Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 27/01/2010

1. Le prime pagine 

Roma - IL CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Berlusconi sconfessa Bertolaso”. In un box: “La richiesta di un gesto del Cavaliere”. Editoriale di Pierluigi Battista: “Un eccesso di sicurezza”. Fotonotizia: “La Francia prepara il divieto di burqa”. Al centro: “Il governo alle società: gli stipendi dei manager devono essere pubblici”. IN taglio basso: “‘Case meno calde per ridurre lo smog’”. 

REPUBBLICA - In apertura: “Berlusconi, scuse alla Clinton. ‘Su Haiti Bertolaso ha sbagliato’”. Fotonotizia di spalla: “In Francia guerra al burqa. Vietato in scuole, uffici e bus”. Al centro: “Manager, pubblici tutti gli stipendi”. In basso: “Lo zucchero con la barzelletta antisemita”. 

LA STAMPA - In apertura: “La Francia pronta a vietare il velo nei luoghi pubblici”. Al centro: “Clinton: ‘Ferita dalle accuse’”. In un box: “Draghi in vista dal premier per parlare di crisi e Bce”. 

Fotonotizia: “‘A 13 anni il mio treno per Auschwitz’”. 

IL GIORNALE - Apertura a tutta pagina: “Bersani giura fedeltà a Di Pietro” di Vittorio Feltri. Fotonotizia sul burqa: “Sarkozy fa il leghista e spiazza i benpensanti”. In un box: “L’Fmi promuove l’Italia e zittisce i catastrofisti”. In basso: “Shoah, per vendere di più i libri diventano strenne”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Banche, serve più capitale”. Editoriale di Orazio Carabini: “Concerto grosso per banda larga, musica 2010”. Al centro: “L’industria chiede incentivi per 1,9 miliardi” e fotonotizia: “Davos. Confronto finanza-politica”. in basso: “Corso e patente per portare a spasso il cane”. 

IL MESSAGGERO - In apertura: “Banche, il monito di Draghi”. Editoriale di Antonio Golini: “Salviamo i giovani per salvare il Paese”. In un box: “Hillary: ferita dalle critiche. Berlusconi corregge Bertolaso”. Al centro: “Olimpiadi, nasce la squadra di Roma”. Fotonotizia: “De Rossi, una prodezza che regala la semifinale”. In taglio basso: “Roma, confermati 16 anni per Doina” e “La Francia è pronta a vietare il burqa nei luoghi pubblici”. 

L’UNITA’ - Copertina speciale con apertura a tutta pagina: “Il 27 gennaio 1945 i cancelli di Auschwitz furono abbattuti”. Seconda copertina in terza pagina: “Bersani, la strada che vedo”. 

IL TEMPO - In apertura: “A sinistra comanda Di Pietro”. Editoriale di Roberto Arditti: “No al burqa anche in Italia”. Fotonotizia al centro sulle Olimpiadi: “La Sfida a Venezia parte dal Tevere” e “Roma, taxi più cari. I clienti protestano”. In basso: “La Roma in semifinale”. 

AVVENIRE - In apertura: “Tende e viveri: per Haiti non c’è tempo”. Fotonotizia: “L’addio di Favara: ‘Chi ha il potere guardi in basso’”. Al centro: “Fiat, torna la cassa integrazione. Per i manager arriva la trasparenza”. (red)

 

2. Haiti, Hillary: Ferita dalle critiche straniere

Roma - “Hillary Clinton rincara la dose contro le ‘critiche straniere’ agli aiuti americani ad Haiti, lasciando trapelare il timore dell’amministrazione che contribuiscano ad avvalorare la tesi di chi a Washington già parla della ‘Katrina di Obama’. Il Segretario di Stato - si legge in una corrispondenza su LA STAMPA - coglie l’occasione di un incontro con i diplomatici per dirsi ‘profondamente ferita per le critiche giunte dall’estero alla nostra risposta ad Haiti’: ‘Sono attacchi al nostro Paese, alla generosità del nostro popolo ed alla leadership del nostro presidente nel tentare di rispondere a un disastro di dimensioni storiche’. Hillary evita riferimenti diretti anche se i presenti sanno bene a chi allude: Francia e Brasile sono stati i primi alleati a criticare la gestione dell’aeroporto, poi Venezuela, Cuba e Bolivia si sono spinte fino a parlare di ‘invasione’ e infine Guido Bertolaso, titolare della protezione civile italiana, ha definito ‘patetico’ l’intervento Usa in un’intervista a ‘1/2 Ora’ di Lucia Annunziata nella quale ha lamentato ‘la presenza di troppi ufficiali e la carenza di leader civili’. Hillary forse si riferisce proprio a quest’ultima obiezione quando aggiunge: ‘Abbiamo mandato tanto militari che civili per poter distribuire l’aiuto di cui si aveva disperatamente bisogno’. A conferma della determinazione dell’amministrazione di andare al contrattacco, la Clinton ha dato disposizione alle ‘ambasciate nel mondo di ribattere alle ingiuste obiezioni’ precisando tuttavia che ‘non abbiamo nulla contro le critiche quando sono legittime’. Per comprendere la scelta di Washington di tornare per la seconda volta in 48 ore a denunciare le critiche bisogna tener presente quanto sta avvenendo negli Stati Uniti, dove media conservatori e liberal stanno alzando un fuoco incrociato contro la Casa Bianca proprio sugli aiuti”. 

“Haiti, la Katrina di Obama’ titola il conservatore Wall Street Journal un commento firmato da due chirurghi di New York giunti ad Haiti con un team del Dipartimento di Stato. ‘Eravamo pronti a operare 24 ore dopo il sisma ma ci hanno fatto atterrare all’aeroporto solo sabato, abbiamo fatto 100 interventi senza ventilatori, anestetici e bombole di ossigeno’ scrivono per concludere che ‘ad Haiti non abbiamo fatto meglio rispetto a Katrina’, l’uragano che investì New Orleans a fine agosto 2005. La Cnn ha avvalorato questa tesi trasmettendo servizi sull’inefficienza degli ospedali da campo americani paragonandoli alle analoghe strutture israeliane, assai meglio attrezzate. E l’associazione liberal Democracy Now ha pubblicato un rapporto nel quale spiega che ‘è certo vero che gli aiuti Usa sono arrivati subito ma il problema è stato il ritardo nella distribuzione a causa dei regolamenti del Dipartimento di Stato sulle "zone rosse" dentro Port-au-Prince nelle quali gli americani potevano circolare solo seduti in auto in movimento con i finestrini alzati’. E’ stata la simulteneità fra il montare delle critiche interne e l’intervista di Bertolaso a portare i siti Internet dei maggiori media Usa a dare ampio risalto all’accusa di ‘intervento patetico’ paventando per l’amministrazione il rischio di doversi confrontare con una ripetizione dell’effetto Katrina, che nel 2005 trascinò a fondo la popolarità dell’allora presidente George W. Bush”. (red)

 

3. Haiti, Berlusconi ricuce con la diplomazia Usa

Roma - “L’Amministrazione di Barack Obama riteneva necessaria una sconfessione da parte del presidente del Consiglio. Tramite l’ambasciatore a Roma David Thorne - rivela un retroscena sul CORRIERE DELLA SERA -, gli Usa lo avevano fatto sapere a Palazzo Chigi. La presa di distanza, ieri, è arrivata. Pur senza citare il sottosegretario alla Protezione civile, suo uomo di fiducia, Silvio Berlusconi ha scritto su Haiti che ‘senza il generoso e significativo intervento degli Stati Uniti sarebbe stato tutto assai più difficile’ e ha sconsigliato ‘dichiarazioni che possano involontariamente innescare polemiche’. Prima di arrivare a questo, da Washington erano rimbalzate a Roma frasi apparse come un brusco promemoria. Non è routine che il segretario di Stato americano si definisca ‘molto ferita da coloro che se la prendono con il nostro Paese, con la generosità del nostro popolo e col ruolo del nostro presidente’. Per capire il senso di quanto è accaduto nei giorni scorsi e quanto può accadere tra Italia e Stati Uniti conviene tener conto dei contesti di alcune affermazioni e delle reazioni. Mentre la crisi mette le mani nelle tasche della gente e le casse dello Stato devono prevedere spese in più per la sua riforma sanitaria, il presidente Obama ha bisogno di toccare i cuori degli americani. Gli aiuti ad Haiti gli sono utili per proiettare un’immagine diversa del suo Paese in casa e nel mondo, per sottolineare la propria differenza dal George W. Bush sempre in guerra e imbelle di fronte all’uragano Katrina su New Orleans. Le parole di Bertolaso, di fatto, erano in rotta di collisione con questo proposito. Hillary Clinton si è definita ‘ferita’ davanti ai dipendenti del Dipartimento di Stato, uno dei rami dell’Amministrazione chiamati da Obama il 14 gennaio ad aiutare Haiti con ‘una delle più grandi operazioni di soccorso della storia recente’. L’incontro nel quale il segretario di Stato ha parlato ieri era un Town hall meeting con il personale, un appuntamento un po’ al di fuori del protocollo (però aperto alla stampa) a un anno da quando Hillary ha cominciato a guidare la diplomazia. Insomma, la concorrente che fu sconfitta da Obama nelle primarie democratiche e che ha contribuito alla sua elezione a capo dello Stato guadagnando un posto di rilievo si rivolgeva (sapendo di essere udita fuori) a qualcosa di paragonabile a un proprio collegio elettorale. L’indignazione verso le critiche agli aiuti statunitensi serviva a Hillary Clinton per presentarsi come affidabile guida ai suoi sottoposti. Il suo portavoce P.J. Crowley, comunque, ha indicato l’Italia, oltre alla Francia, ad al Jazira e alla Cnn, come destinatari delle critiche”. 

“Quindi - si legge ancora -, anche Bertolaso, il quale addebitava agli americani di confondere ‘la gestione dell’emergenza con l’intervento militare’. È bene tener presente una cornice: i governi di Usa e Italia possono piacersi un po’ di più o un po’ di meno rispetto al passato, in ogni caso la banda di oscillazione nei rapporti tra i due Paesi ha limiti saldi. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, quando gli americani furono determinanti per liberarci dal nazi-fascismo, il sistema di Difesa del nostro Paese è integrato al loro e ne ospita basi militari. Nel 2008, in campo commerciale, siamo scesi dal 12mo al 13mo posto tra i primi 20 fornitori degli Usa nel mondo, ma il volume delle nostre esportazioni lì è rimasto consistente, circa 36 miliardi di dollari (siamo noi che non riusciamo ad attrarre tanti investimenti quanto ci converrebbe). L’8 febbraio sarà a Roma il segretario statunitense alla Difesa Robert Gates. Non è un caso che la sua visita, la prima di un alto rappresentante dell’Amministrazione dopo il viaggio di Obama per il G8, sia stata possibile soltanto in seguito alla promessa di altri mille militari italiani per l’Afghanistan nel 2010. Quel passo, deciso da Berlusconi per piacere di più al successore democratico del suo amico George W. Bush, ha aumentato la disponibilità dell’attuale Amministrazione verso il governo in carica in Italia. Le valutazioni di Bertolaso, che a Washington avrebbero semmai preferito ascoltare al telefono e non in tv, hanno messo in ombra il miglioramento dei rapporti. Senza però poterlo spezzare. Hillary, lunedì, non era obbligata a presentarsi in una conferenza stampa con il ministro degli Esteri italiano. Invece lo ha fatto. Gli Usa restano interessati ai contributi che possono ricevere dall’Italia per affrontare i propri nemici non soltanto a Kabul, anche in zone più lontane dai riflettori come Yemen e Somalia. The work, il lavoro, must go on”. (red)

4. Regionali, Pd nel caos e Pdl a rischio?

Roma - “La Puglia, terra di falliti laboratori di alleanze e di sorprese politiche che rilanciano un inedito plebiscitarismo di sinistra, potrebbe rappresentare anche il boccone più amaro per il Pdl. L'ennesima prova - scrive in un editoriale Puierluigi Battista che chi in conclave entra papa può uscirne cardinale. Che la troppa sicurezza e la sottovalutazione dell'avversario possono dare alla testa e suggerire le mosse più sbagliate. La spaccatura del centrodestra in Puglia può diventare il regalo più grande per Nichi Vendola, ancora inebriato dall'apoteosi delle primarie. Candidare un fedelissimo, Rocco Palese, alla presidenza della Regione risulta come una smagliante gratificazione per il maggiorente Raffaele Fitto che lo ha intronizzato con atto d'imperio, ma chiude la porta a una fetta importante dell'area moderata della Puglia. Fa prevalere una ferrea logica di partito su quella, più aperta, di coalizione. Premia la carriera dei funzionari, a scapito della loro rappresentatività. Cullandosi sulle disavventure degli avversari, compiacendosi delle sue convulsioni e dello spirito caotico con cui il centrosinistra è andato alla conta sconfessando il proprio gruppo dirigente, il centrodestra si è rilassato, scartando candidati che si sottraessero a una logica di apparato, mortificando Adriana Poli Bortone, lasciando a secco il magistrato Dambruoso, alzando un ponte levatoio per umiliare l'Udc. Troppa sicumera. Troppa disinvoltura. Ma da qui al giorno delle elezioni, tra due mesi, possono succedere tante cose: due mesi fa Vendola, per dire, sembrava già aver imboccato precocemente il viale del tramonto politico. Se la Puglia doveva essere uno dei simboli del trionfo berlusconiano, con la scelta compiuta è meglio aspettare prima di esibire anzitempo il vessillo della vittoria. La vicenda pugliese, del resto, riflette ed amplifica una sindrome della vittoria sicura che ha sinora condizionato oltremodo la linea del centrodestra nazionale”. 

“L'entità delle concessioni all'alleato leghista è tale - osserva ancora Battista - da rischiare il fallimento della riconquista in Piemonte, sacrificata sull’altare di un candidato della Lega, Roberto Cota, persona moderata ma non tanto da impedire il rigetto di un elettorato moderato piemontese refrattario al lessico del Carroccio. In Campania il Pdl sente come un obiettivo già raggiunto lo sfaldamento del potere del centrosinistra: una prospettiva plausibile, ma non una certezza acquisita. Nel Lazio la figura di Emma Bonino può calamitare consensi anche nel centrodestra, che pure con Renata Polverini ha trovato una candidata di forte personalità. Lo sbandamento del Pd, la sua interminabile afasia, inducono il partito di Berlusconi a considerare la partita già largamente vinta, come la scelta pugliese sta ad indicare in modo inequivocabile. Ma è sbagliato, e fonte di sicure delusioni, vivere questa stagione come un’ininterrotta sequenza di vittorie. I due mesi di campagna elettorale non saranno inutili. E nel modo con cui la coalizione del centrodestra saprà condurla si misurerà la maturità di un partito che tende ad adagiarsi troppo spesso sulle macroscopiche debolezze dell'avversario. L'andirivieni sulle proposte di riduzione fiscale, per esempio, potrebbe anche stordire un elettorato che, dopo due anni di governo, pretende a ragione risultati e prospettive certe. La scelta pugliese non sembra dettata da questa consapevolezza e da questa urgenza”. (red)

5. Regionali, se il Cavaliere riapre i giochi

Roma - “In Puglia la partita ufficialmente è chiusa. Per il Pdl correrà Rocco Palese. Per il Pd Nichi Vendola, sostenuta dall’Udc Adriana Poli Bortone. Ufficialmente non significa però - osserva il CORRIERE DELLA SERA - che la situazione non possa cambiare. Ieri sera a Palazzo Chigi sussurravano che in effetti ancora tutto può succedere. La stessa cosa ai piani alti di Montecitorio, ovvero nello staff di Fini. E anche dalle parti di Pier Ferdinando Casini la notizia trovava conferme. Perché un candidato ufficialmente designato come Rocco Palese è ancora messo in discussione? Perché il Pdl non è sicuro di vincere, perché la Puglia è diventata un test nazionale, perché alla fine per un bilancio della vittoria elettorale (possibile che fra Pdl e Pd finisca 7 a 6) la Regione potrebbe risultare decisiva. C’è anche un altro motivo che lascia aperto più di uno spiraglio: l’insoddisfazione del Cavaliere per come sono state decise le candidature dai vertici del suo partito. Lui se n’è tenuto distante, o comunque non ha retto le fila come in altre occasioni, ora si lamenta che non può mai permettersi nessuna libertà a meno di correre il rischio di assistere a dei ‘pasticci’. Un ripensamento sulla Puglia avrebbe del clamoroso. Significherebbe chiedere un passo indietro ai due candidati del centrodestra, convergere su un terzo nome che si sta cercando. Sia Casini che Fini che Berlusconi in queste ore non sarebbero esclusi dalla ricerca. Sarebbe di certo uno smacco per Raffaele Fitto, ministro degli Affari regionali, che Palese ha voluto con tempi che altri nel partito hanno giudicato frettolosi. Ma se fosse per il bene comune, e per decisione del Cavaliere, non c’è dubbio, confermano a Palazzo Chigi, che una decisione nuova potrebbe anche arrivare. E c’è persino chi immagina che possa restare in piedi la sola Poli Bortone. Fitto, da parte sua, smentisce totalmente: ‘Per noi la campagna elettorale è già iniziata, stiamo facendo le liste...’”. 

“Non è detto ovviamente che alla fine cambi qualcosa, ma il solo fatto che la partita non sia chiusa e che ci pensino i due fondatori del Pdl e l’ex presidente della Camera significa che per tutti e tre una riconferma di Nichi Vendola al governo regionale viene data per più che possibile. L’insoddisfazione del premier, che ha già concesso due grandi Regioni come Piemonte e Veneto alla Lega, si rafforza con i primi sondaggi sulla Polverini (decisa da Fini), che nel Lazio vedono la ex sindacalista sotto di 3 punti rispetto alla concorrente Emma Bonino. A dare voce al malessere intorno alla Puglia è stato ieri Giorgio Stracquadanio, poche ore più tardi ripreso pubblicamente in Aula dai vertici del partito: ‘Di fronte alla crisi del laboratorio pugliese di D’Alema e Casini— ha dichiarato il deputato del Pdl — il partito non ha saputo che rinserrarsi nella sua ridotta, forzando i tempi per giungere a una candidatura ufficiale, come se fosse la stessa cosa confrontarsi con Francesco Boccia e la coppia D’Alema-Casini piuttosto che Vendola. E così ne è scaturita una candidatura tutta di apparato, resa pubblica con parole degne di un politburo, non di un partito carismatico’. Insomma Berlusconi non ha torto se lamentandosi, anche contro se stesso, parla di un automatismo fra la delega ai vertici del Pdl e il pasticcio. Nel Pdl ci si conforta con i guai altrui. Paolo Bonaiuti, sottosegretario e portavoce del premier, che paragona il processo Mediatrade a ‘fegatelli di pollo venuti fuori dalle frattaglie di altri processi’, prende in giro Bersani e il riavvicinamento con l’Idv: ‘Dopo i disastri dell’Emilia e della Puglia, il Pd si rimette completamente nelle mani di Di Pietro. Contento Bersani, ma in che mani si è messo!’. Analogo ragionamento compie Fabrizio Cicchitto, che nella ricostituzione di un fronte fra Idv e Pd intravede ‘la liquidazione dell’ipotesi delle riforme istituzionali’. (red)

6. Regionali, il Pd diviso e i “quattro Cincinnato”

Roma - “Nel Transatlantico di Montecitorio il capogruppo del Pd Dario Franceschini riflette ad alta voce: ‘Chissà per quale ragione Romano Prodi avrà fatto quell’uscita dicendo che non si capisce chi comanda nel partito’. Pierluigi Castagnetti, che conosce molto bene l’ex premier, gli fornisce una chiave di lettura: ‘Vista la confusione del Pd non escludo che stia pensando di poter tornare a fare politica in prima persona e di poter prendere in mano le redini della situazione’. Romano Prodi - spiega il CORRIERE DELLA SERA in un retroscena - ha detto in tutte le salse che ‘ha già dato’ e che non è sua ‘intenzione tornare per la terza volta a guidare una coalizione di centrosinistra’. Eppure, come ricorda Castagnetti, l’ex presidente del Consiglio ‘è stato l’unico che è riuscito a battere Silvio Berlusconi’. Prodi che pensa di tornare in pista? Allora, forse, non è un caso se Pier Ferdinando Casini, di cui si è parlato in questi giorni come del nuovo Prodi, mostri di non gradire l’uscita dell’ex premier. ‘Lo trovo ingeneroso nei confronti di Pier Luigi Bersani - dice il leader dell’Udc - anche perché, diciamo il vero, la stessa domanda si sarebbe potuta rivolgere a lui: chi comandava nel governo Prodi? Chi nell’Unione? Non si capiva mica’. Dunque Prodi continua a negare, negare e negare. ‘Non sono interessato, il mio tempo c’è già stato, ora mi occupo di altro e sto bene così’, ripete a chiunque gli ponga questa domanda”. 

 

“Però i dubbi restano. E il vice capogruppo del Pd al Senato Nicola Latorre dipinge così l’atteggiamento di Prodi: ‘Potrebbe fare come Cincinnato’. Ma a dire il vero, in un Pd diviso che litiga un giorno sì e l’altro pure sulle primarie e sulle alleanze i Cincinnato sembrano essere più d’uno. C’è Walter Veltroni, per esempio, che ormai partecipa alle trasmissioni più svariate. L’altro giorno era da Simona Ventura, ora lo attende un programma di Barbara D’Urso, quello stesso in cui Francesco Rutelli rivelò di aver chiesto a sua moglie di convolare per la terza volta a nozze a Las Vegas. L’ex segretario spiega che non c’è niente di strano in questo suo improvviso protagonismo televisivo: ‘Mi invitano e io vado’. Ma prima frequentava di rado questo tipo di trasmissioni e gli uomini a lui più vicini ammettono che questo per Veltroni è unmodo di restare in pista, di condurre una sorta di campagna mediatica. D’altra parte l’ex leader che si dimise a febbraio dello scorso anno ne avrebbe di sassolini da togliersi dalle scarpe nel caso di una sconfitta del Pd alle elezioni regionali. Intanto ieri ha ottenuto una sua piccola vittoria costringendo Bersani a dire pubblicamente di essere favorevole alle primarie in Umbria. Questa è una delle battaglie che i veltroniani hanno combattuto con maggiore determinazione candidando l’ex tesoriere del partito Mauro Agostini. Veltroni formalmente non ha condotto questa guerra, ma è stato lui, in realtà, a schierare le truppe. Vorrebbe farlo anche con quelle della Juve, che versa in cattive acque e che per questa ragione qualcuno paragona al Partito democratico: ‘Il problema sono gli uomini, ci mancano gli uomini’, sospira Veltroni. Intende i calciatori, ma pensa anche al dopo Regionali, quando potrebbe riaprirsi la partita per la leadership del Pd. A largo del Nazareno raccontano di un altro potenziale Cincinnato, che ora è in quel di Torino, e che a suo tempo non volle scendere in campo nella disfida dei segretari. E’ Sergio Chiamparino, il quale non nasconde il suo pensiero sulla ‘leadership debole’ del Pd e sulle ‘incertezze’ di linea. ‘Non si capisce bene che cosa sia questo partito’, confidava l’altro giorno a un amico il sindaco di Torino”. 

“Ma nel Pd - scrive ancora il giornale di via Solferino - c’è anche un Cincinnato che non aspira al posto di Bersani o, comunque, a ricoprire il ruolo di candidato premier del centrosinistra. Si chiama Antonio Bassolino. Il governatore medita di candidarsi in prima persona alle primarie campane contro il suo rivale Enzo De Luca. Non è detto che alla fine lo faccia, ma ci sta pensando molto seriamente. Insomma, aspirazioni, ambizioni e pensieri di vendetta animano i dirigenti di questo Pd che assomiglia sempre di meno a un partito. A pensarla così è Massimo D’Alema. Il neo presidente del Copasir è rimasto colpito da due fattori e nei discorsi che va facendo in questi giorni con i compagni di partito spiega quel che lo ha impressionato. La ‘mancanza di senso di solidarietà’, che è il cemento per un partito. E ‘la permeabilità del Pd’ nei confronti di qualsiasi pressione o lobby organizzata. E il fatto che uno come D’Alema pensi e dica queste cose è indicativo. La situazione è tale che a questo punto c’è chi, come Castagnetti, ormai non nasconde più che il partito è a ‘rischio esplosione’. Quella, magari, per ora è un’ipotesi di là da venire. In compenso continua la scissione-stillicidio dei cattolici del partito. A giorni dovrebbe toccare a Paola Binetti. L’altro ieri l’esponente teodem ha incontrato Pier Ferdinando Casini a pranzo e si è presa qualche giorno di ‘riflessione’. Poi non aspetterà le Regionali, come aveva inizialmente pensato: andrà via anche lei, dopo Dorina Bianchi, Enzo Carra e Renzo Lusetti”. (red)

7. Bersani e Di Pietro: Alleati per oggi e domani

Roma - “Antonio Di Pietro e Pier Luigi Bersani insieme”. La cronaca del CORRIERE: “Per ‘lavorare a una costruzione larga’, dice il segretario del Pd. ‘Per costruire un’alleanza per l’oggi e per il domani’, aggiunge con più slancio il leader dell’Idv. Torna il patto tra Pd e Italia dei Valori, annunciato il giorno dopo la sconfitta del laboratorio pugliese Pd-Udc, ma preparato da giorni. Restano, per il segretario dei Democratici i problemi sul territorio. Come a Bologna dove, dopo le dimissioni di Flavio Delbono, Romano Prodi chiede: ‘Ma chi comanda nel Pd?’. Bersani non gradisce ma replica con pacatezza: ‘Per Prodi ho un rispetto e un affetto inattaccabili, anche quando gli vengono attribuite cose sulle quali non sono d’accordo’. Intesa raggiunta, spiegano i due leader, in 9 regioni su 11: ‘Abbiamo realizzato convergenze che sono una base molto solida’, spiega Bersani. Il quale aggiunge: ‘Stiamo lavorando a un altro film, perché un’alternativa deve avere contenuti diversi’. “Il discorso, aggiunge Di Pietro, è di lungo respiro: ‘Noi e il Pd vogliamo impostare un lavoro di programma, di coalizione. Sentiamo il dovere di passare all’alternativa’. Bersani cita i temi della società, dell’economia, del lavoro e della legalità (su quest’ultimo punto Di Pietro annuisce vistosamente). Il leader dell’Idv appare insolitamente conciliante e spiega perché: ‘L’Idv vuole avere un ruolo di partecipante a una coalizione, non di isolato oppositore”. 

“Nel rispetto per ogni istituzione di garanzia’. Notazione, quest’ultima, essenziale per capire la svolta. Perché erano state proprio le critiche di Di Pietro al Quirinale ad accendere una parte del Pd contro l’ipotesi di un’intesa ‘strutturale’. In prima fila tra i critici c’erano Nicola Latorre, Enrico Letta e Marina Sereni. Ora è solo il Pdl ad accusare il Pd di essere ‘prigioniero di Di Pietro’ (Maurizio Gasparri) e di subire ‘un’Opa dall’Idv’ (Gianfranco Rotondi). Restano da risolvere i casi Campania, Calabria e Umbria. Il 7 febbraio potrebbero tenersi le primarie in Campania, con sfidanti il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca e un esponente vicino a Antonio Bassolino ancora da individuare. Di Pietro ieri ha consegnato a Bersani una lista con quattro nomi della società civile: i magistrati Raffaele Cantone e Raffaello Magi e i rettori Guido Trombetti e Raimondo Pasquino. In Calabria il Pd è alle prese con Agazio Loiero, mentre l’Idv sostiene l’imprenditore Pippo Callipo. Altro caso incandescente per Bersani è l’Umbria, dove oggi si tiene l’assemblea. E dove la minoranza ritiene le primarie ‘la linea del Piave’. Tramontata la ricandidatura dell’uscente Maria Rita Lorenzetti, a questo punto la sfida potrebbe essere tra il veltroniano Mauro Agostini e la bersaniana Catiuscia Marini. A meno che non si trovi una soluzione unitaria, caldeggiata dai bersaniani e non sgradita dai franceschiniani: un candidato comune che potrebbe essere il segretario umbro Lamberto Bottini o l’ex sindaco di Perugia Renato Locchi”. (red)

8. Bologna, Delbono ancora sindaco. Maroni: al voto presto

Roma - “Al bar tabacchi Il Gatto e la Volpe, in via Riva di Reno, nelle salette interne si gioca a carte come tutti i pomeriggi. Da ieri c’è un nuovo insulto per chi sbaglia: ‘Sei lento come Delbono’. Lento alle dimissioni. Perché - si legge su IL GIORNALE - il sindaco è stato tempestivo nell’annunciarle, senza però formalizzarle. È ancora in carica con tutti i poteri. E i suoi concittadini cominciano davvero a non capirci più nulla. Il nevischio si posa sui tetti rossi della Dotta ancora sotto choc. In poco più di un’ora, in piazza Maggiore i passanti intabarrati devono guardare bene dove mettono i piedi. Ma stanno attenti anche a come parlano, davanti ai giornalisti si rischia di scivolare come sulla fanghiglia ghiacciata. Dimissioni sì, dimissioni no, è una Babele. ‘Premesso che con il signor Cazzola e la signora Cracchi non prenderei neppure un caffè offerto, io non mi sarei dimesso, non mi sembrano fatti così gravi’. ‘Era un atto dovuto, cos’altro poteva fare?’. ‘Ha sbagliato, c’è chi si è comportato peggio ed è ancora al suo posto’. ‘È giusto, Delbono sapeva bene quello che aveva fatto, doveva pensarci prima’. ‘È una vergogna che debba lasciare, è un insuccesso per tutti’. ‘Se ha commesso degli errori se ne doveva andare. Però peccato, sembrava una persona perbene’. ‘Mi dispiace, ho votato per lui. Comunque tanto di cappello’. ‘Cosa vuol che pensi, è una cosa che non fa piacere, ma è un gesto positivo, non poteva andare avanti così’. ‘Per il bene della città non doveva dimettersi. Doveva fare di tutto per evitare il vuoto amministrativo. Invece è stato costretto a obbedire al volere del partito per salvaguardare la campagna elettorale per le regionali’. La città è divisa e frastornata. I pareri si sovrappongono. Dopo cinque anni di paralisi cofferatiana, un altro che si è fatto da parte per una donna, nemmeno il berlusconiano più sfegatato avrebbe potuto sperare nelle dimissioni-lampo del pupillo di Romano Prodi. Che ieri ha giurato: ‘Le mie dimissioni non sono state suggerite da Romano. Il mio peccato originale è stato mischiare vita amministrativa e personale’”. 

“Adesso i bolognesi si domandano quando metterà la firma sotto la lettera di abbandono. Una firma che ancora non c’è. Anche su questo dettaglio il sindaco-dongiovanni attende ordini di scuderia. La faccenda è complicata. Se si dimette al buio, da Roma arriva un commissario che resta un anno per l’ordinaria amministrazione poiché in autunno non si può più votare. Sarebbe il colpo di grazia per la già vacillante credibilità del Pd. Ma anche alle forze di opposizione conviene battere il ferro finché è caldo e votare rapidamente. Occorre però intervenire in fretta sulle normative. Per votare il 28 marzo con le regionali, Delbono avrebbe dovuto andarsene entro il 21 gennaio. Il ministro dell’Interno ha detto ieri che è ‘disponibile a un provvedimento d’urgenza’ a patto che abbia ‘il consenso di tutte le parti politiche’. Lo strumento potrebbe essere un decreto legge che faccia slittare di qualche giorno i termini per completare l’iter delle dimissioni. A parole, il consenso è unanime. Il consiglio comunale lunedì ha votato compatto un ordine del giorno leghista per accelerare al massimo i tempi. ‘Per noi prima si vota e meglio è’, ha ripetuto il giovane segretario del Pd, Andrea De Maria. ‘Rispetto la sofferta decisione del sindaco e cercherei di fare andare al più presto gli elettori al voto’, ha detto il ministro Claudio Scajola. ‘Bologna deve poter eleggere quanto prima un nuovo sindaco, siamo favorevoli a un provvedimento ad hoc’, conferma l’onorevole Silvana Mura, coordinatrice regionale dell’Italia dei valori ed ex assessore con Sergio Cofferati”. 

“‘Bologna non si può permettere un anno e mezzo di commissariamento’, è il convincimento del bolognese Pier Ferdinando Casini. Al lavoro con Maroni per trovare una via d’uscita - si legge ancora sul GIORNALE - è Filippo Berselli, presidente della commissione giustizia del Senato: ‘Abbinare le comunali alle regionali è difficile ma non impossibile’. Il governo dovrebbe approvare entro pochi giorni un decreto che faccia slittare la scadenza del 21 gennaio (per esempio al 31). Il commissario resterebbe due mesi. ‘Però Delbono deve dare le dimissioni, non solo annunciarle’, precisa Berselli. E come mai il sindaco non mette ancora il sigillo dell’ufficialità sulla sua scelta? Evidentemente il via libera del Pd ancora non c’è. Lo si capisce dalle parole del segretario Pier Luigi Bersani: ‘Il Pd è favorevole a votare presto ma ci sono problemi tecnici e costituzionali da garantire, sono questioni complesse e Maroni lo sa’. Insomma, avanti ma con giudizio. L’intoppo riguarda il nome del candidato. In casa Pd sgomitano già in tanti: ‘mister preferenze’ Maurizio Cevenini, l’assessore Luciano Sita, ex patron della Granarolo, e un altro uomo Coop, Maurizio Stefanini, ex presidente di Adriatica ora numero uno di Unipol. Ma si fa avanti anche Di Pietro per lanciare la Mura, forte della primogenitura sulla questione morale. Ieri mattina Delbono ha presieduto la riunione di giunta, probabilmente l’ultima. Si è scusato con gli assessori per non averli informati in anticipo: lunedì molti hanno saputo delle dimissioni dalle agenzie di stampa. ‘Ci ha detto che è innocente - racconta l’assessore alla casa Milena Naldi - che tristezza, mi vien da piangere’. Non si commuove invece l’assessore allo sport Maurizio Degli Esposti: ‘Non dico nulla, sarebbe un accanimento terapeutico’”. (red)

9. Burqa, Carfagna: È oppressione, divieto presto anche qua

Roma - “L’Italia come la Francia: mai più donne velate. E’ il ministro Mara Carfagna a promettere un provvedimento in tempi brevi: ‘Il velo integrale - dichiara in una intervista a LA STAMPA - non è una libera scelta delle donne, ma un segno di chiara oppressione’. Non ha dubbi, incertezze la ministra delle Pari Opportunità che vuole rendere ‘pari’ anche le donne immigrate in Italia insieme al burqa. Ministro, a quando una legge italiana per vietare il velo integrale? ‘Spero che la decisione francese possa servire da spinta anche per l’Italia dove alla Camera in commissione Affari costituzionali si sta discutendo una proposta di Souad Sbai, presidente dell'Associazione Donne Marocchine in Italia e deputata Pdl, che va a modificare la legge 172 del 1975, che vieta l’uso di indumenti, come i caschi e i passamontagna, per esempio, che rendono impossibile l’identificazione delle persone. Occorre inserire burqa e niqab visto che la giurisprudenza negli anni, derogando dalla legge, li ha giustificati perché legati a pratiche devozionali’. Tempi lunghi... ‘Mi auguro di no. Penso che, anche nell'ambito della legge sulla cittadinanza, ci saranno norme adeguate che vietino di indossare il burqa nei luoghi pubblici, e che magari si decida di negare la cittadinanza a chi costringe la moglie a velarsi. Solo così ci potrà essere vera integrazione’. Qualcuno potrebbe obiettare che il velo è un simbolo religioso come lo è per i cattolici il crocifisso. ‘Non scherziamo. Sono cose imparagonabili. Il burqa non è un simbolo religioso, come hanno riconosciuto anche autorevoli autorità religiose dell’Islam, bensì un atto di sopraffazione dell'uomo sulla donna. Un modo, come dico spesso, per renderla una minorenne a vita. Vietare il burqa è un modo per aiutare le giovani immigrate a uscire dai ghetti dove vorrebbero costringerle’”. 

“Pensa di avere un appoggio trasversale in Parlamento? Sesa Amici, del Pd, ha già messo le mani avanti dicendo che non c’è fretta e bisogna procedere con prudenza e, soprattutto, senza nessuna preclusione ideologica, visto che - chiede ancora il giornale di Torino - tocca direttamente la vita intima delle donne... ‘Sono d’accordo sulla prudenza per non provocare rivendicazioni identitarie. Ma credo che di fronte al dovere di tutelare le donne non ci possano essere divisioni politiche. E confido in quell’unità che ha permesso di varare le leggi sulla violenza sessuale e sullo stalking’. Anche nel Pdl qualcuno non sembra entusiasta dell’idea. Fabio Granata sostiene che è un falso problema che riguarda un numero irrisorio di persone in Italia. ‘Anche se ne riguardasse una sola il problema esisterebbe, perché l’imposizione di burqa e niqab riporta indietro la lancetta dell’emancipazione delle donne nel nostro Paese. E fino a che anche solo una donna dovrà accettare un matrimonio combinato, il velo o il potere assoluto del marito, non ci potrà essere integrazione’. Il burqa, è la conclusione del rapporto francese, offende i valori nazionali del Paese. E’ d’accordo anche per l’Italia? ‘Sono d’accordo, se per valori nazionali si intendono le conquiste di libertà e di civiltà’. Se venisse varata la legge anti burqa anche in Italia potremmo avere un effetto paradosso, di donne che non saranno più prigioniere solo di un velo ma di pareti domestiche. Potrebbero, per esempio, rifiutarsi di andare anche in un ospedale. Come pensate di fare? ‘In Francia il rapporto suggerisce l'adozione di una disposizione che “assicuri la protezione delle donne costrette” a indossare il burqa. Potremmo adottare una soluzione del genere anche noi e possiamo iniziare potenziando i centri di accoglienza che già accolgono e proteggono molte donne immigrate. Si possono fare molte cose. Si devono fare. Presto’”. (red)

10. Governo chiede trasparenza su stipendi dei manager

Roma - “Operazione trasparenza sulla retribuzione dei top manager. Il governo italiano - scrive REPUBBLICA - segue la tendenza americana e europea di porre un freno ai bonus dei manager inserendo un emendamento disegno di legge comunitaria 2009 presentato in aula al senato. In particolare, l´esecutivo avrà una delega di sei mesi per emanare un decreto legislativo che, nel recepire le raccomandazioni della commissione europea in materia remunerazioni, imporrà l´obbligo per le Spa quotate di ‘illustrare i compensi corrisposti a qualsiasi titolo e in qualsiasi forma’ a cda, amministratori e direttori generali. Dovrà essere riportata la distinzione tra parte fissa, variabile, premi in azioni e altri benefit. Inoltre, l´assemblea dei soci, ferme restando le disposizioni legislative che disciplinano la competenza a determinare la remunerazione dei componenti degli organi di amministrazione, ‘dovrà essere coinvolta nell´approvazione della politica di remunerazione’. Si tratta quindi di un aumento del dettaglio con cui già ora, secondo una disposizione della Consob, la totalità delle società quotate devono inserire nei bilanci l´elenco dei guadagni dei propri top manager. Di retribuzioni si è parlato anche nel tradizionale pranzo tra il governatore della Banca d´Italia Mario Draghi, i vertici delle sei principali gruppi bancari nazionali (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Mediobanca, Ubi Banca, Banco Popolare) e il presidente dell´Abi, Corrado Faissola. La Banca d´Italia ha già indicato alle banche la necessità di allineare la parte variabile delle retribuzioni (tra cui i famigerati bonus annuali) a criteri legati all´andamento di medio-lungo periodo dell´istituto, evitando premi "spot" o buonuscite fisse. I banchieri hanno sottolineato l´assenza di casi eccezionali sul fronte retribuzioni e si sono impegnati a allinearsi nel giro di 6 mesi ai nuovi standard internazionali. Ma il tema principale dell´incontro, avvenuto in clima ‘molto collaborativo’ come raccontano diverse fonti bancarie, è stata la tenuta dei patrimoni degli istituti di credito in un contesto macroeconomico ancora debole e incerto. Un confronto ‘sull´analisi della situazione economica interna ed alle prospettive internazionali’ è stato oggetto anche di un incontro con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il sottosegretario Gianni Letta a Palazzo Grazioli. Un colloquio di un´ora in cui si è parlato della ripresa in vista del 2010 e delle perduranti difficoltà specie sul fronte delle imprese e dell´occupazione. La visione prudente sull´economia nazionale del governatore è confermata anche dalla richiesta fatta ai banchieri di rafforzare il patrimonio. Diversi istituti nel corso del 2009 hanno varato aumenti di capitale ricorrendo al mercato e ai privati e cedendo attività ma l´opera dovrà continuare. Una esortazione che, a livello globale, arriva anche dal Fondo Monetario Internazionale. Nel 2010 le banche del Vecchio Continente saranno di nuovo sottoposte ad uno "stress test" coordinato a livello europeo, per verificarne la solidità finanziaria e la resistenza di fronte a eventuali nuove crisi, i requisiti minimi saranno innalzati. I banchieri hanno illustrato anche la situazione sul campo e i loro timori. La fase peggiore della crisi è passata e le condizioni di liquidità si avvicinano alla normalità ma le imprese chiedono ancora poco credito. Uno scenario che rende l´ulteriore riforma dei criteri di concessione del credito (Basilea 3) un freno al finanziamento dell´economia reale. Su questo punto la Banca d´Italia ha assicurato che la transizione sarà il più graduale possibile”. (red)

11. Economia, Fmi: Italia +1% in 2010 e +1,3% in 2011

Roma - “Migliorano le stime per l’economia mondiale, trainata ‘dallo straordinario ammontare delle politiche di stimolo’, e anche per l’Italia, beneficiata dalla ripresa dell’export, le prospettive appaiono meno cupe di qualche mese fa. Lo afferma nel suo ultimo rapporto - ripreso dal CORRIERE DELLA SERA - il Fondo monetario internazionale. La ripresa, che si manifesta a più velocità nelle diverse regioni del globo, è appesa tuttavia al ‘crescente deterioramento’ dei conti pubblici nelle economie avanzate. Il nostro Paese potrebbe crescere dell’1% nel 2010 e dell’1,3% nel 2011, in linea con Eurolandia. Rispetto ai dati diffusi nell’outlook di ottobre la revisione al rialzo per l’Italia è dello 0,8% per quest’anno e dello 0,6% per il prossimo. Più dei consumi, a spingere la ripresa sarebbe la domanda estera di prodotti italiani rivelatasi più robusta delle attese. L’economia mondiale si espanderà del 3,9% nel 2010 e del 4,3%, l’anno prossimo. Gli Stati Uniti cresceranno quest’anno del 2,7% e l’indice sulla fiducia dei consumatori salito ieri oltre le aspettative sembra dar ragione alle stime. Avanzerà del 10% la Cina, per la quale viene minimizzato il rischio-bolla. L’area dell’euro è prevista in crescita dell’1% nel 2010 e dell’1,6% nel 2011. La Spagna è l'unico ‘big’ ancora in recessione (-0,6%) quest’anno, l’inversione di tendenza arriverà solo nel 2011 (+0,9%). Mentre la Germania (anche qui la fiducia va oltre le attese, e in questo caso a dirlo sono le imprese) mostra una delle performance migliori: + 1,5% nel 2010, + 1,9% nel 2011”. 

“‘La ripresa resta legata agli interventi pubblici, ed è presto per attuare le exit strategies’ ha chiarito il capo economista del Fmi, Olivier Blanchard, osservando come ‘ancora per qualche il tempo il tasso di disoccupazione si manterrà alto e quello di inflazione basso e diverse banche potranno permettersi di contenere i tassi per l’anno a venire’. Per le banche ‘la priorità’ è continuare a ristrutturare ed ‘essenziale’ è dare vita a ‘un sistema finanziario più sicuro’. Quanto all’aumento di debito e deficit in molti Paesi, ‘la preoccupazione è crescente’ ed è ‘necessario risanare ‘ . Ha detto ieri l'esponente dell'esecutivo Bce, Juergen Stark: ‘in alcuni Stati i deficit 2009 sono stimati a doppia cifra. Non si possono escludere altri interventi sui rating dei Paesi - ha sottolineato citando il caso Grecia - o altre reazioni negative sui mercati finanziari’. Secondo l’agenzia Fitch per ‘stabilizzare il debito in Italia’ è necessaria una correzione del 6% attraverso una manovra sull’avanzo primario. Le stime del Fondo sul Pil italiano sono state salutate come una ‘buona notizia’ dagli esponenti governo. Per il vice ministro allo Sviluppo, Adolfo Urso, ‘sarà ancora una volta l’export a trainare la ripresa, con una crescita che stimiamo del 4% nel 2010’. Secondo la Cgil, invece, i dati ‘dicono che, senza interventi a difesa dell'occupazione e di sostegno alla domanda, e dunque ai redditi, saranno necessari 6-7 anni per tornare ai livelli pre-crisi’”. (red)

12. Afghanistan, scintille tra gli Usa e il governo Karzai

Roma - “Un acceso scambio di battute a distanza tra l´ambasciatore statunitense a Kabul e il presidente afgano ha allungato ombre sulle relazioni tra Washington e il suo alleato proprio alla vigilia della conferenza sull´Afghanistan che si aprirà domani a Londra. Ad accendere la miccia - riferisce REPUBBLICA - è stato ieri il New York Times pubblicando gli stralci di due lettere in cui Karl Eikenberry a novembre non solo sconsigliava l´invio di altri 30mila uomini nel Paese, ma metteva anche in guardia da un ‘partner strategicamente non adeguato’ come Hamid Karzai. Se le riserve di Eikenberry sul presidente afgano erano in parte trapelate già l´anno scorso ai tempi del dibattito americano sull´invio di nuove truppe, dalle carte pubblicate dal quotidiano statunitense stavolta emerge anche la netta contrarietà dell´ambasciatore -ex-comandante delle forze americane in Afghanistan - alla strategia proposta da Stanley McChrystal, comandante delle forze Nato e Usa a Kabul. ‘Un accresciuto ruolo statunitense e straniero nella sicurezza e nel governo aumenterà la dipendenza afgana’, scriveva il 6 novembre, deplorando i ‘costi astronomici’ dell´operazione e aggiungendo: ‘L´invio di ulteriori truppe ritarderà il momento in cui gli afgani prenderanno il controllo e renderà difficile, se non impossibile, riportare a casa i nostri uomini entro una scadenza ragionevole’. E ancora: ‘La strategia proposta presuppone una leadership politica afgana capace d´esercitare sovranità mentre Karzai continua a sfuggire alle sue responsabilità in ogni campo, che si tratti di difesa, governo o sviluppo’ e ‘non vuole che gli Usa si ritirino, ma solo che facciano ulteriori investimenti’”. 

“Immediata e secca la replica del presidente afgano: ‘Se partenariato significa sottomettersi alla volontà americana allora, è evidente, non è questo il caso’, ha dichiarato da Istanbul al termine di un mini vertice sull´Afghanistan. La polemica non fa però che rendere più difficile la sua missione al vertice londinese: chiedere agli alleati di finanziare il suo piano di riconciliazione con i Taliban che prevede l´offerta di soldi e posti di lavoro in cambio della resa. Un piano su cui incombono due incognite. Da una parte, se Karzai sia in grado di governare democraticamente il Paese benché, a oltre cinque mesi dalla sua contestata rielezione, sia riuscito a nominare solo 14 ministri su 25 e domenica sia stato costretto a posticipare le legislative di quattro mesi. Dall´altra, se da parte dei Taliban ci sia l´intenzione di negoziare quando proprio ieri un attentato dinamitardo ha preso di mira una base militare americana a Kabul e solo pochi giorni fa, Gulbuddin Hekmatyar, capo storico di Hezb-e-Islam (Partito dell´Islam), movimento armato integralista alleato dei Taliban, ha fatto sapere che negoziati saranno possibili solo quando le forze internazionali si ritireranno dal Paese. Dubbi pesano inoltre anche sull´altro obiettivo a lungo termine in Afghanistan di cui si discuterà domani: il passaggio di consegne tra le forze internazionali e quelle afgane. Secondo anticipazioni del Times, Kabul s´assumerà il compito di garantire direttamente la sicurezza solo tra cinque anni: un termine lontano da quel luglio 2011 annunciato da Barack Obama come data d´inizio del rimpatrio. A essere scettici sull´esito del vertice sono poi gli stessi afgani: ‘Non ci conto molto’, commentava ieri a Kabul un trentottenne, Ebadullah Ebadi. ‘Ci sono state tante conferenze nel passato, ma nessuna ha dato alcun risultato’”. (red)

13. Shoah, a Nord bustine di zucchero con battuta razzista

Roma - “Una bustina di zucchero che di dolce non ha proprio nulla. La frase sul retro, spacciata come barzelletta, è agghiacciante: ‘Chi vince in una gara di corsa fra un ebreo e un tedesco? Il tedesco, perché lo brucia in partenza’. La cronaca di REPUBBLICA: Da mesi la bustina si trova sui banconi dei bar del nord Italia, accompagna caffè e cappuccini, ma risulta indigesta, soprattutto nella giornata della Memoria, dedicata alle vittime dell´Olocausto. È dalla rossa Emilia che parte la protesta. Alcuni cittadini di Scandiano, paesino in provincia di Reggio, da almeno sei settimane chiedono che le bustine vengano ritirate. Invano. Valda Busani, Luca Bigliardi, Paolo Comastri, Luisa Costi, Claudio Mattioli, Fulvio Torreggiani e Loris Vivi, stanchi di leggere questa scritta ‘orribile’ ogni mattina, si sono rivolti al sito on-line Reggio24h: ‘Ci sconcerta e ci indigna che si possano proporre barzellette sullo sterminio del popolo ebraico, sulla Shoah, tragedia dell´umanità che dovrebbe sollecitare ben altre riflessioni. Non accettabile che si pensi di poter ridere di tutto, delle tragedie della storia e dei pregiudizi razziali, religiosi o sessuali, che hanno prodotto e ancora producono sofferenze indicibili’. La lettera ha scatenato un putiferio, ma la società che le ha distribuite nei bar del paese così come in centinaia di altri tra Piacenza e Reggio Emilia si difende: ‘Quando mi hanno avvisato - spiega Ferruccio Sforacchi, uno dei soci della Mavedo di Parma - ho immediatamente congelato in magazzino tutte le bustine con quella frase, ma quelle che erano già state distribuite… Beh quelle ormai sono in commercio e non è possibile sapere quante siano perché non sono l´unico distributore e perché sono mescolate a tante con frasi innocue. Non avevo idea che ci fosse quella barzelletta. È come con i Baci Perugina, chi li rivende non può sapere se dentro c´è un messaggio sopra le righe’. Una spiegazione che non basta, almeno non ai cittadini che hanno reso pubblica la vicenda. Continuano a leggere quella barzelletta e continuano a indignarsi: ‘Invitiamo tutti a riflettere sul fatto che le radici del razzismo e dell´intolleranza possono dare anche oggi nuovi terribili frutti. A nessuno è consentito banalizzare o ridere dell´orrore, perché l´indifferenza e la banalizzazione anche oggi possono uccidere. E se qualcuno pensa che stiamo esagerando, si ricordi dei ragazzini di buona famiglia che per divertirsi danno fuoco ai migranti o ai diversi’. Concludono: ‘Speriamo che un´adeguata informazione sui giornali induca tanti altri cittadini a far sentire la propria indignazione’. La ditta che le produce, la System Pack di Turate (Como), raggiunta telefonicamente, spiega di ritenere ‘la polemica sproporzionata’, ma non vuole aggiungere altro né dire quante siano le bustine in circolazione: ‘Spiegheremo tutto con un comunicato stampa nei prossimi giorni’”. (red)

Prima Pagina 27 gennaio 2010

Ahi ahi ahi, Haiti. Bertolaso dietro-front