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Il futuro passa per l’Acropoli

Precari greci in lotta: la polizia li sgombera con la forza, ma la protesta continua

Capita talvolta che passato, presente e futuro si concentrino tutti in un luogo o in un evento. È ciò che è accaduto ieri ad Atene. L’Acropoli, simbolo dell’antico, oltre che di un’intera civiltà, ha ospitato il presente e il futuro. O meglio: la negazione del presente e il furto del futuro. Un gruppo di 150 lavoratori, impiegati precari presso il Ministero della Cultura, da due giorni aveva preso possesso del simbolo della città, cambiando le serrature degli ingressi e chiudendone gli accessi ai visitatori.

La mobilitazione era sia contro il piano di licenziamento di 320 dipendenti del Ministero, precari con contratto in scadenza a fine mese, sia per l’ottenimento degli stipendi arretrati di due anni, per un ammontare complessivo di circa 5 milioni di euro. Un massiccio intervento della polizia ha sgomberato gli occupanti. Facendo irruzione da un’entrata laterale, le forze dell’ordine non sono andate per il sottile. Tra lacrimogeni, spray al peperoncino e le immancabili manganellate, si contano diversi feriti e cinque arrestati. Testimoni parlano anche di danneggiamenti all’Acropoli durante l’azione.

Lo scopo dichiarato dei precari era quello di occupare la cima del Monte Sacro fino a fine mese. Nikos Hasomeris, uno dei leader sindacali che hanno organizzato l’occupazione, ha dichiarato che la protesta continuerà, ribadendo la richiesta al Ministero di regolarizzare a tempo indeterminato i precari, e di onorare il pagamento degli stipendi arretrati. La risposta di Telemachos Hytiris, Ministro della Cultura, non si è fatta attendere: «migliaia di lavoratori precari hanno perso il lavoro fino ad oggi, e la legge è uguale per tutti». L’ultima spiaggia per chi governa la Grecia sembra quindi essere l’appello al “mal comune”.

Di fatto il governo greco sta seguendo alla lettera le disposizioni ricevute dall’Unione Europea, dal suo gendarme finanziario, la BCE, e dal Fondo Monetario Internazionale: ridurre il deficit ad ogni costo. Le grandi infornate di precari assunti, spesso senza reali coperture finanziarie, dalle varie agenzie governative nei periodi pre-elettorali, un costume molto praticato anche in Italia, cadono così sotto la scure delle politiche anti-crisi del governo. Che, come ha fatto notare la BBC, sta facendo progressi a livello economico «non pagando i propri conti interni», si tratti di fornitori o dipendenti. Anche per questo le proteste e gli scioperi in Grecia stanno diventando sistematici (come in Spagna e Francia, ma in Italia non se ne sa quasi nulla). Il tasso di disoccupazione è pari al 12%: dunque perdere un impiego, specie provenendo dal settore pubblico, oggi in Grecia significa sostanzialmente un lunghissimo periodo di inattività. In una parola: povertà.

Ciò che colpisce degli eventi greci è il fatto che a organizzare questa protesta siano stati i sindacati. Inevitabile pensare alla realtà italiana dove, dal 1997, anno di introduzione della precarietà del lavoro sotto l’eufemismo della “flessibilità”, i sindacati latitano nei confronti dei precari. Che d’altra parte, per legge, non versano alcuna trattenuta sindacale, per cui battersi in loro difesa non rende al sindacato un solo centesimo. Tutte le sigle, per un fatto di mera forma, hanno aperto i loro begli uffici per i vari Co.Co.Co, interinali et similia, e infatti la loro azione ha inciso sul dilagare della precarietà con un’efficacia che è sotto gli occhi di tutti. Stupisce anche, nel confronto con gli omologhi greci, la combattività e la durezza della lotta messa in campo. Là i sindacati occupano l’Acropoli, qui il capo della Cisl Raffaele Bonanni si augura «10, 100, 1000 Pomigliano».

Chiaro lo slogan esposto dagli scioperanti greci: “non pagheremo per i vostri errori”. Un emblema della situazione attuale, uno squarcio su un futuro in cui generazioni intere saranno costrette a portare sulle spalle i debiti contratti da leadership precedenti sconsiderate e avide. Ci si potrebbe conformare all’egoismo imperante e provare a fottersene di chi verrà, se non fosse che quel futuro di precarietà estrema e miseria si sta concretizzando già. Qui e ora. Fa capolino in tutto l’occidente causando incendi sociali sempre più frequenti e diffusi, destinati forse (si spera) a unirsi in un’unica deflagrazione. In Italia è ancora tutto quieto, drogato da ammortizzatori sociali però vicini ad esaurirsi insieme a tutte le risorse dello Stato. Una realtà ineluttabile. Si tratta solo di attendere che ciò che oggi tocca all’Acropoli, domani tocchi al Colosseo.

Davide Stasi

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