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Ahi ahi ahi, Haiti. Bertolaso dietro-front

Ma guarda: Bertolaso si è distratto un attimo, forse perché in un posto come Haiti la tragica durezza della realtà è agli antipodi delle calcolatissime finzioni della diplomazia, e non ha resistito alla tentazione di dire quello che pensa davvero: «Ci sono enormi organizzazioni coinvolte e moltissimo da fare, ma la situazione è patetica, e tutto si sarebbe potuto gestire molto meglio».

Il sospetto, a dire il vero, lo avevamo avuto in chissà quanti: era bastato guardare i servizi messi in onda dalla televisione, e vedere l’esercito statunitense che calava in forze sull’isola, e apprendere che Obama aveva deciso di farsi “aiutare” dai suoi due predecessori Bill Clinton e George W. Bush, per sentire puzza di baracconata mediatica. E di speculazione politica. Come abbiamo già scritto la settimana scorsa, in questo stesso spazio, l’Occidente sfrutta le catastrofi di questo tipo per fare sfoggio di un altruismo che non possiede neanche lontanamente. 

Bertolaso, da tecnico, ci dice che l’impressione era giusta. Ovviamente non arriva a trarre nessuna conclusione di più vasta portata, ma intanto conferma, e con estrema chiarezza, che Haiti è diventata la location di uno spot pubblicitario per chi si preoccupa innanzitutto di promuovere la propria immagine. «Si assiste a una fiera della vanità. Si viene qua con l’ansia di far bella figura davanti alle telecamere, si sventolano le bandiere, ma non c’è uno che dice lavorate e poi andate davanti alle telecamere e prendete la medaglietta. (...) Gli americani tendono a confondere l’intervento militare con quello di emergenza. Sono aiuti encomiabili, uno sforzo impressionante che però non porta a quei risultati che invece si sarebbe potuto avere se ci fosse stata una voglia, una capacità anche di coordinamento e di leadership. Gli americani non possono che avere la leadership di questa emergenza, ma hanno bisogno di un “Obama dell’emergenza”, che evidentemente non sono riusciti a trovare».

Una requisitoria in piena regola. Che manco a dirlo scatena la reazione più che mai stizzita di Hillary Clinton. «Queste polemiche – puntualizza sprezzante – mi sembrano come quelle che si fanno il lunedì mattina sulle partite». Non proprio, in effetti. Bertolaso non è uno spettatore qualsiasi e non parla per sentito dire. Giuste o sbagliate che siano, le sue sono lo valutazioni di uno che conosce il mestiere. Inoltre, se le si giudica con un minimo di obiettività, sono assolutamente ragionevoli: quando lamenta una mancanza di “coordinamento e di leadership”, e spiega dettagliatamente il perché, tutto sembrano tranne che chiacchiere da bar dello sport. Non sta dicendo che la squadra ha giocato male. Sta dicendo, sta denunciando, che il magazziniere si è scordato di distribuire gli scarpini e che l’allenatore, preso com’era a farsi fotografare, è rimasto fuori dallo stadio invece che sedersi in panchina. Mrs. Clinton, o chi per essa, farebbe meglio a replicare nel merito, se è in grado di farlo. Oppure a tacere. 

Invece, tanto per cambiare, quello che è stato costretto a fare marcia indietro è stato proprio Bertolaso. Il governo italiano si è affrettato a precisare di “non riconoscersi” nelle dichiarazioni del suo incauto sottosegretario. Il ministro degli Esteri, Frattini, ha detto e ribadito che da parte dell’Italia c’è un «forte apprezzamento per l’impegno degli Stati Uniti e del suo presidente Barack Obama sulla distribuzione degli aiuti umanitari alla popolazione di Haiti».

Capito, dottor Bertolaso? Deve stare più attento. In una sola volta si è dimenticato due cose che è vietato dimenticare, per uno che come lei ha un posto, sia pure non di primissimo piano, nell’Esecutivo di Palazzo Chigi. La prima è che nella politica odierna si possono sfornare balle a getto continuo e non pagare mai dazio, mentre dire la verità è un’imperdonabile leggerezza che può compromettere di colpo un’intera carriera. La seconda è che il nostro Paese è da sessant’anni al guinzaglio degli Stati Uniti, e Washington non è il tipo di padrone disposto a tollerare che uno dei suoi cani si metta ad abbaiargli contro, neppure per un attimo.  

 Federico Zamboni

Secondo i quotidiani del 27/01/2010

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