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L'Usura “solidale” di ABI e CEI resta a corto di poveri

Non decolla il Prestito della Speranza lanciato nel 2009 per concedere prestiti a tasso agevolato alle famiglie indigenti

Oltre un anno e mezzo fa, tra grandi proclami e poche critiche, è stata avviata un’iniziativa finanziaria che vedeva collaborare la CEI, Conferenza Episcopale Italiana, e l'ABI, Associazione Bancaria Italiana. L'iniziativa, “battezzata” Prestito della Speranza, si basa su un fondo iniziale di 30 milioni di euro, raccolto con una colletta nazionale fatta di donazioni presso le parrocchie ed altri simili lasciti, che in seguito avrebbe dovuto arrivare a 180.

Come “manovalanza operativa” la CEI ha messo in campo le parrocchie e la Caritas, mentre l'ABI ha portato in dote le 165 banche aderenti all'iniziativa, con oltre 11.000 sportelli bancari. Una mobilitazione assai consistente e una presenza sul territorio capillare e pervasiva. L'iniziativa congiunta punta a collocare il cosiddetto “microcredito” presso famiglie bisognose ed il funzionamento è in breve così riassunto: la CEI promuove collette e donazioni anonime di fedeli, grazie alla spinta emotiva che fa leva sulla virtù cardinale della carità, raccogliendo i soldi per costituire e consolidare il fondo; poi l'ABI, ovvero le banche aderenti, moltiplicano quell’importo di svariate volte, grazie al meccanismo della riserva frazionaria, e lo prestano a tassi concordati e in erogazioni massime di seimila euro ai poveri che ne hanno bisogno (ma solo se con famiglia di tipo tradizionale e numerosa), previa segnalazione della Caritas e dei parroci. In base ai nuovi accordi interbancari, la cosiddetta Basilea 3, la riserva frazionaria è pari al 7%, per cui con soli 30 milioni di dotazione iniziale le banche possono arrivare a concedere prestiti ai diseredati per circa 430 milioni di euro. Che, immaginando un tasso agevolato magari del 5%, vale a dire la metà del normale microcredito, possono fruttare un interesse pari a quasi 22 milioni di euro, su base annua. Una volta che si arrivasse ai 180 milioni previsti, l'affare comporterebbe un lucro di quasi 150 milioni all'anno.

Un lauto boccone, per le banche imboccate dalla CEI. I credenti che hanno offerto spontaneamente e gratuitamente i loro soldi ai poveri, non li richiederanno certo indietro in caso di insolvenza. Il tasso applicato sui prestiti, invece, frutterà comunque un cospicuo rientro economico alle banche. C'è da chiedersi, quindi, come mai la CEI abbia coinvolto Caritas, diocesi e parrocchie per fare un favore ai banchieri, provvedendo a individuare le famiglie indigenti da indebitare. La cosa risulta ancora più incoerente per il fatto che sui prestiti viene applicato un interesse. Infatti, sin dall'antichità, ossia dal vecchio e nuovo Testamento, la dottrina della Chiesa va ripetendo che l'usura è peccato. L'ultima enciclica che si occupa specificamente dell'argomento risale al 1745, ed è dovuta a Benedetto XIV. Sotto il titolo di “Vix Pervenit”, essa individua chiaramente il peccato di usura: “Quel genere di peccato che si chiama usura, e che nell’accordo di prestito ha una sua propria collocazione e un suo proprio posto, consiste in questo: ognuno esige che del prestito (che per sua propria natura chiede soltanto che sia restituito quanto fu prestato) gli sia reso più di ciò che fu ricevuto; e quindi pretende che, oltre al capitale, gli sia dovuto un certo guadagno, in ragione del prestito stesso. Perciò ogni siffatto guadagno che superi il capitale è illecito ed ha carattere usuraio.” 

Parole inequivocabili. Che valgono per chiunque presti denaro applicando un interesse e che, a maggior ragione, devono valere per la Chiesa. Nel caso particolare, oltretutto,  non c'è neppure il rischio del mancato rientro del capitale di base, frutto di donazioni “a perdere”. È perciò evidente che con questa operazione la CEI ha favorito il peccato di usura a danno dei bisognosi, utilizzando la buona fede dei suoi operatori e favorendo il lucro degli usurai (o banchieri se preferite). Un piano ben dissimulato. Ma anche una squallida speculazione sul sangue dei poveri, dietro la parvenza della solidarietà. Stranamente, però, qualcosa non sta funzionando. Banchieri e CEI stanno iniziando a bisticciare: Livio Gualerzi responsabile finanziario della CEI, dichiara che «abbiamo difficoltà a incontrare il target», mentre Ugo Biggeri di Banca Etica (quando si dice l’ossimoro) lamenta le  «condizioni probabilmente eccessive» poste dalla CEI.

Insomma, il giochino usuraio non decolla e il problema di fondo, mondato dal lessico ipocrita di Gualerzi e Biggeri, è che non si trovano i poveri disposti ad indebitarsi, per cui i prestiti erogati sono pochi e CEI ed ABI, in futuro, potrebbero «rivedere gli accordi»

A quanto pare, nonostante le moderne attività finanziarie della CEI e la tradizionale generosità disinteressata dei banchieri, i poveri (che in Italia proprio a recente dato Caritas sono oltre 8 milioni) restano gli stessi ignorantoni di sempre e non sono capaci di superare il loro pregiudizio che pretende di dividere il concetto di carità da quello di usura. Benché si trovino nel bisogno, non hanno intenzione di contrarre debiti ma chiedono aiuti diretti e disinteressati. La Chiesa di un tempo era d'accordo, almeno formalmente: poi sono arrivati i responsabili finanziari delle CEI e hanno scodellato la loro grande innovazione. La carità “a tasso agevolato”. 

 

 Luca D'Antonis

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