Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Israele: giuramento di fedeltà. Solo per i non ebrei

Sta per diventare legge la proposta caldeggiata dallo xenofobo Avigdor Lieberman, 


«Giuro di rispettare le regole dello Stato di Israele in quanto stato ebraico e democratico». Questa con ogni probabilità sarà la formula di giuramento che dovrà sottoscrivere chi vorrà ottenere la cittadinanza israeliana. Domenica scorsa, infatti, è stato votato dal consiglio dei ministri l'emendamento alla legge sugli ingressi e sulla cittadinanza che vincola, appunto, l'acquisizione della cittadinanza al riconoscimento di uno stato «ebraico e democratico». Ventidue ministri hanno espresso il loro voto favorevole, cinque si sono detti contrari. È vero che il provvedimento non è ancora legge, dal momento che non è ancora stato approvato in via definitiva dal parlamento, ma già fioccano inevitabili le polemiche. Anche perché ormai sussistono pochi dubbi circa la sua ratifica finale.

Il giuramento in sé, condannabile o condivisibile, non deve stupire. Anche gli Stati Uniti, ad esempio, lo impongono a chi richiede la cittadinanza Usa. Il dibattito si incentra però sulla dicitura «stato ebraico» che, peraltro, nella formula sopra citata viene prima dell'aggettivo «democratico».

Il decreto non è giunto inaspettato. Tre anni fa il deputato Likud Yariv Levin parlò della necessità di giurare non solo sui valori della costituzione israeliana ma anche sulla sua “ebraicità”. L'anno scorso, poi, venne presentato un disegno di legge praticamente identico a questo, e fu subissato dalle critiche dei laburisti e di molti intellettuali israeliani. Netanyahu propose in quell'occasione una modifica della formula di lealtà, che doveva essere priva di richiami all' “ebraicità”. La proposta del Primo ministro si affermò ed è stata negata soltanto ieri, col ripristino della versione originaria.

Come spesso succede, dietro ad un'apparente questione poco più che formale si nascondono problemi particolarmente spinosi. Imporre un giuramento come questo significa costringere i palestinesi, musulmani, ad aderire all'ideologia sionista. Il pacifista israeliano Uri Avenry ha dichiarato: «Sarebbe come chiedere ai nuovi americani di giurare fedeltà agli Usa in quanto stato di anglosassoni bianchi protestanti». A rendere più odioso il decreto c'è anche il sospetto, certo non peregrino, che i suoi fautori abbiano adottato due pesi e due misure. Agli ebrei della diaspora, infatti, non è richiesto nessun giuramento (in quel caso vige la “legge del ritorno”).

Prima di analizzare i motivi che sono all'origine del voto di domenica è opportuno considerare chi si è più battuto perché venisse approvato il provvedimento in questione. La risposta è: Avigdor Lieberman, vice primo ministro e leader del partito Yisrael Beitenu. Il suo è un partito marcatamente nazionalista, xenofobo, poco incline alle mezze misure. È anche e soprattutto una forza importante nello scenario politico israeliano. 

Stando alle parole del primo ministro, la misura messa ai voti ieri mira a conservare la maggioranza ebraica in uno stato in cui vi sono almeno un milione e mezzo di arabi palestinesi. Il loro numero, peraltro, aumenta costantemente. Secondo i vertici del governo israeliano, inoltre, deve essere scongiurato il rischio che i palestinesi, celatamente, perseguano l'obiettivo di realizzare un unico stato. Di sfruttare i vantaggi che derivano da un'identità nazionale ufficialmente riconosciuta. 

Fin qui, le ragioni ufficiali. Altro, però, sembra muoversi dietro le dichiarazioni di questi giorni. Molti analisti parlano, non a sproposito, dell'esistenza di contropartite. La moratoria sulle costruzioni dei coloni in Cisgiordania è scaduta il 26 Settembre. Da allora questi hanno ripreso a edificare nuove abitazioni. Naturalmente, ciò non favorisce i negoziati di pace. Netanyahu può dunque aver cercato, concedendo il giuramento a «Israele in quanto stato ebraico», di disinnescare la prevedibile ostilità di Lieberman che verrà fuori al momento della discussione sulla proroga della moratoria. Anche Obama sta facendo pressione perché sia di nuovo fermata l'attività dei coloni.

C'è anche chi pensa che Israele, congelando la moratoria, voglia spingere gli Usa a riconsiderare gli impegni presi da Bush riguardanti l'inglobamento da parte di Israele di alcuni insediamenti ebraici. Se questa può essere dietrologia, la contropartita sembra però più che probabile.

 

Marco Giorgerini

USA: il gigante si sgretola a colpi di pignoramenti

Un risarcimento che non risarcisce niente