproporre le domande. E con lui se le ripropone l’eroico ‘popolo del centrosinistra’, che si mette diligente in fila, con un euro in mano, in ogni fredda domenica in cui la pur esecrata ‘nomenklatura’ chiama: quale autodafè deve ancora accadere, prima che le magnifiche sorti e progressive del grande ‘partito riformista di massa’ si riducano in rovine fumanti? Per il Professore, stavolta, c’è un dolore nel dolore. La spina nel cuore si chiama Bologna. Nelle dimissioni di Delbono c’è anche un po’ di debacle prodiana. Era stato l’ex premier, a lanciare ‘l’amico Flavio’ verso la candidatura a sindaco. Per forza, oggi, la sua uscita di scena brucia due volte. Prodi prova a girarla in positivo: ‘Prima di tutto, analizziamo la dimensione del problema. Di cosa si sta parlando? Non si distrugge la vita di un uomo, come è accaduto in questi giorni, per una storia come quella, per una manciata di euro...’. E se gli fai notare lo ‘scandaletto’, i due bancomat e il ‘cha-cha-cha della segretaria’, il Professore non arretra. ‘Certo, doveva essere più accorto. Ma in questi giorni nessuno si è limitato a dire questo: gli hanno dato del delinquente, invece. Hanno parlato di limite etico travolto. Eppure altrove, per altri amministratori locali di centrodestra che ne hanno combinate di tutti i colori, nessuno ha gridato allo scandalo, e si a’ mai sognato di chiedere le dimissioni. Allora queste cose le vogliamo dire sì o no?’. Appunto, le dimissioni. Proprio a Bologna, che già era uscita un po’ malconcia dall’era Cofferati. ‘Ma anche le dimissioni, vede, confermano la differenza di stile di Delbono: ha compiuto un atto di responsabilità verso la città. Ora sarà più libero di dimostrare la sua innocenza, della quale sono non sicuro, ma sicurissimo. Non era obbligato a dimettersi, ma l’ha fatto. Ha messo il bene comune sopra a tutto, prima delle convenienze personali. Chi altri l’avrebbe fatto? La Moratti, forse?’. E ora? Che ne sarà di Palazzo Accursio? Nei boatos, che riecheggiano sotto i portici del centro storico e nei conciliaboli del Bar Ciccio, c’è solo un nome che rimbalza, per la successione a Delbono. Ed è proprio il suo: Romano Prodi. Possibile? Il Professore ridacchia, e quasi sibila in uno slang emiliano che si fa più stretto: ‘Ma non ci pensi neanche un momento... Gliel’ho già detto: in politica o si sta dentro, o si sta fuori. E io dentro ci sono già stato anche troppo. Mi riposo, leggo, studio molto, faccio le mie lezioni qui in Italia e in Cina. E sono sereno così’. Ma il Pd, Professore: che ne sarà del Pd? ‘Non lo so, speriamo bene...’. Di più non gli si estorce, all’uomo che tuttora molti continuano a considerare un possibile ‘salvatore della patria’, per Bologna e non solo. ‘Eh no - conclude lui - salvatore della patria no! Va bene una volta, va bene due volte, ma tre volte proprio non si può. Grazie tante, ma abbiamo già dato...’”. (red) 

4. Quando il capo non sa vedere 

Roma - “Primo: non infierire. Ma come si fa? - si chiede Adriano Sofri su LA REPUBBLICA - Mettiamola così: ci sono due buone notizie. In Puglia si sono svolte le primarie con un’adesione sentita, e finalmente abbiamo il candidato. A Bologna il sindaco si è dimesso, che è proprio la cosa che andava fatta. Tutto bene, dunque. E ora facciamo due chiacchiere. Bersani ha ribadito lealmente il sostegno del Pd a Vendola, caldo di una così larga investitura. E ricapitolando - mi viene sempre questo verbo, mannaggia - le ragioni dell’impegno per Boccia, ha ribadito il proposito di guadagnare adesioni fuori dai confini della sinistra, dentro i quali invece è destinata a restare la candidatura di Vendola. Una prima obiezione possibile riguarda la riduzione della ricerca di consensi cosiddetti moderati all’alleanza con l’Udc. Tanto più quando non ci si misuri con tempi tagliati e fronti uniti, come sarebbe stato se Berlusconi avesse imposto elezioni politiche anticipate. L’obiezione maggiore è un’altra: e cioè che i dirigenti del Pd commettono un serio peccato di appropriazione indebita quando parlano del ‘proprio’ elettorato, dei ‘proprii’ suffragi già acquisiti e bisognosi di allargamento. Non mi riferisco tanto agli elettori che si sono presi da tempo una libera uscita dalle fedeltà di schieramento. Mi riferisco piuttosto alle persone, ancora tantissime, che si sentono tuttavia fedeli a un ideale, o almeno a un’idea, di sinistra e di democrazia, e stentano a riconoscerla nel Pd. Persone che dirottano il loro voto sulla costellazione di partiti e movimenti che affettano un’intransigenza eroica, o lo conservano al pulviscolo di etichette che furono già della sinistra malamente detta ‘radicale’ e diventata extraparlamentare, dai verdi ai comunisti, o, più consistentemente, decidono che non voteranno più, con uno spirito amaro o punitivo. Si faccia un conto, come suggeriscono i politici ‘esperti’, e ne risulterà una somma di voti superiore a quella promessa dall’alleanza con l’Udc. Il saldo diventa più allarmante - prosegue Sofri su LA REPUBBLICA - se si consideri la disaffezione crescente dentro la base che si definì un po’ rozzamente ‘lo zoccolo duro’ (formula non così distante da quella borsistica del ‘parco buoi’, e non per caso). Ogni volta che i dirigenti del Pd fanno appello alla necessità di andare oltre i ‘propri’ elettori, stanno ingannando se stessi. Frughino bene: hanno le tasche bucate. Ognuno dei voti che presumono ‘loro’ va riguadagnato. E non al prezzo di un sovrappiù di irresponsabilità, di rinuncia all’intenzione di governare, di demagogia: al contrario. Abbiamo intravisto sugli schermi le lunghe file di cittadini pugliesi alle primarie, e anche la folla entusiasta a festeggiarne il risultato. È improbabile che quei cittadini siano ostili per principio alle alleanze e ai ragionati compromessi: però non si rassegnano alle primarie negate per non dispiacere a Casini. Chissà quanti di quei cittadini che si sobbarcano all’impegno di una domenica d’inverno per scegliere un candidato avrebbero deciso di non andare a votare nelle elezioni ‘vere’ se il candidato fosse stato imposto d’autorità. I dirigenti del Pd non lo vedono? Vivono altrove, e di che cosa? Massimo D’Alema ebbe un’uscita magistrale, qualche giorno fa, quando all’improvviso dichiarò, delle cose di Puglia, di non capirci niente. È un buon punto di partenza. Le primarie per la segreteria del Pd furono in fondo, per chi non fosse legato stretto alle cordate concorrenti, un apprezzabile modo per restituire autorevolezza alla leadership di un partito che l’aveva perduta, chiunque vincesse fra candidati senz’altro rispettabili. Questa ennesima intenzione responsabile portò un numero ingente di persone a votare, e non la passione per i rivali in gara. Ancora una volta, come ora in Puglia, le persone che vogliono bene all’Italia e alla democrazia e a un ideale, o almeno un’idea, di sinistra, si mostrarono disinteressate e lungimiranti, e disposte a dare una spinta - fisicamente, come si fa con una macchina che è restata col motore spento in salita - a chi aspirava a rappresentarle. Il piccolo gruzzolo in più di consensi che si registrò subito dopo (già dilapidato) non andava tanto alla corrente che era stata più votata, ma alla speranza che una leadership fosse stata investita, e facesse il suo mestiere. Quanto al merito, proprio dalla corrente di Bersani e di D’Alema ci si aspettava caso mai che fosse la più determinata e capace di recuperare l’adesione di quella larga diaspora perduta fra antipolitica, risentimento, giustizialismo e caudillismo - o pura stanchezza. Tutto precipitato nello strettissimo imbuto dell’Udc serva di due padroni, o padrona di due servi. Ma bisogna pur limitare i danni della perdita di regioni che ci appartenevano - diranno i dirigenti esperti. (Dai quali ci si aspetta che prima o poi mettano all’ordine del giorno la questione sempre più spaventosa della sistemazione personale di chi ‘fa politica’, e della sua influenza soverchiante sulla politica da fare). Ammesso che sia il punto, e non è mai bello far politica con l’acqua alla gola, o più su, il risultato è lontanissimo dal confermarne il realismo. Se non si perderà la Puglia -continua Sofri su LA REPUBBLICA - sarà grazie all’insipienza della destra, che a sua volta non scherza, ma non gliene importa granché, le piace così, e grazie alla ribellione degli elettori delle primarie a una politica di partito in cui l’ottusità ha fatto a gara con la prepotenza. D’Alema, che non si tira indietro dalle proprie responsabilità, farebbe però male oggi ad ammettere semplicemente una sconfitta. Le sconfitte prevedono una misura: qui non c’è stata partita. Qui, semplicemente, uno dei contendenti ‘non ci aveva capito niente’. E se invece ci aveva capito, e ci si è infilato lo stesso, occorre rivolgersi ai professionisti, ma della psicoanalisi o della vita monastica. Se non si perderà il Lazio, sarà grazie alla speranza suscitata da una candidata come Emma Bonino che, qualunque opinione si abbia delle sue singole opinioni, non appartiene a quel modo di praticare la politica. Parliamo di candidati a presiedere regioni, Bonino e Vendola, che starebbero comunque al proprio posto in un Partito Democratico come quello che si era immaginato, e per il quale ancora a distanza di anni e di disinganni la gente si mette in fila d’inverno, a rimetterlo in carreggiata e dare una spinta”, conclude Sofri su LA REPUBBLICA. (red)

 5. Un sussulto di trasparenza

Roma - “Le dimissioni del sindaco di Bologna Delbono, accusato nella migliore delle ipotesi di gravi leggerezze amministrative in favore di una signora a lui legata, erano il classico atto dovuto”, osserva Michele Serra sul CORRIERE DELLA SERA. “Le cronache estere, specie nordeuropee, parlano di carriere politiche interrotte per effrazioni anche minime dell’etica pubblica, e a quanto sembra Delbono rientra in questa dolorosa casistica. E fortunatamente, a sinistra, nessuno invoca ‘la volontà degli elettori’ (Delbono vinse con larga maggioranza) come ragione di intoccabilità degli eletti. Anteponendo ‘la città’ alla cura di se stesso, Delbono ha saputo dimettersi con parole da sindaco. A parte questa pur notevole differenza con la destra populista e vociante, che sottomette la morale e le leggi all’esercizio del potere, il Pd ha molto poco di rassicurante da mettere a bilancio di questa vicenda. Solo l’altro giorno il sindaco, per ragioni umanamente comprensibili, reclamava il suo diritto di rimanere in carica, in un caotico accavallarsi di opinioni, consigli, smentite, frecciate che rivelavano una ingombrante incertezza. Nell’ex capitale del socialismo italiano realizzato (quello del Pci), i resti di una delle più potenti e accorte nomenklature del Paese, già messa in scacco per cinque anni dall’arbitrio solipsista di Cofferati, non sapevano come maneggiare il pacchetto di note-spese e il misterioso Bancomat (di un socio in affari) che hanno messo nei guai il sindaco. Possiamo dire che si tratta della stessa ingombrante incertezza che ha portato al sensazionale autogol pugliese, che vige in fatto di primarie e di regole interne, di ‘ampie alleanze’ che ciascuno legge secondo il verso che più gli garba? Ciò che fu, un tempo, la ‘questione morale’, oggi è un caso di coscienza del quale ciascuno si fa carico in proprio, e solo se ne ha voglia. Delbono si è mosso, per settimane - prosegue Serra su LA REPUBBLICA - in un faticoso vuoto di certezze, quasi dovendo elaborare da zero, chissà se con il soccorso sincero di qualche amico politico, un Significato al quale appendere le proprie decisioni. Dico un Significato pubblico, buono per tutti, leggibile da ogni cittadino, valido per il politico così come per l’ultimo elettore: perché di significati interni al partito, di atti e di parole imputabili al gioco delle correnti, al tribolato farsi del potere, nel Pd se ne possono trovare a iosa. È un partito ultimamente leggibile, e letto, quasi esclusivamente sulla base delle lotte interne, delle voci di dentro. E sempre più imperscrutabile da parte della vastissima area degli elettori potenziali, gran parte dei quali ‘in sonno’ (astenuti, estenuati, distratti) in attesa di capire, appunto, che cosa sia davvero il Pd. In un sussulto finalmente decifrabile, Delbono ha fatto appello a quello spirito municipale che ha spesso guidato i passi della sinistra bolognese. La città – la politica – viene prima delle carriere personali. La trasparenza, ancorché implacabile nelle sue conseguenze, o è tale fino in fondo o non è. È un rifarsi, in fin dei conti, all’onore dei Padri, in una città che ha avuto sindaci di spettacolosa rettitudine e popolarità. Quanto alla generazione dei figli, tra l’altro oramai incanutiti - conclude Serra su LA REPUBBLICA - non sembra essere munita di certezze in proprio. Più che rabbia fanno malinconia, e per i malinconici non si vota volentieri”. (red)

6. Sindaco cattolico solo a parole

Roma - “Sarà certamente solo una coincidenza - osserva Marcello Sorgi su LA STAMPA - che l’appello del cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani, per una nuova generazione di politici cattolici, sia giunto nel giorno delle dimissioni del sindaco di Bologna Flavio Delbono. Di quei valori a cui Bagnasco s’è riferito come un decalogo necessario per riqualificare tutta la politica agli occhi dei cittadini, Delbono, che nel Pd rappresentava l’ala cattolico-moderata vicina a Prodi, non ne rispettava neppure uno. Gli erano estranei sia il rispetto della famiglia (delle due mogli mollate, una l’aveva lasciata mentre era incinta), sia quello della ‘cosa pubblica’, da considerare ‘importante e alta in quanto capace di segnare il destino di tutti’, sia la capacità di ascolto e il rifiuto dell’arroganza e della ‘denigrazione’, che invece praticava spietatamente nei confronti della sua ex-segretaria compagna. Se poi dovesse essere dimostrato che i Bancomat che maneggiava non erano suoi, e gli venivano messi a disposizione per ingraziarselo, come dicono le accuse che lo riguardano, Delbono avrebbe peccato anche contro il valore della buona e corretta amministrazione. All’indomani della batosta subita in Puglia con la vittoria di Vendola alle primarie, la decapitazione del primo cittadino di Bologna rappresenta per il Pd un danno assai più grave. Pur avendo smesso da tempo di essere la città simbolo del socialismo realizzato italiano, il laboratorio politico del Pci, il luogo di sperimentazione architettonica e sociale degli intellettuali di partito, Bologna infatti ha ancora nell’immaginario collettivo il ruolo di ultima capitale della sinistra. Questa identità non è stata intaccata neppure dalla storica sconfitta inflitta dalla destra nel ’99 e dall’avvento, per una sola stagione, del sindaco-macellaio Guazzaloca. Bologna era ed è rimasta al suo posto emblematico perché è ancora il centro del modello emiliano basato sul controllo del partito sul territorio e sull’economia collaterale, legata in gran parte alle sue aziende fiancheggiatrici e alle sue ramificazioni cooperative. A Torino, a Milano, a Napoli come a Bari - prosegue Sorgi su LA STAMPA - la sinistra è stata al governo e all’opposizione alternativamente, secondo le stagioni, senza che questo influisse in modo decisivo sui destini e sugli equilibri nazionali. Se invece crollano Bologna e il suo modello, la liquidazione del centrosinistra verrebbe percepita come una realtà, anche al di là del fatto che poi si verifichi effettivamente. Le dimissioni di Delbono possono innestare un processo del genere? Dipende. Forse sarebbe meglio chiedersi se Delbono, nel suo partito e nella sua città, era l’esempio di una degenerazione del ceto politico forgiato nella migliore accademia della sinistra, o invece lo rappresentava pienamente. Stiamo parlando di un uomo, di un professionista, di un docente universitario rispettato e temuto, che pur avendo alle spalle un’esperienza e una carriera nell’amministrazione regionale, al fianco del governatore Errani che adesso si ripresenta, e in collegamento sia con Prodi che con Bersani, al momento di candidarsi alla carica di primo cittadino non valuta minimamente come fattore di rischio la propria vita privata disinvolta e con qualche ombra amministrativa. E non lo fa, è lecito presumere, perché quella vita privata è talmente sotto gli occhi di tutti che Delbono, in buona fede, può considerarla normale. Ma è normale, appunto, che un assessore e un esponente di primo piano vada in giro con la segretaria-amante, la ospiti negli alberghi pagati dalla regione, e poi, quando la scarica, la cancelli e la degradi con una logica usa e getta, fino a spedirla in una specie di call-center? Ed è normale che non appena la vicenda esplode in campagna elettorale, il futuro sindaco faccia spallucce? Non sono solo le risposte pubbliche, di uno che fino a qualche giorno fa diceva che non si sarebbe dimesso neppure dopo un rinvio a giudizio. Ma, viene ancora da chiedersi, quelle private. Cosa avrà detto Delbono a Prodi, Bersani ed Errani? Gli avrà spiegato la verità? E i suoi interlocutori, prima che venisse fuori, erano al corrente della storia? E se non lo erano perché poi non hanno dubitato di lui? Sono interrogativi legittimi in qualsiasi caso, ma lo sono ancor di più se si discute di centrosinistra. Proprio in questi giorni, in Parlamento, il Pd è impegnato in una strenua e legittima battaglia contro le leggi che Berlusconi sta facendo approvare dalla sua maggioranza, per limitare il potere d’intervento della magistratura sulla politica e per impedire che i processi in cui è coinvolto facciano il loro corso. L’opposizione del Partito democratico - che il premier considera un attacco personale - è basata sulla necessità di fare chiarezza sul riemergere della corruzione a qualsiasi livello, prima di aprire la strada a provvedimenti che potrebbero legare le mani alla magistratura. È augurabile - conclude Sorgi su LA STAMPA - che lo stessa richiesta di trasparenza il Pd, dopo Bologna, sia in grado di rivolgerla anche verso se stesso”. (red) 

7. Chi predica bene e razzola male

Roma - “Qualche tempo fa - ricorda Michele Brambilla su LA STAMPA - a una trasmissione televisiva un esponente del centrodestra sbatté in faccia a un collega-rivale del centrosinistra il caso Marrazzo dicendo più o meno così: ‘Avete montato una campagna di stampa per le escort di Berlusconi, ma anche voi avete i vostri bravi sex-gate’. ‘Sì - fu la risposta - ma la differenza è che Marrazzo si è dimesso, Berlusconi no’. Ieri si è dimesso anche il sindaco di Bologna Flavio Delbono, pure lui di centrosinistra e pure lui travolto da una storia di alcova (è inutile che si dica che qua ci sono ipotesi di peculato eccetera: la vera storia che ha messo a soqquadro Bologna è innanzitutto una storia di amanti: prima del bancomat, anche qui, cherchez la femme). A sinistra potrebbero quindi aggiungere un tassello a sostegno della propria - se non superiorità morale - serietà. Non è nostra intenzione stabilire se una simile rivendicazione sarebbe fondata oppure no. Non vogliamo neppure entrare nel merito se dimettersi - quando si apre uno scandalo o peggio ancora un’inchiesta giudiziaria - sia giusto oppure no. Generalizzare sarebbe troppo superficiale. Quel che sorprende è piuttosto la scoperta di una nuova anomalia italiana. Cerchiamo di spiegarci. Da un po’ di tempo, insieme con il bipolarismo, abbiamo importato dagli Stati Uniti anche la consuetudine di mescolare il pubblico con il privato, la politica con quel che ciascuno fa a casa propria o in un motel. S’è detto e ridetto che è una svolta puritana in un Paese cattolico; il quale, da cattolico appunto, aveva sempre tenuto distinti i due piani: i vizi privati e le pubbliche virtù. Una sorta di ‘santa ipocrisia’ aveva garantito una non belligeranza fra i politici: io non metto il naso fra le tue lenzuola, tu non lo metti fra le mie. E poi, mentre il puritanesimo protestante esige una continua lotta (quasi sovrumana) per non cadere in tentazione, il cattolicesimo è temperato dal sacramento della confessione. ‘Peccato di pantalone - dice Alberto Sordi in un film - pronta assoluzione’. Da quando anche la politica italiana - prosegue Brambilla su LA STAMPA - ha cominciato a violare il sacro recinto della privacy, e a non perdonare più scappatelle di questo tipo, pare di assistere a uno strano fenomeno che prima abbiamo chiamato appunto ‘anomalia’. I politici di centrodestra, che organizzano i Family Day e appoggiano la Chiesa in praticamente tutte le questioni che riguardano l’etica matrimoniale e sessuale, rivendicano il diritto al silenzio sulle proprie questioni private. Quelli di centrosinistra - che dopo essersi battuti per il divorzio e l’aborto si battono per i Pacs, i Dico, i diritti dei gay, la fecondazione assistita eccetera - sembrano invece inflessibili sui comportamenti privati dei loro rappresentanti. Marrazzo e Delbono, prima che da una campagna di stampa, sono stati ‘invitati’ a lasciare dai loro stessi superiori di partito. E ancora. Non fa effetto vedere che il comunista Bertinotti si sente in dovere di scrivere una lettera per assicurare che non ha mai tradito sua moglie? E vedere che mentre la quasi totalità dei leader del centrodestra è divorziata e risposata, la quasi totalità dei leader del centrosinistra vive matrimoni tradizionali? Forse non è un film del tutto nuovo. Già nel vecchio Pci la love story fra Togliatti e la Jotti venne pudicamente nascosta, e Pasolini fu espulso per omosessualità. Mentre Almirante conduceva, da divorziato, una battaglia contro il divorzio. Per carità: dal punto di vista politico, niente di decisivo. Però che si tratti di una delle tante stranezze italiane, un po’ è vero. Chissà come questa stranezza la vivono gli elettori cattolici, che su questioni che il Papa ha definito ‘non negoziabili’ si trovano costretti a scegliere tra chi predica bene e razzola male, e tra chi predica male e razzola, se non bene, un po’ meglio”, conclude Brambilla su LA STAMPA. (red)

8. Superiorità antropologica della sinistra una leggenda 

Roma - “Toglietevi le ali. Quello che accade a Bologna - scrive Vittorio Macioce su IL GIORNALE - non è nulla di straordinario. È una banale storia di amanti, di segretarie, di viaggi all’estero (Pechino, New York, Messico, Santo Domingo), di Cinzia Gate, di bancomat da mille euro al mese per l’amica a spese della Regione, di accuse di peculato, di bugie, chiacchiere e vendette. L il sindaco Delbono che dice: mi dimetto. Capita. Non sarà il primo e neppure l’ultimo. Solo che tutto questo accade a Bologna, la rossa, la grassa, la dotta. La città simbolo e feticcio, capitale di quell’Emilia dove la sinistra ha fatto pace con le proprie contraddizioni e il post comunismo gira in Lamborghini. La Bologna di via Paolo Fabbri 43, quella cantata da Guccini. La Bologna di Prodi e del Mulino. Mica un posto qualsiasi. Bologna non si può nascondere sotto un tappeto. Qui lo sporco ti arriva in faccia. Questo è il cuore dell’identità. E il simulacro della religione moralista. L la sacra sindone della diversità antropologica. Non è la Campania infelice di Bassolino. Non è la Napoli della Iervolino. Non è quell’odore di Gomorra che ti si appiccica addosso. Non è neppure la Roma di Marrazzo, il trans tour con le auto blu, gli alveari e i misteri delle Brenda e delle Natalie. Non è gli affari grassi della capitale, il potere che corrompe e stropiccia l’anima. Non è la Puglia avvelenata di D’Alema e quella puzza di sanità malata che si percepisce nei dintorni della giunta Vendola. Quelle accuse di appalti manovrati, di carriere e posti nelle Asl in cambio di chili di carne nuda, di escort ordinate al supermercato, di assessori alla sanità, come quell’Alberto Tedesco, che si dimettono per lo scandalo a Bari e trovano immediato rifugio come senatori a Roma. No, Bologna è un’ altra storia. L il cuore e ora gridate, scandalizzati, che è marcio. Vi stracciatele vesti e come al solito esagerate. Bologna ora fa paura. E’ qui - prosegue Macioce su IL GIORNALE - che la sinistra ha sempre fondato la sua arte di amministrare. Qui, in questa città dove ormai ogni giorno si parla di stupri e l’ombra dei portici non rassicura più nessuno. Ora che i barbari della Lega conquistano la vostra gente e, sorpresa, sembrano più seri, più parsimoniosi, più attenti ai soldi pubblici dei vostri sindaci e delle vostre amministrazioni. Ha ancora senso stare lì a raccontarsi che, comunque, voi siete diversi? Qualche tempo fa De Gregori, uno che non scrive canzoni fasciste, vi aveva messo in guardia, con la strofa di una can zone che non ha avuto molta fortuna: ‘Ci sono posti dove sono stato/ Dove il Piave mormorava/E la sinistra era paralizzata/E la destra lavorava’. Era l’invito a liberarsi da certe ipocrisie. Si può stare contro Berlusconi senza per forza sentirsi santi, eroi o angeli vendicatori. Non siete la confraternita dei savi della terra. Anche nei vostri conventi ci sono quelli che se ne approfittano, quelli che piazzano gli amici degli amici nel posto giusto, quelli con le tangenti, quelli con le mani in pasta. Anche lì ci sono i puttanieri. Umano troppo umano. Succede anche a sinistra e ora è impossibile far finta di nulla. Guardarsi allo specchio e vedere le rughe, i peccati, gli intrallazzi, le meschinità, le mani sporche della politica. Non siete una razza diversa. Non siete angeli. Non c’è aristocrazia morale. Non siete migliori degli altri. Non siete diversi. Non siete puro spirito, lontani dai piaceri della carne o dei soldi o del potere. Siete maledettamente uomini, solo un po’ più ipocriti. Mascherati, di bianco, come sepolcri. La vecchia storia della superiorità antropologica della sinistra - continua Macioce su IL GIORNALE - quella di chi ha sempre un ghigno sul sorriso e l’indice puntato, è una leggenda da quattro soldi. E’ una storia che il buon Enrico Berlinguer aveva cominciato a raccontare quando capì che la favola del paradiso comunista era lastricata di morte. Dopo Stalin, dopo i gulag, dopo Mao, dopo la Cambogia, dopo i carri armati a Budapest, Praga e le Br. La questione morale al posto della rivoluzione proletaria. Una nuova identità, un nuovo mito, un nuovo vestito per coprire le toppe di quello precedente, ormai usurato, smascherato. Ecco allora la sinistra dei bravi uomini, quella con le mani pulite, quella santa, sana, giusta e capace di amministrare la cosa pubblica. Un anno fa, di questi tempi, L’Economist parlò di voi con questo titolo: The left in Italy. Scuola di scandalo. Molti si sentirono offesi. Traditi. Noi? Noi no. Queste cattiverie l’autorevole settimanale inglese le riserva solo a quegli altri, quelli sporchi brutti e cattivi. E cominciarono i dibattiti interni. Vi franò addosso la squallida vicenda di quel dirigente romano che andava in giro a stuprare le donne. In Svizzera, il responsabile di un patronato legato alla Cgil viene arrestato. Truffava i suoi connazionali italiani a cui avrebbe dovuto dare assistenza: quasi due milioni di euro. Tutte piccole storie. Brutte e magari di mele marce. Ma su cui è il caso di riflettere. Nessun giudizio universale. Non c’è una sinistra da mandare al rogo. Qui bisogna solo tornare con i piedi per terra, un po’ di sacrosanta umiltà. Non vi piace Berlusconi? Legittimo. Ma ha senso tirare fuori la dittatura, il comitato di liberazione nazionale, la guerra partigiana, Bruto e Cassio, e questo clima da caccia al tiranno? Ecco come è finita questa storia del Cln: bruciata nei due forni di Casini. L bastato qualche trucco da prima Repubblica per svelare il bluff. Gratta il Cln e ci trovi sotto le vecchie poltrone dei post democristiani. Non c’è mai stata una questione morale - conclude Macioce su IL GIORNALE - Non esiste un colore, una parte mancina, geneticamente migliore. Ha ragione Sora Lella Bertinotti, quando le hanno chiesto se era vera questa storia del divorzio con Fausto: ‘Si divorzia anche a sinistra’. Senza scandalo e senza peccato”. (red)

9. C’era una volta il Partito democratico

Roma - “Piove sul bagnato, come si dice in questi casi. Per il Partito democratico - scrive Stefano Folli sul SOLE 24 ORE - la pioggia scende a Bologna non meno che a Bari. Non c’è un nesso concreto fra il trionfo di Vendola in Puglia, con la sconfitta politica del vertice democratico, e le dimissioni del sindaco Delbono nella città che è stata, e in parte è ancora, il cuore del potere ‘rosso’. Eppure il legame esiste nella semplice successione di eventi pur diversi tra loro; esiste soprattutto nella percezione dell’opinione pubblica. È come se tutti noi assistessimo da spettatori un po’ smarriti al declino irresistibile della principale forza d’opposizione. Là errori politici, qui un sospetto di immoralità; ovunque l’impressione di un Partito democratico talmente impigliato nei suoi problemi, nella sua crisi di idee e di prospettiva, da riuscire ad avere torto anche quando ha ragione. Come è successo in Puglia, dove era giusta l’intuizione di sperimentare la nuova alleanza tra la sinistra ‘riformista’ di D’Alema e il centro ‘moderato’ di Casini. Ma questo schema declinato in modo burocratico e algido, come se fossimo ancora nell’Italia degli anni Sessanta, in cui i partiti contavano e decidevano a Roma, ha dato l’idea di una totale sconnessione fra i desideri e la realtà. Il governatore Vendola ha dimostrato di controllare il suo territorio e ha sfruttato con abilità lo strumento delle ‘primarie’. I suoi avversari si sono limitati a sprofondare nelle sabbie mobili. Del resto, proprio le primarie possono piacere o no come arma democratica, ma quello che non si può fare è mostrarsi incerti e contraddittori. Fino a subirle dopo averle rifiutate: come è successo con il prolungato suicidio da Emiliano a Boccia. E in fondo il gruppo dirigente del Pd oggi deve ringraziare Casi- ni. Appoggiando Adriana Poli Bortone, l’Udc sceglie di accentuare la frattura nel centrodestra, bloccandone la riscossa elettorale: per cui diventa abbastanza probabile che Vendola in marzo ottenga la rielezione, In altre parole, una regione che si pensava destinata al Pdl, salvo un solido patto tra D’Alema e Casini (precursore di future alleanze nazionali), rischia di rappresentare il trionfo della sinistra ‘alternativa’. Quella sinistra ritenuta ormai fuori dalla storia e che invece torna in campo grazie al personaggio Vendola che ha saputo reinterpretarla e aggiornarla. Eppure - prosegue Folli sul SOLE 24 ORE - l’intuizione era corretta perché il Pd, se mai vorrà tornare al governo, dovrà ridefinire le sue alleanze in una chiave di centro-sinistra, al netto dei diversi populismi. Il fatto è che queste operazioni hanno bisogno di camminare sulle gambe degli uomini e non solo di poggiare su programmi astratti. Hanno bisogno di toccare le coscienze, magari di affascinare le menti e di non apparire la mera copertura di accordi di potere. Il Pd non riesce a creare alcuna magia e nemmeno a convincere sul piano razionale. I voti ci sarebbero ancora: i sondaggi accreditano Bersani di un punteggio intorno al 29 per cento, lontano ma non troppo da quel 33 per cento che costò la leadership a Veltroni. Il punto è che il partito assomiglia a un tronco tuttora imponente, ma corroso al suo interno e quindi fragile. L’imminenza del voto regionale serve a rinviare lo scontro fra le correnti. Ma non risolve alcun problema. Si prenda il caso di Bologna.. In altri tempi lo scandalo che colpisce il sindaco (peraltro individuato con il meccanismo delle primarie) sarebbe stato impensabile. Oggi le dimissioni imposte a Delbono sono l’estremo tentativo di evitare danni maggiori. Ma come sarà gestita la crisi sul piano politico? Si svolgeranno naturalmente altre primarie per scegliere un nome da opporre al candidato di una destra agguerrita. E va da sé che Di Pietro cercherà di imporre un suo uomo, sull’onda della ‘questione morale’. Un sindaco dell’Italia dei Valori a Bologna? Non è impensabile e sarebbe un altro tassello sulla via dello snaturamento del partito e della coalizione. Ricapitolando. In Puglia si cercava l’alleanza con il centrista Casini e abbiamo avuto la vittoria di Vendola, esponente dell’estrema sinistra. A Bologna il dopo-Delbono potrebbe accentuare l’impronta dipietresca e populista sul Pd. A Roma - continua Folli sul SOLE 24 ORE - la candidatura di Emma Bonino, esponente radicale, è innovativa, ma richiede a Bersani una gestione attenta e non meramente passiva, viste le difficoltà con il mondo cattolico. In Umbria, nel fulcro della ‘repubblica degli Appennini’, sono in corso scaramucce incomprensibili. Il sistema politico italiano non può permettersi un bipolarismo così asimmetrico, in cui l’opposizione del Pd è fin troppo debole e ansimante. Invece del consolidamento di un nuovo partito capace di interpretare la realtà del paese meglio di Berlusconi, abbiamo la lenta dissoluzione di una forza che sembra incapace di guardare ad altro che non sia il passato. Prova ne sia che sono davvero rari i dibattiti in cui il gruppo dirigente del Pd riesce a interloquire con la maggioranza. Il più delle volte il confronto si apre e si risolve all’interno del centrodestra, come nel caso della giustizia. Gianfranco Fini piace tanto a sinistra anche perché solleva con efficacia temi che l’opposizione non è in grado di imporre da sola. Ma alla lunga questa situazione è paradossale e fa male all’equilibrio democratico. I casi di Bari e di Bologna sono parte di uno psicodramma di cui non s’intravede la fine. Ma potrebbero essere salutari se offrissero il destro per un cambiamento di rotta. O almeno per precisare una linea politica che pochi capiscono. Altrimenti, se la risposta sarà minimalista e all’insegna dell’ordinaria amministrazione, ci sarà da temere il peggio”, conclude Folli sul SOLE 24 ORE. (red) 

10. I nuovi fronti di un partito spaccato 

Roma - A fine giornata - riporta Maria Tersa Meli sul CORRIERE DELLA SERA - Pier Luigi Bersani sbotta: ‘Non sono Alice nel paese delle meraviglie, so perfettamente che ci sono delle difficoltà’. E che difficoltà. Perché la ferita della Puglia non si è ancora rimarginata, che ecco arrivano le dimissioni - inevitabili - del sindaco di Bologna Delbono. Di cui si evita di parlare - o quasi - nella riunione di Direzione. Lo si preferisce fare nei corridoi del partito dove un parlamentare del Pd che tempo fa occupava quella stessa poltrona racconta ad alcuni compagni di partito: ‘A Bologna lo si sapeva che vita facesse Delbono, non era un mistero, eppure lo hanno voluto candidare ugualmente’. Magari pensando che la situazione non fosse così grave. Ora toccherà trovare un nuovo candidato sindaco per Bologna. E per dirla con Pierluigi Castagnetti ‘dovrà essere uno su cui mettere la mano sul fuoco, uno che non sia come Delbono e non parlo della passione per le donne...’. Siccome le disgrazie non arrivano mai da sole, il caso Delbono è scoppiato proprio quando il Pd ha molti fronti aperti. Quello pugliese, innanzitutto. Massimo D’Alema in Direzione preferisce tacere, siede nelle ultime file, ma per poco, perché se ne va via presto. La sera prima, però, per siglare la tregua con Vendola ha fatto un gran pressing su Casini per convincerlo ad andare alle elezioni pugliesi da solo: in questo modo Vendola e il centrosinistra avranno più chances. Anche il braccio destro di D’Alema Nicola Latorre abbandona i lavori all’ora di pranzo. Il segretario viene lasciato solo a difendere la politica degli accordi con l’Udc. Lui lo fa, seppur ammettendo che in Puglia questa politica è stata portata avanti ‘in condizioni rischiose’. La solitudine del leader viene sottolineata da Arturo Parisi, il quale, a dire il vero, avrebbe ‘voluto ascoltare da D’Alema’ qualche spiegazione di quel che è successo in Puglia. Per questo è venuto, per la prima volta, in Direzione. Ma la strategia delle alleanze del Pd - prosegue Meli sul CORRIERE DELLA SERA - che porterà Bersani a vedere oggi Di Pietro, sperando che con il leader dell’Italia dei valori vada meglio che con Casini, non porta nuovi consensi. L’ultimo sondaggio che occhieggia dalle scrivanie dei massimi dirigenti del partito è assai indicativo in questo senso. Conferma una sconsolante realtà: quando il Pd sale di qualche decimale, calano l’Udc e l’Idv e viceversa. Tutto resta confinato in quel recinto, dal Pdl o dalla Lega non arriva niente di niente. Tornando alla Puglia e alla fotografia di questa sconfitta in cui la sinistra fatta fuori dal Parlamento nelle elezioni del 2008 si è presa la sua rivincita, D’Alema con i fedelissimi fa qualche ammissione. Dice di ‘non aver capito’ quello che stava accadendo. E sottolinea: ‘In questa vicenda abbiamo toccato con mano il distacco che c’è tra noi e la nostra base’. Ma di cambiare politica delle alleanze non se ne parla proprio. Non lo fa neanche Bersani, che dice: ‘In fondo l’Udc ha stretto delle alleanze con il centrodestra solo nel Lazio e in Calabria’. Come a dire che non tutto è perduto. La minoranza, però, vorrebbe qualche autocritica in più. ‘La verità — spiega Castagnetti — è che in Puglia i dirigenti erano da una parte e tutti gli elettori dall’altra’. Debora Serracchiani chiede di ‘non sacrificare l’identità del Pd sull’altare delle alleanze’. Cofferati, che pure appartiene alla maggioranza del Pd, è convinto che la ‘reazione dei cittadini a certe alchimie politiche’ fosse inevitabile. Franceschini e Veltroni per carità di patria e di partito preferiscono non intervenire nemmeno in Direzione. Il secondo non ci va neanche, e non è il solo perché pure Fassino non si fa vedere. Veltroni continua a ripetere ai suoi di non avere un atteggiamento distruttivo, ma poi aggiunge: ‘Comunque l’identità del Pd non può essere snaturata, abolendo le primarie’. Le quali primarie dovrebbero/potrebbero tenersi in Umbria, Campania e Calabria, dove il Pd non è riuscito ancora a venire a capo di niente. Anche se nella prima di queste regioni i dalemiani sono riusciti a spaccare la minoranza: Marini (che per la verità aveva già detto addio a Franceschini) e Fioroni hanno promesso i voti degli ex ppi alla candidata della segreteria: Catiuscia Marini con tutta probabilità. Intanto c’è un altro fronte che rischia di allargarsi. Marina Sereni, vicepresidente del partito, è preoccupata perché, dice, ‘più che allargare al centro qui stiamo perdendo pezzi’. I ‘pezzi’ in questione si chiamano Dorina Bianchi, Renzo Lusetti ed Enzo Carra. Quest’ultimo è stato visto a pranzo con Casini in compagnia di Paola Binetti, che dovrebbe andare via dal Pd dopo le regionali. Ma ci sono altri parlamentari in sofferenza. Il senatore Luigi Lusi, ex tesoriere di Rutelli, che non ha seguito il suo leader nell’avventura fuori del Pd, lo dice chiaro e tondo ai colleghi della Direzione: ‘Io la Bonino non la voto’. Castagnetti non ha di questi problemi. Non è nato a Roma e non ha la residenza nella Capitale, ma pure lui continua a protestare contro la scelta di candidare l’esponente radicale. La macchina elettorale, però, è già partita. Benché in maniera un po’ scomposta. Infatti il Pd invece di avere un solo comitato elettorale per affiancare Bonino ne avrà diversi. Questo perché maggioranza, veltroniani e rappresentanti della mozione che fa capo a Ignazio Marino - conclude Meli sul CORRIERE DELLA SERA - hanno litigato ferocemente e si sono divisi. Il che, però, in questo Pd, non sembra quasi più fare notizia...”.  

“Una città decapitata. Il rischio del commissariamento - scrive il CORRIERE DELLA SERA - sul simbolo del ‘buon governo’, o presunto tale. ‘Roba da far rivoltare nella tomba Togliatti e tutti i suoi nipotini...’ sospirano, per nulla in vena di battute, gli assidui di piazza Maggiore. Nipotini e pronipotini che ora, celebrato e già archiviato il funerale politico di Flavio Delbono, si guardano attorno smarriti. ‘Al voto, al voto - grida il segretario bolognese del Pd, Andrea De Maria -: è giusto che al più presto i cittadini tornino a votare’. Una parola. Il rischio, al contrario, è che Bologna non possa votare prima della primavera 2011. Ibernata per un anno nel freezer di un commissario di governo. Legge alla mano (testo unico degli enti locali), l’unica possibilità per andare a votare tra il 15 aprile e il 15 giugno di quest’anno è che le dimissioni del sindaco e tutti gli adempimenti successivi vengano espletati entro il 24 febbraio: cosa tutt’ altro che semplice. In caso contrario, non essendo previste nel 2010 altre finestre elettorali (quella di autunno è stata soppressa), si va inevitabilmente al prossimo anno. Un’ipotesi - prosegue il CORRIERE DELLA SERA - che terrorizza la sinistra, che si troverebbe addosso la responsabilità di aver portato la città alla paralisi (cosa che il centrodestra già comunque le imputa: ‘È una vergogna, Bologna ridotta come gli ultimi Comuni d’Italia, la città-modello è andata in pezzi’). Ma che nemmeno il Pdl, che punta a capitalizzare elettoralmente e a breve termine lo scandalo Delbono, gradisce. Due timori che hanno ieri partorito in consiglio comunale un ordine del giorno bipartisan che chiede, attraverso il ministro Maroni, ‘di predisporre tutti gli strumenti per consentire un ricorso al voto in tempi abbreviati’. La data del voto condiziona inevitabilmente le manovre per la successione. Il centrodestra, che nelle amministrative dell’anno scorso si è diviso tra Cazzola e Guazzaloca, è alla ricerca di un candidato comune. Al centro delle attenzioni, Casini e la sua Udc. Il parlamentare Gian Luca Galletti, in corsa per le Regionali, potrebbe essere un nome per il Pdl, ma sono voci. Nel Pd, oltre a soluzioni locali come il vicesindaco Merighi o il popolarissimo Cevenini, si parla dell’ex ‘mister Granarolo’, Luciano Sita, del presidente Unipol, Pierluigi Stefanini, del parlamentare pd, Giancarlo Sangalli, ex presidente della Camera di commercio”. (red)

 11. Conti rinviati, ma il vertice Pd torna in bilico 

Roma - “I ‘due Pd’ - scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - hanno deciso di rinviare lo scontro a dopo le elezioni regionali. È troppo profonda la crisi del partito; troppo ravvicinato lo choc per la doppia sconfitta: quella alle primarie di domenica in Puglia, e l’altra, almeno altrettanto grave politicamente, consumatasi ieri con le dimissioni del sindaco prodiano di Bologna, Flavio Delbono, travolto da uno scandalo privato. Soprattutto, mancano meno di due mesi ad un voto che tutti considerano uno spartiacque. Ma le critiche della minoranza che fa capo a Walter Veltroni e Dario Franceschini, pur rimanendo sullo sfondo, dicono che il conflitto è aperto; e che la vittoria del governatore Nichi Vendola alle primarie in Puglia mette in mora sia il ruolo del segretario, Pierluigi Bersani, che di Massimo D’Alema. Di più: fa traballare lo schema che il congresso dell’ottobre scorso implicava. La spinta a far votare gli elettori per scegliere i candidati alla presidenza delle regioni si è moltiplicata in un modo che i vertici del Pd forse non si aspettavano. L’’effetto Puglia’ fa chiedere primarie anche in Umbria e Campania, dove adesso il governatore uscente Antonio Bassolino ha superato lo scetticismo del passato. Insomma, quasi di rimbalzo il partito delle origini impone le sue regole ad una classe dirigente che le riteneva desuete, e comunque non più obbligatorie. Bersani ieri ha sostenuto che non ci sono stati ‘né schiaffi né sconfitte’ in Puglia; che non esiste il dilemma ‘primarie sì-primarie no’, perché sono le strutture locali a scegliere. Ed ha negato lo scontro interno. Le stesse dimissioni annunciate e date ieri pomeriggio da Delbono a Bologna vengono attribuite alla volontà del sindaco. Eppure, fino a due giorni prima Delbono aveva smentito l’intenzione di gettare la spugna. E lo stesso Pd bolognese - continua Franco sul CORRIERE DELLA SERA - ieri ha fatto filtrare la tesi secondo la quale il ‘primo cittadino’ ha gettato la spugna per evitare gli attacchi di Antonio Di Pietro, in arrivo in città. Ma nell’evocazione delle primarie da parte del leader dell’Idv si indovina la voglia di condizionare la scelta del prossimo candidato a sindaco di Bologna; e di far pesare quanto è successo nelle ultime settimane. Per questo, l’assicurazione di Bersani che nulla è cambiato con gli alleati è vero in parte. Formalmente, la strategia dell’allargamento prosegue; di fatto, il Pd appare indebolito. La vittoria di Vendola con oltre il 70 per cento dei voti ha dilatato la sensazione di uno scollamento fra vertici ed elettorato; ed ha lesionato le prospettive di un’alleanza potenzialmente in espansione con Pier Ferdinando Casini. L’idea di un partito centrista alleato ora col centrodestra, ora con il centrosinistra fa emergere anche nel Pd perplessità che finora erano affiorate soltanto nella maggioranza berlusconiana. E restringe il numero di regioni nelle quali si stipulerà un accordo che i vertici del Pd speravano di estendere il più possibile. La linea diventa così quella di una resistenza nel tentativo di perdere il minor numero di governatori rispetto all’ottimo risultato di cinque anni fa. Ma l’ombra di quanto è accaduto a Bologna e le primarie in Puglia sono due segnali preoccupanti, per il centrosinistra. Il primo permette al Pdl di dichiarare morta e sepolta la buona amministrazione in una città simbolo della sinistra; e a Di Pietro di braccare il Pd sulla questione morale. E la vittoria di Vendola - conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA - riesuma i fantasmi di un’Unione sbriciolata dal voto politico del 2008, e della quale Bersani sperava di essersi liberato”. (red)

 12. Vendola apre all’Udc: “Intesa sulle cose da fare” 

Roma - L’intervista a Nichi Vendola su LA STAMPA: “Fino a sera Massimo D’Alema non si era ancora fatto sentire, ‘ma ho avuto il telefonino intasato da migliaia di messaggi... prima o poi ci parleremo’. Dopo il trionfo alle primarie contro Francesco Boccia, Nichi Vendola non vuole alimentare le polemiche: ‘D’Alema è stato coraggioso’. E spiega come e perché il discorso con Casini si può riaprire, nonostante ‘abbiano cercato di farmi fare la parte legna nel suo forno’. D’Alema coraggioso anche se ha fatto di tutto per evitare le primarie? ‘Ma alla fine le ha accettate e ci ha messo la faccia. Lui è un combattente ed è generoso. E vista l’enorme partecipazione direi che sono un nostro valore aggiunto. Mentre il nostro popolo sceglieva, gli elettori del centrodestra aspettavano che il premier comunicasse dall’alto il loro candidato...’. Lei si aspettava un consenso così ampio? ‘Non è mai facile percepire l’entità di un fenomeno, tuttavia sentivo un vento forte di ribellione a forme della politica incomprensibili. C’era una domanda perfino viscerale diretta a me, mi chiedevano di non fare passi indietro, di non cedere a giochini della politica autoreferenziale. Non l’ho fatto e ho fatto bene’. E adesso, Vendola, che succede? Si sente già in tasca la vittoria alle Regionali considerato che Casini correrà da solo? ‘Gli esercizi di supponenza portano dritti alla sconfitta. Invece dobbiamo valutare con attenzione i nostri avversari e cercare di rendere il nostro discorso, la nostra proposta politica e di governo sempre più comprensibili. Ma non partiamo da zero bensì da cinque anni di buon governo. Significa per esempio che se io dico ambiente, i pugliesi sanno che abbiamo costretto l’Ilva di Taranto a decimare le emissioni di diossina in un anno’. Però il progetto del Pd di allargare la coalizione all’Udc segna una battuta d’arresto. Lei come lo considera? ‘Una questione complessa e vitale come quella della coalizione di alternativa al berlusconismo non può essere ridotta a una sommatoria. Che tra l’altro per ora non ha neanche un respiro nazionale, visto che l’Udc in molte regioni si allea con il centrodestra. Insomma, se vogliamo costruire una coalizione con l’Udc non si può cominciare subendo il veto di Casini nei miei o nei confronti di altri, un veto peraltro mai spiegato. Detto questo, aggiungo che bisogna tentare e ritentare perché penso che il berlusconismo abbia aperto una crepa nel blocco sociale del centrodestra, una crepa profonda soprattutto tra i cattolici’. Quindi hanno ragione D’Alema e Bersani a insistere per un’alleanza con l’Udc? ‘Ma hanno sbagliato il metodo, appunto troppo politicista e trasformista. Io invece penso che l’alleanza del futuro vada costruita discutendo sulle cose reali, dall’ambiente alle questioni etiche, dai precari alla scuola, dagli immigrati alla paura che questo governo diffonde da nord a sud. Se imbocchiamo questa strada e troviamo una base comune, allora va benissimo l’alleanza con l’Udc’. Quindi se lei vincesse le Regionali che farebbe, aprirebbe la porta a Casini e alla Poli Bortone? ‘L’intesa si deve trovare sulle cose, e se si trova da parte mia non ci sarà alcuna preclusione’. Due ultime domande. Lei pensa di entrare nel Pd prima o poi? E cosa pensa del sindaco di Bologna Delbono che si è dimesso. ‘Nel Pd non entro, abbiamo un altro progetto politico. Quanto a Delbono, è una vicenda triste che ci invita per l’ennesima volta ad affrontare di petto la questione morale. Non possiamo chiudere la porta di fronte a questo inquilino scomodo che bussa, dobbiamo farlo entrare e sottoporci a tutte le sue domande. Anche le più imbarazzanti. Vale per tutti, nessuno escluso’”. (red)

 13. Lo sfogo di Boccia: “Contro di me sciacalli” 

Roma - “A posto con la coscienza”. Così dichiara Francesco Boccia, uscito sconfitto dalle primarie del centrosinistra in Puglia, al CORRIERE DELLA SERA. “Le sconfitte peggiori sono quelle delle battaglie che non fai quando credi in qualcosa. Io nell’alternativa ci credo, è l’unica prospettiva seria che il Pd ha davanti”. “È evidente - prosegue - che oltre mezzo partito ha votato per una coalizione non a guida Pd. Classica operazione miope, tipica di una parte della dirigenza... Ce l’ho con chi fa politica in pantofole da casa. Che ci sia in prima linea Veltroni, D’Alema o Bersani, l’attività principale di questi signori è sparare sull’autista”. Non è arrabbiato con D’Alema, ma “con gli sciacalli che votano Vendola e poi saltano sul corpo del Pd. È la solita sindrome autolesionistica della sinistra italiana... Per motivi diversi l’area che fa capo a Gero Grassi, l’area di Alberto Tedesco e quella di Michele Emiliano, con tutti i loro assessori, hanno sostenuto l’idea di un’alleanza ristretta senza Udc. Se poi ci aggiungiamo la bravura di Vendola...”. Indire le primarie per Boccia non è stato un errore: “Senza l’obiettivo di costruire la nuova coalizione non avrebbero avuto senso, ma con l’ok di Casini e Di Pietro era l’unica strada per unire. Sapevo che la sfida era difficilissima, ma non c’è carriera personale che valga un progetto nel quale credi. Dopodiché, uno che perde ha perso”. E ringrazia D'Alema: “Massimo è stato di una generosità clamorosa, qualcuno deve spiegarmi quali sono questi leader nazionali che credono in un progetto e si girano un territorio sezione per sezione...”. “Andrò avanti fino in fondo - conclude Boccia al CORRIERE DELLA SERA - Certo, se dovessi rendermi conto che il Pd in cui credo non si può realizzare posso anche dimettermi, non sono uno che passa da un partito all’altro. Ovviamente, essendo consapevole di essere stato nominato dal Pd, mi dimetterei non solo dal partito ma anche dalla carica di deputato”. (red) 

14. Palese: falso che a Berlusconi non vado bene 

Roma - Rocco Palese, candidato del Pdl in Puglia, risponde al CORRIERE DELLA SERA che non è vero che non piace a Berlusconi. “Cos’avrei, di preciso, che non va?”. “No, assolutamente. Anzi: quando sono stato ricevuto a Palazzo Grazioli, il premier con me è stato gentilissimo... se Berlusconi avesse avuto qualche perplessità - osserva Palese - poi mi avrebbe fatto candidare?”. “Abnegazione, conoscenza delle materie, saper leggere l’ultimo verbale. Io - continua Palese al CORRIERE DELLA SERA - penso che certe cose, poi, tornino utili. Infatti... avendo tampinato Vendola giorno dopo giorno, seduta dopo seduta, per cinque lunghi anni, io so dove ha sbagliato, e come, e perché... Vendola non mi spaventa. È un affabulatore, un poeta che non mantiene le promesse”. E infine sottolinea l’incoerenza dell’Udc: “Se Casini dice al popolo dell’Udc: non possiamo allearci con Vendola, un estremista di sinistra... perché poi il popolo dell’Udc dovrebbe allearsi con la Poli Bortone, in un’alleanza che di fatto indebolisce me e favorisce Vendola?”. (red) 

15. Sacconi: “Dall’Udc solo opportunismo” 

Roma - L’intervista al ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, su LA STAMPA: “Ministro Sacconi, Nichi Vendola stravince le primarie in Puglia, l’Udc si smarca da entrambi gli schieramenti e inaugura la politica dei “tre forni”. Sorpreso? ‘Adriana Poli Bortone non verrà mai eletta. E’ evidente che si tratta solo di un tentativo di favorire la sinistra, e quindi Vendola. Ma fallirà’. Perché dovrebbe fallire? ‘Il sistema politico è irreversibilmente orientato al bipolarismo, oserei dire al bipartitismo. Sono convinto che gli elettori daranno un voto utile ad uno dei due schieramenti. Se l’Udc volesse mettere in discussione questo assetto, sarebbe credibile se lo facesse almeno ancorando le scelte ai contenuti e ai valori che più lo legano alla sua identità. Diversamente l’accusa di opportunismo diventa inevitabile’. Immagino pensi al fatto che Casini dovrebbe coalizzarsi solo con il centro-destra. Ma i cattolici stanno in entrambi gli schieramenti. ‘L’Udc ha scelto di rinunciare a svolgere un ruolo politico, laddove per politica si intende anzitutto l’incontro fra valori. Le faccio un esempio: caduto l’accordo sulla Puglia, la Regione più importante in cui si realizza l’alleanza fra sinistra e Udc è in Piemonte. Una Regione in cui, lo dico spero senza offesa per la signora Bresso, Casini corre in soccorso di un candidato più laicista di Emma Bonino’. Giudizio tranchant il suo. A cosa la Bresso dovrebbe il primato in laicismo? ‘E’ noto a tutti che lei, più di qualunque altro Governatore, si è speso ad esempio a favore dell’aborto farmacologico e dell’eutanasia per Eluana Englaro’. Le geometrie dell’Udc non le piacciono, però vi sta bene il suo sostegno in alcune Regioni. Coerenza per coerenza... ‘Sui valori il loro posto è nel centro-destra. Comunque dove si è realizzata l’alleanza è perché hanno condiviso una scelta fatta anzitutto dal Popolo delle libertà’. Quando il Cardinal Bagnasco chiede ai cattolici impegnati in politica di “essere coerenti con la fede che include ogni istanza” pensa all’Udc? ‘La Chiesa parla alle coscienze, non alle strutture politiche. Certo è che i valori ai quali si riferisce Bagnasco sono anche quelli del riconoscimento della vita in tutte le sue forme. Per questo io contesto il cinismo che spinge un partito di ispirazione cattolica a sostenere la Bresso anziché chi, come Cota, si è concretamente speso in difesa della vita’. Nelle parole di Bagnasco non teme ci sia nostalgia del partito dei cattolici? E non teme che il Pdl possa trasformarsi in una nuova Dc? ‘Assolutamente no. La Chiesa, se mai l’ha avuta, ha superato da un pezzo l’idea del partito confessionale. E il Pdl ha raggiunto la felice sintesi di un partito insieme laico e cristiano’. Maurizio Sacconi crede? ‘Il mio rapporto con la fede è questione privata che nulla aggiunge e nulla toglie alla convinzione laicissima circa il valore della vita. Invece è ormai da tutti riconosciuto che le società più dinamiche sono quelle demograficamente più vitali’. D’accordo, ma per aiutare le famiglie in questa legislatura non avete fatto ancora nulla. Lei stesso ha proposto la reintroduzione delle deduzioni per carichi familiari, eppure il tema non è all’ordine del giorno del governo. ‘Giulio Tremonti ha annunciato la riforma fiscale nella legislatura e la famiglia ne costituisce uno dei parametri fondamentali. E’ ovvio che la riforma si realizzerà solo con la ripresa. Non possiamo permetterci di abbassare la guardia sul debito pubblico’. Lei crede che gli elettori lo capiranno e continueranno a sostenervi? ‘Con una sinistra in così grave crisi d’identità? Non ho dubbi al riguardo’. Teme lo sciopero della Cgil sul fisco? ‘Non credo che in una fase di così grande crisi lo sciopero della Cgil possa avere un qualche successo’. La Cgil propone la riduzione delle tasse per il lavoro dipendente. Un argomento non indifferente per il vostro elettorato, e sul quale fate promesse dal 1994. ‘Mi fa piacere che la Cgil sia stata condizionata dal nostro bagaglio di idee. Vuol dire che l’egemonia culturale è compiuta’. Renato Brunetta ha proposto un reddito minimo per i giovani. L’economista cattolico Stefano Zamagni ha replicato: più che di denaro ai giovani occorre dare occasioni di lavoro, anche mentre studiano. E’ d’accordo? ‘I giovani hanno più bisogno di canne per pescare che di pesci, ovvero di robusti investimenti nella transizione dalla scuola al lavoro. E’ ciò che indica il nostro Piano per l’occupabilità’”. (red) 

16. Cicchitto: “Sì alla piazza prima del voto” 

Roma - L’intervista al presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto, su IL GIORNALE: “‘Colloco l’ipotesi di organizzare una manifestazione a sostegno del presidente del Consiglio in maniera diversa rispetto al direttore Vittorio Feltri’. Il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, è favorevole alla proposta lanciata dal Giornale domenica scorsa, ma in un’ottica differente. ‘Se dovessimo scendere in piazza ogniqualvolta la magistratura attacca Silvio Berlusconi, chissà quante ne avremmo dovute fare’, spiega aggiungendo che ‘alla conclusione della campagna elettorale, potremmo organizzare a Roma una manifestazione simile a quella del 2 dicembre 2006 per mettere in evidenza anche questo tipo di problemi e comunque il grande sostegno popolare a Berlusconi’. Presidente Cicchetto, allora esiste il corto circuito magistratura-media-politica? ‘Non mi riferisco a tutta la magistratura ma a quel nucleo di magistrati, come la Procura di Milano, che insieme a un pezzo di mondo mediatico ed editoriale, all’Italia dei valori e a settori del Pd dell’arma impropria della giustizia hanno fatto uno strumento di battaglia politica. Questo accade dal’94 ed è sicuramente negativo’. Però non riuscite a trovare un punto di incontro con il Pd, che pure è stato oggetto di attenzioni giudiziarie, ultima la vicenda del sindaco bolognese Delbono. ‘Il Pd è nato da Ds e Margherita, due formazioni che dalla magistratura hanno avuto un occhio di riguardo. C’è un’opposizione più responsabile rappresentata da D’Alema e Bersani, ma le risposte che fornisce sono contraddittorie. La maggioranza uscita dal congresso è debole ed è risucchiata dalla linea di chi cavalca il giustizialismo con il paradosso che si rinuncia anche alla difesa dei propri esponenti coinvolti in casi giudiziari’. D’altronde, il Pd è uscito a pezzi dalle primarie pugliesi. D’Alema e Casini avevano fatto della Puglia un laboratorio politico. Volevano rompere con Vendola in nome di un avvicinamento all’Udc per mettere assieme un complesso di forze per battere Berlusconi. Si sono però scontrati con il leaderismo e il populismo di Vendola che ha fatto saltare in aria il loro laboratorio’. D’Alema è più criticato dal Pd che da voi che siete suoi avversari. D’Alema aveva in mente un progetto bipolare con un’alternativa più spostata verso il centro. È fallito’. Casini ora ha inaugurato la ‘politica dei tre forni’ correndo a sostegno di Adriana Poli Bortone. ‘Sembra una soluzione di risulta e, in parte, un dispetto al Pdl. Ma la candidatura di Rocco Palese è la più naturale: è stato capogruppo del Pdl in Consiglio regionale, ha guidato l’opposizione a Vendola e in lui si è riconosciuto tutto il partito, al di là delle differenze tra chi proveniva da Forza Italia e da An. Quando sembrava che potessimo scegliere un candidato esterno Vendola diceva che avremmo potuto candidare un bravo politico come Palese. Lo abbiamo ascoltato’. I ‘dispetti’ di Casini non si riverbereranno in nessun modo sul quadro delle altre alleanze perle Regionali? ‘Ci sarà un conto finale che è assolutamente bipolare: il Pdl contro il Pd con gli alleati che di volta in volta riusciranno a mettere assieme. Bisogna mantenere i nervi saldi perché quello che conta di più sono le Regioni che si potrebbero conquistare. Dalla situazione pugliese non traggo nessuna conseguenza perché ci sono altre Regioni dove siamo alleati o dove potremmo allearci con l’Udc’. Dopo le Regionali ci sarà un cambio di marcia nell’azione di governo e maggioranza? ‘Finora abbiamo tenuto una linea di rigore dei conti pubblici per fronteggiare la crisi. Ci dovremo porre il problema di cosa si può fare per favorire la crescita: piano casa, riflessione sul welfare e spazi per una riforma del fisco che pesi meno sulle famiglie. Ne stiamo discutendo e dopo le Regionali affronteremo la questione’. Appianate alcune asperità dei rapporti tra Berlusconi e Fini, cosa deve fare il Pdl alla luce del confronto nella convention di Arezzo? ‘A meno che non vogliamo rovinare tutto, il Pdl si caratterizza come un partito con una forte leadership che è quella di Berlusconi. Questa però non è contraddetta da un partito radicato sul territorio. L’Ufficio di presidenza ha svolto un ruolo importante per il dibattito, talora mescolando le posizioni al di là della provenienza da Forza Italia e da An. Ma la Direzione nazionale, composta da più di cento membri, convocata ogni due o tre mesi, può misurarsi su riflessioni di lungo periodo mettendo insieme politica e cultura’. Ultimamente lei ha utilizzato spesso l’espressione togliattiana ‘analisi differenziata’. Come mai? ‘Realtà diverse richiedono risposte diverse. Io ho denunciato un network dell’odio composto da mondo editoriale, da parti della magistratura, da Di Pietro e da parti del Pd. Hanno come scopo quello di far fare a Berlusconi la fine di Craxi. A sua volta il Pd, assediato da questo network, non riesce a fare un’opposizione normale, mentre l’Udc è in contraddizione con entrambi. Non possiamo elaborare risposte univoche per queste tre diverse realtà’”. (red) 

17. Piccoli disastri del Pd 

Roma - “Per capire che cosa sta davvero succedendo al malandato corpaccione del Partito democratico - scrive IL FOGLIO in prima pagina - bisogna allargare l’obiettivo e inquadrare la Puglia soltanto come uno dei numerosi sintomi della grave sofferenza del Pd di Pier Luigi Bersani. Il no D’Alema day celebrato domenica scorsa dai 192 mila pugliesi che hanno scelto Nichi Vendola come candidato del centrosinistra per le prossime regionali – e non il dalemiano e lettiano Francesco Boccia – rivela un Partito democratico che a poche settimane dalle elezioni si ritrova con problemi non da poco da risolvere quasi in ogni regione d’Italia. Senza volersi soffermare troppo sui pastrocchi bolognesi – dove le dimissioni del sindaco Flavio Delbono, avvenute ieri in seguito a una storiaccia di spese pazze su cui ha iniziato a indagare anche la procura della Repubblica con l’accusa di uso improprio di fondi pubblici a fini privati, creano parecchi imbarazzi al Pd anche nell’unica regione in cui i democratici non hanno rivali: l’Emilia Romagna di Vasco Errani – ci sono diversi casi in cui il Pd sembra non riuscire a scendere in campo senza prendere pallonate. L’eccessiva timidezza di Bersani – e il fatto che l’unico vero progetto del segretario del Pd (l’alleanza strategica con l’Udc) non si sia concretizzato quasi in nessuna regione – ha creato poi rapidamente le condizioni per mettere l’intero partito nelle mani di un D’Alema diventato secondo alcuni un pochino troppo confusionario. E come ripete in queste ore un importante dirigente democratico, ‘l’illusione di poter imporre alla base del partito qualsiasi scelta in nome del fine superiore del partito porta i nostri leader a cadere nello stesso tranello in cui si è inabissata la Juventus, dove una dirigenza miope continua a credere che non ottenere buoni risultati sia dovuto esclusivamente alle cattive performance degli uomini che la squadra mette in campo, senza accorgersi invece che dietro le cattive prestazioni dei giocatori c’è una società che non si ricorda più come si gioca a calcio’. A sessanta giorni esatti dalle prossime regionali, dunque - osserva IL FOGLIO - capita che il Pd non abbia ancora un candidato in Calabria, in Campania e in Umbria; che l’unica regione in cui l’Udc appoggerà con certezza il Partito democratico sarà il Piemonte di Mercedes Bresso; e che il candidato sindaco di Venezia del Pd, Giorgio Orsoni, risulta essere un tremontiano che non ama Visco, che non ama Prodi e che a molti sembra essere uscito più da un Circolo della libertà che da una sezione del Pd. A questo va poi aggiunto che, dopo la clamorosa ma non certo inaspettata sconfitta di Francesco Boccia alle primarie di due giorni fa, il prossimo autogol del Partito democratico rischia di essere la presidenza della regione Umbria: dove con la minoranza del Pd (veltroniani e franceschiniani) che lavora duro per far sì che il candidato alla regione sia scelto con le primarie e con la maggioranza del Pd che tenta invece di imporre a ogni costo senza primarie l’attuale governatrice Rita Lorenzetti, il Partito democratico corre il serio pericolo di arrivare alle regionali in grosso affanno anche nel suo fortino del centro Italia. Il risultato è che l’unico vero candidato che la coppia Bersani- D’Alema è riuscita a imporre per le elezioni è quello che tra tutti gli aspiranti governatori ha meno possibilità di vittoria: Filippo Penati. Se ci si pensa bene, infine, le maggiori delusioni registrate da D’Alema e da Bersani sono arrivate dalle due ‘regioni laboratorio’ in cui i due leader avevano più lavorato per tentare di sperimentare una possibile alternativa al berlusconismo, e dove non solo i dalemiani e i bersaniani non sono riusciti a portare alla corsa per la presidenza della regione un proprio candidato, ma alla fine il Pd sarà costretto ad appoggiare con entusiasmo i candidati di due partiti – i radicali nel Lazio e Sinistra e libertà in Puglia – che messi insieme oggi non arrivano neppure al sei per cento. E’ vero - conclude IL FOGLIO - che se si guardano con attenzione le singole realtà regionali le prossime elezioni potrebbero regalare al centrosinistra non un cattivissimo bottino (prendete la stessa Puglia, dove con la candidatura centrista di Adriana Poli Bortone le possibilità che Rocco Palese riesca a battere Nichi Vendola non sono poi così altissime) ma è anche vero che non può sorprendere se in questa confusione democratica sono sempre di più i dirigenti del Pd che iniziano a porsi una domanda semplice semplice: ma un partito così ha ancora senso oppure no?”. (red) 

18. Ora il Pdl teme per il dialogo sulla giustizia 

Roma - “La sonora sconfitta della nomenclatura dalemiana in Puglia, ancorché prevista - osserva IL FOGLIO in prima pagina - preoccupa quei settori del Pdl romano che per ragioni tattiche avevano assistito inerti all’avvicinamento tra Udc e Pd. Obiettivo: dare fiato al nuovo corso riformista e dialogante – non solo in tema di giustizia – inaugurato da Pier Luigi Bersani con i buoni auspici di Massimo D’Alema. Il rischio percepito è che la vittoria di Nichi Vendola restituisca forza alla minoranza giustizialista battuta da Bersani al congresso. Difatti l’oggetto dell’analisi berlusconiana non è tanto la Puglia in sé: la regione viene data da molti già per persa, specie dopo l’annuncio di corsa solitaria dell’Udc al fianco di un candidato dal notevole appeal elettorale nel centrodestra come Adriana Poli Bortone. Ma chissà. Piuttosto, ciò che preoccupa è lo stato di salute politica del binomio Bersani- D’Alema e dunque di quell’ipotetico patto di sistema che negli auspici dovrebbe passare dall’approvazione senza troppi strepiti dei salvacondotti giudiziari per il premier, e il cui approdo definitivo potrebbe essere una riforma per quanto possibile condivisa dell’ordinamento giudiziario e poi del sistema istituzionale. Il composito movimento che a sinistra mira a sfasciare i refoli di appeasement recupera terreno e agli occhi del centrodestra sembra confermarlo anche la rinnovata sicurezza di Repubblica. Tra quelle pagine, sabato, il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky ha opposto un niet integrale alla cautela possibilista manifestata da Luciano Violante: quella timida strategia del dialogo che domenica è stata poi seppellita anche da un editoriale di Eugenio Scalfari. ‘Inutile favorire un accordo sul rafforzamento delle immunità – questo il pensiero del Fondatore – senza aver bloccato la deriva autoritaria del berlusconismo’. Il Cav., nelle ultime riunioni con i propri fedelissimi - prosegue IL FOGLIO - aveva manifestato la volontà di percorrere la difficile strada del ripristino dell’immunità parlamentare, per come proposto nel testo bipartisan dei senatori Chiaromonte (Pd) e Compagna (Pdl), rinunciando di fatto alla riproposizione a maggioranza di un lodo Alfano costituzionale. Il premier continua a pensarla così. Ma qualora il Pd si facesse più ostile, spostando la prua sulla rotta gradita a Repubblica e battuta anche dalla minoranza interna, non è escluso che il testo cui il Guardasigilli Angelino Alfano ha lavorato negli ultimi mesi ritorni a essere l’opzione preferibile. Tuttavia ci sono delle controspinte promettenti. Gianfranco Fini ha da tempo intavolato un’interlocuzione sia pubblica sia privata sulla giustizia con Violante e con il Quirinale, candidandosi al ruolo di mediatore politico e istituzionale, anche a rischio di perdere la simpatia stumentale che gli manifesta il gruppo l’Espresso. Incontrando ieri Alfano, Violante e il vicepresidente del Csm Nicola Mancino, Fini lo ha ripetuto: ‘Sono per l’indipendenza delle toghe, ma va evitato l’avvento di una democrazia giudiziaria. I magistrati rischiano di trasformarsi in una specie di controllori di virtù del personale politico’”. (red) 

19. Forte malumore Usa per le critiche di Bertolaso

Roma - “Per capire quanto hanno dato fastidio a Washington i giudizi di Guido Bertolaso sull’operazione messa in cantiere dagli Stati Uniti per aiutare i terremotati di Haiti, definita ‘una fiera delle vanità’ - osserva Maurizio Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - bisogna tener conto dell’importanza assegnata da Barack Obama a quell’impresa. Il sottosegretario alla Protezione civile italiana ha sostenuto che gli americani ‘confondono la gestione dell’emergenza con l’intervento militare’, che sull’isola ‘a loro manca una testa’ e che questo crea ‘una situazione patetica’. Improbabile che Bertolaso abbia impiegato una mira di precisione mosso da voglia di polemica politica. Sta di fatto che le sue valutazioni, dopo una ricognizione a Portau-Prince, sono risultate colpi di fionda su perni dell’obamismo. ‘Buongiorno a tutti. Ho incaricato la mia Amministrazione di lanciare uno sforzo immediato, coordinato e aggressivo per salvare vite e appoggiare la ripresa di Haiti’, ha dichiarato il presidente degli Usa il 14 gennaio. Lo sforzo, ha aggiunto, ‘deve essere una priorità di massimo livello’: ‘Una delle più grandi opere di soccorso nella storia recente’. Un’impresa che deve coinvolgere ‘la nostra diplomazia e l’assistenza allo sviluppo, la potenza dei nostri militari e, molto di più, la compassione del nostro Paese’. Compassione, non una ‘situazione patetica’. Benché abbia bisogno di recuperare consenso tra quanti gli intimano di non caricare nuove spese sullo Stato con la sua riforma sanitaria - prosegue Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - Obama ha individuato nell’emergenza di Haiti un’occasione per restaurare all’estero il prestigio degli Usa reso opaco da George W. Bush con la guerra in Iraq. Schiera soldati americani, che non bombardano, in un Paese di poveri, molti dei quali di colore, da aiutare. Si propone da avanguardia di un’azione multilaterale. Se le cose stanno come le ha descritte Bertolaso, è uno sforzo fallimentare. Invece la diplomazia americana si impegna da giorni a far presente al mondo quanto servono ad Haiti l’82ª divisione aviotrasportata, gli oltre 100 milioni di dollari stanziati, la Guardia costiera che porta acqua. Rientrava in questa campagna il colloquio che l’ambasciatore americano a Roma David Thorne ha avuto il 20 gennaio con Bertolaso. Riferiva una nota: ‘L’ambasciatore ha confermato al sottosegretario l’impegno degli Usa nel coordinare le operazioni di assistenza con l’Italia e gli altri partner’. Thorne, giovedì, aveva elogiato Bertolaso. Ieri non l’avrebbe rifatto. Franco Frattini, prendendo le distanze dal sottosegretario, ha anche, in sostanza, messo in guardia la Protezione civile, ritenuta agli Esteri sulle emergenze un concorrente svincolato da mille norme. Lo screzio con gli Usa è di quelli che si ricuciono. Per adesso i cerotti si vedono”, conclude Caprara sul CORRIERE DELLA SERA. (red) 

20. Dottor Bertolaso, si contenga

Roma - “Appena arrivato a Port-au-Prince - osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - Guido Bertolaso si è messo a esprimere giudizi liquidatori, come un turista che, abituato agli agi, lamenta il trattamento che riceve in un paese esotico. Forte della sua esperienza in Abruzzo, pensa di poter paragonare circostanze del tutto diverse a quelle che ha affrontato l’anno scorso, senza tenere conto delle differenze profondissime che intercorrono tra una situazione che, pur nella tremenda tragedia, poteva contare su un tessuto civile di tipo occidentale, e quella disastrata di Haiti. D’altra parte anche i primi passi di Bertolaso a L’Aquila non furono esenti da errori del tipo che ora rinfaccia all’America, anche se i fenomeni di sciacallaggio, in Abruzzo, furono assai più contenuti e immediatamente repressi. Inoltre la protezione civile italiana aveva avuto modo di perfezionare metodi e catena di comando, operando sul proprio territorio nazionale. Né l’America né l’Onu dispongono di un apparato sperimentato e definire i sistemi di comando in un paese straniero nel quale l’autorità del governo locale non è riconosciuta da nessuno non è certo un compito semplice. Provocare l’irritazione del governo americano, espressa con sarcasmo dalla segretaria di stato Hillary Clinton (‘Chiacchiere da bar sport’), non aiuta certamente a migliorare la collaborazione necessaria ad affrontare gli immani problemi causati da un sisma devastante che colpisce una società già devastata. Naturalmente è vero che i meccanismi di soccorso debbono essere perfezionati, ma anche che in una situazione dominata dallo sciacallaggio e dal linciaggio, una presenza militare efficace è la condizione preliminare per poter realizzare una qualsiasi opera di aiuto umanitario. Insomma - conclude IL FOGLIO - in Bertolaso ha prevalso un certo provincialismo, il che può rendere meno efficace la sua stessa critica, che potrebbe invece essere di grande utilità, per l’autorevolezza che gli è riconosciuta anche dalla stampa internazionale, se assumesse un carattere più costruttivo e meno arruffato”. (red)

21. Bagnasco: “Una nuova classe di politici cattolici” 

Roma - “‘Una generazione nuova di italiani e cattolici capaci di impegnarsi per il bene di tutti’ senza contrapposizioni, al di là di differenze politiche, di razza e di cultura. È il ‘sogno’ annunciato ieri sera dal cardinale Angelo Bagnasco - riporta Orazio La Rocca su LA REPUBBLICA - presidente dei vescovi italiani all’apertura del Consiglio permanente Cei, il ‘parlamentino’ episcopale che fino a giovedì prossimo si confronterà per pianificare le attività della Chiesa italiana dei prossimi 10 anni. Il porporato nella prolusione fa l’analisi dei maggiori eventi socio-politici e religiosi degli ultimi tempi, rendendo omaggio - in prima battuta - alla visita alla Sinagoga romana di Benedetto XVI, ma ricordando anche episodi scomodi come le recenti aggressioni agli immigrati a Rosarno e a Gioia Tauro con un severo richiamo (‘No, così non si può, così non è umano, anche Gesù era un immigrato’) per il modo con cui sono stati tenuti ‘migliaia di lavoratori regolari ed irregolari in capanne di cartone o di plastica senza acqua e senza elettricità, e senza il minimo requisito igienico sanitario’. Una situazione di ‘evidente degrado sociale causata anche dalla malavita locale’. Grande, comunque, è stato lo spazio dedicato da Bagnasco alla situazione socio-politica. Rilanciando quanto già auspicato alla recente Assemblea Cei di Assisi, ha invitato i politici al ‘disarmo degli animi’ attraverso ‘un abbassamento dei toni e degli scontri’ a favore di ‘un confronto più maturo e sereno’. Un appello di strettissima attualità a causa di ‘una situazione interna che - nota il cardinale - ha continuato a surriscaldarsi fino all’episodio violento ed esecrabile che ha riguardato’ il premier Berlusconi ferito a Milano da uno psicolabile. Episodio che gli offre lo spunto di additare anche il pericoloso ‘riaffiorare all’orizzonte di maestri nuovi del sospetto e del risentimento che lanciando parole violente e ripetute possono resuscitare mostri del passato’. Vale a dire, azioni terroristiche. Ecco perché - insiste il cardinale - occorre ‘abbassare i toni delle polemiche’, chiamando in causa anche i mezzi di comunicazione accusati, a suo dire, ‘di deviazioni, intossicazioni’ tentativi di ridurre il confronto pubblico a rissa e di dominio dell’uno sull’altro’ con ‘denigrazione reciproca, sistematico disfattismo e autolesionismo di maniera’. Quanto alle cose da fare - prosegue La Rocca su LA REPUBBLICA - Bagnasco invita ‘tutti i soggetti politici’ a pianificare ‘quelle necessarie riforme di cui il Paese ha bisogno, ma finora colpevolmente sempre rinviate’, rifacendosi a quanto più volte ricordato dal presidente Napolitano che ‘molto opportunamente non si stanca di richiamare le classi politica, amministrativa e giudiziaria, e le diverse componenti dirigenziali, a mettere da parte calcoli individuali e talora anche meschini’ per centrare ‘gli obiettivi generali’ di cui la gente ha bisogno. Tra gli obiettivi primari additati dal cardinale l’aiuto alle famiglie ‘costrette a far fronte ad una crisi economica ancora molto evidente, malgrado i recenti deboli segnali di ripresa’. Da qui, la confessione di ‘sognare una nuova classe dirigente di italiani e cattolici’ più sensibile ‘al bene comune’, ricordando però ai politici cattolici ‘il dovere della coerenza’ che ‘ha al primo posto la difesa della vita. Ma anche la lotta alla pillola RU 486 che, teme il cardinale, ‘dopo il via libera dell’Aifa rischia di introdurre una prassi di ulteriore banalizzazione nella tutela della vita umana’ e per questo auspica che ‘Parlamento, Ministero della Salute e Regioni circoscrivano quanto è più possibile tale rischio’. O il no ai registri sul fine vita visti come una sorta di anteprima ad una futura legge sull’eutanasia”, conclude La Rocca su LA REPUBBLICA. (red)

22. Il sogno del cardinale

Roma - “Ha detto ieri - riporta IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - il cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani: ‘Vorrei che questa stagione contribuisse a far sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici che, pur nel travaglio della cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro ad essa, sentono la cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti, e per essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni. Italiani e credenti che avvertono la responsabilità davanti a Dio come decisiva per l’agire politico’. E ha aggiunto: ‘Ecco, vorremmo che i valori che costituiscono il fondamento della civiltà – la vita umana comunque si presenti e ovunque palpiti, la famiglia formata da un uomo e una donna e fondata sul matrimonio, la responsabilità educativa, la solidarietà verso gli altri, in particolare i più deboli, il lavoro come possibilità di realizzazione personale, la comunità come destino buono che accomuna gli uomini e li avvicina alla meta – formassero anche il presupposto razionale di ogni ulteriore impresa, e perciò fossero da costoro ritenuti irrinunciabili sia nella fase della programmazione sia in quella della verifica. Non a caso la vicenda sociale è oggi, a giudizio della chiesa, radicalmente antropologica (cfr Caritas in Veritate, n. 15)’. Infine: ‘Ciascuno è chiamato a respingere le intimidazioni del secolarismo, le spinte cioè all’interpretazione più privatistica del fatto religioso, quasi si trattasse di una debolezza dell’intelligenza e un cedimento all’irrazionalità. C’è tutta una cultura pubblica che, convalidata dall’apparato pubblicitario e in un gioco di rimandi ossessivi, punta all’estraneazione, alla sottovalutazione, quando non all’irrisione del fenomeno religioso…’. Parole sante, militanti, ragionevoli e laiche, ma c’è il caso Bonino. Dal punto di vista libertario e radicale, quella candidatura è un colpaccio, l’occupazione di una piazzaforte decisiva, dirimpetto al Papa. Dal punto di vista cattolico dovrebbe essere una ‘intimidazione del secolarismo, da respingere’, il segno maggiore di una ‘cultura pubblica’ che nega lo spazio vitale alla religione e la cancellazione dell’intera antropologia moderna elaborata da Wojtyla e Ratzinger. La prolusione del presidente della Cei è ineccepibile. Resta inevaso il problema di come agire e reagire”, conclude IL FOGLIO. (red)

23. Eni al bivio. La tentazione di vendere tubi di Mattei 

Roma - “Queste infrastrutture - scrive Massimo Mucchetti sul CORRIERE DELLA SERA - che sono la proiezione internazionale dei tubi e delle politiche degli anni eroici di Enrico Mattei, sono delicate, specialmente la prima: è alle frontiere che si controlla il mercato e si forma il prezzo del gas. Il ministero dell’Economia, azionista dell’Eni, ha dato via libera alla cessione dei gasdotti Tenp e Transitgas che collegano il Mare del Nord all’Italia attraverso Olanda, Germania e Svizzera, mentre ha raccomandato per iscritto grande cautela con il Tag, che porta il gas russo percorrendo l’Austria. Ce n’è abbastanza per farsi qualche domanda. Anzitutto, come va il soggetto venditore? Risposta: l’Eni soffre. Certo, guadagna sempre tanto, ma nei primi 9 mesi del 2009, l’utile netto rettificato è sceso a 3,8 miliardi di euro, con una flessione del 53,6 per cento sullo stesso periodo del 2008. Secondo le banche d’affari, l’utile dell’intero esercizio è di 5 miliardi. L’Eni, insomma, torna indietro ai risultati del 2003, quando peraltro il prezzo medio del barile, a cambio euro-dollaro costante, era del 37 per cento inferiore a quello odierno. Effetti della recessione e del crollo del prezzo del gas sui mercati liberi. Dal 2006, l’indebitamento è triplicato fin sopra i 20 miliardi. Una tale esposizione rimane ben sostenibile anche con i margini attuali. E tuttavia ingessa l’Eni di fronte a rivali assai meno appesantiti. E’ vero che il debito è concentrato soprattutto in Snam Rete Gas, Saipem e nel giacimento gigante di Kashagan e che è destinato in parte a rientrare, ma è lo stesso Eni a porsi il problema di evitare un declassamento del rating. Seconda domanda: che cambiamenti può determinare la spinta di Neelie Kroes, commissario Ue alla Concorrenza? La risposta è fatalmente articolata. Vendendo le tre partecipazioni nei gasdotti europei, l’Eni può incassare un paio di miliardi con ampio margine di guadagno perché trattasi di attività in carico a valori storici bassi. Sarebbe un tonico per il conto economico, ancorché una tantum, e perciò da considerare senza soverchi entusiasmi. Certamente, darebbe una mano a contenere il debito. Ma una società come l’Eni ha un altro respiro. La sua storia, del resto, così ricca di grandezze, di ambiguità e talvolta di illegalità, consiglia prudenza in questo genere di affari estero su estero. Vendere, dunque. Ma a chi? E con quale disegno? La soluzione ovvia - prosegue Mucchetti sul CORRIERE DELLA SERA - sarebbe una gara internazionale. Ma non indiscriminata. Non può essere, questa gara, aperta ai concorrenti, perché si ricostituirebbero i conflitti d’interesse di oggi. E nemmeno ai Paesi produttori. Se Russia, Algeria e Norvegia avessero il controllo dei tubi fino alle frontiere, sarebbe ancor più facile per loro affacciarsi sul mercato europeo e diventare oggi concorrenti degli operatori domestici e domani l’oligopolio dominante a fronte del progressivo esaurimento dei giacimenti nazionali: un oligopolio tanto meno regolabile quanto più basato fuori dall’Unione. Sulla carta, un compratore potabile sarebbe un fondo di private equity. Sarebbe, perché questi fondi, tranne rare eccezioni, non solo usano una leva finanziaria troppo alta per favorire gli investimenti, ma hanno anche sottoscrittori spesso anonimi. Il che, nell’Italia tuttora incapace di fare i conti con Tangentopoli, suscita troppi sospetti. Ci vorrà dunque trasparenza anche sugli acquirenti. In questo momento, l’Eni è orientato a fare la gara per Tenp-Transitgas. Quanto al Tag l’idea è di cederlo alla Cassa depositi e prestiti, previa conservazione dei diritti di passaggio. L’Eni ritiene di dare così una prova di buona volontà tale da indurre la signora Kroes ad addolcire la multa che potrebbe, altrimenti, arrivare a un miliardo. Terza domanda: ci sono alternative? La risposta è: sì, se l’Eni e il governo smettono di subire la politica del carciofo, oggi i tre gasdotti europei, domani quelli africani. Con la rete nazionale di Snam, gli stoccaggi della Stogit e i suoi gasdotti internazionali, l’Italia ha tutto per diventare il più grande adduttore di gas in Europa. E’ questa l’idea storica dell’Autorità dell’Energia, sostenuta a suo tempo anche dall’Antitrust di Giuseppe Tesauro, che ora può diventare conveniente per tutti. Anche per l’Eni. All’Europa della concorrenza servirebbe un’unica rete di gasdotti, ben interconnessa e autonoma dai fornitori e dai distributori. Concentrare l’infrastruttura dell’Eni in un’unica società - una grande Snam Rete Gas o un’Eni 2 con dentro i gasdotti e la Snam, poco importa - e poi distinguere questa società dall’Eni - attraverso la cessione o attraverso la scissione, anche questo poco importa - darebbe all’Italia una multinazionale del trasporto del gas, a controllo nazionale come adesso, trampolino di lancio verso la rete unica europea. Frammentare le proprietà, invece, rende più arduo e costoso il cammino. Con una simile operazione - conclude Mucchetti sul CORRIERE DELLA SERA - l’Eni raggiungerebbe il duplice risultato di depotenziare la speculazione e di ridurre a poco il debito. E la maggior focalizzazione, derivante dalla separazione dalle attività infrastrutturali regolate, gioverebbe perfino al suo profilo borsistico, se stiamo alle lettere del fondo Knight Vinke”. (red) 

24. Tangenti e iscritti fantasma, nei guai Cisl e Cgil 

Roma - Tessere false, prelievi forzati sui cedolini dei pensionati, tangenti in cambio di una ‘soffiata’ per evitare i controlli in cantiere. I fascicoli aperti dalla Procura di Piacenza - riporta Giuseppe Sarcina sul CORRIERE DELLA SERA - crescono a un ritmo inquietante, ormai dal marzo scorso, settimana dopo settimana. Le indagini investono, in modo parallelo, Cisl e Cgil. È un colpo duro (e sorprendente) alla credibilità delle due organizzazioni radicate nella tradizione (a Piacenza è sorta una delle prime Camere del Lavoro nel 1891) e sul territorio. La Cgil conta 35 mila iscritti in provincia; la Cisl circa 25mila, a fronte di 200 mila abitanti. Ma, in definitiva, è anche un caso nazionale, dal momento che i due segretari generali, Raffaele Bonanni (Cisl) e Guglielmo Epifani (Cgil) seguono lo sviluppo delle vicende piacentine e visto che siamo nel cortile di casa del segretario Pd, Pierluigi Bersani. La prima inchiesta giudiziaria, coordinata dal sostituto procuratore Antonio Colonna, prende le mosse dall’ufficio di Alfonso Filosa, il capo della Direzione provinciale del Lavoro, l’uomo che dispone le ispezioni nei cantieri o le verifiche sui bilanci delle aziende. Una vera potenza in un territorio di piccole e medie imprese. Secondo gli inquirenti Filosa (oggi ancora agli arresti domiciliari) avrebbe costruito un piccolo sistema di ‘taglieggiamento in automatico’: le società che volevano evitare controlli dovevano pagare, magari attraverso una falsa consulenza assegnata alla ‘Freeman & Dean’, la società di famiglia. Setacciando i conti di Filosa, imagistrati trovano una traccia che porta a Gianni Salerno, segretario provinciale della Cisl. Il sindacalista è accusato di aver fatto da intermediario nella ‘pratica’ che riguarda la Morgan facilities management spa, una società di servizi milanese che raccoglie commesse a Piacenza da redistribuire poi in subappalto (pulizie e altro). Tra novembre e dicembre scorso - prosegue Sarcina sul CORRIERE DELLA SERA - i carabinieri interrogano due volte il dirigente della Cisl, la seconda con i cedolini dei conti correnti alla mano. La Procura accerta che nella contabilità di Salerno ci sono almeno 30 mila euro di origine ‘sospetta’. Secondo l’accusa quella somma equivale a una provvigione pagata dalla Morgan milanese in cambio di un contatto con il temuto Filosa. Salerno sostiene di poter chiarire tutto, ma intanto lascia la carica di segretario provinciale. Ma per gli investigatori è un periodo di super lavoro. Più o meno in quei giorni cominciano a spuntare pensionati che leggendo i cedolini dell’Inps scoprono di essere titolari di un’iscrizione mai richiesta allo Spi, il sindacato di categoria della Cgil (quota di 6-7 euro al mese). In realtà già agli inizi di aprile qualcuno, all’interno della stessa organizzazione, si era accorto che stava succedendo qualcosa di strano nel tesseramento. A metà giugno un funzionario di seconda fila dello Spi ammette di aver falsificato 14 deleghe: viene subito sospeso. Ma il segretario provinciale della Cgil, Gianni Copelli è inquieto e avvisa il leader nazionale Guglielmo Epifani. Da Roma arriva a dare un’occhiata Enrico Panini, il responsabile organizzativo. La vicenda sembra ormai spenta, senonché le lamentele degli ‘iscritti fantasma’, cominciano a trasformarsi in esposti in Procura e il caso monta sulla stampa cittadina. Risultato: si muovono i carabinieri e il sostituto Letizia Platè apre ufficialmente il fascicolo di indagini. Almomento gli indagati sono quattro, funzionari ‘operativi’ dell’organizzazione, con due ipotesi di reato: truffa e falsa scrittura privata. Dai primi accertamenti risulta che le posizioni falsificate sono già una sessantina, ma potrebbero presto diventare diverse centinaia. Pochi giorni fa, il 12 gennaio, anche il segretario provinciale dello Spi Franco Sdraiati segue l’esempio del collega Salerno della Cisl e si dimette. A questo punto - conclude Sarcina sul CORRIERE DELLA SERA - ‘il caso Piacenza’ torna sulle scrivanie di Epifani e di Bonanni”. (red) 

25. Sarkozy: “Clandestini a casa”

Roma - “Nessun cedimento ai sans papier. Il presidente francese Nicolas Sarkozy - riporta Monica Ricci Sargentini sul CORRIERE DELLA SERA - ieri in un’intervista alla rete televisiva TF1, non ha voluto lasciare spazio ad equivoci quando ha toccato il delicato tema dell’immigrazione illegale: ‘Non lascerò la Francia disarmata di fronte al fenomeno di sbarchi clandestini come quelli che ha conosciuto l’Italia. Ci sono degli schiavisti, degli assassini che usano la miseria umana e sbarcano sulle coste della Francia degli sfortunati con i loro bambini. Questi criminali chiedono alle loro vittime di buttare i telefonini e i documenti in modo che non si sappia da dove vengono. Io lo dico molto semplicemente: noi curiamo queste persone, le rifocilliamo, le confortiamo, ne stabiliamo la provenienza e le riportiamo a casa loro’. La polemica nasce dall’ultimo sbarco in Corsica. Venerdì scorso su una spiaggia di Bonifacio erano arrivati 123 curdi, tra cui 30 bambini, immediatamente smistati nei centri di detenzione a Marsiglia, Lione, Nimes. Gli immigrati, però, avevano immediatamente presentato ricorso contro i provvedimenti di espulsione e, ieri, i giudici della libertà ne hanno rilasciati 94 vista ‘l’assenza di qualsiasi quadro giuridico’ che giustificasse la detenzione. Sarkozy, tuttavia, ha voluto difendere l’operato del responsabile dell’immigrazione Eric Besson: ‘Il ministro ha gestito bene la cosa, i giudici hanno detto che non dovevamo metterli nei centri di detenzione, ora sono sotto la responsabilità della Croce Rossa, quelli che sono rifugiati resteranno, gli altri saranno accompagnati a casa’. Il presidente francese - prosegue Ricci Sargentini sul CORRIERE DELLA SERA - ha spiegato che non si può agire diversamente ‘perché altrimenti gli schiavisti del mondo intero ne trarrebbero la conclusione che possono far sbarcare tutta questa povera gente sulle spiagge francesi’. Anche Besson ha sottolineato che ‘l’isola del Mediterraneo non deve diventare una destinazione per i candidati all’immigrazione’ e ha proposto un vertice europeo sulla questione. Sarkozy ha respinto chi accusa la Francia di non essere pronta a ricevere i meno fortunati: ‘Noi siamo gente generosa, aperta, pronta all’accoglienza ma vogliamo che ci siano diritti e doveri ‘ . La Francia, ha spiegato, è una comunità di persone diverse che, insieme, costruiscono una nazione. ‘Non siamo una razza, non siamo un’etnia’ ha voluto sottolineare il presidente che, dopo l’intervista, ha risposto alle domande di 11 cittadini comuni. A loro Sarkozy ha promesso un calo della disoccupazione ‘nelle settimane e nei mesi a venire’. ‘La Francia è stata investita in pieno dalla crisi economica - ha dichiarato - ma ha resistito tendenzialmente meglio degli altri, perché la disoccupazione è raddoppiata negli Stati Uniti e in Spagna ed è aumentata del 60 per cento nel Regno Unito. Un solo Paese, la Germania, ha fatto meglio di noi’. Per quanto riguarda un secondo mandato nel 2012 - conclude Ricci Sargentini sul CORRIERE DELLA SERA - Sarkò non ha voluto sbilanciarsi: ‘Deciderò al momento’”. (red)

 26. Paradosso Obama: vuole esportare dirigismo in Europa 

Roma - “Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama - osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - aveva impostato larga parte del suo programma di governo sull’adozione di modelli europei di intervento statale nell’economia. Prima le politiche in materia ambientale, a partire dalla crociata per il raffreddamento del clima così ben vista dagli europei. La stessa politica eco-ambientale è servita anche per giustificare l’ingresso del governo in Chrysler e in Gm, attraverso il finanziamento statale dei loro piani di riconversione tecnologica. D’altronde anche gli aiuti all’industria dell’auto sono una misura di tipico stampo europeo-continentale. Per non parlare della campagna obamiana, non ancora terminata, in favore di un servizio sanitario nazionale universale, con aziende pubbliche, in modo da completare lo stato del benessere. Una battaglia, quella per la sanità, che ha impegnato gran parte delle sue energie, e che in prospettiva – se approvata – impegnerebbe le risorse finanziarie ancora disponibili dopo gli interventi anti-crisi. Ma ora, dopo aver importato negli Stati Uniti pezzi consistenti dell’armamentario statalista europeo, Obama sembra sia stato indotto a una nuova strategia, di natura analoga ma che va nel verso contrario: quella della esportazione verso l’Europa di misure di dirigismo bancario. Queste ultime - prosegue IL FOGLIO - sono state ideate per gli Stati Uniti, nate dall’esigenza di contrastare le critiche che vengono mosse all’Amministrazione democratica, colpevole – secondo i suoi detrattori – di essersi occupata molto più di Wall Street che di Main Street. Così nasce la proposta di limitare i bonus bancari in denaro, consentendo solo quelli in opzioni su titoli; poi la tassa sugli indebitamenti a breve degli intermediari finanziari; l’obbligo per le banche di non svolgere trading in proprio, e infine l’eventuale norma di limitazione delle dimensioni degli istituti bancari che comporterebbe l’obbligo di scissione per i più grossi. Se si sommano le importazioni di statalismo europeo alle nuove esportazioni di dirigismo, si può ritenere che Obama, da campione di un nuovo liberalismo di sinistra, si stia orientando ora sempre più verso un modello di stato factotum”, conclude IL FOGLIO. (red)

27. Baghdad sotto attacco, congiura contro Maliki 

Roma - “Quindici minuti, tre esplosioni potenti, target ad alto valore simbolico e pieni zeppi di persone. Questo - riporta IL FOGLIO - è lo schema del terrore che da agosto ha già fatto più di cinquecento vittime a Baghdad. Nel giorno in cui le autorità irachene eseguivano la condanna a morte di Ali il Chimico, l’autore della strage chimica di cinquemila curdi a Halabja nel 1988 durante il regime di suo cugino Saddam, una prima bomba è esplosa davanti all’hotel Sheraton, appena attraversato il Tigri dalla Zona Verde. Pochi minuti dopo, un altro scoppio ha colpito l’hotel Babylon, nel quartiere centrale di Karrada. Infine al compound dell’Hamra, dove si trovano gli uffici delle principali testate internazionali e dei contractor stranieri, due uomini in giacca e cravatta si sono messi a sparare sulle guardie del posto di blocco e non appena hanno avuto mano libera hanno fatto entrare un piccolo camioncino carico di esplosivo che, a quindici metri dall’edificio, è saltato in aria. In tutto si contano quasi quaranta morti e più di cento feriti, tre crateri profondi alcuni metri davanti agli alberghi, la Reuters (l’ufficio sta vicino allo Sheraton) e il Washington Post hanno dichiarato che alcuni loro dipendenti sono rimasti feriti, mentre il corrispondente del Times ha detto che gli uffici sono rimasti senza vetri alle finestre. Il governo ha parlato di ‘un’estensione della vendetta degli ex di Saddam’, ma non si è spinto oltre nel collegare le tre bombe all’impiccagione di Ali il Chimico. La recrudescenza baathista – che un’estensione ce l’ha certamente, in Siria soprattutto, e che è già stata accusata degli altri tre attentati che hanno colpito la capitale negli ultimi cinque mesi – è un elemento del più vasto problema politico innescato dal premier, Nouri al Maliki, a poche settimane dalle elezioni: l’esclusione di 511 politici sunniti e di 15 liste elettorali (quelle a prevalenza sunnita) dalle parlamentari del prossimo 7 marzo. Non a caso sabato - prosegue IL FOGLIO - è arrivato a Baghdad il vicepresidente americano Joe Biden, il quale ha ripetuto con il suo fare rassicurante che questo ‘è un affare tutto iracheno, il governo saprà prendere la decisione giusta, la debaathificazione è un processo vitale per la democrazia dell’Iraq’, ma intanto chiedeva spiegazioni al premier su un’esclusione che inverte quel processo di unità e riconciliazione caldeggiato dagli Stati Uniti da anni. Anche se ieri 59 candidati sono stati riammessi, molti si sentono abbandonati dagli americani, che non sono intervenuti energicamente per impedire una frattura destinata ad avere conseguenze permanenti sulla tenuta delle giovani istituzioni irachene. Sotto gli occhi di Biden i marine hanno celebrato il ritiro da al Anbar, provincia simbolo del successo politico del ‘surge’ del generale David Petraeus e della riconciliazione nazionale, là dove i sunniti si sono ‘risvegliati’ e hanno deciso di credere alla promessa americana: voi tagliate i contatti con i guerriglieri e gli estremisti, li combattete assieme a noi, in cambio avrete una rappresentanza politica nei centri di potere e di governo di Baghdad. Ora che Maliki ha deciso di non mantenere quella promessa – che un pilastro strategico della dottrina americana, nonché garanzia della possibilità di ritiro delle truppe voluto dal presidente Barack Obama – i sunniti potrebbero prima di tutto boicottare le elezioni, come già fecero nel 2005, e poi tornare a tramare nell’ombra, con un inevitabile ritorno alle armi. A Baghdad tira aria di golpe, dicono allarmati alcuni commentatori, e il ritrovamento, quindici giorni fa, di trecento chilogrammi di esplosivo piazzati in punti nevralgici della capitale non ha fatto altro che aumentare il timore che la destabilizzazione politica sia già andata ben oltre la lista degli esclusi dal voto. L’obiettivo principale di questa rivolta sempre meno sotterranea è naturalmente Maliki, che vuole salvaguardare il suo blocco di potere e ha così scatenato una ribellione anche interna agli sciiti. Nella famigerata lista – che secondo alcuni potrebbe crescere fino a contare seimila nominativi di ‘non graditi’ – compaiono anche molti politici sciiti esclusi, dicono loro, perché non fedeli alla linea del premier. La rabbia è così forte - conclude IL FOGLIO - che ci sarebbero addirittura stati contatti tra i sunniti e gli sciiti in rivolta per creare un’alleanza anti Maliki. Tra gli sciiti più contrari alla leadership attuale ci sono il vicepresidente Adel Abdul Mehdi, l’ex primo ministro Ibrahim al Jaafari e il più radicale di tutti, Moqtada al Sadr, che hanno tutti, per diversi e spesso nemmeno convergenti motivi, una buona ragione per ammansire i sunniti e per fare fuori il premier”. (red) 

28. Comprare la guerra a Kabul 

Roma - “Ieri - riporta IL FOGLIO - il generale americano Stanley McChrystal ha detto al Financial Times che l’arrivo in Afghanistan di altri 30 mila soldati potrebbe portare a una pace negoziata con i guerriglieri e ha anche concesso che i capi dei talebani potrebbero avere in futuro un ruolo politico dentro il governo di Kabul. L’intervista di McChrystal conferma le parole del segretario alla Difesa americano, Robert Gates, che in visita a Islamabad venerdì scorso ha detto che i talebani fanno parte della ‘stoffa politica’ dell’Afghanistan. Le dichiarazioni di Gates e del suo generale arrivano a pochi giorni dalla conferenza di Londra sull’Afghanistan di giovedì, che ruota attorno alla proposta di comprare la pace grazie alla formazione di un fondo fiduciario da spendere per convincere i talebani a deporre le armi e ad abbandonare gli elementi irriducibili tra loro. Una parte dei guerriglieri non è devota ideologicamente ai leader e ai loro alleati arabi di al Qaida, ma combatte soltanto perché in un paese devastato da trent’anni di scontri si tratta di un modo veloce – in alcuni casi dell’unico conosciuto – per guadagnare. Tra Pakistan e Afghanistan esiste un traffico regolare di ‘lavoratori stagionali’ della guerra che arrotondano le proprie entrate accettando di interrare mine sulle strade battute dai soldati occidentali e di noleggiare a tempo il proprio braccio armato. L’apertura di Washington è un cambio di direzione significativo nello schema dell’intervento in Afghanistan, cominciato dopo l’11 settembre 2001 sotto il segno della rivoluzione democratica nel cuore oppresso dell’Asia centrale. Ma non è una sorpresa. Il predecessore di McChrystal, il generale David Petraeus - spiega IL FOGLIO - è sceso a compromessi politici con i suoi nemici in Iraq ed è riuscito a isolare gli estremisti e a riconsegnare al governo di Baghdad un paese di nuovo sotto controllo. Il governo di Kabul non ha mai smesso di pensare a una pace con i talebani e a proporre loro negoziati e incarichi di governo. Karzai si è spinto fino a offrire posti di ministro a Jalaluddin Haqqani e al mullah Dadullah, due leader tra i più violenti della guerriglia. Il Financial Times scrive che il fatto che oggi sia proprio il generale McChrystal, che in Iraq comandava il programma segreto di eliminazioni mirate contro i capi della guerriglia, a parlare apertamente di dialogo con i talebani è una misura eloquente di quanto è grave la situazione in Afghanistan. In realtà, il generale dice che non è il suo lavoro ‘allungare ramoscelli d’ulivo, ma creare la situazione in cui la gente nelle giuste posizioni può fare le sue scelte’. McChrystal ha già detto che eventuali negoziati possono avere successo soltanto se i talebani si sentono in posizione di svantaggio militare e sta colpendo duro, proprio come faceva in Iraq. Secondo un rapporto del Los Angeles Times, soltanto lo scorso novembre le squadre speciali del generale hanno compiuto novanta raid (rispetto ai 20 di aprile) contro il ‘governo ombra’ dei talebani, la struttura parallela della guerriglia che prova a controllare l’Afghanistan. Obbiettivo delle incursioni sono i quadri di medio livello dei talebani, per lasciare i nemici senza capi e disorientati, pronti ad accettare il programma civile di investimento di cui si parlerà tra due giorni a Londra. L’offerta di negoziato ai talebani potrebbe in concreto passare dai turchi, che oggi ospitano i presidenti di Afghanistan e Pakistan. Quanto costa comprare la guerra a Kabul? Le prime stime azzardano la cifra di un miliardo di dollari. Tra i contribuenti ci dovrebbero essere i paesi impegnati con contingenti militari, a cui la soluzione londinese – sul medio-lungo periodo – converrebbe in ogni caso: ogni soldato impiegato in Afghanistan costa tremila dollari al giorno. Ma il programma - conclude IL FOGLIO - è anche criticato fortemente, perché il paese è troppo corrotto e non è pronto a una pioggia di denaro. L’anno scorso, secondo una rilevazione uscita due giorni fa, metà degli afghani è stata costretta a pagare una bustarella a un dipendente dello stato per un qualunque servizio”. (red)

Prima Pagina 26 gennaio 2010

Bond in Dollari? Sì, come no.