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Google-Cina: chiave di lettura

Cosa si nasconde dietro lo scontro fra il regime cinese e Google, il primo motore di ricerca su internet del mondo? Dal punto di vista dell’immenso mercato delle informazioni on line, in Cina il primato è della concorrente Baidu, e l’invasore americano non è riuscito a imporsi come ha fatto nel resto del pianeta. Il fatto che ora Google si sia “pentita” di aver sottoscritto i limiti sulla circolazione di fatti ed idee che tutte le compagnie occidentali sono tenute ad accettare per mettere piede nell’impero capital-comunista non deve trarre in inganno: può essere uno stratagemma per trovare «una via d’uscita più dignitosa, o almeno per ottenere del margine per negoziare migliori condizioni», come sostiene il professore Randy Kluver della Chinese Internet Research, un esperto statunitense non sospettabile di ostilità preconcetta verso gli interessi americani. 

Ma quel che c’è in gioco è molto di più dei profitti miliardari del leader mondiale della ricerca web. E su Repubblica lo ha spiegato bene, con la sua consueta involontaria sincerità, Federico Rampini: «In Occidente diamo ormai per scontato da anni che la superficie terrestre sia scandagliata minuziosamente da GoogleMap. Ricordo il divertimento con cui mi accorsi, quando abitavo a San Francisco, che dalle foto satellitari si poteva vedere non solo casa mia ma anche la targa della mia auto. Non appena mi trasferii a Pechino nel 2004 scoprii che intere zone della capitale cinese invece erano oscurate (…). Ciò che a noi appare naturale, o inevitabile, cioè che la mappatura terrestre sia fatta da un’impresa privata americana, non è accettabile a Pechino. E’ un’intrusione virtuale nella sovranità: un valore per il quale gli Stati scendono in guerra da secoli» (“Cina-Usa, quando la guerra si combatte sul web”, La Repubblica 25 gennaio 2010). Noi, a differenza del giocondo Rampini, la pensiamo come i retrogradi cinesi. Che un’azienda internazionale sappia individuarci in ogni momento è una delle tante follie del nostro mondo assuefatto alla dittatura dell’economico. La Cina, questo mostro  bicipite che da un lato ha abbracciato il capitalismo più sfrenato e dall’altro mantiene il pugno di ferro autoritario, ha ragione da vendere nel voler difendere il presupposto basilare di una nazione: la propria sovranità. Per una volta, ci piacerebbe che la Cina fosse più vicina. E che l’occhio onnipresente di Google se ne stesse lontano dalla nostra vita.  

Alessio Mannino


Ahi ahi ahi, Haiti. Bertolaso dietro-front

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