Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 13/10/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Guerriglia degli ultrà serbi. Salta la partita dell’Italia”. “Lo stadio come luogo di tutte le vendette”. A centro pagina: “‘Persone indegne nelle liste’”. “Napolitano: ridurre i tempi dei processi”. Di spalla editoriale di Franco Venturini: “Dite la verità sull’Afghanistan”. A centro pagina: “Montezemolo critica Tremonti. Ma la Marcegaglia lo difende”. “Epifani avverte: ‘La Fiom non deve dividere la piazza’”. In taglio basso: Quelle scene di violenza quotidiana”.

LA REPUBBLICA – In apertura: Genova, gli ultrà serbi scatenati, sospesa la partita dell’Italia”. Di spalla: “Pisanu: gente indegna nelle liste elettorali. Processi, appello del Colle”. Sotto editoriale di Roberto Saviano: “Le mani mafiose sulla democrazia”. “Prove tecniche di governo tecnico”, di Francesco Bei. A centro pagina: “Pugno nel metrò, donna in coma”. In taglio basso: “Il film su Facebook e la privacy finita”. “Adro, rimossi dalla scuola i simboli leghisti. L’ira del sindaco”. “Nuovo attacco a sede Cisl,, lancio di uova e minacce”.

LA STAMPA – In apertura: “Guerriglia serba, l’Italia non gioca”. Di spalla: “Riforma elettorale, la sfida di Fini: ‘Farla alla Camera’”. A centro pagina: “Follia nel metro, donna in coma”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Autonomi: colpo all’evasione”. Di spalla: “L’America sta vincendo la guerra con la Cina”. A centro pagina, illustrato da una grande fotografia: Teppisti serbi all’attacco a Genova: Incidenti in città e a Marassi, sospesa la partita della nazionale”. Sotto: “Imprese caute sulla ripresa. Prevale ancora l’incertezza”. “Italia ultima in Europa nelle opportunità di lavoro per el donne”.

IL GIORNALE – In apertura: “Fini vuole Montezemolo”. Di spalla articolo di Vittorio Feltri: “Le delicate riflessioni della signora in rosso che dirige l’Unità”. A centro pagina: “Il Pd mette in campo la strana coppia”. “Guerriglia ultrà allo stadio: Italia-Serbia non si gioca”. “In coma per un pugno. E i passanti guardano”.

LIBERO – In apertura: “Più culi che poltrone”. Sotto: “Il trota non fa sconti alla Lega di papà”. “Il non ci sto del Colle allo sfascismo futurista”. “Il Pacs del babà per far tornare comunista il Pd”. Di Franco Bechis: “L’occasione dei finiani per processare il Cav”. “La Cgil mena, pure Epifani ha paura”. “Tifosi serbi come bestie. Sospesa la partita degli azzurri”. “I senza coscienza che ammazzano di botte i passanti”.

IL FOGLIO – “Sarkozy risponde con due colpi da maestro alla grande festa contro di lui”. “Quattro penne nere”. “Altre notizie dal caos Usa”. “Se Tremonti taglia sarà l’ultima stagione scaligera”. “Rivoluzione vaginale”. “Sono tremontiano nella teoria e nella pratica. E non lo nascondo”.

IL MESSAGGERO – “Colpita nel metrò, donna in coma”. “Il senso civico non è sparito”. “Prima gli insulti, poi il pugno: ho fermato quel ragazzo in fuga ma non chiamatemi eroe”. “Serbi scatenati, partita annullata”. “Abbiamo perso tutti”. “Berlusconi: la Carta non è un dogma”. “Pisanu: liste piene di gente indegna”.

IL TEMPO – “Violenza e indifferenza”. “Una società minata”. Editoriale di Mario Sechi: “Berlusconi deve rifare il partito”. “Chi aha fatto entrare questi criminali”. “Bocchino vuole archiviare Fini e propone Montezemolo premier”.

L’UNITA’ – “Patto Bersani-Vendola”. “Processo Di Liquefazione”. (red)

 

 

2. Ultrà serbi scatenati a Genova: Partita sospesa

Roma - “Il cancro del pallone è arrivato ormai anche alla nazionale: la violenza e la ferocia degli ultras serbi, le tigri della Stella Rossa, il cui idolo è tuttora il comandante Arkan, hanno impedito che Italia-Serbia si giocasse. Ci si è provato anche, ma è stato impossibile: le squadre colpite da petardi, i giocatori da Cassano a Pazzini, da Palombo a Criscito, gli idoli di casa tanto attesi, protetti e circondati dalla polizia in tenuta antisommossa. All’ennesimo razzo in campo – scrive REPUBBICA -, in quel mozzicone di partita giocato dopo oltre mezzora di ritardo, l’arbitro scozzese Craig Thomson, deciso e coraggioso, davanti a un indeciso commissario Uefa, ha sospeso definitivamente la partita. Si è preso la responsabilità e ha giustamente posto fine a questo scempio dello sport e della civiltà. Non era mai successo con la nazionale. La tv di Belgrado parla di ‘vergogna’. È stato purtroppo inevitabile. Prima gli incidenti in città e fuori lo stadio, bottiglie e fumogeni scagliati qua e là dagli ultras serbi ubriachi, risse con la polizia all’esterno, in una Genova invasa e presa in ostaggio dai violenti. Passanti in fuga, negozi chiusi in tutta fretta dai commercianti. Scene di guerriglia urbana. Poi l’aggressione allo stesso pullman della Serbia appena uscito dall’hotel del centro per andare a Marassi: lo hanno bloccato e preso d’assalto gli stessi ultras. Il portiere Stojkovic è stato insultato, schiaffeggiato e minacciato (la sua colpa per gli ultras della Stella Rossa è quella di aver preso tre gol dall’Estonia, ma soprattutto essere passato ai ‘nemici’ del Partizan Belgrado): un fumogeno sparato dentro il pullman lo ha colpito, convincendo il numero 1 a non giocare e a farsi medicare in ospedale. Poi il bombardamento di petardi e bombe carta sul campo e nella vicina curva Nord, occupata dai tifosi italiani. Infine la decisione di non giocare e di tornare tutti a casa. Diversi i fermi tra i serbi, fatti uscire tardissimo dallo stadio, con la tensione ancora alle stelle”.

 

 

"Genova e lo stadio di Marassi avevano cominciato a tremare già da giorni. Si temeva l’arrivo dei tifosi ultranazionalisti serbi, che hanno salutato a braccio rigorosamente teso quel po’ di inno che s’è sentito, sotto i fischi italiani. Si temeva portassero paura e scompiglio. È successo. Poco prima che le squadre entrassero in campo i 1500 tifosi chiusi nella ‘Gabbia’ di Marassi - la chiamano così - ha dato il via alla sommossa. In tre hanno scalato i 5 metri della recinzione in vetro, con un coltello - passato attraverso l’inesistente rete di controlli - hanno aperto la rete e da lì hanno cominciato il bombardamento di petardi, fumogeni e bombe carta. Il capo aveva un cappuccio nero in testa e una maglietta col teschio. I razzi hanno raggiunto la Curva Nord, i tifosi sono scappati, i fotografi in campo pure. La polizia in tenuta antisommossa si è schierata sotto il loro settore, senza ottenere risultati. I pompieri hanno provato con gli idranti, per ben mezzora gli ultras hanno tenuto in ostaggio l’intero stadio. Italia e Serbia sono tornate negli spogliatoi ad aspettare. Verso le 21.20 si è provato a ricominciare: i calciatori serbi, dal capitano interista Stankovic allo juventuno Krasic, sono andati sotto il settore dei tifosi a invocare una tregua. Ma lo hanno fatto applaudendo e sollevando le tre dita, simbolo dell’orgoglio serbo (loro poi hanno spiegato che voleva significare il rischio del 3-0 a tavolino): una scena vergognosa. La partita è durata appena sei minuti. Un razzo è partito ed è terminato vicino al portiere Emiliano Viviano, scoppiando. Le squadre si sono fermate di nuovo, Viviano se ne è andato a centrocampo. L’arbitro scozzese è subito corso verso il quarto uomo McLean scuotendo la testa. Anche Cesare Prandelli, il dg Antonello Valentini e il segretario Vladovich hanno fatto cenno di no. ‘No, così è impossibile’. Basta, via, non si gioca: erano le 21.37. Gli incidenti a quel punto potevano proseguire fuori. Negli spogliatoi breve riunione con Platini al telefono e stop definitivo. Gli ultras serbi hanno esultato per il caos portato all’estero, al capitano Zambrotta e agli azzurri non è restato che salutare il pubblico applaudendolo”. (red)

 

3. La rabbia nazionalista dietro agli ultimi hooligan

Roma - “Quando i giocatori serbi hanno provato a comunicare con la curva in fiamme hanno mostrato il segno tre, il solo che quella gente capisce. È il simbolo nazionalista, la croce ortodossa che i nostalgici spacciano come riassunto della Grande Serbia: esiste solo nella loro testa ma la propagandano ovunque, soprattutto negli stadi. Il calcio non è nemmeno una copertura – scrive LA STAMPA -, è un dichiarato megafono e non è un caso che la guerra dei balcani sia iniziata durante una partita di pallone: Dinamo Zagabria-Stella Rossa, 13 maggio 1990. Prima scintilla di un odio etnico che ancora oggi è difficile tenere a bada. I gruppi organizzati sono il covo degli estremisti, lì dentro mischiano tutto: rivendicazioni, rabbia e follia. Ci mettono la costante protesta contro il Kosovo che non riconoscono come stato indipendente, ci mettono l’odio verso l’eterno nemico, l’Albania e ieri lo hanno sventolato bruciando una bandiera lanciata in fiamme giù dagli spalti. In più, ci mettono anche le loro faide, di solito scontri tra sostenitori del Partizan Belgrado e quelli della Stella Rossa. Per questo hanno minacciato il portiere Vladimir Stojkovic, passato da un club all’altro, ed escluso dal match, per precauzione, già prima che sospendessero la gara. Sono gli stessi che hanno guastato con scontri e cariche il Gay Pride di Belgrado qualche giorno fa, gli stessi che l’Unione Europea ha già provato a tener lontano dalle partite senza ricevere il giusto appoggio dal governo serbo, accusato anche stavolta di scarsa collaborazione. La mappa dei loro movimenti non segue la logica, si uniscono per manifestare insofferenza e fastidio verso chi, nella loro visione del mondo, gli ruba i confini. Poi però si picchiano pure tra loro, soprattutto nei derby, una specie di happening del tafferuglio che finisce sempre con fermi e feriti. Tutta gente che puntualmente circola libera nell’occasione successiva, tutte persone straschedate che possono acquistare liberamente il biglietto per qualsiasi gara”.

 

“Lo stadio del Partizan si chiama ancora Jna, come il vecchio esercito jugoslavo, avrebbe un altro nome ufficiale ma nessuno lo usa, una delle loro frange è stata battezzata Ultra Bad Boys e se la traduzione «ragazzi molto cattivi» non bastasse, aggiungono un extra negli striscioni «siamo un pericolo per lo sport mondiale». Non si muovono mai senza spranghe e bengala, per fregare gli avversari a volte si avvolgono nelle bandiere della squadra rivale e si infiltrano. Quando vogliono limitarsi alle botte, ma sanno far peggio: nel settembre del 2009 hanno ammazzato un tifoso del Tolosa prima di una partita di Europa League. Il generale Arkan, comandante delle milizie nella pulizia etnica, era un capo curva e ancora oggi i suoi seguaci sventolano il lenzuolo con la scritta «le tigri di Arkan». Arkan è morto nel 2000, ma il suo club di riferimento, l’Obilic è infarcito di veterani militari, irriducibili che spacciano criminali di guerra per santi. Secondo il quotidiano serbo «Blic», sono almeno 2000 i violenti che non potrebbero più entrare in uno stadio, ma in patria comandano. Sono nel consiglio di amministrazione dei club e non si occupano solo di affari, gestiscono l’ufficio minacce. Usano la persuasione per fermare decisioni non gradite, acquisti mal sopportati e i tentativi di veto sulle trasferte. Nonostante gli infiniti incidenti, raramente si arriva a giocare a porte chiuse in Serbia e quasi mai si riesce a evitare che le curve ultranazionaliste, compattate, si trasferiscano all’estero. Sono gli ultimi hooligan e sono felici di sentirsi chiamare così perché si considerano combattenti e non si preoccupano certo di essere coerenti. Ieri stavano anche contro i loro stessi colori, quelli per cui in realtà sostengono di vivere. Erano indispettiti per la sconfitta subìta in casa, contro l’Estonia, sabato scorso. Una sconfitta, l’ennesima scusa per sfasciare tutto”. (red)

 

4. Legge elettorale: senza il Cav Fini cerca un’intesa

Roma - “Fini occupa l’intera scena. Fa e disfa. Un po’ dà le carte da presidente della Camera, un altro po’ le gioca da leader di Futuro e libertà. Prende l’iniziativa sulla legge elettorale, arbitra sul comitato per i Servizi segreti, fa da semaforo sulla giustizia. E poi: di mattina parla con La Russa, e si tendono pure la mano dopo le liti con l’ex colonnello passato col Cavaliere; quindi riceve Calderoli ambasciatore di Bossi; più tardi nel suo studio a Montecitorio entrano Quagliariello e Cicchitto, emissari del premier... Perfino un appello di Napolitano a sveltire i processi - scrive LA STAMPA - viene impugnato dai ‘berluscones’ come una clava contro Fini. Tutto ruota intorno a lui. È quello che Napolitano reclama in materia di giustizia, più ‘efficienza’ per dare attuazione ai principi del giusto processo. In un messaggio a un Forum di esperti, l’uomo del Colle punta l’indice contro la durata abnorme dei procedimenti ‘che mina la fiducia dei cittadini e compromette la competitività del Paese’. L’aveva già detto numerose volte, con altrettanta e forse maggiore solennità. Anzi, si spella le mani: ‘Visto, caro Gianfranco?, pure Napolitano esorta a fare il processo breve...’. Fini alza le spalle: ‘Napolitano è ineccepibile, da parte mia nessuna sorpresa, anche perché la giusta durata dei processi non implica la retroattività’ delle norme che, se valessero per il passato, cancellerebbero i processi pendenti sul premier. Il presidente della Camera ribadisce (sullo spagnolo ‘El Pais’) che di Lodo costituzionale si può discutere, ma di assolvere il Cavaliere non se ne parla, su questo ‘si può rompere’”. “I due avvocati nonché super-consulenti (la prima di Fini, il secondo di Berlusconi) si vedranno domattina per il famoso scudo giudiziario da cui dipende se andremo a votare o no. Della trattativa era stato investito Gianni Letta. Ma le indagini aquilane tendono a risucchiare nel gorgo dei sospetti perfino il personaggio più influente del governo, dopo Berlusconi si capisce. Secondo i dietrologi, è la prova che riparte il grande assalto giudiziario al Cavaliere. Alla Camera dice Fini, il quale scrive a Schifani per rivendicarne l’esame. Sembra un atto di guerra contro il premier, che vuole tenere il ‘Porcellum’ così com’è. Però lo stesso Fini, prima di rendere pubblica la lettera, avverte il presidente del Senato: il mio, gli spiega, è un atto dovuto in quanto così mi hanno chiesto i gruppi di opposizione. Schifani risponderà che la riforma elettorale resta a Palazzo Madama, e a quel punto amen. Si respira un’aria da 8 settembre, sebbene il Re, Berlusconi, non sia in fuga da Roma ma solo convalescente(Bonaiuti, il portavoce, smentisce i giornali che insistono a descrivere un Cavaliere particolarmente provato). Tutti incontrano tutti. Si vedono al ristorante Alfano, Frattini, Fitto e la Gelmini, giovani leoni berlusconiani. C’erano stati screzi per via di certe vicende siciliane, ora si ricompattano, e tutti notano. Cena di Cicchitto, Quagliariello e Gasparri con alcuni capibastone Pdl alla Camera. Anche qui, notano tutti. Si vedono a pranzo pure Bersani e Vendola. La loro intesa di tenere le primarie, segna a suo modo una svolta. Il Pd esce dall’incertezza, punta le ‘fiches’ sulla galassia che un tempo si sarebbe definita ulivista: stando ai sondaggi, globalmente vale un 16-18 per cento. Non inganni l’appello a Casini: un’alleanza operativa con Vendola preclude quella con i centristi che, a loro volta, stabiliranno qualche forma di intesa con Fini, sempre lui. E magari, si sbilancia Bocchino, leader di questa nuova alleanza sarà Montezemolo (lo rimbecca ironico il collega di partito Viespoli: ‘Allora meglio Alonso...’). Ce lo mette Italia Futura, associazione che fa capo proprio al presidente della Ferrari: sulla tenuta dei conti il ministro opera bene, ma è ‘incapace’ di pensare alla crescita. Intervenga Berlusconi”. (red)

 

5. Berlusconi: La Costituzione si può cambiare

Roma - “Assente per l’intervento chirurgico alla mano, Silvio Berlusconi rievoca la figura di Francesco Cossiga con un messaggio letto dal sottosegretario Gianni Letta, nel corso di una cerimonia nell’Aula di Palazzo Madama. Un messaggio - scrive il CORRIERE - con il quale rilancia le riforme istituzionali perché ‘la Costituzione non è un dogma’. La sintonia tra il premier e il senatore a vita scomparso lo scorso agosto è molto stretta e riguarda le ragioni stesse che lo hanno spinto ‘a bere l’amaro calice’. Spiega, infatti, il Cavaliere che ‘i valori e i principi che hanno ispirato la sua azione di cattolico popolare e liberale sono stati un riferimento prezioso per chi, come me, da imprenditore prestato alla politica ha deciso di scendere in campo per difendere la libertà dall’insidia di forze illiberali’. E in serata tornerà sull’argomento in un collegamento telefonico con Rete 4. ‘Anche con Bersani — dice — la sinistra resta illiberale’. Una sinistra, insiste, che ‘non è cambiata, è sempre la stessa: aggredisce gli avversari e si giova dei magistrati politicizzati per ribaltare il consenso popolare dato ad altri’. Berlusconi ricorda poi che le stesse forze che in passato (tras parente allusione al Pds di Achille Occhetto) ‘lo minacciarono di impeachment hanno riconosciuto la sua capacità di intuire con grande anticipo gli sviluppi della politica e di avere introdotto uno stile nuovo, fondato sul coraggio e sulla chiarezza nei rapporti politici’. E in questo quadro il Cavaliere colloca il passaggio più rilevante del suo messaggio in ricordo del defunto presidente della Repubblica, quello appunto sulla necessità di riordinare l’architettura dello Stato. Parlando della fase in cui cominciò ad esternare, Berlusconi fa notare che Cossiga ‘è stato un uomo della Prima Repubblica, ma è stato anche il primo ad annunciarne la fine assieme alla crisi dei partiti, in una lucida e cosciente contraddizione con il suo stesso ruolo di capo dello Stato, e come tale non esitò a picconare quella Costituzione che non riteneva un dogma, ma una carta delle regole democratiche che riconosce essa stessa per prima, al suo stesso interno, la possibilità di adattare ai tempi le istituzioni dello Stato, lasciandone intatti i principi ispiratori’. Un insegnamento, rimarca il premier, ‘che abbiamo fatto nostro con il preciso impegno di introdurre quelle riforme istituzionali necessarie per ammodernare lo Stato e renderlo più efficiente’. Cossiga fu anche, sottolinea ancora il Cavaliere, ‘un uomo di Stato che si è sempre battuto per il rispetto della legalità, lo ha fatto con coraggio, con umiltà, con grande capacità autocritica anche in un momento drammatico per le istituzioni: quando lo Stato doveva trasmettere al popolo italiano il senso della fermezza e della certezza del diritto, messi in pericolo dal terrorismo’. Insomma ‘ora e sempre per Francesco Cossiga ci sarà un posto d’onore nel Pantheon di tutti i liberali e i democratici, di tutti gli uomini di buona volontà che si sono battuti per la verità e per la libertà’. Aprendo la cerimonia il presidente del Senato, Renato Schifani, rimarca che ‘Cossiga rappresenta il testimone, il protagonista, l’interprete delle istituzioni e della politica dell’Italia unita e ritrovata’ . Cossi ga, secondo Schifani, temeva l’’incompiutez-za di una transizione infinita che rischiava di diventare crisi dello Stato’, per questo aveva proposto un’Assemblea costituente con la quale varare ‘la Grande riforma per fare diventare l’Italia una democrazia normale’. E a quasi vent’anni dal suo messaggio, fa notare Schifani, quell’idea ‘resta oggi un nodo irrisolto per il futuro dello Stato’. Tra gli interventi spicca il ricordo autocritico di Gianpiero D’Alia (Udc), il quale lamenta che ‘a noi democristiani in passato è mancato il suo coraggio: se ne avessimo avuto in dose maggiore ci avrebbe probabilmente consentito di cambiare un po’ il corso della nostra storia’”. (red)

 

6. Napolitano frena Gianfranco Fini sulla Giustizia

Roma - “Processi ‘troppo lunghi’ e pure poco ‘giusti’. Tempi biblici che mettono a rischio la ‘fiducia della gente’. Situazioni insostenibili dalle quali uscire con ‘scelte coraggiose’. E una lista di suggerimenti per migliorare le cose: ‘semplificare le procedure’, ridurre ‘i costi’, recuperare ‘uno scatto d’efficienza’. Poche parole, ma abbastanza chiare per agitare il mondo politico. Che succede? Il capo dello Stato apre al processo breve proprio mentre si riaccende lo scontro tra Pdl e Fli sulla giustizia e sullo scudo per le alte cariche? Giorgio Napolitano non vuole entrare nei particolari del dibattito. Ma che a suo avviso una riforma sia urgente, lo si capisce da quanto scrive in un messaggio all’Abi in occasione di un forum sulla giustizia elettronica. ‘Più volte ho ricordato che l’eccessiva durata dei procedimenti - avverte infatti il presidente della Repubblica - mina la fiducia dei cittadini nel servizio giustizia e compromette anche la capacità competitiva del nostro Paese sul piano economico’. Le tecnologie e l’informatica possono aiutare a snellire il pachiderma, ma la cosa importante è ‘che si garantisca la piena attuazione dei principi del giusto processo’. E visto che un procedimento lungo non può essere giusto, ‘il recupero della piena funzionalità del sistema esige scelte coraggiose che ne riducano i costi di gestione e ne semplifichino le procedure’. Serve, conclude Napolitano, ‘il contributo di tutti gli operatori e di tutte le realtà interessate’. E bisogna fare in fretta: ‘Il Paese attende da tempo questo scatto di efficienza’. Le frasi del capo dello Stato arrivano proprio mentre lo strappo nella maggioranza si aggiunge di un nuovo capitolo, le dichiarazioni di Gianfranco Fini alla stampa estera: ‘Il governo può cadere davvero sulla giustizia’. ‘Il presidente della Camera dovrebbe ascoltare le riflessioni di Napolitano in materia di durata dei processi - commenta Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera- . Infatti c’è un’ipotesi di forma globale della giustizia che è contenuta nel programma elettorale e che comprende pure uno scudo per le alte cariche dello Stato’”.

 

Dunque la tensione resta alta: se non c’è aria di crisi, sicuramente soffia un vento forte di instabilità, nonostante i ripetuti inviti del Colle ad abbassare i toni. In questo quadro di può leggere anche il messaggio all’Abi, in un tentativo cioè di riportare i problemi italiani al centro del dibattito. Del resto tutti i più recenti interventi di Napolitano sono stati degli appelli alla stabilità e alle ‘riforme necessarie’. L’ultimo venerdì scorso da Oporto quando, a margine del vertice Cotec con Juan Carlos di Spagna e il presidente portoghese Cavaco Silva, ha richiamato alla ‘responsabilità della politica’. Dopo un estate di risse di veleni, questo il ragionamento presidenziale a Oporto, è giunto il momento di risolvere i problemi e di dimostrare che si vuole far proseguire la legislatura. E allora, ‘quale migliore occasione della legge di bilancio per un confronto parlamentare’ su crisi economica, scuola, infrastrutture, innovazione? Argomento sul quale il capo dello Stato torna in serata, quando Giulio Tremonti sale sul Colle per illustrargli le linee guida del ddl sul bilancio. Napolitano quindi, pur senza farsi troppe illusioni, spera ancora che la situazione regga. Ma si prepara anche all’ipotesi B, la crisi. Se Berlusconi cade, le consultazioni sono sicure, il governo tecnico (quasi) impossibile: dovrebbero presentarsi con programma e numeri veri per convincerlo a non rispettare il voto del 2008”. (red)

 

7. Gasparri: C’è solo Silvio, il resto è astrologia

Roma - “Maurizio Gasparri, presidente dei senatori Pdl, Italo Bocchino ha detto che dall’alleanza tra Fini, Casini e Lombardo nascerà il vero centrodestra. Non ci sono troppi galli nello stesso pollaio?

‘Io credo che il vero centrodestra lo abbiano già scelto gli italiani alle elezioni, comprese le recenti amministrative, e anche i parlamentari che hanno rinnovato la fiducia al governo Berlusconi’.

Ma il capogruppo di Fli – scrive IL GIORNALE - ha anche indicato un possibile leader, Luca Cordero di Montezemolo. Le sembra uno scenario possibile quello del presidente della Ferrari che contende lo stesso spazio politico di Berlusconi?

‘Il centrodestra e Silvio Berlusconi ci sono, tutte le altre ipotesi mi sembrano astrologia. Poi non ho capito bene cosa vuole fare Montezemolo da grande, visto che è già abbastanza cresciuto. Un giorno critica il governo e sembra scenda in campo, quello dopo smentisce, quello dopo ancora qualcun altro lo tira in ballo. Insomma, tutti hanno diritto di promuovere partiti, movimenti e a candidarsi. L’importante è uscire da questa sceneggiata ipocrita’.

 

Italia futura, la fondazione di Montezemolo ha criticato la politica economica del governo, pensa che questo esecutivo abbia fatto abbastanza per la crescita?
‘A me pare che l’apprezzamento per Tremonti e per la politica economica del governo arrivi in primo luogo dalle organizzazioni economiche europee e internazionali. Anche nei giorni scorsi al Fmi mi è parso evidente quanto sia alta la considerazione per il nostro governo. Certo, poi la crisi c’è e se ne sarà accorto anche Montezemolo. Anche perché a me pare che la Fiat abbia tratto giovamento più dalle decisioni di Marchionne che dalle sue. È un po’ come nella canzone di Fabrizio De Andrè: ‘La gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio’.

Che serva più crescita lo dicono in molti...
‘Mi viene da pensare ai consigli del giardiniere di “Oltre la siepe”. Tutti pensavano fossero pensieri altissimi e invece erano delle banalità’.

Comunque, una parte di Fli vuole Montezemolo.
‘Ma non era Fini il leader? E prima non era Berlusconi? Poi, se oggi è toccato a Montezemolo, domani chi sceglieranno? Per favore, la politica è una cosa seria. Preferisco tenermi fuori da questo teatrino e dedicarmi al lavoro di capogruppo. Berlusconi e il Pdl continueranno a dare il loro contributo di serietà alla politica e mi auguro che gli altri facciano altrettanto. Guardi, gli indicatori economici stanno dando dati interessanti, ad esempio sulla produzione industriale e la disoccupazione. Il resto è teatrino e la gente non lo segue più’.

Parliamo di legge elettorale. Fini ha chiesto che l’iter parta dalla Camera. È d’accordo?
‘Era stata calendarizzata al Senato. La decisione la prenderanno i due presidenti, mi auguro che sia rispettato il lavoro dei senatori’.

Anche il Pdl la vuole cambiare?
‘Noi abbiamo proposto una modifica che introduca il premio di maggioranza nazionale anche al Senato. E non è anticostituzionale come dicono alcuni’.

Sembra che le ipotesi in campo, per quanto fumose, vadano in direzione opposta. Verso il proporzionale, ad esempio.Siete d’accordo?
‘Io oggi (ieri, ndr. ) ho commemorato Francesco Cossiga davanti alle prime tre cariche dello Stato e ho ricordato la sua tesi: i sistemi elettorali devono sicuramente garantire rappresentanza, ma anche la governabilità. Il suo messaggio era privilegiare la sovranità popolare rispetto ai giochini di palazzo.Chiaramente non l’ho detto a caso’.

Se le cose dovessero andare secondo i vostri auspici, cioè elezioni a fine legislatura secondo lo schema bipolare, rischiate di trovare come avversario un centrosinistra che va da Vendola all’Udc, passando per Di Pietro. Le sembra uno scenario positivo?
‘Mi sembra improbabile. Già oggi nel Pd convivono a fatica anime troppo diverse. Basta guardare cosa è successo sull’Afghanistan: Di Pietro ha detto che bisogna andarcene, Fassino aveva detto sì agli aerei con le bombe ed è stato subito sottoposto al trattamento del ‘contrordine compagni’. Di Pietro, a sua volta, subisce Beppe Grillo che lo incalza da sinistra. E in questo quadro, dovrebbe rientrare anche Casini. Mi sembra troppo complicato’.

E se ci fosse anche Fini?
‘Non credo proprio sia questo quello che vuole. Ci sarebbe un livello tale di confusione che non riuscirebbero nemmeno a mettersi d’accordo sulla data della prima riunione’”.
  (red)

 

8. Allarme di Pisanu: Quelle liste elettorali sono indegne

Roma - “Una vergogna. ‘Indegni’ i candidati, e dunque censurabile il comportamento dei partiti che li hanno scelti. Beppe Pisanu, presidente dell’Antimafia, è incollerito. Dipendesse da lui – scrive LA STAMPA -, metterebbe all’angolo da subito i prefetti reticenti. Quelli che a distanza di sette mesi non hanno risposto alle domande dell’Antimafia. E tra loro c’è pure il prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, quello che sostenne che a Milano ‘la mafia non esiste’. Stiamo parlando dei candidati e degli eletti all’ultima tornata di primavera delle amministrative e delle regionali. Una vergogna, appunto. E non solo per i casi di candidati notoriamente in odore di criminalità organizzata (Calabria e Campania). Ecco cosa dice il presidente Beppe Pisanu: ‘La disinvoltura nella formazione delle liste è molto più allarmante di quella che noi abbiamo immaginato. Sono liste gremite di persone che non sono certo degne di rappresentare nessuno’. Il punto, sembra di capire, è che non solo sono tanti gli impresentabili quanto, sono parole di Pisanu, ‘emergono candidati ed eletti irregolari, per reati diversi da quelli che il nostro Codice d’autoregolamentazione prevedeva’. Insomma, non solo sospettati di rapporti con la mafia, o di aver commesso reati quali la corruzione. C’è di peggio. Ci sono candidati o eletti con precedenti per reati odiosi. Per il momento gli elenchi dei nominativi Beppe Pisanu l’ha chiuso in cassaforte. Si conosce invece quella graduatoria infelix delle Prefetture inadempienti. Sono cinque, quella che non hanno proprio dato segni di vita: Bolzano, Mantova, Agrigento, Catania e Messina. Venticinque quelle parzialmente inadempienti, tra queste ci sono Milano, Latina, Viterbo, Salerno, Terni, Bergamo, Isernia ed Enna”.

 

“Beppe Pisanu ha lanciato un vero e proprio ultimatum ai prefetti: ‘O entro sette giorni inviate tutto il materiale richiesto oppure sarete convocati a palazzo San Macuto’. Sia dal Pdl che dall’opposizione, si fa notare che ‘siamo al limite dell’incidente istituzionale’ (Walter Veltroni). Il presidente dell’Antimafia ha investito del problema anche il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Al di là della irritazione istituzionale, emerge drammaticamente il tema della trasparenza nelle candidature per le assemblee elettive. Il Codice di autoregolamentazione, è evidente, non viene applicato. Siamo di fronte, dice la finiana Angela Napoli alla ‘disinvoltura con la quale la politica forma le liste nelle varie competizioni elettorali’. Il grido d’allarme dell’Antimafia dovrebbe aver smosso le acque dello stagno. I prefetti inadempienti dovranno dare risposte convincenti entro sette giorni. E i partiti che faranno? Continueranno a prendere impegni solenni salvo poi puntualmente fregarsene?”. (red)

 

9. Liste elettorali, i prefetti: Quei dati non li abbiamo

Roma - ‘Non li abbiamo quei dati. E non possiamo raccoglierli. Costituzionalmente non sarebbe neanche tanto privo di criticità’. Il prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi è presidente della associazione dei prefetti; la Anfaci (Associazione Nazionale Funzionari Amministrazione Civile dell'Interno). E solo in quella veste, e specificando di non voler alimentare alcuna polemica, accetta di chiarire il mistero dei dati ‘parziali’ fomiti alla commissione antimafia.

 

 

Allora, prefetto, in commissione Antimafia si è rischiato l'incidente istituzionale con il Viminale. Perché non avete fornito i dati necessari per capire se i partiti hanno candidato persone degne o meno?
‘Quello che noi prefetti possiamo fare è fornire i dati che abbiamo. E quello è stato già fatto’.

Ma allora perché la commissione antimafia lamenta di aver ricevuto informazioni ‘parziali’?
‘Perché noi abbiamo le informazioni relative agli eletti. Quelle le possiamo raccogliere, secondo il testo unico degli enti locali 267-2000 articolo 58, perché servono alla convalida’.

Ovvero?
‘Per accertare che l'assunzione della carica di amministratore locale avvenga solo da parte di soggetti che non hanno, chiamiamole così, controindicazioni. In caso contrario l'investitura viene annullata. Per questo, subito dopo le elezioni, si procede alla raccolta di dati. La commissione invece chiede informazioni su tutti i candidati’.

È su questo che vi accusano di essere inadempienti. Perché non le avete raccolte?
‘Nessuna inadempienza può essere ascritta ai prefetti. Perché la raccolta di quei dati non è prevista da alcuna disposizione di legge. La mtio è di non disperdere l'attività investigativa in un numero enorme di accertamenti’.

Ma c'è il codice di autoregolamentazione sottoscritto da tutti i partiti che lo prevedeva.
‘Sì, ma quel codice è come se fosse un accordo tra privati. Noi dobbiamo essere coperti da una legge. Non possiamo metterci a raccogliere dati su Tizio e Caio a nostro piacimento. Una raccolta generalizzata potrebbe offrire il fianco a profili di incertezza sul piano costituzionale. A meno che non ci siano novità’.

Novità di che tipo?
‘Se ci fossero modifiche normative Io faremmo ben volentieri. Basterebbe fare una legge che prevede la raccolta di informazioni anche preventive sui candidati. La commissione antimafia, essendo un organismo parlamentare prestigioso e autorevole, potrebbe promuovere una modifica legislativa’.

Ma allora perché altri li hanno forniti?
‘Bisogna anche tenere presente che non tutte le prefetture hanno la stessa estensione e popolazione. Per una provincia più piccola è più facile raccogliere informazioni. A Milano c'erano migliaia di candidati. La provincia ha poco meno di 4 milioni di abitanti. I candidati erano migliaia. A volte capita che alcune informazioni arrivino anche in ritardo, se ci saranno le comunicheremo con la dovuta celerità’.

Il Viminale aveva dei dubbi?
‘No, il Viminale ci ha invitato a collaborare e a dare tutte le informazioni che in base alla legge potevano essere raccolte’.
Che cosa farete se vi convocherà la commissione antimafia? ‘Certamente andremo con il migliore spirito collaborativo a chiarire che tutto ciò che poteva essere comunicato è stato fatto nel rispetto delle norme di legge’”. (red)

 

10. La linea Bersani: “due forni” accesi con Vendola e Udc

Roma - “A fine giornata gli uomini di Bersani lo ammettono senza mezzi termini: al di là dell’intesa per le primarie sbandierata ai tiggì dopo il pranzo della riconciliazione tra il segretario e Nichi Vendola, già ribattezzato il ‘patto della Ricciola’, tutto si può dire tranne che vi sia un accordo nero su bianco con data, regole e contendenti già decisi. Piuttosto, ‘le primarie restano sullo sfondo, perché ancora non si sa quando si voterà e poi comunque quando sarà il momento andranno proposte a tutta la coalizione’. Tradotto – scrive LA STAMPA - , qualora si riuscisse a stringere all’angolo Casini, impresa a dir poco ardua, la consultazione tra gli elettori sul candidato premier non sarebbe più così scontata. Per questo, la novità di questo incontro pacificatore dopo le polemiche dei giorni scorsi sulle ‘anime morte’, per Bersani è l’accordo con Vendola su ‘un breve governo tecnico per la legge elettorale’ e la condivisione delle preoccupazioni ‘per i colpi bassi di Berlusconi nella sua fase finale’. Dalle parti di Vendola va in scena un film leggermente diverso: le parole hanno un peso, quindi le primarie si faranno e se Casini non le vuole si potrebbero tenere lo stesso prima di stringere un’eventuale alleanza con l’Udc e così tutto sarebbe risolto. Ecco la fotografia della linea ‘dei due forni’ messa in campo dal leader del Pd: dopo aver incassato sabato scorso la tregua interna con Veltroni sul partito che torna baricentro dell’alternativa mettendo in campo proposte coraggiose sui temi concreti, negli ultimi tre giorni è tornato ad occuparsi di alleanze con un occhio al centro e uno a sinistra. Prima invitando Casini a decidersi in fretta ‘per evitare l’errore del ‘94’, come ha spiegato Letta; e poi facendo pace con Vendola per sminare il terreno da un conflitto perpetuo che ricorda tanto il clima dell’Unione. Dopo aver gustato dunque un menu di panzanella all’astice e ricciola al forno in una trattoria sui fori imperiali, i leader del Pd e Sel annunciano la fumata bianca: ‘Abbiamo ribadito il meccanismo delle primarie di coalizione - dice il segretario del Pd - perchè è una cosa a cui teniamo molto, le abbiamo inventate noi, perciò saranno i cittadini a decidere chi meglio può sconfiggere Berlusconi’. ‘C’è un accordo per affidare al processo delle primarie la selezione degli sfidanti’, si compiace Vendola. Il quale, pur confermando che la volontà comune è di aprire un ‘cantiere del centrosinistra con un patto di consultazione sul programma’, nega di voler entrare nel Nuovo Ulivo e tanto meno pensa di confluire nel Pd. A Bersani concede di non porre ‘nessun veto’ su Casini e i centristi, ma non vuole neanche subirli. Ma se il segretario Pd ripete ‘quello che io chiamo Nuovo Ulivo deve rivolgersi all’Udc e vedere se ci sono le condizioni per un patto di governo’, Casini fa rispondere a Pezzotta che ‘ognuno è libero di fare come gli pare: scelga, o Vendola o noi, non si può alleare con tutti’. E Buttiglione è ancora più esplicito: ‘Il Pd ha bisogno di noi per vincere, noi invece no perché presentandoci da soli o come terzo polo saremmo sempre determinanti’. Ma Bersani sa bene che Casini ‘non deciderà cosa fare fino all’ultimo e quindi bisogna tenere aperto il dialogo con lui, poi si vedrà’. E gli uomini più vicini al leader Udc ammettono che ‘la tattica di normalizzare la sinistra meno radicale, sui tempi brevi non porta a nulla, ma su quelli lunghi forse può essere produttiva’”. (red)

 

11. Copasir, D’Alema: Sui servizi c’è stata fuga di notizie

Roma - “Stamattina, con l'audizione del generale Giorgio Piccirillo, direttore dell'Aisi, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) riprende la sua attività dopo una settimana di blocco dei lavori imposto dal Pdl che ha chiesto a Fini e Schifani di rimodulare la composizione dell'organismo bicamerale dopo la nascita del gruppo di Futuro e Libertà. In attesa di una dichiarazione congiunta dei presidenti di Camera e Senato – scrive il CORRIERE -, il presidente del Copasir, Massimo D'Alema, ha auspicato che il comitato prosegua serenamente la sua attività a prescindere dalle polemiche interne alla maggioranza. D'Alema, poi, ha confermato che il Copasir fin dallo scorso 6 ottobre ha presentato alla Procura della Repubblica di Roma un esposto contro ignoti per la fuga di notizie relativa al pedinamento dell'onorevole Italo Bocchino attribuito ad agenti dei servizi segreti in piazza San Silvestre a Roma. La decisione di rivolgersi alla magistratura, ha precisato D'Alema, è stata assunta in seguito all'orientamento emerso nella riunione del comitato di presidenza del 5 ottobre scorso. In quell'occasione i commissari del Pdl avevano sollevato formalmente la questione: su come fossero arrivate ai giornali le informazioni (riferite al Copasir dal sottosegretario Gianni Letta) sull'incontro avvenuto in piazza San Silvestre tra Bocchino e l'agente dei servizi Marco Mancini (ex numero due del controspionaggio, coinvolto nel caso Abu Ornar) finito nel mirino di altri 007. In conseguenza di quell'esposto, la Procura di Roma ha aperto un fascicolo contro ignoti affidato al capo dell'ufficio Giovanni Ferrara. La legge 124 del 2007 conferma l'obbligo del segreto (anche dopo la cessazione dell'incarico) per commissari e i funzionar! del Copasir mentre il Codice penale prevede per il pubblico ufficiale che rivela un segreto d'ufficio una pena da 6 mesi a 3 anni di reclusione. In teoria, al termine di una farraginosa procedura, è prevista anche la sostituzione del parlamentare resosi colpevole di violazione del segreto. In attesa degli sviluppi giudiziari, l'offensiva del Pdl ú affidata ai commissari Fabrizio Cicchitto e Gaetano Quagliariello che ieri hanno incontrato prima D'Alema e poi Gianfranco Fini ú tiene aperto un secondo fronte che mira a sostituire Carme- 10 Briguglio (Fli) con un deputato del Pdl: perché il partito di maggioranza relativa dopo la scissione dei finiani non sarebbe adeguatamente rappresentato nel Copasir. Cicchitto ha detto che Fini ha preso atto delle richieste del Pdl e, per rispondere, si è riservato di sentire prima 11 presidente Schifani’. La risposta, commenta Italo Bocchino (Fli), è scontata: perché nel Copasir l'unica proporzione che va rispettata è quella della parità tra maggioranza e opposizione”.

 

 (red)

 

12. Afghanistan: Ultimo saluto agli alpini morti per la pace

Roma - “Gli applausi, il silenzio e il canto degli alpini. E poi la marcia funebre. In pace per la pace, ancora più struggente proprio per quel silenzio di sottofondo, il segno di rispetto di una folla di migliaia di persone per gli ultimi quattro caduti in Afghanistan. Alpini, brigata Julia, il più grande aveva 32 anni, Gian Marco Manca, di Alghero – ricorda IL GIORNALE -. Il più giovane 23, il caporalmaggiore salentino Marco Pedone. La basilica di santa Maria degli Angeli era stata la cornice dei funerali dell’ultima vittima della missione afghana appena tre settimane fa: il capitano Alessandro Romani. ‘Profeti del bene’ li chiama nella sua omelia monsignor Vincenzo Pelvi, ordinario militare. Perché mentre fuori da questo angolo di dolore il tema Afghanistan diventa politico, per i parenti delle vittime le parole dell’ultimo saluto ai loro figli, fratelli, mariti, sono l’unico conforto: i caduti erano in missione ‘per difendere, aiutare, addestrare’, ricorda monsignor Pelvi, testimoni ‘dell’amore al servizio dei più deboli’. In piazza della Repubblica tre ali di folla sono trattenute dalle transenne. Un secondo applauso parte sommessamente quando le bare escono di nuovo dalla basilica. Una donna sventola un’enorme bandiera tricolore. L’agguato, sabato, nella valle del Gulistan rivendicato dai Talebani, ha portato via anche un ragazzo di 26 anni, Francesco Vanozzi, di Pisa, e Sebastiano Ville, siciliano di Francoforte, in provincia di Siracusa, entrambi caporal maggiori. Sono giovanissimi i commilitoni arrivati a Roma dalla Sicilia, dalla Sardegna, dalla Campania e dalla Toscana. Ma ci sono anche vecchi alpini arrivati a salutare quei ragazzi che ora si vedono in qualche foto portata a mano dai familiari, l’orgoglio esposto dei visi dei loro ‘eroi per sempre’. In prima fila accanto ai parenti, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: abbraccia e saluta uno a uno i familiari, si siede, poi ancora torna da loro al momento del segno della pace. Poi il ministro della Difesa Ignazio la Russa, i presidenti di Camera e Senato Fini e Schifani, il sottosegretario Gianni Letta. I ministri Frattini, Prestigiacomo, Bossi. Tutti i partiti hanno inviato un loro rappresentante. Nessuna dichiarazione, qui sono le istituzioni a parlare, il ruolo è uguale per tutti, senza distinzione di colore politico. Per l’Afghanistan si inizia a discutere di ritiro, ma dall’omelia arriva un invito a non scegliere sulla base delle emozioni: ‘la parola pace’, dice il vescovo militare, ‘non può essere considerata come un prodotto tecnico’.È in gioco’l’assunzione di impegni condivisi per scalzare alla radice le ricorrenti tentazioni terroristiche’. Di fronte a questo, ‘nessuno può rimanere neutrale o affidarsi a giochi di sensibilità variabili’. Anche Napolitano ha difeso ieri i militari italiani: gli alpini erano in missione militare ma contemporaneamente ‘civile e costruttiva - la sua dichiarazione in una nota - non per recare offesa alla libertà di un altro popolo né per risolvere con una guerra una controversia’, ma per dare ‘risposta’ a un impegno internazionale’. Questi soldati ‘fanno onore all’Italia’, e ‘ogni legittimo confronto politico non può prescindere dal rispetto per il sacrificio di tutti i caduti’. Il ‘frutto’ di questi sacrifici è nell’interesse ‘della pace’. Oggi alla Camera il ministro la Russa riferirà all’aula. Si discute della dinamica dell’agguato ma anche del ritiro: nel corso del 2011, se ‘larga parte della zona ovest’ sarà ‘riconsegnata al governo afghano’, ha ragionato La Russa a Porta a Porta , la exit strategy potrà partire. (red)

 

13. Follia in metro a Roma: donna in coma per un pugno

Roma - “Una lite partita da una fila al bar, poi gli insulti, un pugno, una donna crolla a terra e per oltre quaranta secondi tanti passano ma nessuno si ferma a soccorrerla. È accaduto venerdì – scrive REPUBBICA - poco dopo le 17 alla stazione Anagnina, nella periferia della Capitale, ma soltanto ieri se ne è avuta notizia, quando i carabinieri del comando provinciale hanno diffuso il video ripreso dalle telecamere dell’Atac. Il sindaco della Capitale Gianni Alemanno parla di ‘indifferenza’, minaccia denunce per omissione di soccorso e scatta la polemica. Maricica Hahaianu, romena di 32 anni, da dieci in Italia, è la donna ancora in pericolo di vita. Alessio Burtone, di 20, romano che vive poco lontano dalla stessa stazione, è il ragazzo con cui ha avuto un diverbio dopo che lui l’ha superata nella coda al bar: arrestato venerdì dai carabinieri della stazione Cinecittà con i militari del VI reggimento Genio pionieri, da ieri è ai domiciliari, accusato di lesioni gravi. Con la stessa accusa era stato denunciato due volte in passato. Il video racconta soltanto una parte della vicenda: parte dal momento in cui Alessio e Maricica camminano affiancati. È il prosieguo della discussione partita nel bar. Lei a un certo punto lo blocca, discutono ancora, lei gli dà una spinta, fanno ancora qualche passo, lui prova a sputarle addosso, lei lo allontana, lui la colpisce con un pugno. Maricica crolla a terra, e per oltre 40 secondi nessuno la soccorre. Si vedono una donna anziana, un uomo di corsa, e altri passanti che non si fermano. Alla fine è un sottufficiale della Capitaneria di Porto, Manuel Milanese di 26 anni, a bloccare il giovane, mentre un dipendente dell’Atac, Antonio Lioce, di 48, soccorre per primo la donna. Burtone non si allontana nemmeno: ai vigili urbani chiederà candidamente ‘posso andare via?’. Prima ha detto che lei lo aveva provocato con pugni e calci, poi ha chiesto scusa per il raptus. Davanti al magistrato si è messo a piangere, come racconta anche la madre. Maricica è stata portata al policlinico Casilino: è stata operata alla testa, ieri mattina è stata estubata, è fuori dal coma, ma per i medici è ancora in pericolo di vita, il marito - un operaio romeno - prega per lei. Le colleghe della clinica Fulvia, dove Maricica lavora, la descrivono come ‘un’ottima infermiera’ e dicono: ‘È uno schifo che nessuno si sia fermato a soccorrerla’. Nella stazione alcuni commercianti dicono: ‘Lei lo aveva colpito con pugni e calci’. Qualcuno racconta che lei gli avrebbe detto ‘sei un porco’. Ma questo nelle immagini non si vede. Un negoziante aggiunge: ‘Lei se l’è cercata’. Anche Alemanno - dalla Cina dov’è in vista - in mattina aveva detto che avrebbe visto il video e valutato l’ipotesi di una denuncia per omissione di soccorso contro ignoti, aggiungendo che ‘non è accettabile che in una città come Roma avvengano cose del genere e, tanto più, non è possibile che ci sia una tale indifferenza’. Più tardi il sindaco proporrà una medaglia per il sottufficiale Milanese. Nel frattempo avevano parlato in tanti. Critiche al Campidoglio erano arrivate dal Pd, mentre la governatrice Renata Polverini diceva che ‘bisogna recuperare un senso di solidarietà e umanità’. Il presidente della Provincia Nicola Zingaretti aveva definito l’episodio ‘grave e drammatico. Un’esplosione di violenza che si commenta da sé’. La sorella, Claudia, di 26 anni, chiede scusa a nome di tutta la famiglia: ‘Alessio - dice - è chiuso in casa e continua piangere’. Maricica non ha ancora ripreso conoscenza e, in un letto della Rianimazione del policlinico Casilino, continua a combattere per sopravvivere”. (red)

 

14. Nuovo attacco Contro la Cisl. Bonanni: Squadristi rossi

Roma - “Ancora prove di guerriglia e avvertimenti in stile mafioso contro la Cisl di Raffaele Bonanni – scrive IL GIORNALE -. Ieri è stata presa di mira la sede di Terni, più o meno secondo le stesse modalità delle volte scorse. Uova contro l’ingresso del sindacato e la scritta ‘Cisl, Uil, servi’. Come firma una falce e martello. Poco dopo, secondo uno schema che sembra ripetersi, la seconda aggressione. Le finestre della sede Cisl di Teramo sono state colpite da sassi e all’esterno è stata lasciata una scritta del tutto simile a quella della cittadina umbra: ‘Cisl e Uil servi dello Stato’. ‘Squadracce che si muovono con uno stile da fascisti. Il colore di cui vogliono tingersi è rosso, in effetti è un rosso che porta al nero, e alla simbologia dell’iniziativa tutta fascista e ai criteri di violenza delle squadracce’, ha commentato Bonanni. E in serata il dipartimento della Pubblica sicurezza del Viminale ha inviato una circolare a prefetti e questori per invitare a una ‘costante attenzione’ sulle sedi dei sindacati dopo gli episodi di questi giorni. Lo stillicidio delle intimidazioni è iniziato quando i sindacati, tranne laCgil, hanno firmato l’intesa con la Fiat per Fabbrica italia. Il primo episodio è stato l’aggressione, alla festa del Pd di Torino, contro il segretario generale della Cisl, colpito con un fumogeno e cacciato dagli autonomi che hanno letteralmente invaso la tensostruttura dove era in programma un dibattito. Poi è stata la volta delle contestazioni e delle uova tirate a Treviglio e Livorno; contestazione organizzata da alcuni militanti e dirigenti della Fiom. Pochi giorni dopo il blitz, organizzato dagli autonomi romani contro la sede centrale del sindacato cattolico con fumogeni uova e vernice rossa e l’aggressione verbale, da parte di delegati della Fiom contro iscritti e dipendenti della Cisl di Merate (Lecco)”.

 

Ieri i due blitz, anonimi. Con modalità che preoccupano e hanno fatto abbandonare ogni prudenza anche al segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani. ‘Adesso basta, una sede sindacale appartiene al mondo del lavoro quale che sia la sigla, quale sia la sua attuale collocazione. Neanche negli anni Cinquanta questo è avvenuto’. Le aggressioni contro i sindacati ‘sono segni che non solo non vanno tollerati, ma vanno combattuti’. Sulla stessa linea la futura leader della Cgil che però difende la Fiom. ‘Tengo a precisare- ha sottolineato Susanna Camusso - che si tratta di un avvenimento spiacevole e di cui non abbiamo capito le origini, ma che non ha nulla a che vedere con la manifestazione della Fiom il 16 ottobre. Una manifestazione sindacale su temi quali il diritto al lavoro e il diritto a un contratto nazionale di lavoro’. L’inasprimento, hanno invece spiegato i segretari umbri Ulderico Sbarra (Cisl) e Claudio Bendini (Uil), ‘è dovuto anche alle dichiarazioni dei vertici della Fiom che, a seguito degli attacchi avanzati da suoi iscritti e dirigenti contro la Cisl, hanno addirittura definito “improprie e inutili”le sanzioni per i propri iscritti che invece erano state proposte da Epifani. Avevamo già percepito un clima ostile, sembra si sia ormai abbandonata l’idea del ragionamento e della dialettica’. Stile anni Settanta, la replica della Fiom umbra che, per bocca del segretario di Terni Attilio Romanelli ha definito ‘infantili, inutili e in alcuni casi anche dannose iniziative finalizzate ad offendere sedi sindacali come quelle verificatesi a Terni’”. (red)

Stranezze del codice stradale israeliano: 8 anni, investito e ammanettato

E bravo Tremonti: ora un piccolo sforzo, dai, e ci sei quasi