Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Berlusconi può avere ragione sulla Costituzione?

La si può cambiare? Certo. E forse è anche giusto farlo. Il punto è come. E perché


«La Costituzione non è un dogma», ha detto il capo del governo Silvio Berlusconi, noto spregiatore delle leggi di cui la Costituzione è la fonte primaria, alla cerimonia in ricordo dell’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, da lui ammirato come «il primo ad annunciare la fine» della Prima Repubblica, «in una lucida e cosciente contraddizione con il suo stesso ruolo di capo dello Stato, e come tale non esitò a picconare quella Costituzione che non riteneva un dogma». L’allievo che rievoca il maestro. Entrambi della scuola di chi, pur investendo una carica istituzionale, delegittima le istituzioni e così delegittima se stesso e lo Stato in quanto tale (Cossiga, che comunque era un vecchio democristiano, aveva come bersaglio i partiti; Berlusconi, in modo molto più grave e devastante, attacca la magistratura, togliendo credibilità al potere giudiziario, uno dei tre cardini, assieme all’esecutivo e al legislativo, dell’ordinamento liberaldemocratico). 

Tuttavia, al netto delle losche motivazioni pro domo sua – vorrebbe diventare un presidente forte all’americana, il ducetto brianzolo – Berlusconi ha ragione. La Carta, per quanto “fondamentale”, non è una tavola divina. E volerla cambiare non è e non dev’essere un tabù. Lui si limiterebbe, almeno così dice, a modificarne la seconda parte, quella relativa agli organi dello Stato e alle loro funzioni. Noi diciamo di più: si può rivedere anche la prima, che fissa i princìpi e i valori di fondo. Anzi: si potrebbe anche rottamarla e riscriverla per intero. Perchè ciò non avviene? Perché non c’è l’esigenza unanime e urgente di ripensare le fondamenta del nostro Paese, il suo senso come Stato. E questo, a sua volta, perché i grandi cambiamenti, come è quello costituzionale, scaturiscono da fratture storiche, eventi epocali, punti di rottura nelle vicende di un popolo. La Costituzione del ’48 è il prodotto della Seconda Guerra Mondiale, il più sanguinoso ed esteso conflitto mai esistito. È la conseguenza della ingloriosa fine della monarchia dei Savoia, della caduta della dittatura fascista, della Resistenza partigiana e della duplice invasione tedesca e anglo-americana. È insomma il frutto di una svolta determinante nella storia d’Italia. Non il tema di comizi o discorsetti interessati dal politico megalomane che vorrebbe usare la Carta come quella che si usa al cesso.

Eppure questo non significa che debba essere eterna. Noi la manderemmo in pensione volentieri. È l'atto di fondazione di uno Stato nato dal compromesso fra tre anime ideologiche: cattolica, comunista e liberale. Tre scuole di diseducazione alla libertà. Perchè la libertà non è quella, universalista e moralista, buona solo per le pecorelle della Chiesa, che piace al Vaticano; non è quella, totalitaria e collettivista, dell'allora Internazionale sovietica; e non è quella del mercato liberista e dei suoi sudditi-consumatori. La libertà è un'altra: è scegliere di vivere, ognuno nella propria piccola "patria", nel luogo in cui si è messo radici, come la propria comunità decide, grazie alla democrazia diretta, senz'altro sovrano che sè stessi.

La Costituzione andrebbe cambiata, eccome. A partire dal primo articolo, che recita "L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro". Cioè sulla schiavitù, sul mito moderno del lavoro, tanto caro sia alla dominante vulgata liberale e capitalista, sia a quella, ormai sempre più diafana e perciò ancor più ipocrita, marxista-sindacalista. 

Ma fintanto che c'è, questa Costituzione-gabbia, i signori che la agitano solo quando fa loro comodo sono invitati a rispettarla. Altrimenti anche noi, semplici cittadini, siamo liberi di non farlo. O tutti o nessuno, o vale per il potente e per il miserabile, o non vale più. E se non vale più, lorsignori - di cui Silvio Berlusconi è solo l'epigono più smargiasso - andrebbero cacciati senza tanti complimenti.  

 

Alessio Mannino

 

 

 

Quando la povertà dipende da 25 euro

La Danimarca sarà il primo Paese ad abbandonare i combustibili fossili