Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

La guerra del tabacco, in versione Usa

I grandi produttori contro le campagne anti fumo e i limiti imposti alla pubblicità del settore, scomodando addirittura il Primo emendamento e la libertà d’espressione


A New York i circa dodicimila tabaccai devono esporre tre manifesti del Dipartimento della Salute. Uno raffigura un polmone danneggiato, un altro un dente gravemente cariato ed il terzo un ictus cerebrale. Per l’amministrazione newyorkese il costo di questi cartelloni pubblicitari è di circa 70 mila dollari. Briciole, in confronto ai 13 miliardi e mezzo l’anno di spese pubblicitarie pagate dalle multinazionali del tabacco come la Philip Morris, la Lorillard e la Reynolds, le cosiddette Big Tobacco che, insieme, controllano il 90% del mercato statunitense. In sette anni, 300 mila persone hanno smesso di fumare grazie agli spot voluti dal sindaco Mike Bloomberg che però è stato accusato dalle industrie del tabacco. 

Secondo le Big Tobacco, il fatto di imporre ai negozianti di affiggere un manifesto col quale si presume che non siano d’accordo, non solo li priva «dello spazio già limitato per comunicare con i propri clienti», ma costituisce una violazione del primo emendamento della Costituzione sulla libertà d’espressione. Il che equivale a dire che anche l’obbligo per le aziende farmaceutiche di avvertire i pazienti degli effetti collaterali delle medicine, costituisce una violazione del primo emendamento. 

Ma la strategia dei produttori è l’effetto diretto della perdita di una grossa fetta di mercato nei paesi industrializzati, che li spinge a cercare in ogni modo di bloccare iniziative come quelle di Bloomberg. Addirittura, qualche anno fa nascosero i dati che dimostravano che la nicotina avesse degli effetti negativi sulla salute. La conseguenza è stata che la Corte federale distrettuale di Washington dichiarò le tre grandi compagnie di tabacco colpevoli di frode civile. Sentenza confermata in appello lo scorso anno. 

Altri casi simili riguardano ad esempio la Lorillard e la Reynolds che citarono in giudizio il Dipartimento della Salute californiano. Il quale aveva applicato una sovrattassa sulle sigarette e utilizzato i proventi per le campagne mediatiche contro il fumo. L’accusa, anche in questo caso, è quella di aver violato il primo emendamento. Ma il risultato della denuncia è stato un nulla di fatto per le multinazionali che però non si rassegnano e prendono di mira la Food and Drug Administration, l’ente governativo che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari, farmaceutici e del tabacco. La motivazione è sempre la stessa: alcune disposizioni violerebbero i loro diritti commerciali sulla libertà di espressione. Solo che stavolta le restrizioni della legge riguardano, nello specifico, le tecniche di marketing; si vieta, ad esempio, l’uso di colori o immagini per i messaggi pubblicati su riviste lette da persone al di sotto dei 18 anni. Questo è il vero fulcro del problema. Le Big Tobacco non si preoccupano delle scritte del tipo “il fumo provoca la morte” o “fumare nuoce gravemente alla salute”. Sanno benissimo che questo tipo di avvertenze non ha mai scoraggiato più di tanto i fumatori. Anzi, in realtà sono frasi più utili alle multinazionali che ai clienti, i quali, nel caso in cui dovessero ammalarsi a causa del consumo di tabacco, difficilmente potranno ottenere un risarcimento visto che erano stati messi in guardia sul possibile rischio. 

Ben diverso è il caso in cui ci fossero delle limitazioni sull’utilizzo di uno strumento vitale per il commercio, ovvero la pubblicità. Infatti, quando il sindaco di New York a settembre scorso ha deciso di vietare il fumo anche negli spazi aperti (provvedimento ancora in fase di approvazione), non ha ricevuto nessuna contestazione da parte delle Big Tobacco. L’importante è che la gente continui a comprare le sigarette. Dove se le andrà a fumare non è un problema dei produttori. 

 

Pamela Chiodi

I cosiddetti dipendenti di Mauro Masi

Tutela Ue della maternità. Bilanci permettendo