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L’acqua è limpida, il business no

Campagna della Coop per rilanciare il consumo dell’acqua di rubinetto, previo filtraggio

 

Che sia di rubinetto o di bottiglia, il consumo di acqua potabile si trova al centro di una battaglia pubblicitaria dai risvolti imprevedibili. La Coop ha infatti avviato una campagna, partita il 10 ottobre con Luciana Littizzetto come testimonial, con l’obiettivo di educare i consumatori all’utilizzo della cosiddetta “acqua del sindaco” o all’acquisto delle minerali in bottiglia prodotte più vicino a casa, per ridurre i costi di trasporto e il conseguente inquinamento.

La questione non è affatto marginale, né nuova, e offre parecchi spunti di riflessione. Il consumo di acqua minerale in Italia è di circa 190 litri l’anno pro capite, per un giro d’affari che supera i 2 miliardi e trecento milioni. Il lascito di tale abnorme consumo, che ci pone al terzo posto nel mondo, sono 365mila tonnellate di PET, un consumo di 693mila tonnellate di petrolio e l’emissione di 950mila tonnellate di “CO2 equivalente” in atmosfera. Il tutto senza considerare l’inquinamento generato dal trasporto. Devastazioni ambientali di tale portata che un paio d’anni fa, cercando di dare un segnale al mondo intero, i 2500 abitanti di Bundanoon, un piccolo centro dell'Australia, distante 150 km da Sydney, hanno deciso che nei supermercati del posto fossero messe al bando le bottiglie di acqua minerale in plastica.

L’iniziativa della Coop potrebbe quindi  distinguersi in primo luogo per il fattore ecologista, per quanto sui suoi scaffali continueranno comunque a trovarsi acque minerali di ogni sorta, e la Coop stessa intende promuovere, tramite tale campagna, la vendita e la diffusione di una propria caraffa filtrante a fini domestici. Eppure rischia di portare alla superficie problemi più profondi. Tanto che la risposta delle grandi multinazionali dell’acqua minerale (Nestlè e Danone detengono il 30% del mercato) è stata immediata e decisa, e nei prossimi giorni assisteremo verosimilmente ad autentici scontri a colpi di spot e messaggi subliminali.

Il fatto è che attorno al business dell’acqua minerale ruota una delle tante, gravi inefficienze del sistema Italia. Forse qualcuno teme che l’attenzione creata dalla Coop possa riportarla a galla. Alla metà delle regioni italiane, infatti, lo sfruttamento delle fonti idriche da parte dei produttori di acque minerali rende solo briciole, a causa di canoni non adeguati o irrisori. Tanto per fare un esempio, la Campania riscuote uno dei canoni più bassi per volume imbottigliato (0,3 euro per metro cubo), e nonostante sia tra le regioni dove si imbottigliano le maggiori quantità di acqua minerale (un miliardo di litri all’anno) incassa per questo appena 300mila euro (Dossier Legambiente 2010, dati riferiti al 2008). Inutile ricordare quali siano, invece, i problemi di smaltimento rifiuti presenti nella stessa regione. Lo stesso discorso vale per il Molise e la Sardegna, dove vige il Regio Decreto del 1927, mentre in Liguria è vigente la legge regionale del 1977 e in Emilia Romagna quella del 1988. Ma si potrebbe parlare anche di Calabria, Puglia, Piemonte, Lombardia e Basilicata. Ed è questione di qualche giorno fa quel che è successo nel Consiglio regionale in Abruzzo, dove il canone concessorio è stato addirittura abbassato da 1 euro/mc a 30 centesimi al metro cubo, provocando le ire del capogruppo di Rifondazione, Maurizio Acerbo, che ha annunciato un referendum popolare regionale sulla vicenda. 

«Il progetto di legge delle acque, fatto nella precedente legislatura – ha dichiarato Acerbo – prevedeva che le aziende, che finora non hanno versato nemmeno una lira,  pagassero 1 euro ogni mille litri di  acqua emunta (prelevata). La lobby delle acque minerale si è attivata minacciando licenziamenti.»

A questo punto è intuitivo capire quale sia la vera posta in ballo, che non si limita alla scelta del rubinetto o della bottiglia, ma può avere effetti indesiderati su quello che dovrebbe essere un bene primario. Che dovrebbe essere messo a disposizione di tutti senza alcun lucro, e che invece è stato trasformato, non senza connivenze, in un business miliardario per pochi.

 

Massimo Frattin

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