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Netanyahu li chiama appalti. Ma sono un’invasione

Israele continua a costruire ai danni dei palestinesi, pregiudicando i colloqui di pace 


Prosegue indisturbata la colonizzazione israeliana del territorio arabo. Venerdì scorso il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha approvato la costruzione di circa 240 nuovi alloggi, a Gerusalemme Est. I fabbricati in realtà, sono illegali, in quanto edificati nella parte araba della città, riconosciuta anche dalla comunità internazionale, come futuro stato di Palestina. Ciononostante Tel Aviv ha annesso quel territorio al proprio, insistendo a non rispettare né il diritto internazionale né la richiesta degli Usa di estendere la moratoria, condizione necessaria agli accordi di pace con la Palestina. 

La decisione di Netanyahu era nell’aria. Già da prima che si avviassero i nuovi colloqui, voluti all’inizio di settembre da Obama, i coloni ebrei non avevano rispettato il divieto di costruire nuove strutture, continuando la loro invasione e distruggendo anche alcune case dei cittadini palestinesi. «Devo esprimere la mia profonda preoccupazione riguardo agli ultimi sviluppi di Gerusalemme est» aveva dichiarato il presidente della Commissione europea Barroso. «Si tratta di iniziative che sono controproducenti. Le colonie e le demolizioni di abitazioni sono illegali, sono un’infrazione al diritto internazionale». Irremovibili i membri del Likud, il partito di Netanyahu, che dichiarano di voler proseguire «a costruire in tutti i quartieri della città senza considerazione alcuna per le implicazioni politiche». Non solo. Il governo israeliano ha espropriato altri 30 ettari di territorio palestinese nella cittadina di Hebron, dichiarandoli di «proprietà dello stato sulla base di un ordine militare». 

Niente lasciava pensare che la richiesta di Obama potesse essere accolta. Lo stesso premier israeliano non ha il potere politico necessario ad estendere la moratoria. I coloni, attraverso il quotidiano Haaretz, hanno comunicato di non avere nessuna intenzione né di abbandonare la zona assegnata di diritto ai palestinesi, né di sospendere le costruzioni. Anzi, hanno addirittura minacciato di far cadere il governo, nel caso in cui venisse riapplicata. Netanyahu, quindi, non può compromettere la sua coalizione e ignorare una massa di oltre trecentomila persone, distribuite in circa 120 insediamenti in Cisgiordania. Allora cambia strategia. Propone il congelamento di nuovi insediamenti in cambio del riconoscimento palestinese di Israele. Una richiesta che per ovvi motivi non può essere accettata, ma che, invece, può essere facilmente strumentalizzata. Il vice premier e ministro degli affari strategici Moshe Ya’alon si affretta a dichiarare che «non ci sono speranze di raggiungere un accordo di pace con i palestinesi in un futuro prossimo. (…) Il loro rifiuto di riconoscere Israele in quanto stato ebraico dimostra che non hanno nessun interesse ad avere in Israele il vicino del loro paese»

Quindi, i colpevoli di un mancato accordo di pace sono gli “ostinati” palestinesi. Per di più, se verrà ratificato dal parlamento l’emendamento alla legge sulla cittadinanza che impone ai nuovi cittadini non ebrei di giurare fedeltà a Israele «come stato democratico ed ebraico», per i rifugiati palestinesi arabi sarà ancora più difficile rientrare nel loro territorio. Il promotore principale di questo provvedimento è infatti il partito di estrema destra, Yisrael Beytenu. Il suo leader Avigdor Lieberman, nonché  ministro degli esteri, ha dichiarato che l’obiettivo principale del suo movimento è quello di trasferire la maggioranza della popolazione non ebraica dal paese. Uno scopo che però ha anche un nome specifico: pulizia etnica.

 

Pamela Chiodi

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