Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 28/01/2010

1. Le prime pagine 

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Puglia, partita riaperta. Trattativa Casini-Pdl” e “Minacce nel giorno della Shoah”. Editoriale di Angelo Panebianco: “Il bipolarismo senza equilibrio”. Al centro: “La presentazione di iPad. Jobs e la tavoletta magica”, “Legittimo impedimento per il premier e i ministri”, “Il Cavaliere: fate presto ma senza clamore”, e “Processo breve? Io, cittadino, lo vorrei giusto” a firma di Adriano Celentano. Di spalla: “Se in libreria arriva l’ostracismo”. In basso: “Il paese dei pazienti scomparsi”, “Scajola critica la cassa alla Fiat” e “La Moratti e lo smog: potenziare l’Ecopass”.  

LA REPUBBLICA – In apertura: “Anno giudiziario, toghe in rivolta. Via quando parlerà il governo” e “Ministri contro Fiat. Marchionne replica: nessun ricatto”. Editoriale: di Massimo Giannini “La metamorfosi del Lingotto”. Di spalla: “L’iPad, cellulare e pc ultima magia di Jobs”. Al centro: “Il flop del G8 alla Maddalena. 300 milioni buttati, zero posti di lavoro” e “L’immunità parlamentare e lo spirito dei gangster”. In basso: “Io col burqa a Milano, espulsa dal Comune”, “Iran, minaccia di Khamenei: presto Israele sarà distrutto” e “Permesso di soggiorno a chi denuncia i caporali”.  

LA STAMPA – In apertura: “Obama: uniti per ridare lavoro agli americani” e “La linea dura dei magistrati. Sedie vuote contro il premier” e “Chiamparino: serve un Ulivo bis. Io leader? In futuro non lo escludo”. Editoriale: di Alberto Bisin “Protezionismo la tentazione mortale” e di Kurt Volker “Ma la vera sfida di Barack è l’occupazione”. Al centro: “L’iPad: metà cellulare, metà pc”. Di spalla: “Chi uccide l’unica epopea risorgimentale”. In basso: Il buongiorno di Massimo Gramellini: “Caccia e amore”.  

IL GIORNALE – In apertura: Regionali, si riaprono i giochi. Berlusconi rovescia il tavolo”. L’editoriale di Vittorio Feltri: “L’inferiorità morale della sinistra”. Al centro: “Gossip e politica, le verità dell’Arcuri. L’attrice si confessa”, “Giustizia preventiva: 100 avvisi contro l’Enel” e “I giudici allo scoperto: guerra al governo”. Di spalla: “No al burqa ma niente guerre di religione”. In basso: “Il dolore non distingue tra pubblico e privato” e “Riscaldare la propria casa è un diritto o un delitto?”. 

 IL MESSAGGERO – In apertura: “Shoah, la memoria oltraggiata”. Editoriale di Francesco Paolo Casavola: “Il dovere umano e civile di ricordare”. Fotonotizia: “Cassa integrazione alla Fiat, è scontro con il governo”. Al centro: “Vorrei guardare negli occhi gli autori di quelle svastiche”, “Puglia, l’appello del premier” e “Anno giudiziario, la rivolta delle toghe”. In basso: “Scuola, un altro sì alla riforma” e “La terza via tra telefono e computer: Apple sforma il suo nuovo iPad”.  

IL TEMPO – In apertura: “Ultima chiamata per Casini” e “Bersani, segretario senza partito”. L’editoriale di Giuseppe Sanzotta: “L’Anm non faccia politica”. Al centro: “Toghe contro il governo”, “Fiat, l’ira di Scajola e dei sindacati” e “Piano regolatore, il Comune (di Roma, ndr) fa ricorso”. In basso: “Computer a tavoletta”, “La Roma voleva Ledesma”, e “Mai più eco-mafie” a firma di Stefania Prestigiacomo.  

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Obama: sgravi fiscali per giovani e lavoro con tagli al disavanzo”, “Scudo 2, ecco le regole”, “Rimborsi trimestrali per favorire il recupero dell’Iva” e “Semplificazione operativa per l’ente non commerciale”. Editoriale di Joseph Stiglitz “Sì al piano Volcker. Il miraggio dei soldi facili e il futuro della finanza globale”. Al centro: “Sarkozy chiede più poteri per il G-20 sui limiti alle banche”. Di spalla: “Da Apple l’iPad tuttofare. E-book, pc e cellulare”. In basso: “Il sisma ad Haiti? Colpa di un’atomica dei marines…”  

AVVENIRE – Apertura: “Shoah, l’orribile crimine”. Editoriale di Pierangelo Sequeri: “Le parole in tedesco del Papa. Come un rotolo di preghiera nel filo spinato di Auschwitz”. Al centro: “Immigrati in nero: semi-sanatoria per chi si autodenuncia”, “La protesta dei giudici: via dall’inaugurazione” e “Mafia Spa, un business record. Ma sotto scacco i beni dei boss”. Di spalla: “Obama alla nazione: rilancio puntando su giovani e famiglie”, “Caso Puglia. Berlusconi: si ritirino Palese e Poli Bortone. Candidato con l’Udc”, “Fiat. Il ministro Scajola: Cig inopportuna. Il titolo crolla in Borsa” e “Presentato l’iPad: cellulare e pc firmato da Apple”.  

ITALIA OGGI – In apertura: “Incastrato l’Antitrust”. Al centro: “Over 65, l’Inps in stand by con i professionisti” e “Colpo di scure sullo stipendio dei banchieri”. In basso: “Il WSJ dà ragione a Bertolaso”.  

L’UNITA’ – In apertura foto notizia di un’aula scolastica: “Rottamati””. In basso: “Shoah e memoria ma i sopravvissuti vivono in povertà” e “Nucleare, c’è il no delle Regioni. Il governo: avanti lo stesso”.  

LA PADANIA – In apertura: “Bossi: al voto mai con Casini”, “Mafia: Maroni blinda la tav” e “Genova, allarme kamikaze”. Al centro: “Olimpiadi 2020. Roma vuole affossare Venezia”, “Contro il burqa il 71 per cento degli italiani”. In basso: “Dopo Rosano i controlli Inps, ma… in Lombardia”, “Cota: la coalizione della Bresso divisa su tutto” e “Zaia: su Ogm e quote latte il Corriere è disinformato”.  

LIBERO – In apertura: “Legge Idv: vietato guadagnare più di Tonino. Patacche alla bolognese”. Al centro: “La Cgil accusa Epifani di gonfiarsi i voti”, “La protesta dell’Anm. Le toghe ignorano governo e cittadini” e “Il giusto processo. È ulivista la legge rallenta-cause” “Emilia specchio del Pd. Ma adesso è un guaio”. Di spalla: “Erano comunisti. Sono peggiorati”, “Il ricco proletario. Bisio è il vero Zelig” e “Annozero, memoria pure”. In basso: “È scientifico: gli ecoterroristi ci hanno mentito”.  

IL FATTO QUOTIODIANO – In apertura: “Indagati e processati. Ma questi qui non si dimettono mai”. L’editoriale: di Marco Travaglio “Il deserto del tartaro”. Al centro: “Anm: No alle leggi ad personam quando parla Alfano andremo via”. Di spalla: “Incentivi statali e ricatto Fiat” e “Infiltrato nella tana di Provenzano”. In basso: “Nel Sahara. La fine degli immigrati”. 

FOGLIO - In apertura: “Perché la crisi greca è la porta d’ingresso della Cina in Europa”. Al centro: “No, con Emma non ci sto”. Di spalla: “Il Cav. offre al loffio Casini la possibilità di uscire dall’irrilevanza” (red) 

2 Il bipolarismo senza equilibrio

Roma - “La nostra vita pubblica, apparentemente immobile, sembra vivere in realtà di oscillazioni radicali, sembra evolvere passando da uno squilibrio all’altro. Da noi, si tratti di rapporti fra politica e giustizia, fra pubblico e privato, o fra maggioranze e opposizioni entro il sistema dei partiti, non si trovano mai o quasi mai ‘punti di equilibrio’ soddisfacenti. Nei rapporti fra politica e magistratura, ad esempio, siamo passati dal dominio della politica con debole o nulla indipendenza dei magistrati (nei primi decenni della Prima Repubblica) alla situazione opposta del predominio giudiziario sulla politica. Forse, l’episodio emblematico che consacrò la svolta fu, nel 1993, il proclama televisivo con cui l’allora pool di Mani Pulite affossò il decreto Conso sulla questione della corruzione. Da uno squilibrio all’altro, insomma”. Scrive Angelo Panebianco sul Corriere della Sera. “La stessa cosa vale per i rapporti fra pubblico e privato. O è il pubblico (che poi significa sempre politica, partiti) a dominare il privato oppure è il privato che si appropria del pubblico. Anche qui, si danno, per lo più, oscillazioni da un estremo all’altro. Anche se guardiamo ai rapporti fra i partiti, fra le maggioranze e le opposizioni, la situazione non è diversa. In Italia sembra esserci spazio solo per le alleanze formali, cementate dalla comune gestione del potere, e per le contrapposizioni totali alimentate da linguaggi e toni da scontro di civiltà (ma anche accompagnate, come è inevitabile perché il sistema non crolli, da frequenti accordi sottobanco). Guardiamo all’oggi. Il bipolarismo richiederebbe una prevalenza della moderazione sull’estremismo, una convergenza al centro. Non è necessario che ciò accada continuamente (anche nei sistemi bipolari più stabili si danno inevitabilmente momenti o episodi di lotta feroce) ma è necessario, perché il sistema duri, che moderazione e convergenza al centro siano, almeno, le tendenze prevalenti. In Italia non è così. La caratteristica italiana è che mentre i fautori della moderazione sono per lo più contrari al sistema bipolare, i difensori del bipolarismo sono contrari alla moderazione. Lo si vede in ogni zona del sistema partitico. Nel centrodestra le cose appaiono solo un po’ più confuse e complesse a causa degli effetti dell’esercizio del potere, del ruolo di Berlusconi, e della presenza della Lega (un partito di rappresentanza territoriale che, in quanto tale, ha un rapporto solo strumentale con il bipolarismo). La tendenza— che però, ripeto, riguarda l’intero sistema politico— è invece visibilissima nel caso del maggior partito di opposizione, il Partito democratico. Qui, spingono chiaramente per la moderazione coloro che vorrebbero far saltare il bipolarismo mentre i difensori del bipolarismo cavalcano l’estremismo. Lo si è visto, qualche mese fa, nella gara per la segreteria nazionale. Il segretario uscente, Dario Franceschini, difendeva il bipolarismo usando però i toni e gli argomenti dell’estremismo giustizialista. Lo sfidante Pier Luigi Bersani sceglieva invece una linea assai più moderata (opposizione ferma sì ma senza massimalismi) mentre i dalemiani che lo sostenevano non facevano mistero della loro crescente insofferenza per l’alleanza con Di Pietro. Questa moderazione, però, non era funzionale all’idea di fare del Pd una componente stabile del gioco bipolare. Ciò che si intravedeva era un diverso disegno. Il progetto era quello di sacrificare il bipolarismo sull’altare di una alleanza con i centristi di Casini (in attesa del botto finale: la disgregazione del centrodestra dopo l’eventuale uscita di scena di Berlusconi). Fra il bipolarismo massimalista (Franceschini) e l’anti-bipolarismo moderato (Bersani) il ‘popolo democratico’ scelse allora il secondo. Il progetto di Bersani e D’Alema è ora stato sconfitto in Puglia. Se è vera l’ipotesi che da noi si procede solo passando da uno squilibrio all’altro, nel caso del Pd il pendolo dovrebbe ora di nuovo spostarsi verso l’irrigidimento massimalista. È probabile che assisteremo a una progressiva chiusura anche di quei piccoli spiragli di dialogo sulle riforme che si erano recentemente aperti. A maggior ragione se, come è possibile, le elezioni regionali andranno male per il Partito democratico. Ed è anche molto probabile che una nuova svolta massimalista del Pd non dispiaccia a Berlusconi. Nel breve termine, essa darebbe infatti ulteriori vantaggi al centrodestra. A destra come a sinistra sono deboli le forze disponibili a far funzionare il sistema bipolare tramite moderazione e convergenze al centro. Le forze contrarie sono più consistenti. Ricorrere a espressioni come ‘ punto di equilibrio ‘ , ‘equilibrio fra i poteri’ (e ad altre espressioni ancora in cui figuri la parola ‘equilibrio’) significa affidarsi a un linguaggio metaforico. Si vuole indicare, semplicemente, il consolidamento di prassi, di comportamenti, che raccolgano l’approvazione, se non di tutti, quanto meno dei più. Perché, si tratti di rapporti fra politica e magistratura, fra pubblico e privato, o fra maggioranze e opposizioni, non si riesce quasi mai a creare sufficiente consenso diffuso non sui contenuti (dove il dissenso e il conflitto sono legittimi e necessari) ma sul modo in cui quei rapporti dovrebbero correttamente svilupparsi? Perché queste oscillazioni fra estremi opposti? Le ragioni sono complesse e ciascuno può scegliere le risposte che preferisce. La più semplice è che, a tutte le latitudini, in alto e in basso, fra le élite come fra i cittadini comuni, mentalità, cultura e sensibilità liberali siano tuttora pressoché introvabili”. (red) 

3 Processo breve? Io, cittadino, lo vorrei giusto 

Roma - “Povero me, cittadino che non capisce. Se c’è una cosa che al ‘povero cittadino’ può creare uno stato di insofferenza latente, col rischio che via via muti in un vero e proprio male fisico, è quando nel bel mezzo di un conflitto fra due forze politiche che, pur nel conflitto, entrambe tendono allo stesso scopo, non si riesca a trovare una soluzione”. Scrive Adriano Celentano sul Corriere della Sera. “Mi riferisco al ‘processo breve’. Tutti lo vogliono breve, ma non si capisce quanto breve dev’essere, affinché la sua lunghezza possa soddisfare sia la destra che la sinistra. Dopo l’approvazione al Senato, Bersani dice che è stata la cosa peggiore che la destra abbia fatto, perché distrugge migliaia di processi per salvare quello di Berlusconi. Ma sarà vero che Berlusconi, pur di salvarsi da una eventuale condanna, getterebbe nello sconforto migliaia di persone che di punto in bianco si sentirebbero dire: ‘Mi dispiace il suo processo decade per scadenza dei termini?...’. Con in più il risultato che mentre da una parte si renderebbe impunito colui che ha truffato, dall’altra invece, rimarrebbe l’amarezza di uno Stato che non ti difende? Può anche darsi che a seguito di un accanimento giudiziario a cui è sottoposto il Presidente del consiglio, il quale essendo anche animato da uno spirito di vendetta, del tutto comprensibile direi, egli abbia da questa, preso lo spunto per mettere al vaglio una legge che già dal titolo, a detta dei detrattori, si preannuncia sbagliata. Ma se tutti lo vogliono breve il processo, mi domando io ‘povero cittadino che non capisce’, allora dov’è lo sbaglio?... La verità è un’altra. È che i processi non devono essere né brevi né lunghi. Devono essere GIUSTI. E qui purtroppo, scatta l’eterno inghippo dal quale non si riesce a venirne fuori. L’esperienza mi insegna che non è facile essere giusti. E a guardare dalla lunghezza dei processi italiani, io credo che il nostro, sia il Paese più ingiusto del pianeta. Una specie di piaga, quella della giustizia lenta, da cui dipendono tutte le malattie del mondo. La crisi economica, il terrorismo, la N’drangheta, la mafia, la droga, la disonestà radicata ormai in tutti i settori, dalla quale scaturiscono il bullismo nelle scuole, il sovrappeso, l’Aids, il diabete e il Cancro. Qualcuno forse non sa, che per essere giusti bisogna prima di tutto essere buoni. E la prima regola per essere buoni, è quella di comprendere che tutti possiamo sbagliare. Naturalmente ciò non significa che chi persiste nello sbaglio non debba pagare. Assolutamente no. Ma chi sono quelli che non sbagliano? Si chiede il ‘povero cittadino’. Non sapendo forse, che il primo a sbagliare è proprio lui. Subito pronto a dare il voto a questo o quel partito, senza chiedersi se il Leader, di destra o di sinistra, avrà la sana capacità di non sottovalutare quelli che non l’anno votato. Sentimento essenziale per governare democraticamente, sapendo che non si può non tener conto che c’è un opposizione. Ma lo sbaglio più grosso che, a mio parere, commettono i politici e assieme a loro i giudici, è quello di non voler comprendere il grande valore della GIUSTIZIA e dell’impellente necessità di riformarla. Da qui, il motivo per cui l’intoppo cade sempre sullo stesso punto. I processi di Berlusconi. Quindi, cosa facciamo? Si continua a litigare mentre il cittadino precipita? A questo punto credo sia utile fare due conti. Che piaccia o no, chi governa in questo momento è Berlusconi. L’impressione che io ho di lui, pur non condividendo la sua politica, è quella di un uomo i cui errori, se ci sono e io credo che ci siano, non nascondono però, la volontà e le buone intenzioni di lavorare per il bene del Paese. Certo il suo modo di concepire il bene, potrebbe non essere l’ideale. E francamente io non solo non lo concepisco, ma credo si vada incontro a una vera catastrofe, a partire, tanto per dirne una, dall’idea malsana di costruire nuove CENTRALI NUCLEARI. Senza contare le colate di cemento con le quali Formigoni e la Moratti stanno soffocando Milano. Fatto sta, che mai come in questo momento il Paese si trova di fronte a un bivio scottante: tutti vogliono accorciare i processi. Oggi sono così vergognosamente lunghi che prima di intentare causa a qualcuno, è seriamente consigliabile fare prima di tutto un calcolo approssimativo su quanto ci resta ancora da vivere. Diciamo che oltre i 40 anni già si rischia di vincere la causa 10 anni dopo la morte, se consideriamo l’età media su gli 80 anni. Quindi è senz’altro ragionevole accorciarli. Però (ed ecco l’intoppo) c’è chi li vuole accorciare troppo per non essere processato… A questo punto credo valga la pena considerare che, da tangentopoli in poi e ancora prima, pare che nessuno dei politici o quasi tutti, siano senza macchia. Per cui credo siano maturi i tempi per far cessare, (solo nel caso specifico di questa volta), l’asfissiante braccio di ferro tra i giudici da una parte, che vogliono far cadere Berlusconi, e Berlusconi dall’altra, che per non cadere si inventa leggi anticaduta come quella del processo breve. È questo ciò che il ‘povero cittadino ormai esausto’ chiede a tutte le forze politiche. L’opportunità di azzerare tutto a partire dai processi di Berlusconi e ricominciare da capo. Affinché egli non avendo più la spada dei giudici sulla sua testa, possa sedersi tranquillamente al tavolo con l’opposizione per fare la vera riforma sulla giustizia. Una riforma che magari preveda anche grossi incentivi a quei giudici che, non per legge, ma per la loro abilità e onestà riescono ad accorciare i processi prima del tempo considerato. Si tratta insomma di fare la famosa ‘leggina ad personam’ di cui parlava anche D’Alema. Credo sia l’unica via per poter sciogliere quel granellino di sabbia che bloccando il motore della giustizia, paralizza l’intera società col rischio di gravi infezioni”. (red)

 4. Anno giudiziario, protesta anti Alfano delle toghe 

Roma - “Parteciperanno alle cerimonie con la toga addosso e la Costituzione in mano, per ribadire l’appartenenza all’ordine giudiziario indipendente e il rispetto della prima Legge, quella che dovrebbe ispirare tutte le altre. Ma se ne andranno appena prenderà la parola il rappresentante del governo (rientreranno quando avrà finito) per simboleggiare dissenso e protesta ‘da iniziative legislative che rischiano di distruggere la giustizia in Italia, e dalla mancanza degli interventi necessari ad assicurare l’efficienza del sistema’”. Si legge sul Corriere della Sera. “È la protesta indetta dall’Associazione nazionale magistrati per sabato prossimo, giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario nei distretti locali delle corti d’appello. Venerdì, all’inaugurazione nazionale che si terrà alla presenza del capo dello Stato, nel ‘palazzaccio’ della Corte di Cassazione, non ci sarà alcuna iniziativa, ma il giorno dopo sì. Una scelta meditata e mediatica e mediata, che ha subito provocato la reazione del ministro della Giustizia Alfano: ‘A differenza di coloro che seguiranno le improvvide indicazioni dell’Anm — replica il Guardasigilli — parteciperò all’inaugurazione presso la Cassazione e l’indomani andrò alla Corte d’Appello dell’Aquila, laddove il servizio giustizia ha ricominciato a funzionare brillantemente dopo il terremoto’. Ma in Cassazione non ci sarà alcuna defezione e ieri sera i magistrati abruzzesi hanno comunicato che rimarranno in aula durante il discorso del ministro. ‘L’Anm— prosegue polemico Alfano— ha deciso di inaugurare la campagna elettorale in vista delle elezioni per il Consiglio superiore della magistratura, che si terranno in primavera, ma l’immagine che offre di sé non coincide con l’immagine e il senso etico delle migliaia di magistrati che ogni mattina servono l’Italia e le istituzioni che rappresentano’. Eppure il vertice del ‘sindacato dei giudici’ ha deciso questa iniziativa proprio per non deludere le aspettative della ‘base’, tra cui c’era perfino chi voleva manifestazioni di piazza. Perché il senso di insofferenza nei confronti della politica giudiziaria del governo e della sua maggioranza, assicurano all’Anm, è andato crescendo; e c’è perfino chi mal tollera le ‘aperture’ proposte da qualcuno, seppure a titolo personale, verso norme come il ‘legittimo impedimento’ o una nuova immunità parlamentare. Di questo l’Anm non parlerà nel documento che verrà letto, uguale in tutte le sedi, nelle cerimonie di sabato. Tuttavia l’intenzione della dirigenza sembra proprio quella: non dare nessun giudizio (e dunque nessuna contrarietà) su scelte politiche per le quali governo e maggioranza dovranno vedersela con gli elettori, ma assoluta intransigenza nel denunciare i guasti prodotti da riforme in cantiere come quella sul ‘processo breve’, le intercettazioni e la nuova procedura penale. La decisione è stata presa all’unanimità dalla Giunta dell’Anm, in cui sono rappresentate tutte le correnti tranne quella considerata più ‘a destra’, Magistratura indipendente, che s’è detta contraria a ‘una scelta inutile e controproducente perché aumenta le tensioni e lo scontro’”. (red)

 5 Napolitano e Fini: basta con l’antisemitismo 

Roma - “Mentre ad Auschwitz risuonavano le sirene del lager, dando inizio alle cerimonie per il sessantacinquesimo anniversario dalla liberazione del campo di sterminio, simbolo del genocidio nazista, anche l’Italia celebrava ieri il 27 gennaio, ‘Giornata internazionale della Memoria’, in ricordo del 27 gennaio 1945”. Si legge sul Corriere della Sera. “Commozione, solennità e ricordi: una giornata iniziata al Quirinale, con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha premiato alcuni studenti per lavori di approfondimento della Shoah. Parlando di fronte ad alte cariche dello Stato ed ex deportati, il capo dello Stato ha definito la Shoah ‘tragica esperienza carica di insegnamenti e di valori’ validi anche oggi e parlato del ‘pieno riconoscimento, in modo specifico del popolo ebraico e dello Stato di Israele, del diritto a vivere in sicurezza’. Ospite d’onore, il premio Nobel per la Pace Elie Wiesel, sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, che più tardi si è recato a Montecitorio insieme a Napolitano per un discorso alle Camere riunite. Al centro del suo intervento — salutato all’inizio e alla fine da un’ovazione dell’emiciclo, con i parlamentari tutti in piedi— le nuove farneticanti minacce dell’Iran nei confronti di Israele. A introdurre il premio Nobel, il presidente della Camera Gianfranco Fini, il quale ha ricordato che proprio in quell’Aula, nel 1938, furono approvate le leggi razziali, da lui definite ieri ‘una delle pagine più buie della storia italiana’. Wiesel, dopo aver chiesto all’Italia di farsi promotrice di una legge per considerare gli attentati suicidi ‘crimini contro l’umanità’ ha detto: ‘Come si può trattare con il presidente di una nazione che per primo vuole negare l’Olocausto e distruggere uno stato membro delle Nazioni Unite? Come osa?’. Ad ascoltarlo anche il premier Silvio Berlusconi, che in mattinata aveva diffuso un suo messaggio sottolineando la necessità di tornare ogni anno a celebrare una tragica pagina di storia, ‘perché tutto ciò non possa più accadere’. E a ricordare il Giorno della Memoria è stato anche papa Benedetto XVI, che parlando in tedesco durante l’udienza generale del mercoledì, ha ricordato ‘l’orribile crimine’ che ‘la megalomania disumana e l’odio razzista dell'ideologia nazista portarono in Germania’. Il Pontefice ha poi lanciato un appello affinché sia ‘rispettata in modo assoluto la dignità della persona e della vita umana’, pregando Dio perché ‘non si ripetano mai tali terribili avvenimenti’”. (red) 

6 L’Iran: ‘Israele destinato alla distruzione’ 

Roma - “La Giornata della Memoria diventa subito la giornata dei promemoria. Dei toni apocalittici. Degli avvertimenti. D’un Olocausto prossimo venturo che l’Iran trama e per il quale Israele trema. ‘Di sicuro — proclama la Guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, con parole da profeta di sventure — verrà il giorno in cui le nazioni della regione vedranno la distruzione del regime sionista. I tempi di questa distruzione dipendono dal modo in cui le nazioni islamiche affronteranno il tema’. ‘L’Iran— arringa il premier israeliano, Bibi Netanyahu, con citazioni da incubo biblico — è il nuovo Amalek che apparirà nella Storia per provare, ancora una volta, a distruggere gli ebrei. Ricorderemo sempre che cosa ci ha fatto l’Amalek nazista. Non dobbiamo dimenticare d’essere pronti ad affrontare i nuovi amaleciti’”. Si legge sul Corriere della Sera. “Il piccolo grande Satana contro gli sterminatori del popolo di Mosé. Davide contro la prima tribù che aggredì gli ebrei. Fuori retorica, le celebrazioni della Shoah sono un’escalation di parole: si parla di lager per parlare di nucleare. Il negazionista Khamenei, ricevendo il presidente mauritano, uno dei pochi musulmani che fino alla guerra di Gaza ospitava un’ambasciata israeliana, chiede di troncare ogni rapporto col nemico. Anche Ali Larijani, presidente del parlamento di Teheran, va in Kuwait per ammonire a ‘non dare le basi militari’ agli americani, come fu per l’Iraq: ‘Le minacce d’Israele sono vuote. Sanno bene che, se ci attaccheranno, i nostri missili ne faranno terra bruciata’. A Gerusalemme se l’aspettavano. E per ricordare l’Olocausto hanno mobilitato tutta la nomenklatura. Bibi ad Auschwitz, a protestare coi polacchi per i manifesti sui muri che chiedono l’arresto di Tzipi Livni ed Ehud Barak, ‘criminali di guerra come i nazisti’. E Shimon Peres al Bundestag, al seguito i cittadini di Sderot (nel mirino dei Qassam iraniani): ‘Mai più— avverte il vecchio presidente dal parlamento tedesco— ignorare dittatori assetati di sangue che si nascondono dietro la demagogia. Le minacce d’annientare un popolo vengono pronunciate all’ombra di armi di distruzione di massa, in un linguaggio da bugiardi’. Facile anche per Lieberman, il ministro degli Esteri, il paragone con Hitler: ‘Non invidio gli ebrei iraniani: l’Iran è come la Germania del ’38’. L’Iran è furioso con la Germania di oggi, in realtà. Che ha in Angela Merkel la più filoisraeliana dei cancellieri, come ha scritto il New York Times. Che vende a Netanyahu i sottomarini da piazzare nel Mar Rosso. Che su pressioni israeliane sta rinunciando al 9 per cento degli scambi con Teheran, cancellando contratti in serie: da quello per il nuovo porto di Bandar Abbas, da dove salpò la ‘Francop’ carica di missili per gli Hezbollah, al mega-accordo con la Siemens da un miliardo di euro. Nell’aria c’è odore di nuove sanzioni Onu ed è anche per questo che l’Iran, oggi a Londra, non parteciperà alla conferenza sull’Afghanistan: per non incrociare Hillary Clinton e sentir chiedere pugno di ferro sul nucleare. La comunità internazionale comincia a stancarsi. Perfino Cina e Russia paiono più severe. E vendere patacche sulla Shoah comincia a non bastare più. Perché le patacche naziste, ormai, le vendono pure nei mercatini di Tel Aviv: 4 euro un francobollo hitleriano, 500 un ‘autentico orologio appartenuto a un Ss’. In Israele, c’è chi le colleziona. Per non dimenticare che c’è chi vuole dimenticare”. (red) 

7. Draghi: più regole senza uccidere la ripresa 

Roma - “Il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha sostenuto che il sistema bancario-finanziario globalizzato si è sviluppato con livelli di indebitamento e di complessità che non consentono di controllarlo con l’autoregolamentazione fino a garantire l’impossibilità di eventuali crisi future. Draghi, ascoltato dalla commissione per gli Affari economici dell’Europarlamento di Bruxelles come presidente del comitato internazionale per la stabilità finanziaria Fsb, ha espresso apprezzamento per il nuovo organismo dell’Unione europea Esrb per la supervisione sui rischi sistemici. Ma ha considerato prioritario ‘rendere il sistema più resistente del passato davanti a qualsiasi rischio di crisi’, principalmente in relazione alle ‘istituzioni finanziarie sistemicamente più importanti’. La soluzione del governatore di Bankitalia sollecita ‘meno debito, più capitale’, in modo graduale ‘per non uccidere la ripresa’, e anche ‘meno inventivi perversi’”. Si legge sul Corriere della Sera. “Draghi ha criticato ‘l’esplosione della leva finanziaria nel 2004’, verificatasi su impulso del presidente della Fed Alan Greenspan. Ed è stato netto con gli eurodeputati, che lo interrogavano sull’efficacia della supervisione sui mercati. ‘Se mi chiedete se riusciremo a evitare la prossima crisi, la risposta è no’, ha affermato spiegando che il settore bancario-finanziario è ‘un’industria globalizzata’ e che l’obiettivo deve essere un sistema in grado di fronteggiare adeguatamente eventuali traumi per evitare l’estensione a catena. Le nuove regole sui requisiti di capitale fissate dai comitati di Basilea, da applicare nel 2012, non dovrebbero però subire accelerazioni negative per la ripresa. ‘Bisogna essere molto cauti, pur senza perdere lo slancio del momento — ha detto il governatore di Bankitalia —. Abbiamo un periodo di transizione sufficientemente lungo perché il mercato possa scontare i cambiamenti dovuti alle nuove regole’. Alle banche del tipo ‘troppo grandi per fallire’ non dovrebbe comunque essere più consentito di moltiplicare le attività finanziarie difficili da valutare, che ‘combinano complessità tecnica e bassa qualità’. Il coordinamento tra il Fsb di Draghi e il nuovo organismo Ue sui rischi sistemici Esrb dovrebbe servire a questo scopo intervenendo con avvertimenti e raccomandazioni, che aprono dubbi sulla loro efficacia in quanto non vincolanti. ‘Sono convinto che, nella sostanza, saranno più vincolanti di quanto possano apparire oggi— ha detto il governatore —. Se poi non funziona, vedremo…’”. (red) 

8. “Fisco da riformare, senza rattoppi”

Roma - “‘È arrivato il momento in Italia e in Europa per una riforma che ci allinei al nuovo secolo. Non credo che la via giusta sia quella dei piccoli rattoppi inutili per rimettere a posto una specie di ectoplasma che accumula elementi di ingiustizia con elementi di inefficacia. Non è però un lavoro semplice’. Nonostante le imminenti elezioni regionali, da giorni Giulio Tremonti ribadisce il mantra contro interventi spot e a favore di un ridisegno dell’intero sistema fiscale. Ieri però era la prima volta di fronte ad una platea qualificata di addetti ai lavori. Due le parole d’ordine: riduzione delle aliquote e semplificazione”. Si legge sulla Stampa. “‘Il fisco, così com’è, è ingiusto ed inefficace, prende troppi soldi da una parte, fa perdere troppo tempo alle imprese, i cittadini pagano tanto e non hanno l’idea a chi pagano e soprattutto che cosa ricevono’, dice Tremonti a ‘Telefisco’, forum telematico de Il Sole 24 Ore. La strada principale, per quanto in salita, resta quella di una riduzione delle aliquote: ‘Più che al redditometro credo a questo e nel coinvolgimento dei Comuni nella lotta all’evasione. Un sistema con aliquote così elevate è un alibi per non pagare le tasse. Se tu paghi la metà, io continuo a chiederti il doppio, così tu paghi almeno la metà’. Allo stesso tempo, spiega il ministro, occorre semplificare. Tremonti scherza parafrasando Einstein: ‘La dichiarazione dei redditi sfugge alla mente umana. Ricordo quando il padre di famiglia si chiudeva in una stanza giorni e giorni per fare la dichiarazione. Era difficile e snervante. Ora con il computer non è che è scesa la complicazione. Si continua a non capirci niente’. Cambiare è però ‘difficile’. In alcuni casi tornare indietro su grandi scelte quasi impossibile. L’alto livello di spesa e debito pubblico accumulato negli anni, almeno nel medio periodo, non consentono rivoluzioni. E’ il caso dell’Irap: ‘Non siamo riusciti a toglierla perchè il costo è eccessivo: togliere quell’imposta vuol dire togliere la sanità’. Oppure l’armonizzazione delle rendite finanziarie, oggi tassate al 12,5 per cento contro il 27 per cento imposto ai conti di deposito: ‘Quando hai il terzo debito pubblico del mondo ti poni qualche problema in più rispetto all’astratta equità fiscale’. La scelta di Tremonti di non vendere fumo sulle questioni fiscali ha convinto persino un antico nemico, l’ex collega Vincenzo Visco. ‘Quando si è a capo del dicastero delle Finanze ci si deve comportare così. Tremonti vive continue reincarnazioni, in quest’ultima ha deciso di esserlo in pieno: evviva il nuovo Tremonti’, ha commentato un po’ ironicamente l’esponente Pd. Non è la prima volta che il ministro dell’Economia incassa l’approvazione di pezzi dell’opposizione. Accade sui temi del fisco, e sulle regole da imporre alla finanza. ‘Stiamo tornando alla realtà dopo 10 anni di illusione nel mercatismo’, dirà nel pomeriggio da Firenze per un dibattito organizzato dall’Associazione delle casse di risparmio e dall’Osservatorio Giovani-Editori. ‘Devono essere la politica e i governi a scrivere le nuove regole sotto la forma di un nuovo trattato che passi per i parlamenti e non organismi tecnici sovranazionali’. Parole sottoscritte da Massimo D’Alema, anch’egli ospite del convegno. Il quale sembra voler puntare il dito anzitutto verso il Fondo monetario internazionale: ‘Affidare una governance globale a organismi tecnici che prendono decisioni e non rendono conto a nessuno non funziona. Penso al paradosso di un organo tecnico che, dopo aver letto un bilancio, fa fallire un Paese come l’Argentina’”. (red) 

9. Tetto ai manager, ma è caos al Senato

Roma - “Giornata difficile ieri per il governo. Da una parte il Senato ha approvato un emendamento dell’opposizione che introduce per i manager delle società quotate in Borsa il divieto di stock option e un tetto allo stipendio non superiore a quello dei parlamentari. Dall’altra, contro il nucleare è partita la rivolta degli enti locali con il no di Regioni e Comuni al decreto del governo”. Si legge sul Corriere della Sera. “A Palazzo Madama il sì è arrivato anche dal relatore di maggioranza alla proposta presentata dal senatore dell’Italia dei Valori Elio Lannutti che ha gridato al ‘principio dell’equità’. Si tratta di un evidente incidente di percorso, come ha sottolineato, subito dopo il voto, la senatrice del Pdl Cinzia Bonfrisco e ora toccherà alla Camera metterci una pezza, come hanno anticipato il capogruppo del Pdl, Maurizio Gasparri, e il vice, Gaetano Quagliariello, in una nota congiunta: ‘L'Assemblea del Senato ha dato voce al diffuso sentimento popolare di porre un tetto a quei trattamenti economici che rappresentano un'oggettiva anomalia. Siamo consapevoli che il principio deve integrare e non contraddire le regole del mercato. La Camera dei Deputati avrà tempi e modi per garantire questo indispensabile riequilibrio’. Sulla stessa linea il ministro dello Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, che afferma: ‘Nel passaggio alla Camera il governo farà la sua parte per assicurare questo risultato, attraverso una più attenta riflessione’. Sul capitolo nucleare, invece, amaggioranza, con eccezione della Lombardia, del Veneto e Friuli Venezia Giulia, la conferenza delle Regioni ha dato parere negativo alla costruzione di nuove centrali. Mentre i Comuni hanno minacciato ‘azioni clamorose’ se non verranno ascoltate le loro richieste. Il governo però è deciso ad andare avanti. Per il sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico con delega all’energia, Stefano Saglia, ‘il parere negativo non è vincolante, il testo approvato dal governo è del tutto rispettoso delle prerogative delle Regioni’. Ma intanto il filo del dialogo si è rotto. In virtù del parere negativo, non c’è stato il confronto tra governo ed enti locali che ieri si sarebbe dovuto tenere proprio sulla localizzazione dei siti. ‘Siamo contro il nucleare perché è una scelta non positiva che non ha esiti immediati e che impatta negativamente sulle scelte energetiche — ha affermato il governatore della Basilicata Vito De Filippo— siamo anche contrari alle procedure utilizzate che non tengono contro del ruolo delle Regioni, siamo convinti che la legge sia incostituzionale tanto che undici Regioni hanno presentato ricorso alla Consulta che deciderà il prossimo 22 giugno’. Problemi anche dai Comuni. Il presidente dell’Anci Sergio Chiamparino ha scritto ai ministri competenti Giulio Tremonti (Economia) e Claudio Scajola (Sviluppo economico) chiedendo un incontro urgente. Secondo Chiamparino, se le loro richieste non verranno almeno ascoltate, si rischiano ‘azioni clamorose che potrebbero minare la credibilità delle istituzioni nei territori già oggetto di servitù, nonché in quelli che potrebbero esserlo in futuro’. Al di là del no regionale, Chiamparino sembra più pragmatico e punta a incassare i soldi promessi dalla dismissione delle vecchie centrali dopo il referendum del 1987 e ancora attesi. La battaglia è solo agli inizi”. (red)

10. “La cassa integrazione Fiat non è opportuna” 

Roma - “Non è, ovviamente, solo questione di forma. Né può essere considerata una ‘dimenticanza’ quella di Sergio Marchionne. Tant’è vero che, il giorno dopo l’annuncio di due settimane di cassa integrazione per tutti i 30 mila dipendenti dell’auto Fiat in Italia, chi dal governo parla proprio da qui parte. ‘L’abbiamo saputo dalla stampa’, attacca Maurizio Sacconi. ‘I contatti con il Lingotto sono continui ma della Cig non sapevamo nulla’, ammette Claudio Scajola”. Si legge sul Corriere della Sera. “L’irritazione è evidente. E giustificata, dal punto di vista dell’esecutivo. Siamo alla vigilia del tavolo su Termini Imerese — si aprirà domani— e forse una telefonata da Torino non avrebbe abbassato un clima già infuocato. Il fatto che la notizia sia arrivata così, a freddo, ha però di sicuro complicato le cose. Insieme alla sostanza della decisione, naturalmente: un periodo tanto lungo di stop in contemporanea per tutti gli impianti è, sì, la spia di un mercato completamente inchiodato in attesa degli ecoincentivi, ma giusto per questo la mossa suona anche come un messaggio. Per cui, se Sacconi ripete che ‘la Fiat mette in discussione il dialogo sociale’, Scajola batte sugli stessi tasti e definisce la scelta torinese ‘non opportuna in questo momento: rende più difficile la vertenza’. Entrambi, però, ripetono anche: ‘Speriamo di riannodare i fili’. Sapendo benissimo che, al di là delle trattative su Termini, la mossa di Marchionne ha brutalmente messo a nudo un problema concreto: l’effetto boomerang degli ‘aiuti’, gli ordini a picco in attesa delle decisioni del governo, la necessità di individuare un’exit strategy senza la quale, per i costruttori, il mercato perderebbe ‘almeno il 20 per cento’. Certo, c’è il sindacato che accusa. Per Raffaele Bonanni quello del Lingotto (a picco in Borsa, -4,8 per cento) ‘è un modo singolare di procedere: qualcuno lo chiamerebbe un ricatto’. Susanna Camusso, Cgil, parla di ‘volontà di pressione Fiat per mantenere politiche di incentivi senza vincoli’. Anche questo fa tuttavia parte del ‘lato vertenza’ della questione. Che non cancella quello che lo stesso numero uno Fiom, Gianni Rinaldini, pur durissimo, ha riconosciuto essere ‘un problema reale di mercato’. E non della sola Fiat: ‘Riguarda tutte le case’. Frase ripetuta ieri da Scajola, che sa di avere gli occhi (e non solo) dei costruttori addosso. Le pressioni nascono da qui. Dall’incertezza su tempi e modi. E dai numeri. La media dice che, rispetto all’ultimo trimestre 2009, gennaio vede un crollo degli ordini del 50 per cento, a livelli addirittura inferiori a quelli del gennaio di un anno fa, quando già il calo si aggirava tra il 30 e il 40 per cento. Sono più o meno gli stessi numeri del Lingotto (il cui vicepresidente, John Elkann, ieri ha ribadito: ‘Torino per la Fiat è il luogo dove siamo e dove resteremo’). E il trend è confermato da un rapido giro tra i costruttori esteri. La Ford, secondo gruppo per vendite in Italia e con una gamma, come quella Fiat, perfettamente in linea con i passati ecoincentivi (tant’è che è salita al 9 per cento di quota), stima in un ulteriore 10 per cento il ‘rallentamento ordini’ rispetto al già bassissimo gennaio 2009. Volkswagen tiene meglio, perché con una gamma medio-alta aveva beneficiato poco degli aiuti prima e dunque non patisce la loro assenza ora, ma chi vuole comprare la nuova Polo, per esempio, ‘chiaramente aspetta’. Renault è a sua volta in media. Proiettando queste cifre sull’intero 2010, dicono tutti, avremmo un mercato ‘molto sotto 1,8 milioni di auto’. Era a 2,169 milioni nel 2009. Grazie al doping-aiuti, certo: ‘Ma ora l’impatto, per l’intera filiera, sarebbe devastante’”. (red) 

11. Davos, il capitalismo processa le banche 

Roma - “Siamo in una crisi della globalizzazione, ma non del capitalismo; il capitalismo è stato snaturato, allontanato dai valori di responsabilità e dalla creazione di vera ricchezza, va salvato moralizzandolo. A dare il tono al Forum di Davos 2010, con una tirata contro la grande finanza, è il presidente francese Nicolas Sarkozy, che prima non si era mai voluto mescolare a questo convegno dei potenti dell’economia mondiale”. Si legge sulla Stampa. “Non per questo diventa più chiaro come si andrà avanti sulle nuove regole per impedire alla finanza di far danni. La nuova iniziativa di Barack Obama, che è piaciuta al presidente della banca centrale europea Jean-Claude Trichet e al governatore della Banca d’Inghilterra Mervyn King, si aggiunge a progetti differenti dei governi britannico e tedesco. Ieri Sarkozy l’ha lodata di sfuggita per poi criticare a fondo altre ipotesi di lavoro sulle regole che a suo dire danneggerebbero le banche europee, le francesi in particolare, rispetto a quella americane. I grandi banchieri intanto contrattaccano: qui a Davos (assenti due dei personaggi più discussi, Lloyd Blankfein di Goldman Sachs e Jamie Dimon di JP Morgan Chase) hanno sostenuto che un eccesso di regole può limitare la loro capacità di credito, dunque frenare la ripresa. ‘Regole troppo severe negli Stati Uniti o in Gran Bretagna farebbero spostare le attività in Svizzera, a Singapore o a Shangai’, dice Lord Levene, presidente della Lloyds, che pure dal governo britannico è stata salvata. ‘Spezzettare le banche troppo grosse avrebbe un impatto fortemente negativo sull’economia mondiale’ secondo Bob Diamond di Barclays. Gli economisti e gli esperti presenti a Davos si domandano piuttosto che cosa Obama intenda veramente fare: come si farà a proibire alle banche commerciali di fare attività speculative e come si controllerà che le attività speculative non creino ugualmente danni all’esterno del sistema bancario; e come si deciderà quando una banca sia troppo grande. Sarkozy su questo non si è sbilanciato; propone che le decisioni siano prese all’interno del G-20, e poi rispettate innanzitutto dagli Stati che ne fanno parte. ‘Obama si è mosso al momento sbagliato’ sostiene George Soros, finanziere critico della finanza: ‘se le grandi banche si separeranno dalle loro unità di investment banking , alcune di queste saranno ugualmente troppo grandi per fallire, e saremo daccapo’. La separazione proposta da Obama appare invece condivisibile a Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo: ‘bisogna premiare l’attività bancaria più orientata all’economia reale’. Dell’economia reale a Davos si parla con un ottimismo di volontà che spesso nasconde timori. ‘E’ il momento del 10 più 10’ sintetizza l’economista americano Kenneth Rogoff: dieci per cento di disoccupati negli Stati Uniti, dieci per cento di crescita del prodotto lordo in Cina, immagine efficace di equilibri che cambiano. Tutti d’accordo che i paesi emergenti rappresentano il futuro; ma l’afflusso massiccio di capitali verso di loro in questi mesi non starà gonfiando un’altra bolla? Significativo è che proprio dal Cina, per bocca del vicegovernatore della Banca centrale Zhu Min, venga una nota di prudenza: ‘Non vedo ancora un motore forte per la crescita mondiale’. Contro nuove ‘bolle’ dovrebbero aiutare le regole. Di proposte se ne confrontano tante, da quelle di Obama alla stretta sui bonus alla ‘tassazione degli eccezionali profitti della finanza per combattere la povertà’ rilanciata ieri dal presidente francese. Nello stesso tempo si afferma che un coordinamento internazionale è indispensabile. Un compito ancor più complesso si riversa sul Financial Stability Forum diretto da Mario Draghi, che arriverà a Davos oggi. Sarkozy inoltre ha aggiunto carne al fuoco per altre istituzioni. Il suo attacco a fondo contro la contabilità ‘mark to market’ nei bilanci è piaciuto ad alcuni uomini d’azienda presenti, come l’amministratore delegato di Telecom Italia Franco Bernabè”. (red) 

12. Sarkozy sta con Obama ‘Il mercato è da frenare’

Roma - “Nell’idea e nella determinazione — ne ha molta — di Nicolas Sarkozy il futuro prossimo deve essere questo: banche che gestiscono i depositi e finanziano l’economia ma non possono ‘speculare’, cioè fare attività in proprio sui mercati; remunerazioni dei banchieri limitate, gli eccessi ‘non saranno più tollerati’; creazione di profitti eccessivi ‘intollerabile’; nuove regole di contabilità che impediscano agli istituti di credito di eccedere nei rischi; riconoscimento del valore delle appartenenze nazionali che la globalizzazione si illudeva di cancellare; ruolo economico riconosciuto agli Stati; intervento politico sui mercati valutari per correggere le situazioni sbilanciate; creazione di organismi internazionali per applicare le regole, non solo in finanza ma anche, ad esempio, nel campo ambientale e nel diritto del lavoro”. Si legge sul Corriere della Sera. “Il presidente francese ha parlato, ieri, davanti alla platea dei partecipanti al primo giorno del World Economic Forum: banchieri, imprenditori, esponenti delle organizzazioni sociali, politici, accademici. Metà dei presenti ne è rimasta entusiasta. L’altra metà raggelata. ‘Un intervento estremamente radicale, non equilibrato — ha commentato alla fine del discorso un ex ministro europeo —. Perché non alzava il dito quando, da ministro delle Finanze, anni fa partecipava alle riunioni del G7?’. Giornata pessima, ieri, tra le nevi svizzere, per i banchieri e gli scettici sull’utilità di imporre regole dure ai mercati finanziari. In mattina hanno letto in un’intervista sul Wall Street Journal che il governatore della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, è sostanzialmente d’accordo con il presidente americano Barack Obama quando vuole limitare le attività che le banche possono fare e le loro stesse dimensioni. Poi ha appreso dall’influente deputato democratico americano Barney Frank, anch’egli a Davos, che la legge invocata da Obama potrebbe essere approvata in pochi mesi. Poi, la cavalcata di Sarkozy a sciabola sguainata. L’approccio del presidente francese è piuttosto organico. Parte dal presupposto che il capitalismo vada riformato e riregolato per evitare che si autodistrugga come ha rischiato di fare nella crisi, quando è ‘degenerato in capitalismo finanziario’. ‘È il momento di chiedersi cosa vogliamo fare del capitalismo — ha detto ai capitalisti in platea —. Come si fa a fare tornare l’economia al servizio dell’uomo? Questa è la domanda’. A suo parere, la risposta sta nel rifare regole e istituzioni internazionali capaci di governare l’economia, che nella sua lettura è fatta da tante nazioni, nella quale le frontiere non sono affatto sparite. Chiede di nuovo una nuova Bretton Woods, un accordo mondiale per fissare nuove regole, come nel 1944, e per riconoscere che ‘non si può globalizzare e avere una sola valuta di riferimento’. In questo quadro, il libero mercato va preso con prudenza: ‘Ha indebolito la democrazia — ha spiegato — perché i cittadini da questa si aspettano protezione e non l’hanno avuta’. E le banche vanno riportate ad attività più facili da controllare, in ciò — ha detto — d’accordo con Obama. ‘Le differenze tra capitalismo anglosassone e capitalsimo continentale stanno iniziando a scomparire’. ‘Parecchio populismo— ha commentato l’ex ministro europeo —. Quando il popolo vuole il calcio gli si dà il calcio, quando vuole il rugby gli si dà il rugby’”. (red) 

13. Obama fa mea culpa e rilancia sull’economia 

Roma - “Di fronte a una nazione insoddisfatta e in buona parte delusa dal suo primo anno, Barack Obama riparte dall’economia. Nel discorso sullo stato dell’Unione, il leader della Casa Bianca ha ammesso errori, assumendosene la responsabilità, ma ha cercato di rientrare in sintonia con le preoccupazioni e le aspirazioni di milioni di americani: ‘A dispetto delle difficoltà l’Unione è forte’. Il presidente ha dedicato la maggior parte dell’intervento alla presentazione di proposte mirate a creare nuovi posti di lavoro e dare basi più forti alla ripresa già in atto. Obama tenta così di riprendere in mano l’agenda politica del Paese, uscendo dall’angolo in cui lo hanno costretto i rovesci dell’ultimo mese. Lo fa con la tradizionale forza retorica, mostrando all’America di volerne capire le frustrazioni e i drammi, ma questa volta senza limitarsi soltanto alle parole. Incentivi fiscali, sussidi e crediti per 25 miliardi di dollari alle piccole e medie imprese perché ricomincino ad assumere, nuovi programmi pubblici per rinnovare strade e costruire linee ferroviarie ad alta velocità, aiuti alle famiglie per il risparmio energetico: sono alcune delle iniziative, che il presidente sottoporrà al Congresso”. Si legge sul Corriere della Sera. “Sulla riforma sanitaria, Obama non molla: ‘Non l’abbandoneremo né devono farlo i parlamentari in quest’aula’, ha detto. Ha preso atto delle nuove condizioni, che ora lo vedono privo in Senato di una maggioranza a prova di ostruzionismo, sia pure per un solo voto. Ma ha ripetuto che il suo impegno verso una legge comprensiva, che dia un nuovo volto all’assistenza medica, rimane forte come prima. Il presidente intende ora insistere su alcuni punti essenziali, in grado di ottenere l’appoggio anche di una parte dei repubblicani, come la riduzione dei costi, l’ampliamento delle coperture attraverso sgravi fiscali o sussidi pubblici, l’obbligo legale per le compagnie di onorare le polizze e non rifiutare i clienti invocando condizioni preesistenti, protezioni ai medici contro gli errori professionali. Obama ha anche confermato l’intenzione di chiedere un congelamento per 3 anni delle spese federali, con l’eccezione di quelle per la difesa, la sicurezza e i programmi pubblici di assistenza medica: ‘Investiamo nel nostro popolo senza lasciar loro in eredità una montagna di debiti’, ha detto promettendo il suo impegno a una sana gestione delle finanze pubbliche. Il presidente ha riconosciuto che ‘gli americani hanno dubbi profondi e corrosivi su come funziona Washington’. E ha indicato come obiettivo dell’Amministrazione quello di ‘restaurare la fiducia del pubblico nel governo’, attraverso maggiore trasparenza e responsabilità”. (red)

 14. Nuova strategia in Afghanistan 

Roma - “Come combattere il terrorismo, dallo Yemen all´Afghanistan, concludendo una guerra senza farne scoppiare nel frattempo un´altra. Può riassumersi così la due-giorni di diplomazia internazionale che ha richiamato a Londra capi di Stato e plenipotenziari di una cinquantina di Paesi: ieri pomeriggio, per discutere come sostenere lo Yemen nella lotta ad Al Qaeda, dopo il fallito attentato di Natale sul volo Amsterdam-Detroit; questa mattina, per definire il piano di coinvolgimento dei Taliban moderati nella pacificazione dell´Afghanistan. La minaccia è palpabile: le due conferenze, proposte dal primo ministro britannico Gordon Brown, si tengono tra eccezionali misure di sicurezza, dopo che il Regno Unito ha recentemente alzato il livello di allarme al penultimo grado, quello che dà un nuovo attacco per "altamente probabile"”. Si legge su Repubblica. “La conferenza sullo Yemen ha avuto un prologo nelle rivelazioni del Washington Post secondo cui il presidente Obama ha personalmente autorizzato le operazioni contro Al Qaeda condotte dall´esercito yemenita nelle ultime settimane, dopo che il 25 dicembre un giovane nigeriano, radicalizzatosi e addestrato nelle Yemen, aveva cercato di farsi saltare a bordo di un aereo sopra Detroit. Obama avrebbe inoltre inviato consiglieri militari a sostegno delle forze yemenite. Il ministro degli Esteri yemenita Abu Bakr al-Qirbi ha risposto subito giudicando "inconcepibile" l´idea che truppe straniere partecipino alla lotta al terrore lanciata dal suo paese. Fonti americane, d´altra parte, indicano al Washington Post che la Casa Bianca vuole stare bene attenta a evitare di aprire un terzo fronte per le proprie forze, in aggiunta alla guerra in Iraq e in Afghanistan. La conferenza di Londra ha prodotto un documento in cui lo Yemen riconosce la necessità di riforme economiche e politiche urgenti per sradicare la presenza di Al Qaeda, mentre le potenze internazionali si impegnano a sostenere il governo yemenita con misure contro la povertà, "terreno fertile" per il radicalismo islamico. Stamane, alla presenza del segretario generale dell´Onu Ban Ki-moon, del presidente afgano Karzai e del segretario di Stato americano Hillary Clinton, la conferenza internazionale sull´Afghanistan si apre all´insegna del "perdono" concesso a cinque alti esponenti del governo Taliban di Kabul che fino al 2001 proteggeva Osama Bin Laden, cancellati ieri dalla "black list" dell´Onu. È il primo segnale inviato ai Taliban moderati per spingerli ad abbassare le armi e eventualmente a negoziare una pace con il governo Karzai. Ma la componente radicale dei talebani resta irriducibile: ‘Questa conferenza è una perdita di tempo, come le altre del passato’, afferma in un comunicato. ‘L´unica soluzione ai problemi del nostro paese è il ritiro immediato di tutte le truppe di occupa-zione’”. (red)

 15. Il premier si appella a Casini contro Vendola

Roma - “Sulle candidature in Puglia la partita si riapre. Trattativa Casini-Pdl, ma il leader della Lega Bossi non ci sta: ‘Niente accordi con l’Udc’. Berlusconi chiede che Rocco Palese (candidato attuale del Popolo della libertà) e Adriana Poli Bortone (sostenuta dall’Udc) facciano un passo indietro. E il premier aggiunge: ‘Cerchiamo un nome nuovo o volete che vinca Vendola?’”. Si legge sul Corriere della Sera. “Tutto avrebbe voluto Silvio Berlusconi tranne che dipendere anche da una decisione di Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, per cercare di risolvere la situazione pugliese. Ma è appunto da Casini, oltre che da Adriana Poli Bortone — che dovrebbe ritirare la sua candidatura al governo della regione, e che ha il sostegno dei centristi — che dipende la possibilità di trovare ancora un candidato unico da contrapporre a Nichi Vendola. Nella cronaca di ieri c'è prima un incontro del premier con il segretario dell'Udc, Lorenzo Cesa, alla Camera. Quindi un lungo vertice a Palazzo Grazioli, con i coordinatori del partito, il ministro Raffaele Fitto, i capigruppo del Pdl in Parlamento. Alla fine una nota in cui Berlusconi chiede sia al candidato ufficiale del suo partito, Rocco Palese, sia ad Adriana Poli Bortone, ex An, ex sindaco di Bari, oggi appoggiata da Casini, di fare un passo indietro nell'interesse comune e per raggiungere l'obiettivo di battere Vendola. A Cesa di mattina il Cavaliere esterna senza mezzi termini i suoi timori: ‘Se andiamo divisi perdiamo e non credo che la cosa convenga, a noi come a voi’. La prima risposta dell'Udc è tattica, si concorda sull'analisi, ma non per ritirare la propria candidata, bensì per chiedere al Pdl di far convergere gli sforzi proprio sulla Poli Bortone: ‘Che è molto stimata e gradita dallo stesso capo del governo’, ha chiosato Cesa. Fra una nota e una dichiarazione, mentre anche Gianni Letta si spende nella partita, al telefono con Casini, si cercano altri nomi: Francesco Divella, erede della tradizione del famoso pastificio, parlamentare Pdl, già amministratore dell'Acquedotto pugliese, viene sondato e oppone un rifiuto. Ma non è definitivo. Nel frattempo, Rocco Palese si dice disponibile a compiere un passo indietro, ‘se è nell'interesse del partito’, ma la Poli Bortone non sembra della stessa idea: ‘Rispetto il pensiero del presidente Berlusconi e gli rinnovo la mia stima, ma sono al servizio dei pugliesi’. Altri nomi arricchiscono la rosa di coloro che potrebbero venire candidati: Nicola De Bartolomeo, presidente degli industriali pugliesi, il magistrato Stefano Dambruoso, molto apprezzato dal capo del governo. Nella nota che il presidente del Consiglio dirama a metà pomeriggio anche le virgole sono soppesate, anche per rispetto verso Rocco Palese: ‘Al termine di un incontro con i coordinatori nazionali, presente anche il ministro Fitto, il presidente Berlusconi dopo le reiterate affermazioni di vari esponenti del Pdl e dell' Udc di voler ricercare in Puglia un candidato che consenta di costruire una larga alleanza di centrodestra da contrapporre al governatore di sinistra Vendola, ha rivolto un pubblico appello affinché i candidati già indicati dal Pdl (il capogruppo in Regione Rocco Palese, che pure gode il favore dei pronostici ed è compattamente sostenuto da tutto il Pdl, primo partito della Puglia sia nei sondaggi sia nei risultati delle Europee di soli 6 mesi fa) e dell’Udc (Adriana Poli Bortone, leader di Io Sud) facciano un passo indietro e ritirino le loro candidature, entrambe degne di considerazione, per consentire la comune pronta individuazione di un terzo candidato che permetta di unire tutte le forze alternative alla sinistra estrema ‘ . Oggi, probabilmente, una decisione definitiva. Bossi ribadisce la sua contrarietà all’Udc: ‘ Il mio consiglio a Berlusconi? Non trattare con loro’. Dall’altro lato, Di Pietro accusa di ‘meretricio’ i centristi. Intanto, ieri Udc e Pd hanno definito le alleanze in Liguria, Marche e Basilicata. Ma se si raggiungesse l’accordo in Puglia con il Pdl, nel Mezzogiorno il partito sarebbe schierato con il centrodestra in tre regioni su quattro”. (red) 

16. Pdl al Sud con i centristi per bilanciare il Carroccio 

Roma - “Le convulsioni avversarie hanno messo in ombra le incognite della campagna per le regionali del centrodestra. Ma le macerie che il Pd sta accumulando in Puglia ed a Bologna non nascondono del tutto le magagne del fronte berlusconiano. Il timore di perdere le elezioni contro il governatore pugliese Nichi Vendola rimane. Non si spiega altrimenti il colloquio di ieri fra Silvio Berlusconi e il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, per trovare un compromesso che impedisca ai centristi di presentarsi da soli: un’opzione che sottrarrebbe voti ai due schieramenti, ma potrebbe rivelarsi fatale al Pdl”. Scrive Massimo Franco sul Corriere della Sera. “Per questo il presidente del Consiglio chiede un passo indietro ai candidati di centro e centrodestra in Puglia. Palazzo Chigi confida in un ripensamento dell’Udc, che passerebbe dall’appoggio al Pd a quello ai suoi avversari. D’altronde, in Campania, Calabria e Lazio è già stata siglata l’alleanza con Pier Ferdinando Casini. Se spunterà un nome concordato contro le sinistre anche a Bari, la geografia degli schieramenti sarà abbastanza chiara. Lo schema di Berlusconi delinea accordi differenziati fra nord e sud, come riflesso dell’incompatibilità fra Lega e centristi: un aggiornamento del 1994, quando l’allora FI era alleata al nord con Bossi, al centrosud con l’Msi di Fini. Umberto Bossi spedisce un altolà a Berlusconi proprio mentre cerca di convincere gli uomini di Casini. ‘Noi abbiamo già deciso di non trattare con loro’, fa sapere il ministro delle Riforme. ‘Questo è un consiglio che do anche al Pdl...’. È il veto di un alleato che aspira alla presidenza in Veneto e Piemonte; è determinante in Lombardia; e proietta la sua ipoteca sul governo nazionale. La polemica leghista contro la Rai, accusata di favorire la candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2020, non sorprende. I lumbard spingono perché ad ospitarle sia Venezia. E non sembrano preoccupati dagli effetti negativi che la polemica può produrre: tanto che la tv di Stato ieri è stata obbligata a smentire il sostegno alla capitale. Ma nell’area padana il capo del governo deve ascoltare le richieste leghiste; se vuole vincere nel Lazio e a sud, invece, deve trattare con Casini. Per questo la polemica del Pdl sull’opportunismo dell’Udc nelle ultime ore è scomparsa. E Berlusconi cerca una figura che in Puglia avvicini elettorati e blocchi di interessi economici già contigui. Vuole vincere nella regione guidata da un esponente della sinistra; ed evitare che Bossi presenti a Roma un conto salato per un successo in Veneto e Piemonte. Sugli equilibri del governo nazionale peseranno le bandierine che il Pdl riuscirà a mettere con e senza la Lega. Berlusconi ha bisogno di bilanciare l’ipoteca del Carroccio al nord con una chiara vittoria altrove. Ed è pronto ad accordarsi con Casini. Sono manovre che fanno emergere a destra, a sinistra e al centro una disinvoltura al confine dell’opportunismo; ma soprattutto l’importanza strategica del voto del 28 e 29 marzo prossimi”. (red) 

17. Se il Pd non regge, non è mica colpa mia 

Roma - “‘Se il Pd non regge, mica è colpa mia. E senza il Pd dov’è che si può andare a parare?’. La domanda di Casini si porta appresso una risposta scontata. Ed è da settimane che il leader dell’Udc interroga allo stesso modo i dirigenti del suo partito, quasi a prepararli. È da quando i Democratici hanno dato il via libera alle primarie in Puglia che i centristi si preparano alla virata, e ci sarà un motivo se prima ancora che Vendola vincesse la sfida con Boccia, Cesa avvisava: ‘Per noi sta cambiando tutto’”. Si legge sul Corriere della Sera. “Non è da ieri che il segretario dell’Udc si tiene in contatto con il Cavaliere, pronto a sconfessare se stesso e a riabbracciare gli ex alleati pur di far cappotto nel centro-sud alle Regionali. E se anche in Puglia ‘Silvio’ e ‘Pier’ siglassero l’accordo, quello che doveva essere il ‘laboratorio’ per una futura alleanza nazionale tra Pd e Udc, si trasformerebbe nell’incubatrice di una nuova intesa tra Pdl e Udc. Sarebbe un matrimonio d’interessi, che poi sono i più duraturi in politica: da una parte c’è il Cavaliere che ‘deve’ vincere, perché la sua strategia di medio termine glielo impone. Il suo orizzonte temporale è diverso da quello di Casini, che fatica peraltro a resistere al magnete berlusconiano, a fronte della crisi in cui versa il Pd. ‘E se il Pd non regge, mica è colpa mia’: vorrà dire che - se del caso - si giocherà nel campo del centro-destra la partita del futuro. L’unica cosa certa oggi è che il premier e il capo dei centristi intendono chiudere l’accordo in Puglia, ed entrambi sono disposti a stringerlo solo per vincere. Se così fosse, nell’intero centro-sud (a parte la Basilicata) Pdl e Udc farebbero blocco: dal Lazio alla Calabria, passando per la Campania ‘dove l’intesa c’è già e va solo ufficializzata’, sussurra Cesa. L’inversione a ‘U’ dei centristi è evidente. Perché è vero che ieri hanno confermato le alleanze con il Pd in Piemonte e Liguria, ma hanno anche annunciato che diserteranno le assise dell’Idv: un chiaro segnale politico a Bersani, un modo per avvisarlo che con Di Pietro non potranno mai correre insieme per il governo del Paese. Dopo che il forno dei Democratici si è spento in Puglia, Casini è stato costretto dagli eventi a cambiare tattica, incrociando l’interesse del Cavaliere a conquistare quella regione. E l’idea di puntare subito sulla Poli Bortone gli ha offerto una mossa di vantaggio, riparandolo mediaticamente, e imponendo a Berlusconi di rincorrerlo. ‘La verità è che io e Silvio ci siamo messi in un cul de sac’, spiegava ieri il leader dell’Udc: ‘In Puglia c’è un vento di anti-politica che fa paura. Questo vento, che ha travolto D’Alema alle primarie, potrebbe colpire Berlusconi alle elezioni. Soltanto la Poli Bortone può battere Vendola, che altrimenti vincerebbe con chiunque altro, nonostante abbia guidato una giunta disastrosa e travolta dagli scandali. Silvio deve credermi’. Se ‘Silvio’ gli crede c’è un motivo, anzi una decina di pagine di motivi: un sondaggio riservato sul ‘caso Puglia’. A detta di Berlusconi ‘le primarie hanno consentito a Vendola di ripulire la propria immagine dalla gestione della Regione e di rilanciarsi elettoralmente. La sfida solitaria contro D’Alema e i vertici del Pd ha colpito l’opinione pubblica locale, perchè lui ha dato l’idea di battersi contro l’establishment, e di essere un politico anti-sistema’. Insomma, le primarie sono state per il governatore uscente una sorta di lavacro e gli hanno restituito forza, replicando gli stessi effetti di cinque anni fa, quando vinse clamorosamente nelle urne. ‘Silvio deve credermi’, dice Casini. E ‘Silvio’ - scottato dal precedente - ha commissionato un nuovo sondaggio riservato, proprio sulla Poli Bortone, che attende per oggi entro ora di pranzo. Si avvicina così il momento della scelta, ed è palpabile la tensione che si vive nel Pdl e nell’Udc. Tocca al Cavaliere la decisione finale, e il leader dei centristi - attraverso un parlamentare del Pdl - ha inviato ieri un ‘consiglio da amico’ a Fitto, che ancora in mattinata insisteva sulla candidatura di Palese a governatore: ‘Dì a Raffaele che stia tranquillo. Conosco le sue perplessità, teme che la Poli Bortone diventi ciò che Lombardo è diventato in Sicilia. Ma non sarà così. Eppoi sarebbe un errore mettersi contro Berlusconi, perché Silvio è uno che ti mastica. Ne so qualcosa io’. Il capo dell’Udc vuole allearsi con Berlusconi anche in Puglia, ‘per vincere’. Se così fosse potrebbe ufficializzare il cambio di rotta, proteggendosi il fianco con un nuovo slogan: ‘contare’ al Sud e ‘contarsi’ al Nord. Perché sa che al Sud i suoi plenipotenziari locali non sono disposti ad altre battaglie di testimonianza, mentre al Nord c’è una fetta di elettorato di opinione da conquistare, nel tentativo di non venir travolto dalla Lega. Casini (forse) torna oggi con il Cavaliere. ‘Se il Pd non regge, mica è colpa mia’”. (red)

 18. Bersani nel Paese delle meraviglie 

Roma - “La gestione del rebus delle candidature da parte di Bersani ha suscitato un’ondata di critiche pressoché unanimi. L’eccezione che conferma la regola è l’appoggio invadente e imbarazzante di Di Pietro, che tende a mettersi in primo piano spingendo fuori scena l’alleato maggiore per sottolinearne la condizione di paradossale subalternità”. Si legge sul Foglio. “Il segretario replica con una spavalderia della disperazione, annuncia che, ‘quando la polvere verrà giù’, si capirà che la strategia delle alleanze del Pd ha avuto successo. Forse, però, c’è qualcosa di più di una polvere passeggera a offuscare il luminoso avvenire che Bersani vede per il partito. I crolli delle amministrazioni di sinistra sono troppo numerosi per essere eccezioni. Il governatore sardo dovette ricorrere a elezioni anticipate perché aveva perso la maggioranza in Consiglio, quello abruzzese finì in carcere senza che nessuno lo difendesse come presunto innocente, il sindaco di Bologna se ne va per paura di un’intemerata dell’alleato giustizialista. La prevalenza di candidati esterni in Puglia e nel Lazio è un’altra conseguenza della carenza di coesione tra i democratici, il che trasforma le alleanze in forme di subalternità. Bersani lo sa, quando afferma che non ci si è occupati abbastanza di “elementi coesivi”, ma fa cadere le braccia quando punta a risolvere il problema, che è quello della stessa ragione di esistenza del partito, con l’allusione a “regole su cui dobbiamo discutere”, come se si trattasse di mettere ordine nella discussione di un’assemblea di condominio. E’ comprensibile che alla vigilia di una prova elettorale il responsabile di un partito cerchi di presentare un bilancio ottimistico. Se però questo lo induce a sembrare una specie di Alice nel paese delle meraviglie, poco incline a distinguere tra il sogno e la realtà, l’ottimismo appare pura vanagloria. Il pregio di Bersani è sempre stato la concretezza. Se perde anche questa caratteristica, la sua segreteria non ha più una base logica, prima ancora che un sufficiente sostegno politico e popolare”. (red) 

19. Delbono rimanda l’addio, voto più lontano

Roma - “Sembra di essere in una stazione: c’è l’annuncio, manca il treno. Anche le dimissioni del sindaco Flavio Delbono sono state annunciate, stra-annunciate lunedì scorso. Ma su quale binario? Chi le ha viste? Non certo il ministro Maroni, che solo quelle aspetta per poter andare oggi in Consiglio dei ministri con un decreto legge che eviti a Bologna l’onta del commissariamento, abbinando alle Regionali del 28 marzo anche il voto per il nuovo primo cittadino. ‘Le darà? Non le darà? In questa situazione non posso fare nulla...’ ha affermato il titolare degli Interni, facendo capire che la possibilità del voto anticipato si fa a dir poco remota e consegnando al segretario pd Bersani il cerino di una decisione che sta spaccando il partito, ancora sotto choc per il traumatico addio di Delbono, incalzato da una base furiosa per il modo in cui è stato gestito il ‘Cinziagate’, preoccupato dalle inchieste che stanno lievitando attorno al Cup (il centro di prenotazioni dove Cinzia Cracchi venne ruvidamente spedita dopo la rottura con il sindaco)”. Si legge sul Corriere della Sera. “In gergo calcistico si chiama ‘melina’. E’ quella che per tutto ieri il Pd ha messo in atto, da un lato terrorizzato all’idea di affrontare a così breve scadenza la sfida elettorale per il sindaco, ma dall’altro consapevole di non poterla tirare troppo per le lunghe. ‘Le dimissioni del sindaco? Sì, le darà, ma prima c’è da discutere il bilancio, poi c’è da mettere in ordine le attività amministrative...’ è il ritornello confezionato dagli uomini di giunta. E quando finalmente pareva che almeno il bilancio potesse essere votato, è stato il destino a correre in loro aiuto: si è rotto il tabellone elettronico. Il Pdl, animato dal sacro fuoco elettorale e con in tasca ormai un accordo con l’Udc di Casini, le ha provate tutte pur di accelerare i tempi: si è detto disposto a votare il bilancio e, quando si è accorto che la faccenda si stava arenando, è arrivato a proporre le dimissioni in massa di tutti i consiglieri comunali. La base del Pd rumoreggia come non mai: a tal punto da aver costretto i vertici a congelare tutte le assemblee di sezione fino al 2 febbraio, giorno in cui Bersani calerà su Bologna (e magari andrà in pressing sull’ex ‘mister Granarolo’, Luciano Sita, nome che piace a molti nel Pd). Intanto Cinzia Cracchi, l’ex da cui è partito tutto, si gode il suo momento di popolarità. Non contenta di essere corteggiatissima da tv e riviste, la bionda signora che ha messo fine ai sogni delboniani getta ami qua e là: ‘La politica? Se me lo chiedesse Di Pietro, potrei prenderla in considerazione...’. Prima, però, ci sono alcune cosucce da chiarire con i magistrati, dato che pure lei è indagata per peculato e abuso d’ufficio”. (red)

 20. Moratti e l’allarme smog: ora potenziare l’Ecopass 

Roma - “Potenziare Ecopass, ‘l’unica misura che ha dato risultati chiari e che non è una semplice risposta all’emergenza’. Dopo il sedicesimo giorno consecutivo di aria avvelenata (la concentrazione di polveri sottili è doppia rispetto alla soglia consentita), Letizia Moratti proverà a battere i pugni sul tavolo e a pretendere l’estensione del ticket anti-smog a una classe di auto finora ‘graziata’: i diesel euro 4 senza filtro antiparticolato. La regola suonerà più o meno così: dopo il ventesimo giorno di sforamento dei limiti, scatterà in automatico il pagamento di Ecopass (due euro) anche per quella categoria di veicoli fino ad oggi beneficiata di una deroga ad hoc. Vertice d’urgenza, stamani, in Regione. Al tavolo si siederanno Roberto Formigoni, Letizia Moratti e un rappresentante della Provincia (il presidente Podestà è ad Auschwitz per la Giornata della Memoria). Trattativa delicatissima. Perché di fronte all’emergenza smog le posizioni dei tre attori istituzionali sono a dir poco articolate. La Moratti punta forte su Ecopass, la sua ‘creatura’ che dopo gli indubbi benefici della fase d’avvio va lentamente perdendo di efficacia. Il governatore Formigoni, impegnato in una difficile campagna elettorale con un competitor tutt’altro che morbido (l’ex presidente pd della Provincia, Filippo Penati), insiste sulla linea di sempre: incentivi per sostituire auto e caldaie vecchie. E controlli. Il terzo attore in campo, il presidente della provincia (e coordinatore locale del Pdl), Guido Podestà, si era invece fatto sponsor dell’antica pratica delle targhe alterne. Ieri, in partenza per Auschwitz, ha prescritto però una nuova cura: ‘Le polveri sottili sono anche colpa delle strade sporche. Bisogna pulire di più e meglio le vie e i marciapiedi di Milano’”. Si legge sul Corriere della Sera. “In questo bailamme di idee, ricette e veti incrociati, finora nulla s’era mosso. Oggi s’attende la svolta. Perché lo stesso Formigoni non sembra intenzionato a salire sulle barricate per contrastare l’esenzione del ticket anti-smog preteso dalla Moratti. Nel frattempo la politica milanese è in ebollizione. Lunedì due consiglieri d’opposizione hanno occupato l’aula del Comune. Si replica venerdì. ‘Un gesto simbolico per protestare contro l’inerzia delle istituzioni’, hanno spiegato il verde Enrico Fedrighini e il rappresentante di una lista civica, Enrico Montalbetti. Edoardo Croci, l’ex assessore all’ambiente della giunta Moratti (cacciato a novembre), partecipa da qualche giorno a un nuovo osservatorio sulla qualità dell’aria voluto da alcuni consiglieri del centrosinistra con Wwf, Italia Nostra e Legambiente. ‘A Milano basterebbe tagliare del 10 per cento le concentrazioni per salvare 165 vite all’anno’, spiega Paolo Crosignani, epidemiologo dell’Istituto dei Tumori. Il modello è Londra, dicono gli ambientalisti: ‘Lì un Tir inquinante per circolare deve pagare 200 sterline al giorno. Un solo camion intossica come centinaia di auto’. Mentre Milano discute, Bergamo (anche qui, giunta di centrodestra) ha già deciso: domenica tutti a piedi”. (red)

21. Anche gli Ogm nella ‘dieta’ di mucche, polli e maiali 

Roma - “Si può partire dalla base, dalle stalle ipertecnologiche di Cremona, la ‘capitale del latte’ italiano. Oppure si può cominciare dagli uffici romani delle associazioni degli importatori (Anacer) o dei produttori di mangimi (Assalzoo). Il dato di fondo, però, non cambia: ogni anno gli allevamenti italiani consumano 3,5 milioni di tonnellate di farina di soia Ogm (organismo geneticamente modificato). È una quota pari al 25 per cento del fabbisogno totale (14,5 milioni di tonnellate, di cui 10,5 milioni di mais) necessario per nutrire bovini, suini, polli e tacchini. Numeri poco conosciuti al di fuori di una ristretta cerchia di addetti ai lavori, ma particolarmente utili oggi, nel momento in cui la Conferenza Stato-Regioni sta lavorando sulle ‘linee guida’ per la coesistenza tra le colture bio-tech e quelle tradizionali. In parallelo si è riacceso il confronto tra le ‘due agricolture’ italiane. La prima incardinata ‘sull’identità Dop ‘ , dal prosciutto alla mozzarella (versante Coldiretti), l’altra fondata sui grandi allevamenti e le colture estensive (sponda Confagricoltura). Premessa obbligatoria: la farina Ogm viene importata, sostanzialmente, da Argentina, Brasile e Stati Uniti. Ma tra i documenti di accompagnamento deve figurare l’autorizzazione preventiva concessa dall’Unione Europea, che sottopone ogni sostanza (in questo caso i semi di soia) all’esame scientifico dell’Autorità per la sicurezza alimentare di Parma (Efsa). ‘La produzione italiana non è in grado di soddisfare il fabbisogno delle stalle e la farina di soia Ogm costa molto meno di quella tradizionale’ dice Filippo Galli, presidente di Anacer, Associazione nazionale cerealisti che rappresenta circa 100 importatori, l’80 per cento del totale. All’allevatore la farina di soia biotech costa il 20-30 per cento in meno. ‘Questo spiega perché la versione Ogm sia diventata ormai una componente essenziale della dieta giornaliera praticamente in tutti gli allevamenti italiani, compresi quelli da cui dipendono le filiere delle principali Dop, dal prosciutto San Daniele al Parmigiano, al Grana eccetera ‘ sostiene Giulio Gavino Usai, responsabile economico di Assalzoo, l’organizzazione dei produttori di mangimi”. Si legge sul Corriere della Sera. “La farina di soia fornisce proteine e incide in maniera diversa nella dieta degli animali: si va dal 10 per cento per i suini, al 30 per cento per i bovini da latte. In Italia esiste anche una sacca di soia ‘Ogm free’, ma mette insieme solo 500-600 mila tonnellate all’anno, pari al 5-7 per cento del totale. Le norme europee impongono trasparenza: se la componente Ogm supera la soglia dello 0,9 per cento, va segnalato sulle etichette delle confezioni. Tutte regole scrupolosamente seguite dal Consorzio agrario di Cremona, la cooperativa che vende la metà dei mangimi consumati dai 110 mila bovini della provincia. Siamo nell’epicentro della zootecnia lombarda, con una filiera che va dal latte fresco al Grana Padano. La classifica del Consorzio è dunque un test interessante. Il mais è il mangime più venduto (50 per cento di quota). Segue la farina di soia Ogm (20 per cento di quota) e più omeno sullo stesso livello altri semi proteici come girasole e colza, la sacca di soia ‘Ogm free’ chiude con il 10 per cento di venduto”. (red)

22. Il Tg1 a Milano fa litigare la Rai

Roma - “C’è maretta alla sede Rai di Milano e la ragione è la creazione di un ‘presidio’ del Tg1 nel capoluogo lombardo. Al vicedirettore ad personam con mansioni di inviato Enrico Castelli, che da tempo fa capo al Tg1 pur lavorando a Milano, si sono aggiunte infatti altre due giornaliste, Federica Balestrieri da Raisport, dove si è sempre occupata di motori, e la redattrice Elena Fusari. Non proprio di un fulmine a ciel sereno si tratta, visto che la volontà di creare un’enclave targata Tg1 era già chiaramente contenuta nel piano editoriale presentato la scorsa estate dal nuovo direttore, Augusto Minzolini, approvato sia dal Cda che dalla redazione (oltre che dal tacito assenso della Commissione di vigilanza Rai)”. Si legge sulla Stampa. “Ma ora che la decisione sta diventando operativa e che la Fusari è stata mandata a Bologna per seguire il caso del sindaco dimissionario e la Balestrieri ha curato da Milano un servizio sul Giorno della Memoria, gli animi s’infiammano e arriva la ‘ferma contrarietà’ dell’assemblea dei Cdr della Tgr (cioè della Testata Giornalistica Regionale), che ha ricevuto solidarietà da tutti i Cdr nazionali. E pare che sia stato il modo a dar fastidio, con una stanza fatta sgomberare in tutta fretta: ‘È sconcertante - afferma un comunicato - innanzitutto che i colleghi della Tgr di Milano, caporedattore in testa, si siano trovati di fronte al fatto compiuto senza nessuna possibilità di confronto e che abbiano dovuto subire un’ennesima scelta che di fatto snatura e ridimensiona in maniera drastica il ruolo delle sedi regionali come terminali delle testate nazionali sul territorio’. E poi via con il sospetto di una paventata ‘valutazione negativa nei confronti della professionalità dei colleghi di Milano, che da anni, al contrario, hanno fornito una puntuale, rigorosa ed esaustiva copertura informativa’, e con le critiche al direttore della Tgr, Alberto Maccari, stigmatizzato per aver tenuto ‘una posizione debole’ nella vicenda, ‘pur avendo manifestato contrarietà al progetto’. Una miniredazione del Tg1 in corso Sempione è già esistita per esempio negli Anni Ottanta, e poi è andata a morire. Un presidio del Tg3 c’è tuttora: ma, si obbietta, produce ogni giorno un’edizione prevalentemente finanziaria della testata, e quindi ha un suo perché. Ma, si domanda il Comitato di redazione, perché moltiplicare troupe e turni di montaggio, soprattutto in un momento economico non felicissimo per un’azienda che per ora non è in deficit ma deve fronteggiare il calo della pubblicità e la necessità di investire pesantemente nel digitale? Sullo sfondo, cresce la paura che si tratti di un pericoloso precedente. E se ci provasse pure il Tg2? E poi i giornali radio? E mentre la direzione ribadisce l’assoluta legittimità della decisione, passata al vaglio di tutte le votazioni del caso, aleggiano vari fantasmi da tempo incombenti sulla sede di Milano. Che si sente sempre un po’ in bilico e un po’ prestata a utopie televisive di varia origine: che fine ha fatto, per esempio, il sogno della Lega di trasferire tutta Raidue a Milano? Quel che è certo è che i dati di ascolto Rai al Nord sono in sofferenza rispetto a Mediaset: la creazione del presidio potrebbe servire appunto a potenziare nella scaletta del Tg1, i servizi dedicati a Pianura padana e dintorni. Ma il dibattito e aperto e gli animi non sanati, anche se pare difficile che si possa tornare su una decisione che già ha ricevuto tutti i crismi del caso. Comunque oggi alle 15 si va in assemblea”. (red)

23. “Noemi alla Rai, non metteteci bastoni tra le ruote” 

Roma - “‘Dio lo benedica. È un grand´uomo, Bibi Ballandi, un signore che dice quello che pensa. Sì, va bene, c´è questa amicizia con Berlusconi. Ma figuriamoci se uno del calibro di Ballandi si faceva dire dal presidente chi deve sottoporre ai provini, ma è ridicolo. Un produttore di quel livello non si fa mettere i piedi in testa da nessuno e Noemi potrà finalmente dimostrare quello che sa fare, perché c´è farina nel suo sacco’”. Si legge su Repubblica. “L´enfasi ritrovata. L´euforia di chi sente il traguardo vicino. Elio Letizia, il padre della ragazza che, con la presenza di Berlusconi al proprio fianco alla festa dei 18 anni, provocò la separazione da Veronica Lario, torna a sorridere. ‘Quando abbiamo saputo che si poteva avere questa speranza, ci siamo solo chiesti: è possibile fare un benedetto provino senza che nessuno metta i bastoni tra le ruote, senza che nessuno si metta di traverso e dica, "Eccola, quella di Casoria?"‘. È possibile. Quasi un anno dopo, le vie di papi non sono finite. Anzi. Basta che le ragazze rinnovino un desiderio. Chi la politica, chi lo showbiz. Il sogno rischia sempre di avverarsi. E mentre, nelle liste della Campania, si cerca un posto per Antonia Ruggiero (assessore provinciale ad Avellino) e per Francesca Pascale (consigliere provinciale), entrambe presenze fisse alle cene napoletane del Cavaliere, Noemi Letizia - come ha raccontato ieri Repubblica - fa un provino che le potrebbe aprire le porte del grande show della Rai, il contatto con il gruppo Ballandi, il Mida del varietà in grande stile, il cui nome è legato alle prime serate evento con Celentano, Morandi o Fiorello. ‘Sarà un onore conoscerlo’, sottolinea Elio. Dalla sua casa di Portici, il padre di Noemi ha più tempo per pensare e assistere le ambizioni di sua figlia. Invita a cambiare i toni. Ora, argomenta, ‘ci giochiamo un´altra partita. Siamo al secondo tempo, e potrebbe anche essere divertente. Noemi si sta preparando, sta studiando. Certo è stata dura, e comunque, so che sembra strano, ma l´amicizia famosa ci ha potuto anche danneggiare’. In che senso? ‘Se una ha le carte in regola, se ha le doti, magari arrivava a 18 anni e non a 19 ad un casting, ce ne sono tante di ragazze in tivvù. Magari tutto quel clamore ci ha rallentato la corsa, laddove forse..., noi stavamo facendo le nostre piccole cose in grazia di Dio’. Ora Elio trascorre più tempo a casa, dove restano in bella mostra le dediche e le farfalline di papi. Il lavoro di dipendente al Comune di Napoli è infatti ridotto a un part-time. È evidente ‘che le nostre cure di genitori sono dedicate a Noemi. Anche perché lei non aspettava altro che essere messa alla prova da professionisti dello spettacolo. Ha la maestra di canto qui a Portici, a Roma studia danza. Insomma, le vogliamo sempre sparare addosso a ‘sta ragazza?’. In Rai, ridimensionano la vicenda. Alcune fonti della direzione generale fanno notare che ‘non è previsto in alcun modo diretto o indiretto un programma come quello indicato’. Mentre Mauro Mazza, direttore di Raiuno, è secco: ‘L´ho appreso con sorpresa, non mi riguarda, non ne so nulla’. Articolo 21, attraverso il suo portavoce Giuseppe Giulietti, chiede invece chiarimenti. A Portici, naturalmente, c´è un clima di eccitazione. La ragazza ‘è tutta concentrata’, dice Elio, per l´incontro con Ballandi. Peccato che proprio la punta di diamante della premiata scuderia, il vulcanico Fiorello, in un´intervista a Vanity Fair del giugno scorso, smise di scherzare quando gli riferirono che Noemi sognava di stare qualche secondo con lui sul palco. ‘Non la inviterò mai al mio spettacolo, finirei per massacrarla in pubblico e mi dispiacerebbe. Stiamo parlando di una ragazzina di 18 anni, devastata da questa storia di papi’”. (red) 

24. Clerici: “Cercherò il Sanremo Factor” 

Roma - “E poi dicono che la politica non c’entra, con il Festival. Dieci anni fa, epoca Prodi, per i 50 anni Fabio Fazio si faceva accompagnare dal Nobel Dulbecco, dal rimpianto maestro Pavarotti e da una Giuria di Qualità; oggi - per il Sessantennale in diretta Raiuno dal 16 febbraio con vittoria via televoto - la tavolata che si apre sulla canonica conferenza di presentazione allinea molti volti nuovi, dal direttore di Raiuno Mazza (che chiosa, infatti, ‘sembra il ballo dei debuttanti’) al neosindaco Maurizio Zoccarato (un bel numero, come vedremo). Al centro, immersa nei suoi sorridenti riccioli biondi, c’è lei, Antonella Clerici, padrona di casa che allontana subito lo spettro delle celebrazioni: ‘Non penso ai 60 anni, sono abituata a condurre con leggerezza: ogni serata sarà una festa diversa. Bisogna mescolare i sapori. Non voglio ospiti appiccicati col francobollo, ma gente con cui mettermi in gioco: mi sto allenando per far qualcosa con il corpo di ballo del Moulin Rouge, debbo mandar giù la pancetta’. E comunque il direttore artistico Mazzi è perentorio: ‘Anziché cadere nella tentazione del revival, abbiamo guardato avanti, ai giovani’”. Si legge sulla Stampa. “Le new entry Il più clamoroso è Maurizio Costanzo al suo ritorno in Rai, direttore del ‘Question Time’ quotidiano delle ore 13 e poi ospite nella finale: promesso che non ballerà, resta da vedere quale sarà l’interazione con la Biondissima (Maria sarà in sala). Costanzo non è mai entrato in vita sua all’Ariston: che si emozioni pure lui? I cavalier fuggenti Clerici non avrà un cavaliere a sera: ‘Non ha bisogno di un co-conduttore, non è questa la formula’, dice Mazzi. Tuttavia, la prima sera ecco Bonolis con Laurenzi, i re del 2009: ‘Ha in mente cose divertenti - garantisce la Biondissima - ma poi, da ex giornalista sportiva ho anche invitato il 16 un ragazzo in gamba che riserva sorprese, Antonio Cassano’. Ci sarà Cristian De Sica, il giovedì. S’intuiscono altre trattative in corso, da Fiorello in qua. L’ombra di Baudo Superpippo ha detto ‘no, grazie’. ‘Lo capisco - commenta Antonella -. Non mi sono offesa, lui è importante per Sanremo e viceversa’. Il direttore Mazza accentua: ‘Il suo rapporto con Raiuno è solido, sarà qui per Domenica In’. Sanremo ospitale Sembra un ossimoro, per chi al Festival è abituato. Ma il nuovo sindaco Zoccarato esordisce con slogan in parte anche veritieri: ‘Quando il Festival è cominciato, Sanremo era un hotel a 5 stelle, oggi è la pensione Mariuccia. Diventerà un hotel a 7 stelle, è in corso una svolta per fare turismo e accoglienza’. Si tifa per lui subito, ovvio. Sanremo regale Il 17 sarà ospite Rania di Giordania, ‘Regina moderna che dà speranza al dialogo fra culture’, annuncia la Biondissima. Altro sangue blu alberga in Filiberto di Savoia, in gara però, con Pupo: e qui saremo invece nei territori del cabaret. Gli ospiti La prima sera il fenomeno mediatico Susan Boyle, simbolo della bruttarella che incanta il mondo’, dice Clerici scordando il politicamente corretto. E poi Robbie Williams in promozione, Raoul Bova, e Michelle Rodriguez, la soldatessa di Avatar. Il giovedì Tokio Hotel per giovanissimi, accompagnati dall’orchestra, e Bob Sinclair. Ancora si parla di Lady Gagà (‘Ma dobbiamo convincerla che il massimo dell’originalità è cantare con l’orchestra’, spiega Mazzi e la vediamo dura) e di Peter Gabriel. Il sabato, arrivano i ballerini che provarono con Michael Jackson il musical This is It e si promette una Lorella Cuccarini vestita solo di una chitarra. Italiani? Troppo cari La serata del giovedì, concepita con il titolo ‘Quando la musica diventa leggenda’, in omaggio ai 60 anni, ha un problema. Lo dice chiaro Mazzi: gli artisti nazionali contattati, non in promozione, chiedono un sacco di soldi (si dessero una calmata, insomma). Certa è Elisa, con Canzone per te che vinse a Sanremo ‘68, in omaggio a Endrigo. Si parla di Zucchero, di Ranieri e di un sacco di no, da Bocelli a Pausini che è entrata in letargo. Otto in tutto i prescelti. La scenografia Autore è lo storico Castelli. ‘L’ho vista, ci sono marchingegni pazzeschi, a noi Avatar ci fa un baffo’: parola della Biondissima. (Ah sì, e poi c’è la gara di canzoni...)”. (red) 

25. Agostino una vita da romanzo 

Roma - “E attualissime sono anche le sue pagine più famose: sul tempo e sull´eternità. Pur essendo vissuto migliaia di anni fa può aiutarci a risolvere i nostri dubbi di oggi”. Si legge su Repubblica. “Una fiction è una fiction. E può toccare l´uno o l´altro polo dell´invenzione: vi porterà in casa un Agostino del tutto finto ma pieno di azioni ed emozioni, come si conviene a una fiction avvincente, oppure un Agostino soltanto possibile, ma più "verisimile" di un ritratto dal vero, se il possibile poetico, come pensa Aristotele, ha in sé una necessità che le storie vere, accidentali come sono, non hanno quasi mai. Di questa fiction giudicherà lo spettatore. Noi vogliamo solo indicargli almeno due aspetti che fanno di quest´uomo vissuto più di mille e seicento anni fa un interlocutore contemporaneo per i nostri dubbi - certamente più di molti vescovi che vivono oggi. Perché Agostino, certo, oltre che il massimo padre della Chiesa d´Occidente, fu anche un vescovo, e dotato di un potere ben diverso da quello di un vescovo moderno, in quell´epoca di enormi rivolgimenti geopolitici, di crolli e rifusioni di tutte le strutture del governo materiale e morale delle società umane. Quanto grande fu il filosofo, e - come sempre è il pensiero - lontano da ogni violenza, luminoso nel dubitare e sereno nell´argomentare, contemplativo anche nella passione della ricerca, tanto sconcertante fu il vescovo. Fu un persecutore di "eretici", e fu spietato. Chi legge le Confessioni ci troverà tutto l´essenziale della vita umana: l´infanzia e l´adolescenza, il livore e l´amore, il lutto, l´amicizia, l´ambizione, l´ebbrezza dell´intelligenza e i tormenti dell´anima, i viaggi, le strade e le città dell´Impero, le élite e il popolo, il conflitto interiore, la scelta radicale, il tempo, la memoria e Dio. Eppure dal punto di vista degli eventi e dell´azione in realtà non succede molto neppure nei libri della ricerca, prima della grande svolta della conversione e della breve primavera di una vita nuova, prima del ritorno nell´Africa natìa e dell´assunzione delle responsabilità ecclesiali. Ma in quegli ultimi libri, autobiograficamente, possiamo dire, "pacificati", dove quanto a fatti ed eventi non succede più nulla, quanto al pensiero teologico e metafisico succede tutto. Là, dal X al XIII libro delle Confessioni si gettano insieme le fondamenta e gli archi portanti della nostra mente, o se preferite della civiltà e della cultura europea. E cristiana, certo. Ma sono proprio gli aspetti sorprendenti e incredibilmente ancora tanto ignoti della teologia e della spiritualità agostiniana che vorremmo qui ricordare al lettore, e che troviamo tanto contemporanei ai nostri dubbi. Eccoli. Il primo aspetto è la sovrana libertà con cui Agostino invita ognuno a leggere e interpretare la Bibbia. "Nutre la mente solo ciò che la rallegra", scrive Agostino. Questa frase si trova nel XIII libro delle Confessioni, il libro dedicato, precisamente, allo Spirito. Oggi, quando alcuni fondamentalisti non solo americani imperversano ancora, contro Darwin e per una curiosa lettura cosmogonica della Bibbia, è bene ricordarlo: il libro XIII, l´ultimo, delle Confessioni di Agostino è un´esegesi della Genesi che applica radicalmente il principio dello spirito che ravviva dove la lettera uccide, che cioè si presenta come un´esegesi "spirituale", e qui possiamo agevolmente sostituire questo termine con "simbolica" o "allegorica". La creazione vi viene interpretata come un´offerta di senso, ovvero come il mondo quale appare all´uomo nuovo, all´uomo rinnovato o "ricreato" - all´uomo "rinato dallo spirito". Ma appunto, la prospettiva che ci interpella è che in questa chiave la creazione viene letta come ri-creazione, come un rinascere dell´anima all´esperienza delle cose e degli uomini: dove ogni cosa appare più vicina alla sua essenza, e si ritrova un senso "trascendente" - cioè che va al di là di quello ovvio, scontato - a ogni azione, a ogni gesto quotidiano. E le cose proseguono tutte nell´invisibile, oltre il senso logoro delle parole che le dicono. Direbbe un grande poeta contemporaneo, Mario Luzi: il mondo è dato come allo stato nascente, ogni cosa nel ‘presente pullulante dell´origine continua’. Questo libro agostiniano si presenta in effetti come una grandiosa teoria dell´ispirazione. Nell´anima, è l´accensione amorosa in cui si incontrano la potenza della memoria e l´attualità dell´esperienza: l´incontro da cui nasce la parola viva. Il "frutto" dello spirito è allora la fioritura, la proliferazione quasi, di senso e di immagini, la "foresta di simboli" della nostra vita in cui il testo, la Scrittura, si trasforma sotto la penna di Agostino. Dante farà eco a questa teoria dell´ispirazione: Io mi son un, che quando/amore spira, noto, ed a quel modo/ch´ei ditta dentro vo´ significando. Il secondo aspetto dell´attualità di Agostino riguarda le pagine più famose delle Confessioni: quelle sull´eternità e il tempo. Il tempo nasce col mondo, è solo una sua dimensione, come pensano i fisici oggi. ‘Non c´è mai stato un tempo in cui non c´era il tempo’. Ancora una volta, ci volevano i fondamentalisti americani a fare della poesia dei sette giorni della creazione una sorta di primitiva cosmogonia. Il solido e quadratissimo Tommaso d´Aquino, invece, ben istruito da Agostino, ci avverte che la questione del quanto e del come dello spazio-tempo, quindi se siano finiti o infiniti, e come siano venuti a contenere ciò che contengono, non è certamente di pertinenza della teologia - e del resto la novità della scoperta scientifica, la novità rispetto all´ordinariamente concepibile, è uno degli aspetti del mondo visto come creazione”. (red) 

26. Punk nell’Eden di Valentino 

Roma - “Seconda vita. Martin Margiela ricicla gli abiti: si trasformano in gonne o bluse. Lo stilista ha anche lanciato il nuovo profumo Si chiama Untitled.Bella e inquietante come una pianta carnivora si muove in un Eden virtuale la pericolosa principessa in stile punk di Valentino”. Si legge sulla Stampa. “Ha il volto di Alice Dellal, ventiduenne salutata come la nuova Kate Moss (sorella del fidanzato di Charlotte Casiraghi), papà miliardario, mamma ex top model brasiliana. Esile, bionda, non una stanga, sfoggia una tunichetta color carne punteggiata di strass. Dietro di lei, incede Jack, sedicenne castana al debutto in passerella, fusò biker di chiffon drappeggiati, stivaletti di velo che impacchettano i piedi e giacca intarsiata come ali di una farfalla mosse dal vento. Ecco le creature, con lo sguardo velato da un nastro di organza, un po’ da Avatar, sublimate da Maria Grazia Chiuri e Pier Paolo Piccioli, il tandem che disegna la griffe. ‘Abbiamo voluto dare una svolta all’alta moda, cercando di ripulirla dall’immagine retrò che si trascina da troppo tempo. Questi sono modelli per ragazze irrequite, con un’attitudine un po’ trasgressiva. Le lavorazioni preziose restano le stesse, ma il risultato è di estrema nonchalance’. La videoartista americana In prima fila tante giovani del jet set. Accanto a Delfina Deletrez Fendi è seduta Bianca Brandolini che - assediata dai giornalisti - non rilascia dichiarazioni sul caso delle foto rubate al fidanzato Lapo Elkann: ‘Non ho niente da dire’. Citazioni artistiche e immagini scippate alla natura contaminata da insetti velenosi sono gli ingredienti di una collezione animata anche dalle proiezioni di otto giganti alberi mutanti della videoartista americana Jennifer Steinkamp. I due creativi si stanno liberando dal ‘complesso’ del maestro Valentino? ‘La tradizione di questa maison ci appartiene, ma, se Valentino avesse la nostra età, oggi farebbe un’operazione analoga a questa. La couture deve essere sperimentazione’, dicono. Ci sono i colori dell’Arcimboldo nelle corte toilette avvolte in liane di galuchat (la pelle di razza che negli Anni 40 si usava soltanto per rivestire mobili e oggetti). Sono tinta nudo pallido, souvenir delle installazioni di Vanessa Beecroft, gli abiti di chiffon opalescente, mossi da un migliaio di fiori arricciati con il ferro caldo (prezzo: 200 mila euro). Un gioco di sottili sovrapposizioni muove sottili mini-abiti che paiono nati per mimetizzarsi nella foresta. Trentacinque uscite dove ogni donna è un’opera d’arte. ‘Sognare sì, ma con contemporaneità, evolvendosi nella leggerezza decostruita che traduce le paure e le inquietudini di oggi’, spiegano gli stilisti che ieri sera hanno festeggiato nell’atelier di place Vendo^me con Charlotte Casiraghi, Anna De Palhen e altre giovani e fascinose esponenti della gioventù dorata. Parigi chiude in bellezza sulle note de ‘ La Paloma’, cantata da Arielle Dombasle. La moglie di Bernard Henry Levy - sigillata in un lungo abito rosso di perline - esce sulla passerella di Jean Paul Gaultier dopo una carrellata di modelli ‘mexican’ di rara bellezza. Capi teatrali, lavoratissimi, dal sapore folk. Portati sempre con grandi sombreri. Tutti pezzi unici: dallo scialle-abito ai tailleur toreri; dalle tuniche con florilegi atzechi ai tailleur di jeans ricamati d’oro da regine delle Pampas. Borse intarsiate Infiniti i dettagli: piume e treccine montate come creste, maschere da vittime sacrificali, tirapugni-gioiello di turchesi, borse intarsiate con foglie di palma. Per l’occasione il couturier rispolvera anche una sua vecchia passione: il reggiseno a siluro che negli Anni 90 creò per Madonna. Ma stavolta è una pettorina di metallo, un bustino in cuoio intrecciato, una gabbia di ferro portata sul body color carne. E ancora, un plastron impreziosito dai decori dei conquistadores spagnoli. I gioielli nella couture sono importantissimi, seguono i filoni dettati dagli abiti in passerella. Non a caso Bucheron, ieri, ha presentato una collezione ispirata al Cirque du Soleil. Pezzo forte: un collier con ciondolo a forma di contorsionista, dedicato allo spettacolo Zumanity, il cabaret erotico che va in scena a Las Vagas. Mentre Van Cleef & Arpels ha puntato sulle farfalle asimmetriche, antico simbolo del marchio, oggi più che mai attuale. Ali preziose La Van Cleef&Arpels ha sempre amato la farfalla, ma non aveva mai fatto un'intera collezione di butterfly (prezzi fino a 270 mila euro).Nella foresta Rabih Kayrouz è il libanese che più piace alle parigine. Crea abiti senza stagione con lavorazioni che ricordano la corteccia e le nervature degli alberi”. (red)

27. iPad, la ‘terza via’ tra pc e cellulare 

Roma - “L’iPad è una realtà. Steve Jobs (nella foto) presenta a San Francisco la nuova ‘creatura’: navigazione in Internet, mappe, videogiochi, lettore digitale per libri e giornali. A lungo chiacchierato, da molti anche sognato, l’iPad è finalmente una realtà. Una realtà che non ha deluso, il rischio c’era, le molte aspettative. Steve Jobs dal palco dello Yerba Buena di San Francisco ride sotto la barba volutamente incolta: dopo la vittoria sul tumore al pancreas, il visionario (e milionario) di Cupertino era tornato proprio per questo, per lanciare un prodotto sostanzialmente nuovo. Un oggetto multifunzionale a cui sono in molti a guardare con attenzione, nel campo dell’editoria, a seguito degli accordi con giornali - come il New York Times - ed editori - Penguin e Hachette tra gli altri -, ma anche in quello dei videogiochi, della musica e di cinema e televisione. Si parla già infatti di ‘iPad economy’ e di un rilancio dei consumi che passa anche attraverso questo gadget”. Si legge sul Corriere della Sera. “‘È un prodotto magico e rivoluzionario’, ha esordito così il ceo di Apple, presentando il tablet pc che vuole definire una nuova categoria hi-tech, una via di mezzo tra uno smartphone e un computer portatile. L’aspetto della ‘tavoletta’ con schermo multitouch da 9,7 pollici è quello di un grande iPhone, con cui condivide lo stesso sistema operativo. Sottile — 1,3 centimetri di spessore — e maneggevole, l’iPad viene proposto dall’azienda californiana come la nostra finestra (quasi) portatile sul mondo digitale. Navigazione in Internet ed email, video e film in alta risoluzione emusica, album fotografico, mappe interattive, videogiochi, lettore digitale per libri e giornali: l’idea è quella di un solo oggetto capace di fare tutto. E anche in grado di far vendere di tutto, tramite il negozio online iTunes preinstallato. Dopo i primi accordi ‘americani’ presentati — dal New York Times alla Disney alla casa editrice di videogiochi Electronic Arts —, arriveranno nei prossimi mesi anche quelli internazionali che, per esempio, porteranno nella nuova libreria digitale iBooks libri e riviste anche in lingua italiana. Dopo oltre due anni di ‘rumors’, l’attenzione di mezzo mondo era rivolta a San Francisco: i siti che seguivano in diretta l’evento sono stati letteralmente presi d’assalto, spesso andando in tilt (è il caso di Twitter). Nessuna delusione, come detto, neanche per gli oltre 75 milioni di possessori di iPhone e iPod Touch: su iPad possono ‘girare’ gli oltre 3 miliardi di applicazioni già scaricate dall’AppStore. Che presto inizierà a popolarsi anche di software realizzati appositamente per il nuovo tablet pc. Un lungo applauso, uno dei tanti della mattinata californiana, ha quindi accompagnato Jobs quando ha sciolto quello che forse era il più grande dubbio dei fan vecchi e nuovi: il costo, spesso non indifferente per i prodotti della Mela. Secondo quanto annunciato, la ‘tavoletta’ multimediale arriverà nei negozi di tutto il mondo entro marzo a un prezzo inferiore a quanto pronosticato: 499 dollari per il modello base, quello con 16 Gb di memoria interna e connettività wi-fi. Da aprile quindi è atteso l’arrivo anche degli iPad dotati di schede Sim per la navigazione 3G, e qui il prezzo lievita fino ad arrivare a 829 dollari per la versione di punta. Un trionfo annunciato, dunque, della multinazionale della Mela morsicata che però ha lasciato un grande interrogativo. Una domanda che a fine presentazione si è fatto lo stesso Jobs, lasciandola significativamente senza risposta: ‘C’è posto sul mercato per un oggetto ibrido come un tablet?’. Secondo gli analisti di settore questo potrebbe essere il vero punto debole per il neonato iPad. E non è un caso che pochi minuti dopo l’inizio della presentazione, il titolo Apple sia subito calato in Borsa”. (red) 

28. Google, il grande editore che non c’è 

Roma - “C’è un’azienda che vende pubblicità in Italia per 5-600 milioni di euro, è in rapida crescita nonostante la recessione e però non figura in nessun rapporto ufficiale. C’è, insomma, un soggetto che fattura inserzioni per una cifra pari o superiore a quelle che, sul mercato domestico, realizzano le concessionarie degli editori più forti, da Rcs Media Group al Gruppo Espresso fino alla Mondadori, ma non viene considerato nemmeno in quel calderone che è il Sistema integrato delle comunicazioni censito dall’Agcom, l’Autorità di garanzia delle comunicazioni. Lo si direbbe un editore misterioso se non fosse comico definire in tal modo un’azienda della notorietà di Google. Ora sarà proprio l’Autorità presieduta da Corrado Calabrò a prendere le misure italiane di Google. L’iniziativa appare destinata ad avere riflessi che vanno ben al di là delle statistiche. Il Sistema integrato delle comunicazioni, altrimenti detto Sic, è stato prefigurato dalla legge Gasparri del 2004 per delimitare un mercato mediatico nazionale abbastanza grande da permettere anche al gruppo più rilevante, la Fininvest, di rimanere al di sotto della soglia antitrust del 20 per cento del fatturato. A tal fine sono state incluse nel Sic perfino le promozioni nei supermercati e il direct marketing. Ma si è dimenticata la pubblicità online per parole chiave. Nella relazione annuale, il presidente Calabrò cita tutti i gruppi più importanti e pure quelli di medio rango, ma non il grande motore di ricerca che si aggiudica la quasi totalità della pubblicità connessa alla funzione search. Eppure, nella parte preliminare che tratta la dinamica dei settori, è la stessa Agcom a dare conto, rielaborando i dati Nielsen, del clamoroso incremento della raccolta pubblicitaria su Internet, quasi il 100 per cento nel 2008”. Si legge sul Corriere della Sera. “In un mondo ideale, bisognerebbe sfrondare il Sic dai settori impropri e inserirvi i motori di ricerca, editori del nuovo millennio. Nell’Italia del 2010, si può almeno dare attuazione alla legge Gasparri laddove prevede che vengano identificati i settori rilevanti all’interno del Sic, così da verificare il peso specifico delle imprese più grandi ed eventualmente affrontare le posizioni dominanti con la regolazione ex ante, di competenza dell’Agcom, e con l’intervento ex post contro gli abusi, di competenza dell’Antitrust. Ebbene, da ottobre, in silenzio, l’Agcom ha aperto il procedimento di revisione del Sic. Ma la strada è in salita perché Google non fattura quanto ricava in Italia dall’Italia, ma da Dublino. Ed è dunque un problema riconciliare le rilevazioni di mercato, della Nielsen o di altri, con le evidenze ufficiali dei bilanci. La filiale italiana, Google Italy, dichiara ricavi inferiori ai 20 milioni per lo più derivanti da servizi resi a Google Ireland che, per conto del quartier generale di Mountain View, coordina le attività in Europa, Nord Africa e Medio Oriente. La Guardia di Finanza di Milano aveva ipotizzato l’evasione fiscale partendo da indagini secondo le quali Google Italy rappresenterebbe una stabile organizzazione della multinazionale in Italia e non solo un punto di appoggio. Il pm Carlo Nocerino non ha condiviso l’impostazione, e ha chiesto l’archiviazione. Si attende, dal 12 febbraio 2009, la decisione del giudice per le indagini preliminari. L’Agenzia delle Entrate non si è ancora mossa, ma ha ancora tempo. È chiaro che, se il fisco riuscisse a disegnare il profilo italiano di Google, spianerebbe la strada anche all’Agcom: non solo le consentirebbe una più moderna definizione del pur discutibile Sic, ma la costringerebbe a esaminare in concreto il ruolo monopolistico del primo motore di ricerca, infrastruttura intelligente cresciuta dentro l’infrastruttura delle telecomunicazioni. Regolazione antimonopolistica e contrasto all’evasione fiscale si possono sostenere a vicenda. Quanto meno nel far emergere i paradossi. L’Irlanda fa parte dell’Unione europea. Dovrebbe condividerne la cultura antitrust. Ebbene, se Google Ireland, alla quale fanno capo tutte le Google dei diversi Paesi europei, mediorientali e nordafricani, fosse davvero un’azienda ‘solo’ irlandese, come la metterebbe l’Antitrust irlandese con un colosso da 6-7 miliardi di euro di fatturato su un mercatino dei media qual è il suo, che può contare su una popolazione di 4 milioni di anime? In Italia sforerebbe perfino i comodi limiti del Sic. La domanda, naturalmente, era retorica. Il governo di Dublino potrebbe agevolmente dimostrare che il fatturato davvero irlandese rientra nella norma. Ma allora come ci si regola con tutto il resto? In verità, all’Irlanda interessa solo avere i 1500 posti di lavoro che Google vi ha collocato perché nell’isola non si pubblicano i bilanci delle holding e, giocando con le royalty, non si pagano nemmeno le imposte. Pazienza se questo dumping fiscale e regolatorio inquina il resto dell’Unione europea. Ma non tutto ormai fila liscio. La Turchia, su un caso analogo a quello milanese, ha comminato a Google una multa di 32 milioni di euro. La Francia si accinge a varare una legge che tassa alla fonte, con modalità che potrebbero fare scuola, le attività di Google realizzate a partire dal suolo francese ancorché, come quelle italiane e turche, siano astutamente fatturate online da Dublino. In sede Ocse, dove si definiscono i rapporti internazionali sul piano fiscale, il governo italiano non sarebbe solo a chiedere l’aggiornamento del concetto di stabile organizzazione così da ricomprendere le attività online delle multinazionali. Nell’audizione di martedì 26 gennaio in Senato, il presidente dell’Agcom ha posto la questione della regolazione internazionale della Rete, da farsi addirittura in sede Onu. È questa la vera sfida per il governo, e non, come ha osservato lo stesso Calabrò, l’attribuzione al governo del potere di autorizzare la diffusione delle immagini sul web, pallida imitazione della censura cinese. Sul terreno della fiscalità e della regolazione globale si profila il conflitto con l’America di Barack Obama. La Casa Bianca è schierata senza se e senza ma a difesa degli interessi dei colossi dell’online. Tra i primi atti di Obama c’è la sostituzione del presidente della Fcc, l’Agcom americana, con Julius Genachowski, un partigiano della net neutrality, ostile a qualsiasi discriminazione nella veicolazione dei contenuti sulla banda larga da parte delle compagnie di telecomunicazioni che pure vi dovrebbero investire montagne di denaro. L’Europa, invece, si attesta su una posizione più articolata: considera un diritto del cittadino il pieno accesso alla Rete, ma consente agli operatori di telecomunicazioni di veicolare contenuti privilegiati, dai quali ricavare uno specifico profitto, previa informazione all’utente sulle limitazioni che questo comporta nel suo contratto. In apparenza, sembra la rincorsa al più uno nella gara della libertà. In realtà, è il conflitto tra due industrie: i motori di ricerca, Google in testa, contro le telecomunicazioni e la loro filiera industriale, la prima radicata nella California obamiana, l’altra nel resto del mondo, e soprattutto in Europa. Ed è singolare che, siccome hanno una patria, telecomunicazioni ed editoria subiscano una stringente regolazione, mentre Google fa il furbetto a Dublino. E ora sfrutta i profitti della pubblicità comodamente deregolata quale trampolino di lancio per entrare nella telefonia mobile con Adroid e addirittura nel trading dell’energia elettrica”. (red)

Prima Pagina 28 gennaio 2010

Il Paroliere delle Puglie