Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 01/10/2010

1. Le prime pagine

Roma -

LA REPUBBLICA – In apertura: “Berlusconi show: ho salvato il mondo”. Editoriale: di Massimo Giannini “Ma nell’agenda manca l’Italia”. Il retroscena: “Da Fini a Casini e D’Alema la voglia di un governo del Cln”. Al centro: “Amato in casa di Belpietro, la scorta spara”. In basso: “Quelle madonne piangenti da tre miliardi”.


LA STAMPA – In apertura: “Agguato al direttore di Libero”. Editoriale: di Luca Ricolfi “Nord, Sud e il rebus dei tre poli”. Al centro con fotonotizia: “L’uomo che stregò Marilyn”: Il caso Spqr: “Bossi chiede scusa per la battuta sui romani”. Sotto: “Tremonti: Italia in sicurezza non temiamo le nuove regole”. In basso il “buongiorno” di Massimo Gramellini “Chissà chi Kippah”.


LIBERO – In apertura: “Attentato a Belpietro”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Elezioni vicine anche se Silvio non vuole si dica”. Al centro: “Il fratello in camicia nera di Prodi”. A lato: “Fini Sarà Napolitano a stoppare i giochini di Gianfranco” e “Da Ciarrapico al Fli, da Tonino alla Lega tutti cercano il caos”. In basso: “La Cgil ora tira uova pure agli altri sindacati”.


IL MESSAGGERO – In apertura: “Berlusconi: siamo più forti, finiani leali”. Editoriale: di Oscar Gainnino “Il prezzo della instabilità strisciante”. Al centro: “Bossi fa marcia indietro e chiede scusa ai romani”; “Caro-pedaggi, a maggio stangata sul Raccordo e sulla Roma-Fiumicino”. “Unicredit: è Ghizzoni il successore di Profuno”. In basso: “Addio Tony Curtis, re della commedia”.


IL GIORNALE – In apertura: “Attentato a Belpietro”. Editoriale di Vittorio Feltri: “Berlusconi e Fini rivali condannati a sopportarsi”. A centro pagina con fotonotizia: “Intervista a Cacciari, Gianfranco si deve dimettere”. Sotto: “Perizia in Procura: la casa vale 1,6 milioni”.


IL TEMPO – In apertura: “Volevano uccidere Belpietro”. Editoriale: di Mario Sechi “Il ribaltone daoggi è impossibile”. Al centro con fotonotizia: “Il Cavaliere è in sella”. Sotto: “Altri vinti della Storia nel nuovo libro di Pansa”.


IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Deficit irlandese alle stelle”. Editoriali: di Alberto Alesina “L’Europa sceglie la strada stretta”, e di Fabrizio Forquet “L’autunno freddo del 2010”. Al centro: “Conti Fiat meglio delle attese. Nella Ferrari saliremo al 90 per cento”.


MF: In apertura: “Rampi impone Ghizzoni”; “Sul Patto di stabilità braccio di ferro Roma-Bruxelles”; “Ultimatum di Fiat su Fabbrica Italia”.


ITALIA OGGI – In apertura: “Mani libere per il fisco”. Al centro. “Il cognato regala uan grande pubblicità gratuita a favore delle cucine Scavolini”; “il Tar aiuta i commercialisti”.

IL FATTO QUOTIDIANO – In apertura: “Schifani: Indagine di mafia”. Di spalla: “Ci serve un leader”. Editoriale di Marco Travaglio: “Caro Gianfranco, sei incompatibile”. Al centro: “Ciarrapico al Senato insulta gli ebrei”; “Berlusconi ora scarica Feltri e Belpietro”.


L’UNITA’ – In apertura: “Percorso minato”. In basso: “Repubblica di Adro, i simboli restano”.

 (red)

 

2. Governo, la crisi diventa sempre più lontana

Roma -

Berlusconi incassa la fiducia al Senato, dove per la maggioranza non ha bisogno dei finiani, e allontana lo spettro di una crisi o di un governo tecnico. Oggi il premier – scrive LA STAMPA - sale da Napolitano. Fiducia-bis al Senato, e pure qui i numeri parlano da soli. Con una differenza, però: stavolta i finiani non risultano decisivi. Anzi, senza di loro la maggioranza resterebbe sufficientemente ampia da impedire che, qualora cadesse il governo, ne possa nascere un altro sgradito al Cavaliere. Berlusconi farà leva sul voto di ieri per dire a Napolitano (lo incontra stamane): se mi sgambettano, caro Presidente, c’è una sola via, tornare alle urne... È una minaccia rivolta a Fini, casomai gli bocciasse qualche legge ad personam. Ma, per ora, solo di minaccia si tratta. Anzi, il conto alla rovescia verso le urne subisce una battuta d’arresto. Di elezioni si continua a parlare, però non subito. La resa dei conti slitta verso aprile-maggio dell’anno prossimo. I numeri del Senato: Aventi diritto 321, votanti 303, 174 i sì al governo, 129 i no. Finiani più autonomisti siciliani fanno complessivamente 13 senatori, senza di loro la maggioranza sarebbe scesa a quota 161 e l’opposizione sarebbe salita a 142. In pratica, 19 voti di vantaggio ‘garantito’ nella Camera Alta. ‘Mai così tanti’, esulta il capogruppo Pdl Gasparri. E Bonaiuti: ‘Un macigno sulla strada di qualunque tentazione tecnica’. Non per nulla Berlusconi ritrova gusto. Torna a caricare l’opposizione (sintomatico il ‘vaffa’, colto dal labiale e rivolto al democratico Zanda). Ai finiani, invece, cauti riconoscimenti: ‘La loro separazione mi addolora, ma sono sicuro che saranno costruttivi e leali’. Sulle banche americane, l’autocelebrazione: ‘Quando l’amministrazione Usa non mosse un dito e lasciò fallire Lehman Brothers, questo signore andò a Washington e ci restò finchè alla fine non arrivarono settecento miliardi di dollari perché‚ le banche americane non fallissero’. Perfino uno scappellotto ai giornali amici, ‘che ci fanno forse più male che bene’. Su Montecarlo hanno ecceduto un po’.

Anche Fini frena. Oppure hanno capito male quei deputati che gli avevano sentito dire: martedì nasce il nuovo partito. Niente affatto, precisa il capogruppo al Senato Viespoli, al massimo prenderà forma ‘un coordinamento politico-culturale’. Bossi fa la sua diagnosi, ‘i finiani sono indispensabili sulla carta, ma hanno paura di andare al voto’. E allora, perché Berlusconi non ne approfitta? Tanto più che, dicono certi sondaggi, avrebbe buone chance di rivincere. Uno sguardo al calendario: Per chiamare subito l’Italia al voto, le Camere andrebbero sciolte entro due settimane. Poi salterebbero i tempi causa festività, legge finanziaria, adempimenti pratici. Ma come potrebbe il premier dimettersi subito dopo avere ricevuto la fiducia del Parlamento? Il Paese lo prenderebbe per matto, Napolitano si metterebbe di traverso. Serve quantomeno una buccia di banana credibile, un incidente di percorso. Poteva essere la mozione di sfiducia a Bossi per il ‘porci’ regalato ai romani. Però il Pd ritira la mozione cogliendo al volo le scuse del Senatùr alla Città Eterna. Insomma, al Cavaliere manca un ‘casus belli’. Tanto vale tirare avanti, ragiona il premier, poi si vedrà. Nell’attesa di un buon pretesto, dichiara ‘chiusa la stagione di polemiche interne che non ha fatto bene alla maggioranza’. La mossa di Casini: Pierfurby sa dove Silvio vuole parare. Per cui prova a fabbricare un argomento anti-elezioni che sia pronto in primavera. Suggerisce a Fini di accelerare l’esame in Commissione della riforma elettorale. Se le opposizioni troveranno un accordo, e ci sarà un testo base, il giorno che Berlusconi volesse tornare alle urne Napolitano potrebbe ribattergli: prima cambiamo il ‘Porcellum’, e poi si voti pure...

 (red)

 

3. Berlusconi chiude stagione di polemiche. Tregua con Fini

Roma -

‘Buongiorno’ taglia corto Berlusconi con chi gli chiede se le elezioni sono più vicine o più lontane. Di più non dice e per ora si accontenta di incassare anche al Senato la fiducia: 174 sì, 129 no. Una maggioranza autosufficiente anche se i dieci finiani - che a Palazzo Madama sono molto più morbidi con Berlusconi dei loro colleghi di Montecitorio - e i quattro dell’Mpa dovessero in futuro votare contro il governo, scrive LA REPUBBLICA. Ieri - come alla Camera - hanno votato a favore del governo ma, come avverte il leader dell’Mpa Lombardo: ‘C’è sempre tempo per staccare la spina’. Per la prima volta nella due giorni parlamentare Berlusconi ha riconosciuto il partito di Fini. Non ha nominato esplicitamente Futuro e libertà che nascerà martedì, e non ha nominato il suo rivale Fini. Ma l’ammissione di guidare adesso un quadripartito e non più una monolitica maggioranza Pdl-Lega, è netta. Così come è stata esplicita l’offerta di collaborazione: ‘Anche chi ha fatto una scelta dolorosa di separazione dal Pdl’ ha votato la fiducia e ‘sono sicuro che l’azione parlamentare sarà portata avanti con lo spirito costruttivo e leale di sempre’. A Fini ha lanciato anche un segnale di tregua: ‘Si chiude una stagione di polemiche interne che non ha fatto bene alla maggioranza’. E addirittura è arrivato a bacchettare i giornali di famiglia e di area che hanno preso di mira il presidente della Camera: ‘Forse ci fanno più male che bene’. I finiani non hanno creato problemi. Prima del suo intervento in cui ha assicurato che il Fli ‘è leale e non punta al logoramento del governo’, il capogruppo dei finiani Viespoli si è avvicinato al banco del governo e ha parlato a lungo con Berlusconi. Con i due voti di fiducia di Camera e Senato Berlusconi può dire che ‘la maggioranza è più ampia e articolata’ e quindi ‘più forte di prima’. Questo è ‘l’unico vero dato emerso, non certo confusi calcoli di aritmetica parlamentare che non appassionano me e certo non appassionano gli italiani’. Ma il Cavaliere sa perfettamente che la sua fiducia è avvelenata, ‘dopata’ l’ha definita la capogruppo del Pd Finocchiaro.

E allora affiora la stanchezza e la delusione: ‘Abbiamo il dovere di continuare a governare, anche se tante volte verrebbe voglia di dire: lasciamo agli altri questo sacrificio’. Nella replica del pomeriggio Berlusconi ha cercato di scaldare un po’ l’atmosfera sonnolenta del Senato: ‘Stamattina si dormiva un po’. Adesso di divertiamo’. Per polemizzare contro l’opposizione ha scelto le critiche sulla politica estera che gli aveva rivolto il senatore del pd Zanda (‘perdiamo prestigio’, ‘bugiardo’, lo scambio di battute). La voglia di alzare il tono dello scontro lo ha portato a strafare rispolverando alcune leggende della sua politica estera. In sintesi si è vantato di aver fermato i carri armati russi davanti a Tblisi (che ha pronunciato Tiblislava). Di aver convinto Obama a salvare le banche Usa dopo il fallimento Lehman Brothers. Di aver costretto Obama e Putin a firmare il Trattato di non proliferazione nucleare prima del G8 dell’Aquila. In realtà il trattato Start 2 è stato firmato dal presidente americano e da Medvedev (e non Putin) a Praga nove mesi dopo il G8. Ha negato di essersi genuflesso a Gheddafi (come aveva accusato Fini) e ha continuato il suo attacco alla sinistra incolpando il sindaco di Napoli Iervolino per il ritorno della spazzatura e il centrosinistra in blocco per lo sfascio della scuola: la responsabilità deriverebbe dal fatto che la sinistra avrebbe trasformato la scuola in un ‘enorme ammortizzatore sociale’ assumendo i precari. Naturalmente ha riproposto i cinque punti del programma che la capogruppo del Pd ha definito ‘carta straccia’. Per Anna Finocchiaro ‘l’unica vera riforma a cui Berlusconi è appassionato è il lodo Alfano costituzionale’.

 (red)

 

4. Fli cerca il caos, ma Napolitano fermerà giochi di Fini

Roma -

“Dopo il disastro del 29 settembre sapete che cosa farei se fossi Silvio Belusconi?”, scrive Giampaolo Pansa su LIBERO. “Prima di tutto prenderei atto di un fatto indiscutibile: il governo, come l’ha sempre immaginato lui, una macchina pronta a scattare a ogni suo ordine, non esiste più. La storia di questo centro-destra , nato sedici anni fa è finita. Il Cavaliere deve tentare di iniziarne un’altra. E la prima condizione per riuscire nell’impresa è di non farsi rosolare a fuoco lento dal suo alleato-nemico più insidioso:Gianfranco Fini, Se non vuole morire arrostito sullo spiedo futurista azionato dai cuochi Bocchino e Granata Berlusconi ha l’obbligo di cercare subito nuove elezioni [...]. Il suo unico alleato, la Lega, al voto sta già pensando. L’ha fatto capire più volte Umberto bossi. E il ministro dell’Interno Roberto Maroni l’ha detto con chiarezza mercoledì: in marzo andremo alle urne [...]. per evitare questo rischio la prima mossa spetta a Berlusconi. Ma la seconda quella decisiva tocca a un protagonista dal quale dipende tutto: il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Soltanto lui può scegliere se allungare o abbreviare l’agonia di questa legislatura. Dare consigli al capo di Stato è privo di senso. E sarebbe un’imperdonabile mancanza di rispetto”[...]

 (red)

 

5. Perizia in Procura stima che la casa vale 1,6 mln

Roma -

“Trecentomila euro? Ma non scherziamo. Il prezzo giusto dell’appartamento di Montecarlo ereditato da An e rivenduto nel 2008 a una società offshore è di un milione e seicentomila euro. Una cifra cinque volte superiore rispetto a quella sborsata dalla caraibica Printemps Ltd al partito presieduto da Gianfranco Fini”, scrive IL GIORNALE. “A stabilire l’ammontare esatto è una consulenza tecnica stilata da un noto studio di architettura e progettazione del Principato ei Monaco, al quale si sono rivolti gli esponenti della Destra di Storace che avevano presentato una denuncia alla Procura di Roma. Lunedì mattina la perizia verrà depositata in tribunale assieme a un supplemento di denuncia di 85 pagine, Secondo i professionisti monegaschi dunque il prezzo di vendita del 2008è da considerarsi assolutamente non in linea con le stime di mercato di quel periodo”.

 (red)

 

6. Cacciari: Utile il nuovo partito di Fini. Ma si dimetta

Roma -

E’ preoccupatissimo per il titolo: “Vi conosco, non fate che domani esca Cacciari: Fini dimettiti”. Titolo o non titolo – scrive IL GIORNALE – è però quello che il filosofo ed ex sindaco di Venezia sostiene. Va bene, al termine di un ragionamento politico ineccepibile e non come slogan semplicistico: ma per Massimo Cacciari Fini dovrebbe lasciare la presidenza della Camera dei deputati. Il perché è presto detto: “A me pare – spiega – che le prospettive culturali ancora prima che politiche tra Fini e Berlusconi siano nettamente divaricanti[...]. Ritengo che sia utile che Fini costituisca il suo partito. É chiaro che assumendo una caratterizzazione politica così netta ed esplicita e dovendo lanciare un partito che è un lavoraccio del demonio non vedo come possa fisicamente continuare a fare il presidente della Camera”[...]

 (red)

 

7. Giustizia, ora Casini frena su Lodo Alfano

Roma -

L’Udc prende le distanze dal lodo. ‘Nulla è scontato’. ‘Niente cambiali in bianco’. Questo arriva dal quartier generale di Casini. La certezza di un suo sì, data per scontata nel Pdl, diventa un ‘vediamo’ che tende al ‘no’. Troppi dubbi – scrive LA REPUBBLICA - sulla politica della giustizia del Cavaliere, ‘aperta delusione’ per i discorsi generici, pensati per acchiappare voti, alla Camera e al Senato. Forti perplessità sul testo, soprattutto per uno scudo fruibile per una seconda - e perché no - magari per una terza o quarta volta, col rischio che i processi restino in frigorifero per sempre, mentre Berlusconi tenta la scalata al Quirinale. E ancora: ‘l’allarme’, che Casini rende ufficiale, per leggi come processo breve, processo lungo, intercettazioni, che Berlusconi non ha messo per sempre in archivio. ‘Se vuole tutto, il lodo e anche il resto, noi diremo no’ dice Casini. I centristi già vedono uno scenario: il premier punta a fare il lodo per incassare il rinvio della decisione della Consulta sul legittimo impedimento (il 14 dicembre), ma poi vira su un’altra legge ad personam da approvare in tutta fretta perché ha deciso di andare alle elezioni e ha bisogno di una copertura che azzeri i processi milanesi.

Ma non c’è solo questo nel "niet" di Pier Ferdinando Casini sul lodo costituzionale. C’è l’irritazione contro Angelino Alfano, il Guardasigilli siciliano ritenuto l’artefice dello "scippo" di cinque suoi deputati (Mannino, Pisacane, Romano, Gravo, Ruvolo), per cui il leader centrista s’è sfogato in aula. Al punto da gridargli: ‘Questa è un’operazione che hai fatto tu... sarebbe meglio che tornassi a occuparti di giustizia’. Qualcuno gli avrebbe sentito dire anche un ‘la pagherai’, ovviamente non confermato. Pero sarebbe sbagliato interpretare la nuova linea di Casini sul lodo come una mera ritorsione. Roberto Rao la spiega così: ‘Ogni proposta va valutata in Parlamento, da noi non ci si può aspettare un via libera preventivo’. E a chi gli fa notare che, per venire incontro a una loro esigenza, il lodo si è ristretto e non copre più i ministri, ma solo premier e capo dello Stato, Rao replica: ‘Potrei dire, con una battuta, che è passata troppa acqua sotto il ponte (allusione alla legge ponte sul legittimo impedimento che blocca i processi per 18 mesi in attesa del lodo, ndr.). Questa modifica non solo arriva in ritardo, ma è compromessa da tutto quello che nel frattempo è avvenuto in tema di giustizia’. Al punto che Casini ha deciso di entrare a far parte della commissione Giustizia per verificare di persona che succede e ‘vedere le carte’. L’esigenza politica è chiara: ‘nessuna sponda’ per chi usa le riforme solo per scopi personali, e per giunta da una parte chiede i voti e dall’altra sfila sottobanco i deputati.

 (red)

 

8. Schifani respinge accuse dell'Espresso: non sono mafioso

Roma -

Concorso esterno in associazione mafiosa. Il settimanale ‘L’Espresso’ punta il dito contro il presidente del Senato, Renato Schifani. E nonostante le smentite del procuratore di Palermo, Francesco Messineo - ‘Il presidente del Senato non è iscritto nel registro degli indagati di questa procura’ - conferma che Schifani, la seconda carica dello Stato, è indagato a Palermo, per i suoi rapporti con Cosa nostra. Rapporti antichi, rivelati da due pentiti: Gaspare Spatuzza, il guardaspalle dei fratelli Graviano, gli stragisti di Cosa nostra; e Francesco Campanella, il politico-mafioso. Indignato il presidente Schifani replica alle anticipazioni giornalistiche: ‘Ritengo comunque doveroso affermare con forza che sono un cittadino e un politico onesto che ha sempre combattuto la mafia con fatti e atti legislativi concreti, che hanno consentito allo Stato importanti successi nella lotta alla criminalità organizzata. Considero e ho sempre considerato la trasparenza, la correttezza umana, deontologica e professionale i principi irrinunciabili della mia esistenza’. Solidarietà bipartisan per il presidente del Senato: da Vannino Chiti (Pd) a tutti i leader del Pdl. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha chiamato al telefono Schifani, per esprimergli solidarietà.

Lo stesso ‘Espresso’ – scrive LA STAMPA - nella inchiesta firmata da Lirio Abbate, sottolinea quanto ‘sia un atto dovuto’, l’iscrizione di Schifani, lasciando intendere un esito scontato della inchiesta: l’archiviazione. Anche perché già in passato Schifani era stato indagato e poi archiviato per i suoi rapporti con Cosa nostra. Nello stesso tempo, il settimanale conferma che proprio perché si tratta di un atto dovuto, la Procura di Palermo ha dovuto iscrivere nel registro degli indagati il presidente del Senato.
Dunque, l’inchiesta. Gaspare Spatuzza, il ‘dichiarante’ - al quale la commissione del Viminale presieduta dal sottosegretario Alfredo Mantovano ha negato la patente di collaboratore di giustizia - verbalizza alla Procura di Firenze che indaga sui mandanti esterni delle stragi del ‘93 (Roma, Firenze e Milano) alcuni episodi che chiamano in causa Schifani. Firenze trasmette gli atti alla Procura di Palermo, che aveva già un esposto presentato da Francesco Campanella contro Schifani. In sostanza Spatuzza ha raccontato che l’avvocato civilista Renato Schifani, stiamo parlando di avvenimenti accaduti tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, si incontrava con il boss Filippo Graviano nel capannone messogli a disposizione dall’imprenditore Cosenza (singolare coincidenza: il legale di Cosenza era proprio Schifani).

L’inchiesta della procura di Palermo vuole accertare la natura dei rapporti dell’avvocato con i suoi clienti, con gli uomini dei fratelli Graviano, e se davvero fu lui, Renato Schifani, a mettere in contratto i Graviano con Marcello Dell’Utri, l’uomo Finivest che a Palermo aveva rapporti antichi e consolidati con Cosa nostra (e per questo è stato condannato in Appello a sette anni di carcere). E passiamo al politico-pentito, Francesco Campanella, ex segretario nazionale dei giovani dell’Udeur di Clemente Mastella. Campanella accusa l’avvocato Renato Schifani, consulente del comune di Villabate, di aver fatto gli interessi della famiglia mafiosa di Villabate nell’elaborazione della variante del Piano regolatore. Accusa smentita da Schifani, sentito dalla Procura di Palermo. E c’è da aggiungere che il presidente del Senato ha querelato Campanella. Infine, ‘L’Espresso’ ha riportato le rivelazioni di un imprenditore, Giovanni Costa, condannato a nove anni per riciclaggio, che aveva dato l’incarico di consulente proprio all’avvocato Schifani: ‘Ho sempre fatto le mie mosse con la consulenza di Schifani. Era il mio consigliere. Ma nel processo in cui sono stato condannato, lui, chiamato a testimoniare, non ha detto la verità’.

 (red)

 

9. Agguato a Belpietro. Scontro a fuoco davanti casa

Roma -

Tre spari nella notte e il cuore di Milano trasformato in un circo brutto di volanti e di paura.. Alle 22.35 di ieri - scrive LIBERO - la scorta del direttore di Libero è stata coinvolta in uno scontro a fuoco in pieno centro a Milano, dentro la casa. Belpietro era appena rientrato in famiglia dopo una giornata di lavoro trascorsa a Roma. Scritto l’editoriale che appare in prima pagina in volo, ha spedito il pezzo in redazione e si è fatto accompagnare a casa. Poco dopo aver messo piede nell’abitazione sono partiti i colpi sparati dagli uomini che ogni giorno ne tutelano la sicurezza[...]

 (red)

 

 

10. Santoro denunciato all’Agcom: manca il contradditorio

Roma -

Il Pdl contro Michele Santoro. Non è la riedizione dell’editto bulgaro, ma un esposto firmato dai tre coordinatori berlusconiani - Sandro Bondi, Ignazio La Russa e Denis Verdini - e inviato all’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni, alla commissione di Vigilanza e alla Rai per una presunta "mancanza di contraddittorio" nella prima puntata di Annozero. Quella dedicata allo scontro Fini-Berlusconi e alla vicenda di Montecarlo -scrive LA REPUBBLICA - ospiti il capogruppo Fli alla Camera Italo Bocchino, il leader dell’Idv Antonio Di Pietro e Roberto Castelli. Ma non è tutto, perché lo stesso Santoro, aprendo ieri sera il programma, ha annunciato di aver ‘ricevuto una lettera dell’azienda che contiene l’apertura di un procedimento disciplinare nei miei confronti’. ‘Io sono tranquillo e determinato a rispondere con le ragioni della professionalità e della correttezza’, ha replicato il giornalista. Nell’anteprima del programma, Santoro si è rivolto quindi direttamente al presidente della Rai Paolo Garimberti (‘stavolta non parlo a Masi per evitare che pensi che ce l’ho con lui’). ‘Garimberti - afferma il conduttore - aveva detto che Annozero poteva cominciare e io ritengo che possa cominciare con la sua identità e le sue caratteristiche’. Anche perché è questo che ‘il pubblico si aspetta di vedere: Garimberti sa che nella Bbc, il più grande servizio pubblico del mondo, sono i giornalisti a scrivere il codice etico, quello che stabilisce il comportamento della professione. Se questo codice viene scritto all’esterno o dettato dai partiti, il giornalismo non può essere libero’. Rivolgendosi quindi al Cda, Santoro prosegue: ‘Può decidere se mandare in onda Annozero oppure no, ma deve poi prendersi le sue responsabilità e spetterà al pubblico decidere’. Quanto all’esposto del Pdl ‘abbiamo rispetto per questa decisione’, quindi ‘forniremo le nostre argomentazioni’.

Il problema suggerisce tuttavia Santoro, è che il "processo" ad Annozero sarà davanti un organismo, l’Agcom, di diretta emanazione di quei partiti che vogliono far chiudere il programma. ‘Risponderò all’esposto, ma bisogna dire che l’arbitro ha subito un cambiamento negli ultimi mesi, di cui i Tg non hanno parlato’. E dunque, dagli schermi di un immaginario "Tgzero", la conduttrice santoriana spiega chi sia il nuovo commissario che ha preso il posto di Giancarlo Innocenzi, dimissionario dopo le intercettazioni di Trani. Si tratta di Antonio Martusciello, ‘uno che ha lavorato in Publitalia, è stato tra i fondatori di Forza Italia, eletto con Berlusconi e sottosegretario nei governi Berlusconi. Solo Tom Mockridge di Sky ha protestato per questa nomina: l’opposizione ha votato scheda bianca mentre il presidente Napolitano l’ha autorizzata apponendo la sua firma’. In studio tocca a Ignazio La Russa difendere l’ex sottosegretario napoletano: ‘La sua introduzione fa pensare che Martusciello sia disonesto. L’arbitro numero uno - ha aggiunto il coordinatore del Pdl - è Napolitano, giusto? Allora un suo tg potrebbe cominciare dicendo che Napolitano è stato eletto alla presidenza della Repubblica e ricordando che era nel Partito comunista e poi nei Democratici di Sinistra. Cosa vorrebbe dire, che non è equidistante?’. ‘La differenza - risponde Santoro - è che la presidenza della Repubblica è un’istituzione politica, mentre l’Agcom è un organo amministrativo che, secondo la Costituzione, deve essere indipendente e imparziale. Se voi la riempite con tutti quelli che non sapete dove altro mettere non va bene’. Nel corso della puntata, l’inviato a Saint Lucia, Corrado Formigli, svela invece diverse contraddizioni nella versione fornita dalle autorità caraibiche sulla vicenda delle società off-shore dietro la vicenda di Montecarlo. Un’inchiesta da cui emerge che Valter Lavitola, l’uomo che ha prodotto il dossier anti-Fini, era presente sull’isola di Saint Lucia già nel giugno scorso.

 (red)

 

11. Unicredit, E' Ghizzoni il successore di Profumo

Roma -

Il cda di Unicredit nomina il nuovo amministratore delegato. È Federico Ghizzoni, finora vice ad a capo della divisione Centro Est Europa. La nomina, a Varsavia dopo un comitato nomine mattutino e un consiglio pomeridiano di qualche ora – scrive LA REPUBBLICA - è avvenuta con voto unanime, a nove giorni dal drammatico cda che estromise Alessandro Profumo, su quella poltrona da 13 anni. Il presidente Dieter Rampl, regista del ricambio al vertice della grande banca, ha detto: ‘La costante e stretta interazione di Ghizzoni con istituzioni, regolatori, organizzazioni internazionali e operatori di mercato lo rende la persona più adatta per gestire il rapporto di Unicredit con i principali stakeholders. Avrà il compito di rafforzare Unicredit come leader in Europa, proseguendo il lavoro svolto dal predecessore’. Nella scelta, riporta un comunicato, hanno pesato ‘competenze e qualità come una forte leadership, la capacità di fare squadra, una grande esperienza nell’industria dei servizi finanziari internazionali, forti capacità organizzative e profonda conoscenza del gruppo’. Il cda, compatto, ha riconosciuto che ‘Ghizzoni è la persona più adatta, in quanto in possesso di tutti i requisiti necessari’. La nomina dell’ad, promessa da Rampl alla comunità finanziaria ‘in poche settimane’, è giunta in nove giorni.

Ma è solo il primo tassello del nuovo progetto di governance del gruppo. ‘Nelle prossime settimane il cda e l’ad valuteranno la migliore soluzione per il modello organizzativo di vertice, e una coerente allocazione delle funzioni in base alle eccellenze professionali del management team’. Significa che, come previsto, saranno nominati uno o meglio due direttori generali, a spartirsi le deleghe con l’ad in modo più diffuso che in passato. Qui tornerà in gioco Roberto Nicastro, il più serio concorrente di Ghizzoni nella corsa alla poltrona più alta. L’attuale capo delle attività commerciali e Pmi del gruppo – se la accetterà, accantonando l’inevitabile dispiacere – sarà il favorito per la carica di dg. L’altra poltrona toccherà a uno degli altri due vice ad, Paolo Fiorentino e Sergio Ermotti. Dietro le quinte, trapela l’obiettivo di Ghizzoni e Rampl di preservare la squadra di manager; è più difficile prevedere con quali chimiche personali, e sulla base di quali scansioni di deleghe. Il titolo Unicredit, in una seduta prima brillante poi smorzata dall’avvio di Wall Street, ha guadagnato l’1,74 per cento a 1,873 euro, ma le notizie sono uscite a mercati chiusi. Non solo quella del nuovo ad, anche l’attesa risposta a Bankitalia, che con due missive critiche aveva chiesto ragguagli sul ruolo degli azionisti libici, sulla governance e sulle spettanze (40 milioni di euro) attribuite a Profumo. Come da secondo comunicato, Unicredit ha risposto alla richiesta di vigilanza del 9 agosto, sul ruolo dei libici: ‘In via preliminare non sono pervenute né paiono altrimenti disponibili informazioni che consentano di considerare, con la dovuta certezza, le due partecipazioni come autonome’. È, nei fatti, un giudizio della banca contro le affermazioni dei suoi soci Banca centrale di Libia (4,98 per cento) e fondo Lia (2,6 per cento). I libici si considerano distinti e autonomi, mentre – da ieri è ufficiale – Unicredit non lo ritiene, così presto potrebbe adottare il tetto di voto al 5 per cento che il suo statuto impone a ogni socio. A scanso, ieri Farhat Bengdara, rappresentante libico in banca, ha detto: ‘Siamo soddisfatti della nomina di Ghizzoni, non intendiamo salire ulteriormente nel capitale’.

 (red)

 

12. Patto stabilità,Tremonti: Italia non teme le nuove regole

Roma -

Giulio Tremonti ostenta soddisfazione, assicura che l’Italia ‘è in sicurezza’ e ‘non teme le nuove regole’. Lo confortano – scrive LA STAMPA - le rassicuranti parole degli sceriffi a dodici stelle, generosi nel seminare segnali intesi a dimostrare che il riformato Patto di Stabilità, con la maggiore attenzione all’andamento del debito e le sanzioni più taglienti, non costringerà Roma a manovre di correzione miliardarie se il governo terrà la rotta del rigore e rispetterà gli impegni già presi. ‘Non vi vedo sulla soglia delle sanzioni’, ha assicurato il numero uno dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker. ‘Se debito e deficit caleranno rapidamente non ci saranno problemi’, ha aggiunto il finlandese Olli Rehn, responsabile Ue per gli affari congiunturali. Un buon inizio, anche se il dibattito è appena iniziato. Giornata di riscaldamento, la prima della sessione informale del Consiglio Ecofin svoltasi ieri a Palais d’Egmont, nel cuore di Bruxelles. Sui ministri, e sui governatori, sono piovute le preoccupazioni per l’ennesimo terremoto finanziario irlandese che hanno fatto slittare l’annunciata approfondita analisi sul Patto di Stabilità ridisegnato mercoledì dalla Commissione. Della proposta, si è comunque parlato. Sopratutto per valutare l’efficacia della stretta sul debito e la misura delle sue conseguenze. Sinora l’azione di controllo sulla politica monetaria si è concentrata sul disavanzo, vincolato al rispetto di massimo del 3% del pil, pena l’avvio di una procedura di deficit eccessivo. ‘C’è pieno e generale consenso sul fatto che bisogna aumentare l’attenzione sul debito’, ha riassunto Rehn. ‘La correzione dei debiti da parte di tutti deve essere un impegno serio’, ha incalzato il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet. Vuol dire che i paesi con un passivo storico molto superiore al tetto del 60% indicato dai Trattati dovranno rientrare di gran carriera (al ritmo di un consolidamento pari al 5% del divario fra il limite e il dato effettivo) oppure essere puniti severamente, costretti a versare un deposito pari allo 0,2% del pil che alla lunga potrebbe diventare multa. Lo vuole la stabilità dell’euro e i tedeschi fondamentalisti del rigore.

Per chi, come l’Italia, è distante da questa soglia è una questione potenzialmente esplosiva. Tremonti si è battuto perché il criterio non fosse automatico, perché la valutazione fosse legata alla effettiva sostenibilità dei conti pubblici e a una serie di fatture cruciali, come il debito privato. La richiesta è stata recepita dalla Commissione e risulta essere stata accolta dai governi. La Germania storce il naso. L’evoluzione della sua posizione andrà seguita con attenzione. Il ministro di via XX settembre fa il punto. ‘Visto che la crisi è venuta dalla finanza privata e non da quella pubblica (che è vittima e non carnefice) - ha spiegato - siamo convinti che per noi un conteggio algebrico tra attivi e passivi ci metta in zona di sicurezza’. L’Italia ‘ha un debito pubblico alto, ma a fronte di ciò esiste un enorme attivo e una stabilità finanziaria complessiva: abbiamo la casa, e banche solide’. La sua metafora è che la stabilità finanziaria è una giacca con due tasche, in una c’è l’attivo e nell’altro le passività, due voci che si possono compensare. ‘Non si può guardare in una e non nell’altra. Se si sommano tutti questi fattori ci si rende conto che non c’é bisogno della correzione di cui si parla’. Calcolato automaticamente l’impegno per evitare una procedura, e dunque portare il debito alla giusta velocità dal 119 al 60% del pil sarebbe di circa 40 miliardi l’anno, con una decisione da prendere fra tre anni. ‘Vi siete chiesti se la crisi irlandese è colpa del debito pubblico o privato?’, ha domandato Tremonti. La risposta - "privato!" - rafforza l’Italia, per trattare la quale - ha puntualizzato Juncker - saranno presi in considerazione anche ‘i fattori rilevanti’ che incidono su quel debito. La battuta finale di Olli Rehn certifica che il clima è meno teso di quanto si potrebbe pensare. ‘Comprerò un vestito italiano per provare la teoria di Tremonti’, ha detto il finlandese. Urge colloquio bilaterale per scegliere la sartoria.

 (red)

 

13. Bufera economica per l'Irlanda: deficit al 32%

Roma -

Messa una pezza alla crisi greca adesso scricchiolano Irlanda, Portogallo e Spagna. Una delle notizie più strabilianti della giornata- scrive LA STAMPA - è che il deficit pubblico (non il debito) dell’Irlanda quest’anno potrebbe raggiungere il 32 per cento del prodotto interno lordo, mentre le regole dell’Eurozona richiederebbero (in teoria) un massimo del 3 per cento. La rivelazione-choc viene dal ministro delle Finanze di Dublino, Brian Lenihan, che cita i costi crescenti del salvataggio del sistema nazionale del credito: secondo la Banca centrale d’Irlanda, infatti, la sola Anglo Irish avrà bisogno di 29,3 miliardi di euro, e altri 5 se ci fosse ‘uno scenario di stress’. Inoltre Allied Irish necessiterà di 3 miliardi da aggiungere ai 7,4 miliardi già stimati come necessari per la ricapitalizzazione a spese dello Stato. In totale circa 45 miliardi di euro, che contribuiscono a far schizzare il disavanzo a livelli mai visti. Di fronte a questi numeri l’agenzia Fitch ammonisce che il rating del debito pubblico irlandese (cioè il grado di affidabilità, che concorre a determinare il costo del denaro), attualmente pari ad AA-, ‘non è del tutto garantito’. Una dichiarazione sobria, viste le premesse. Comunque per il ministro Lenihan ‘è fuori questione’ che l’Irlanda chieda aiuti finanziari esterni; il premier Brian Cowen dice che le cifre del salvataggio bancario ‘sono gestibili’; il commissario europeo agli Affari economici Olli Rehn esige ‘entro novembre’ un piano dettagliato di misure per ridurre il deficit irlandese, ma per ora non vede necessità di inviare a Dublino una delegazione Ue-Fmi; e il commissario alla concorrenza Joaquin Almunia elogia addirittura ‘la chiarezza del governo irlandese’ sugli aiuti alle banche. Un altro governo di un Paese con l’acqua alla gola che incassa lodi da Bruxelles è quello di Lisbona. Il Portogallo affronterà la crisi con misure draconiane di austerità: dal 2011 gli stipendi dei dipendenti pubblici verranno tagliati del 5 per cento e l’Iva aumenterà dall’attuale 21 per cento al 23 per cento. È questo che piace agli altri governi, alla Commissione Ue e ai mercati, anche se la cura rischia di ammazzare il cavallo. Il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, dice che le misure di aggiustamento portoghesi sono ‘audaci’. Il presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, incita il Portogallo e l’Irlanda ad ‘accompagnare i piani di risanamento dei conti con riforme strutturali, volte a rafforzare l’economia’. Anche il ministro delle Finanze di Lisbona, Fernando Teixeira dos Santos, esclude che il suo Paese ricorra all’aiuto dell’Europa. E il quarto dei Paesi europei in bilico (i ‘Pigs’), la Spagna? Il giorno dopo lo sciopero generale, il governo di sinistra di Zapatero ha presentato in Parlamento la legge finanziaria 2011, la più severa da 30 anni. In giornata l’agenzia Moody’s ha abbassato il rating del debito spagnolo ma meno di quanto si temesse: un solo gradino, da AAA ad AA1, e la prospettiva è definita ‘stabile’.

 (red)

 

 

14. Colpo di stato in Ecuador per tagli a bonus salariali

Roma -

Il fantasma di un colpo di stato - scrive LA STAMPA -aleggia di nuovo sull'America Latina, questa volta in Ecuador, dove il governo ha decretato lo stato d'emergenza per cinque giorni per fronteggiare una ribellione della polizia e l’esercito contro il presidente Rafael Correa. Il quale è stato costretto a rifugiarsi in un ospedale militare dopo esser stato sfiorato da un gas lacrimogeno e ferito a un piede mentre cercava di calmare gli agenti. La protesta è scattata dopo dopo la decisione del presidente di sostenere una una legge che tagliava i bonus salariali alle forze dell'ordine. Tutto è scattato quando 150 avieri hanno occupato l'aeroporto di Quito, poi la protesta si è spostata in centro e qui gruppi di agenti hanno assaltato il Parlamento. Il governo ha dato facoltà alle Forze armate di mobilitarsi e invitato la popolazione a scendere in strada per appoggiare il presidente. Ieri mattina Correa era andato al Quartiere generale della polizia per cercare una mediazione. ‘Se volete uccidere il presidente - aveva gridato da un balcone - fatelo pure, ma non fermerete la nostra politica di giustizia ed equità sociale’. Mentre lasciava il posto è stato raggiunto da un gas lacrimogeno. Gli addetti alla sicurezza l'hanno portato, maschera anti-gas mezza calata sul viso, nell'ospedale della polizia che si trova di fronte al Comando dell'arma. L'edificio è stato circondato dagli agenti che lo hanno tenuto praticamente sequestrato e hanno anche sparato lacrimogeni contro i suoi sostenitori. In tarda serata il capo della Stato ha incontrato una delegazione degli agenti che protestano contro i tagli ai salari. Le Forze armate lo appoggiano. Il comandante dell’esercito ha intimato ai ribelli di arrendersi. Le frontiere con il Perù e la Colombia sono state chiuse, in alcuni quartieri di Quito si sono registrati assalti a banche e negozi. Lo stesso Correa ha proposto la convocazione di elezioni anticipate per uscire dalla crisi e in serata il governo ha ordinato che tv e radio trasmettano a reti unificate a tempo indeterminato. Dal Venezuela Hugo Chavez ha lanciato un appello a tutti i Paesi sudamericani a difendere la democrazia. Condanna unanime dalle cancellerie del Continente, mentre a Washington si è riunito d’emergenza il Consiglio permanente dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa). la Casa Bianca ha espresso ‘sostegno totale’ al presidente Correa.

 (red)

 

15. Cuba apre a trivellazioni petrolifere: troppi debiti

Roma -

Assediata dalle difficoltà economiche e bisognosa di investimenti stranieri Cuba apre le proprie acque territoriali alle trivellazioni petrolifere, facendo scattare l’allarme in Florida dove si teme il rischio di catastrofi ambientali superiori alla recente marea nera. A far trapelare la decisione adottata dall’Avana - scrive LA STAMPA - è stata una delegazione di venti scienziati cubani giunti a Sarasota, in Florida, per partecipare con i colleghi americani e messicani ad un seminario del Mote Marine Laboratory sulla conservazione del Golfo del Messico. Luis Alberto Barreras Canizo, capo della delegazione cubana, ha spiegato che ‘ci troviamo nella necessità di trovare il nostro greggio perché l’economia ha bisogno di risorse’. Da qui l’accordo siglato con la compagnia energetica spagnola Repsol per sfruttare un giacimento sottomarino a nord dell’isola ma la notizia ha fatto scattare l’allarme in Florida in ragione del fatto che il progetto riguarda la trivellazione di un pozzo a 1700 metri di profondità a poco più di 100 km di distanza dalle coste americane. I timori sono legati da un lato alla profondità, superiore a quella del pozzo della piattaforma Deepwater Horizon di British Petroleumda cui scaturì la marea nera, e dall’altro al fatto che Repsol non dispone della tecnologia capace di operare con sicurezza in un simile habitat. I tempi sono stretti perché Repsol sta già realizzando la piattaforma - in Cina, con un contractor italiano - e le trivellazioni potrebbero iniziare entro un anno. A conferma della scelta compiuta da Cuba sono stati assegnati altri contratti per l’esplorazione dei fondali a compagnie di Norvegia, India, Malaysia, Venezuela, Vietnam e Brasile. La reazione di Washington è arrivata dal Dipartimento di Stato che ha detto di ‘augurarsi che Cuba garantisca la sicurezza delle operazioni’ ma dagli ambienti del Congresso si preme sulla Casa Bianca per un’azione più energica. Alcuni gruppi ambientalisti si sono recati di recente a Cuba, tornando con la convinzione che ‘vogliono accelerare le trivellazioni il più possibile per fare fronte alla domanda interna che al momento è coperta per intero dalle importazioni dal Venezuela’ come spiega Daniel Whittle dell’’Environmental Defense Fund’. A Cuba si è recato anche Bill Richardson, governatore del New Mexico, traendo l’impressione che la svolta del regime sul greggio potrebbe favorire la ripresa delle relazioni economiche con gli Stati Uniti perché adesso l’Avana ha concreto bisogno della tecnologia in possesso delle imprese Usa, che in alcuni casi - come Exxon Mobil e Valero Energy - avrebbero già inviato all’Avana delle missioni tese a verificare le possibilità di investimenti. Non a caso il Dipartimento di Stato precisa: ‘Chi volesse partecipare alle commesse cubani potrà chiedere l’autorizzazione all’apposito ufficio presso il ministro del Tesoro’.

 (red)

 

16. Iran, Eni cede a pressioni Usa. Lascia campi di petrolio

Roma - All’Eni sostengono che gli americani hanno accettato il loro punto di vista. E gli americani hanno fatto capire che se i suoi manager terranno fede agli impegni, l’Eni ‘non sarà considerata motivo di preoccupazione per la loro attività in Iran del passato’. Comunque la si guardi - scrive LA REPUBBLICA - l’epilogo del braccio di ferro tra la prima società italiana per capitalizzazione di Borsa e il dipartimento di Stato Usa sembra ormai segnato: Eni abbandonerà le sue attività economiche nella repubblica islamica. Anche se non subito, ma una volta arrivati a conclusione gli accordi commerciali in corso. Che sono poi legati esclusivamente al petrolio, con una produzione annua di 35mila barili di greggio all’anno. In cambio, Washington ritira la minaccia di "penalità" economiche nei confronti del gruppo guidato da Paolo Scaroni, accusato dal Dipartimento di Stato di violare le sanzioni economiche della comunità internazionale contro il governo di Teheran. Per capire quanto gli Usa tengano alla cosa, basti dire che la notizia è arrivata direttamente da Washington. L’annuncio dell’accordo vede l’Eni in buona compagnia e - guarda caso - riguarda tutti gruppi petroliferi. Oltre alla società italiana, anche la francese Total, la norvegese Statoil e l’anglo-olandese Royal Dutch Shell: tutte hanno accettato di ridurre o interrompere i loro rapporti economici con l’Iran. Del resto, era stato il premier Silvio Berlusconi nella sua visita in Israele ad assumere l’impegno per un abbandono delle attività economiche con il regime guidato da Mahmoud Ahmadinejad. E l’Eni - anche per le pressioni continue degli americani - nha in qualche modo dato l’esempio e prima tre i gruppi italiani ha accettato l’accordo.

Quella dell’Eni in Iran è una una presenza storica, che ha preso l’avvio fin dai tempi di Enrico Mattei, il mitico fondatore del "cane a sei zampe" e dell’ultimo scià Reza Palhavi. Il primo accordo risale addirittura al 1957 e l’espansione in quella che allora si chiamava Persia faceva parte del progetto di rendere l’Italia indipendente dai rifornimenti petrolifere dalle "sette sorelle", i grandi gruppi anglo-americani. Da allora, si sono succeduti vari accordi. Ma in questo momento quali sono le attività di Eni in Ira. Sostanzialmente, si limitano al completamento di due contratti petroliferi assegnati nel 2000-2001 in base al meccanismo del buy-back: che comporta per un determinato periodo di tempo lo sfruttamento di un giacimento per poi essere riconsegnato con tutte le strutture alle autorità sovrane locali. Come si legge nel bilancio dell’Eni, dal 2007 sono in corso le attività di avviamento degli impianti di Darquain, un giacimento petrolifero sulla terraferma che è stato inaugurato nel luglio del 2005 e che verrà consegnato agli iraniani nel corso del 2009 ai partner locali previsto nel 2010. Il secondo contratto riguarda invece un giacimento per l’estrazione di gas naturale: si tratta di un impianto off shore, cioè al largo delle coste nel Golfo Persico, denomiato South Pars 4&5. In questo caso l’attività Eni è limitata al recupero degli investimenti: in sostanza parte del gas che viene estratta serbe per pagare gli impianti che vengono lasciata dall’Eni alla società di stato iraniana. DFi fatto, l’attivitò che conta è quella di Darquain. Il campo, in ogni caso, ha una produzione limitata di petrolio, che però è cresciuta negli ultimi anni: dai 26mila barili di greggio del 2007, a fine 2009 erano diventati 35mila al dicembre 2009, che in termini percentuali è pur sempre del 30%. Darquain sarà così l’ultima concessione che la società guidata Scaroniavrà in carico in Iran. E di cui - si legge sempre nel bilancio 2009 - è ‘in preparazione la formale riconsegna alle autorità locali’. (red)

 

17. Turismo nello spazio. Mosca lancia albergo in orbita

Roma -

Lo spazio diventa di tutti. Le due principali società aerospaziali russe, la Orbital Technologies e la Rocket and Space Corporation hanno annunciato - riporta LA REPUBBLICA - di voler costruire e lanciare entro pochi anni (si parla del 2016) la prima stazione spaziale commerciale: verrà messa a disposizione di cittadini privati, industrie e scienziati interessati a utilizzare lo spazio per semplice turismo o per le più sofisticate ricerche. ‘La stazione spaziale permetterà a chiunque di avvicinarsi allo spazio e speriamo di poter collaborare con governi e privati di tutto il mondo’, ha detto Sergey Kostenko, direttore responsabile della Orbital Technologies. Lo spazio diventa sempre più territorio di esplorazione. Anche perché ogni giorno riserva una sorpresa. Ora, in un altro sistema solare, è stata individuata una "seconda Terra", con condizioni climatiche adatte alla vita extraterrestre. Gliese581g, questo il suo nome, è un pianeta roccioso a venti anni luce dal sistema solare, scoperto dagli astronomi dell’università di California a Santa Cruz e del Carnegie Institution di Washington. Sarebbe il corpo celeste più simile al nostro pianeta mai scoperto finora. Intanto sulla Terra si lavora alla realizzazione della nuova stazione commerciale, che utilizzerà le più avanzate tecnologie e permetterà a un massimo di 7 uomini di vivere in orbita da tre giorni fino a un anno. Alla stazione spaziale russa potranno "agganciarsi" una gran quantità di navicelle, dalle Soyuz che trasportano uomini alla Stazione spaziale internazionale (Iss), alle Shenzou, i razzi utilizzati per il lancio di astronauti cinesi, fino alle Dragon, le capsule della società privata SpaceX che stanno per essere messe a punto e che dovrebbero servire anche per il trasporto di uomini alla Iss. Inoltre potranno "attraccare" le navicelle già oggi usate per il trasporto di materiali nello spazio. ‘Questa stazione potrebbe diventare anche una specie di rifugio per gli uomini della Iss - ha detto Alexy Krasnov, capo del Dipartimento dei voli spaziali umani dell’Agenzia spaziale russa - Nel caso in cui si dovessero eseguire importanti lavori di rifacimento o in casi estremi di incidenti sulla Iss gli astronauti potranno rifugiarsi per giorni o settimane all’interno della stazione privata’. Questa, infatti, verrà posta a 100 km di distanza dalla prima, e quindi sarà facilmente raggiungibile. La nuova stazione, poi, potrebbe diventare un punto d’appoggio importante per dare inizio a voli umani nel sistema solare. ‘Una breve pausa alla nostra stazione potrebbe essere l’inizio, per esempio, per un perfetto volo circumlunare’, ha spiegato Kostenko. L’idea dei russi di costruire stazioni spaziali private non è nuova, anche se potrebbe essere la prima a diventare realtà. Una società americana privata, infatti, la Bigelow sta lavorando anch’essa alla costruzione di una base spaziale gonfiabile da mandare nell’orbita terrestre.

 (red)

La TAV è ferma, i "treni" invece iniziano a muoversi

Caro Grillo, noi non siamo politici, ci risponde per favore?