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Kirghizistan al voto, in cerca di stabilità

Prime elezioni dopo l’abbandono del presidenzialismo, in un paese con forti contrasti tra le diverse etnie

 

Il Kirghizistan, nonostante sia spesso ignorato dai media, rientra tra quei paesi che occupano un ruolo di fondamentale importanza nell'attuale scacchiere geopolitico mondiale. Uno di quei paesi il cui nome finisce in -stan, come l'Uzbekistan o il Tagikistan, e con quest'ultimi spesso confuso nelle rare conversazioni in cui compare. È proprio in quest'area che si giocherà il successo, o il più probabile insuccesso, della politica estera di Obama. Qui infatti molti gruppi jihadisti sono legati ai demonizzatissimi Taliban che, è bene ricordarlo, non stanno propriamente sulla difensiva. Anzi, la loro avanzata non può non turbare l'apparente serenità di Washington.

Sarebbe assurdo, però, considerare il Kirghizistan (o Kirghisia, nell’adattamento italiano) alla stregua di una pedina fondamentale e strategicamente interessante solo per le reazioni che può innescare nel mondo occidentale. Come ogni paese è dotato di una sua luce propria, e se ne deve parlare mettendo da parte le conseguenze che provoca nel resto del mondo. 

Proprio oggi i kirghizi sono chiamati alle urne. Le elezioni, come sempre, focalizzano tensioni e rivalità di un paese. Partecipano 29 partiti, molti dei quali rappresentano soltanto gli interessi di singoli capi politici. Nonostante i continui richiami all'ordine del presidente Roza Otunbaeva, il Kirghizistan sta vivendo giorni difficili. Si stanno acutizzando i conflitti nella valle di Fergana e in altre zone del paese; in molti comizi pre-elettorali è risuonata, ossessiva, la parola “nazionalismo”. È proprio il richiamo al nazionalismo, che spesso ha trasceso la rivendicazione politica e si è fatto scontro aperto, a caratterizzare da anni la Kirghisia. Precisamente, per limitarci alla storia recente, da quando si è sfaldato l'impero sovietico e ha ottenuto l'indipendenza.

L'economia ha subito duri colpi, e il Pil ha perduto il 25%. Come accadde dopo la disgregazione della Jugoslavia, anche qui etnie diverse che sono state costrette a una convivenza forzata hanno iniziato (re-iniziato, anzi) a fronteggiarsi quotidianamente. I kirghizi non superano il 65% della popolazione, costituita per il resto da russi, ucraini, tatari e uzbechi. Il principale elemento di tensione è dato proprio dalla volontà autonomista della minoranza uzbeca.

Il conflitto tra le due principali etnie è di nuovo emerso, in tutta la sua drammaticità, nel Giugno scorso. In quell'occasione si giunse addirittura alla mobilitazione della Russia, su richiesta della Otunbaleva, e agli inviti a mantenere la calma da parte della Cina. I morti furono più di mille nella sola città di Osh che, data la sua collocazione geografica, venne di fatto divisa in due: l'est kirghiso, l'ovest uzbeco. Allo stesso mese risale anche il referendum costituzionale il cui esito rende particolarmente interessanti le elezioni odierne. Il referendum di giugno, infatti, ha trasformato il Kirghizistan, fino ad allora una repubblica presidenziale, nella prima repubblica parlamentare dell'Asia ex sovietica. 

Oggi, inoltre, per la prima volta i cittadini sono chiamati al voto da quando è stato deposto, nello scorso aprile, l'ex presidente Bakiev. Non è soltanto un dato di cronaca confinato in un passato prossimo. È un altro motivo di tensione, dal momento che proprio qualche giorno fa è stata attaccata la sede del partito Ata-Jurt, ricollegabile a Bakiev, dopo che si era diffusa la voce riguardante un suo possibile rimpatrio in caso di vittoria. Ricordiamo che nell'aprile di quest'anno Bakiev fu costretto a lasciare, e poi ad andare in esilio in Bielorussia, in seguito all'ondata di malcontento della popolazione. Che lo accusò di brogli elettorali, di aver accresciuto i propri poteri e, in breve, di aver completamente tradito le promesse elettorali. 

Infine, a far del Kirghizistan uno stato dall'enorme valore strategico, e una polveriera sempre sul punto di esplodere, c'è anche un fatto addirittura unico. È infatti il solo paese ad avere sul proprio territorio basi militari sia russe che statunitensi, oltretutto a poche decine di chilometri di distanza le une dalle altre. 

Il presidente Otunbajeva spera di ottenere oggi una legittimazione che possa permettere di guardare al futuro consapevoli di una maggiore stabilità e di mettere alle spalle i rancori per i recenti scontri etnici. Intanto, però, pare che l'unico elemento a rendere possibile un barlume di credibile ricostruzione sia il supporto della Croce Rossa...

Marco Giorgerini

 

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