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Secondo i quotidiani del 20/10/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Sì al lodo Alfano retroattivo”. In taglio alto: “Michele dormiva mentre Sarah veniva strangolata”. Di spalla editoriale di Massimo Nava: “Il sessantotto delle pensioni”. A destra: “Coop Rosse e Bianche alle nozze (d’affari). A centro pagina: “I dilettanti allo sbaraglio di Masi”, di Aldo Grasso. “Piemonte, la Lega esulta. Fermato il riconteggio”. In taglio basso: “Dietro il Grand Hotel spunta Acampora”.

REPUBBLICA – Il apertura: Giustizia, super scudo al premier”. Di spalla: “Benigni alla Rai. ‘Vengo gratis ma voglio libertà’”. “Caro Garimberti, così non andiamo in onda”, di Roberto Saviano. A destra: “Avetrana, la terra del rimorso che brucia diavoli e streghe”. A centro pagina: “Cecenia, l’assalto al Parlamento finisce nel sangue”. A fondo pagina: “Quell’applauso ad Alessio che ferisce i romeni”. “L’intellettuale comodo e la metafora del sofà”.

LA STAMPA – In apertura: “Stop retroattivo ai processi, arriva il sì anche dei finiani”. In taglio alto: “Piemonte, accolto il ricorso di Cota. Niente riconteggio”. “Kate e William, nozze con il fantasma di Diana”.

IL SOLE 24 ORE – “La Cina aumenta i tassi”. “Prima le famiglie poi il debito”, di Marco Fortis. “L’italiano padre del Chip. Barack Obama premia Federico Faggin”. “Lavoro, arriva l’arbitrato ma non per i licenziamenti”. “Appalti in corso: sospeso l’obbligo di tracciabilità”.

IL GIORNALE – In apertura: “La verità sulla villa di Berlusconi”, Di spalla editoriale di Vittorio Feltri: “Con certi Pm il lodo fa solo bene”. A centro pagina: “Una sexy maestra turba il collegio chic di Milano”. “Piemonte, blitz sventato. Cota resta presidente”.

LIBERO – In apertura: Azzeriamo la Rai”. “Il martello di Draghi su De Benedetti”. “Il fango si produce all’ordine dei giornalisti”: “Fini benedice lo scudo ma Berlusconi non è salvo”. In taglio basso: “Al sud. Pastori scatenati, rifiuti bruciati. Le minacce della Fiom fanno scuola”. “Gomme da neve obbligatorie. Il Pdl scivola sulla tassa da 600 euro”.

IL FOGLIO - “Per Fini un nuovo Polo della libertà vale bene uno scudo per il Cav”. “Ul cinese che ci attende”. “La balbuzie di Liu spaventa Pechino”. “Un’altra Cina (era) possibile”. “Sarkozy vince contro l’Ue e vede la resa dei sindacati”. “Sono disincantata dal Cav. ma spero in un risveglio liberista”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Sì al Lodo retroattivo, ma è lite”. “Le istituzioni e gli strappi”. “I princìpi, le anomalie”. Di spalla: “Se la menzogna uccide due volte”. A centro pagina: “Roma, colpo grosso da Cartier”. “L’ultimo mistero di Avetrana. ‘Michele a quell’ora dormiva”. “Corte dei conti allarme corruzione”. “Rai, braccio di ferro su Fazio e Saviano, Masi: via libera. Lo scrittore: troppi ostacoli”.

IL TEMPO – In apertura: “La rivolta dei faziosi”. Di spalla: “L’elettorato deciderà il dopo Cav”. “Loo Alfano anche retroattivo con il sì dei finiani”. “Negli atenei docenti di qualità e concorsi rigorosi”.

L’UNITA’ – “Il lodo della vergogna”. “Rai, il delitto perfetto”. (red)

 

2. Giustizia, sì dei finiani al Lodo Alfano retroattivo

Roma - Orenove/x. Giustizia, via libera dei finiani al Lodo Alfano retroattivo “Il lodo Alfano costituzionale fa scudo a premier e Capo dello Stato (non più ai ministri) anche per i processi legati a reati antecedenti all’assunzione della carica – si legge sul GIORNALE -. Nulla di nuovo, ma subito esplode la polemica delle opposizioni. L’emendamento viene approvato in Commissione al Senato (15 sì e 7 no) dal centrodestra compatto. Vota a favore anche Maurizio Saia del Fli e questo è un segnale tanto più importante in quanto dato nella stessa giornata in cui il Guardasigilli presenta a Fini, dopo Schifani, le lineeguida della riforma della giustizia. ‘Non ho avuto - riferisce Alfano dopo il colloquio né un sì né un no risolutivo, non me l’aspettavo. Ma ho riscontrato uno spirito costruttivo’. All’interno della maggioranza i toni si abbassano, ma il centrosinistra vuole tenerli sempre alti e si attacca alla cosiddetta ‘retroattività’ del Lodo. ‘Assurdo, indecoroso, vergognoso- protesta il segretario Pd Bersani - è una assoluzione per via parlamentare, un salvacondotto. Faremo le barricate’. Dall’Idv una selva di accuse per il ‘mostro giuridico’ e, come al solito, la richiesta al Quirinale di non avallare la legge, che provoca la precisazione dal Colle: Napolitano è ‘rigorosamente estraneo’ alle discussioni sulle leggi, ‘specialmente’ costituzionali. Di ‘scelta sbagliata’ parla anche Casini, ma aggiunge che l’Udc non pone veti e al voto si asterrà”.

 

“Eppure – prosegue il GIORNALE -, la sospensione dei processi non solo per reati commessi durante la carica ma anche precedenti, era scontata. ‘È la ratio stessa del Lodo costituzionale’, spiega la finiana Giulia Bongiorno. C’è nella legge vigente sul legittimo impedimento ( anche lì l’Udc si è astenuta), che è la norma-ponte in attesa del lodo costituzionale e c’era nel primo lodo Alfano. Lo ricorda Carlo Vizzini, il presidente della Commissione Affari costituzionali che ha presentato l’emendamento della bufera. Un emendamento che è servito solo per correggere un errore materiale. Ora Vizzini si sorprende di tanto chiasso. ‘Qualcuno dovrebbe pur leggere le leggi prima di commentarle. Le assoluzioni le danno soltanto i giudici nei diversi gradi di giudizio’, replica a Bersani. ‘Il provvedimento non prevede né l’immunità né l’impunità, ma la sospensione del processo e dei termini di prescrizione, non del procedimento giudiziario. È rinunciabile e non automatico, perché ci vuole una delibera del Parlamento. Insomma, è più blando del lodo Maccanico’. Ma per il centrosinistra ‘così si prepara la strada dell’immunità per Berlusconi se andrà al Quirinale’, come dice Pancho Pardi dell’Idv.In particolare, preoccupa il fatto che non si sospendano le indagini, ma solo i processi. ‘In questo modo- dice Silvia della Monica del Pd- anche chi è agli arresti domiciliari o in carcere potrà candidarsi al Colle o a Palazzo Chigi’. Le opposizioni criticano duramente i finiani, per non aver fatto da sponda. Ma la Bongiorno è molto chiara: ‘La finalità del cosiddetto Lodo Alfano costituzionale è quella di salvaguardare la serenità nello svolgimento delle funzioni da parte delle alte cariche dello Stato che, ovviamente, potrebbe essere compromessa nel caso in cui non venissero sospesi processi per fatti antecedenti all’assunzione della carica’. La Commissione Affari costituzionali, che si riunisce anche oggi, deve esaminare oltre 70 emendamenti e forse farà anche qualche seduta notturna. Il provvedimento dovrebbe passare in Aula i primi di novembre. Lì il Fli dovrebbe presentare qualche emendamento, ma Vizzini assicura che non ci saranno problemi. Come alla Camera dove, garantisce Adolfo Urso, il voto del Fli sarà sempre lo stesso. Intanto, arriva anche il sì della commissione Giustizia del Senato all’emendamento Vizzini. ‘È stato colmato un vuoto incomprensibile’, dice il relatore e presidente Filippo Berselli”. (red)

 

3. Governo: voto sul Lodo non è armistizio ma è evoluzione

Roma - “La mediazione comincia ad assumere contorni più concreti, e parzialmente imprevisti. Il ministro della Giustizia, Angelo Alfano – scrive Massimo Franco sul CORRIERE -, sta tentando di strappare un sì al suo ‘Lodo costituzionale’ da tutto il centrodestra: compreso Gianfranco Fini. Per la prima volta dopo mesi, e proprio sul tema più delicato e controverso, la maggioranza tenta di ritrovare l’unità. E di colpo nelle opposizioni si incrinano una serie di certezze, cresciute all’ombra dello scontro fra il premier ed il presidente della Camera. Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, accusa Fini di incoerenza e annuncia ‘barricate’. L’Udc parla di scelta sbagliata. E l’Idv lancia avvertimenti a Giorgio Napolitano. Ma non c’è ancora armistizio. Semplicemente il rapporto Pdl-Fli è in evoluzione. Nessuno si azzarda a investire troppo sul compromesso raggiunto ieri alla commissione giustizia del Senato: quello che prevede la sospensione dei processi anche per fatti precedenti al periodo in cui presidente della Repubblica e del Consiglio erano in carica. Il voto favorevole di Fli e l’impegno a replicarlo alla Camera rappresentano tuttavia una novità. La visita di Alfano prima a Renato Schifani, poi a Fini forse ha smosso qualcosa. Il presidente della Camera ‘sospende il giudizio’ sulla riforma perché aspetta il testo definitivo. Ma l’insistenza della maggioranza su una legge che tiene conto delle indicazioni della Corte costituzionale attenua le resistenze. Su un esito positivo peserà anche la consapevolezza crescente che un disaccordo sul ‘Lodo’ porterebbe alla rottura, a vantaggio soltanto della Lega. Umberto Bossi, peraltro, appare placato dalla decisione con la quale ieri il Consiglio di Stato ha sospeso il riconteggio dei voti in Piemonte, mettendo al sicuro la vittoria di Cota. La durezza del centrosinistra conferma implicitamente il vantaggio segnato dalla coalizione. Ma il modo in cui l’Idv intima a Napolitano di marcare le distanze dal Lodo Alfano imbarazza il Pd: anche perché costringe il Quirinale a uscire allo scoperto, con un comunicato che certifica il gelo con Di Pietro”. (red)

 

4. Berlusconi, la villa ad Antigua e la “bufala mediatica”

Roma - “Un giallo risolto ancor prima di cominciare – scrive Stefano Zurlo su IL GIORNALE -. Un giallo che perde il colpevole nel giro di 24 ore. Il misteriosissimo proprietario della società off-shore di Antigua al centro dell’ultimo ‘scoop’ di Report fa un passo avanti e si presenta. Sorpresa: è l’avvocato svizzero Carlo Postizzi. È lui stesso a dirlo ai giornalisti di Report , è lui a ripetertlo, nientemeno con un comunicato ufficiale, è lui a ribadirlo al Giornale . Insomma, l’ultimo mistero berlusconiano si sgonfia sul nascere. E questo nel giorno in cui anche la Procura di Milano fa sapere che questa storia è penalmente irrilevante: su Antigua e dintorni non è stata aperta alcuna inchiesta. La trama la disegna invece Milena Gabanelli che fa volare il suo Report fra le acque cristalline di Antigua, isola da cartolina dei Caraibi. Qui il Cavaliere ha acquistato una serie di immobili, sborsando più di 20 milioni di euro. ‘Le case del premier - spiega l’inviato Paolo Mondani - occupano l’intera collina, due megaville che sembrano cinque e quattro piscine’. Uno scenario da sogno. Ma il servizio di Report non finisce qui, anzi qui dovrebbe iniziare il viluppo tenebroso: perché Berlusconi ha versato i soldi ala Flat Point Development e la proprietà della Flat Point Development è avvolta nelle nebbie di una sistema di scatole cinesi. Ma è così o non è così? È così per Report e per una buona fetta dei politici italiani che considerano gravissimo questo acquisto, in spregio alle minime regole della decenza e della trasparenza. Tanto che, per Massimo D’Alema, Berlusconi dovrebbe dimettersi. Ma non è così a sentire l’avvocato Postizzi. Nel servizio di Mondani, Postizzi era etichettato come fiduciario svizzero della società in questione. Ma lui offre un’altra versione che fa a pugni con la precedente: ‘Guardi - spiega al Giornale che ha trovato il suo numero di telefono dopo una brevissima ricerca su internet - io non sono il fiduciario di nessuno. Io sono l’azionista di riferimento, il più importante, del gruppo che ha gestito questa operazione immobiliare. La holding si chiama Kappomar e controlla a sua volta la Emerald Cove e la Flat Point. Fra i soci di minoranza posso citare l’irlandese Michael Barry. Non c’è nessun mistero. Proprio niente’. Anzi non c’era neanche prima: ‘Quando Mondani mi ha contattato - prosegue il legale che in passato è stato anche pretore a Bellinzona, nel Canton Ticino - ero occupato. Così l’ho liquidato due volte con poche battute,ma poil’ho richiamato e gli ho spiegato che io non ero e non sono il fiduciario, il prestanome, la testa di legno, quel che lei vuole, di nessuno. Solo che in tv sono state trasmesse le prime due telefonate, assolutamente inutili, non la terza, quella decisiva che chiariva tutto. Mi dispiace, avrei voluto spiegare ma non ci sono riuscito. Questa notizie imprecise danneggiano il business che stiamo realizzando ad Antigua. Domenica mattina, dopo aver scoperto che quella sera il servizio di Repor t sarebbe andato in onda, e avrebbe spacciato notizie false, ho provato via sms e via e-mail a mettermi in contatto con la redazione del programma ma nessuno mi ha richiamato’”.

 

 

"Insomma - prosegue il quotidiano milanese -, Postizzi sfugge alla tipologia del fiduciario evanescente che non si fa trovare, non parla, non spiega. Anzi. L’avvocato aggiunge anche un altro dettaglio: ‘Negli articoli che ho letto hanno inserito Antigua nella black list dell’Ocse ma ne siamo usciti. Ora siamo nella white list , la lista bianca. Antigua non è più un paradiso fiscale’. Anche se, in realtà, si troverebbe in questo momento a metà strada: nell’elenco di chi ha finalmente sottoscritto gli standard fiscali internazionali ma ancora zoppica nell’applicarli. Certo, i dettagli sono importanti, ma il punto è un altro e Postizzi, che lo si creda o no, è netto: ‘Berlusconi è solo un cliente, un cliente come tanti altri. Lui con noi non c’entra, non c’entra per niente, non ha rapporti, non è nascosto da qualche parte, dietro le società o nelle pieghe dei bilanci. Berlusconi è solo innamorato di questo luogo bellissimo e ha deciso di costruirvi delle residenze. Le assicuro: non c’è altro se non le vostre faide politiche italiane’. Anzi, no. Perché Postizzi fornisce un altro particolare, non proprio di poco conto: ‘Quanto pagato da Berlusconi è stato regolarmente contabilizzato a bilancio del gruppo Emerald e corrisponde esattamente al valore della contrattazione e al valore del terreno e delle opere eseguite’. Dunque non c’è alcun retroscena avvolto nelle ombre e appare davvero arduo tentare un paragone con la sfiancante vicenda della casa di Montecarlo, anche se molti giornali tricolori la pensano diversamente e pongono una cascata di domande: a chi ha versato i 22 milioni Berlusconi? E chi è il dominus del gruppo Emerald Cove? È forse lo stesso Berlusconi? E g via elencando una sequenza di presunte ‘opacità’. Opacità che però lo stesso Postizzi rispedisce al mittente: ‘Berlusconi è solo un dei tanti che hanno comprato come, per esempio, il calciatore Shevchenko. O forse il premier italiano deve chiedere a qualcuno il permesso per poter acquistare una casa in qualche parte del mondo?’. Non basta ancora. Perché sulle parole di Postizzi arriva, nientemeno, il sigillo della Procura di Milano. I pm di rito ambrosiano fanno sapere che non c’è alcuna ipotesi di reato e nemmeno una richiesta di assistenza giudiziaria internazionale. Insomma, nulla di nulla,nemmeno un’inchiesta come quella di Roma, per truffa, sulla casa di Montecarlo. Esistono, invece, due filoni d’indagine, uno nel capoluogo lombardo e l’altro a Palermo, su Arner Bank, l’istituto di credito in cui il Cavaliere ha il conto ‘numero 1’ e alcuni imprenditori a lui vicini i loro risparmi. Arner Bank è citata in lungo e in largo nel servizio di Report .t ‘Ma nella vicenda di Antigua conclude Postizzi - entra solo perché è stata utilizzata per pagarci. Insomma, ha fatto il suo mestiere’. In ogni caso, dopo l’ispezione della Banca d’Italia e l’apertura dell’inchiesta milanese per riciclaggio, la filiale tricolore della banca luganese è stata commissariata. E i suoi assetti azionari sono stati modificati. Per favorire il ritorno alla normalità”. (red)

 

5. Piemonte: il governo Cota resta al suo posto

Roma - “Roberto Cota ha vinto. Il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso del governatore del Piemonte, annullando la sentenza del Tar che a luglio aveva dichiarato illegittime due liste del centrodestra, ‘Al Centro con Scanderebech’ e ‘Consumatori con Cota’, mettendo così a repentaglio la vittoria del centrodestra in Piemonte. I giudici romani – spiega LA STAMPA - hanno sospeso il riconteggio dei voti (ancora in corso a Torino, ma terminato nelle altre province) su cui lo stesso Tar avrebbe dovuto esprimersi il 4 novembre. Termina così la vicenda che per mesi ha tenuto bloccata la politica piemontese, sospendendo di fatto qualunque decisione amministrativa. Una vicenda che ha visto, negli ultimi giorni, un crescendo di dichiarazioni pesanti da parte dei due schieramenti, con la discesa in campo del premier Berlusconi e anche di alcuni ministri. Estreme le parole di Umberto Bossi, che è arrivato a minacciare di ‘staccare la spina al governo’ nel caso la giustizia amministrativa avesse detronizzato il suo pupillo Cota. Il governatore, per parte sua, ha ricevuto minacce. E il coordinatore regionale del Pdl, Enzo Ghigo, è arrivato a chiedere l’intervento dei caschi blu dell’Onu nel caso di nuove elezioni. La decisione dei giudici romani sancisce una sconfitta pesante per Mercedes Bresso e gli altri ricorrenti del centrosinistra che si sono visti respingere anche l’appello con cui chiedevano venisse annullata un’altra lista del centrodestra, i Verdi Verdi”.

 

“‘È una straordinaria vittoria - ha dichiarato uno degli avvocati di Cota, Luca Procacci -. Noi ci speravamo fin dall’inizio e pensavamo di essere nel giusto, adesso la soddisfazione è enorme’. Flemmatico il commento dei legali del centrosinistra Luca Di Raimondo, Enrico Piovano e Marco Yeuillaz : ‘Per ora c’è un’ordinanza di sospensione del riconteggio, attendiamo la sentenza. In ogni caso resta in piedi il giudizio su Michele Giovine’. Il caso del consigliere regionale leader della lista Pensionati con Cota è l’ultima porta rimasta aperta per Bresso e i suoi. Giovine e il padre verranno processati il 15 dicembre a Torino per aver falsificato le firme dei candidati della lista. Il Tar aveva rinviato la decisione, ma gli avvocati del centrosinistra chiedono si giudichi subito. Il Consiglio di Stato si esprimerà solo il 25 gennaio. L’ordinanza dei giudici romani è stata letta nella serata di ieri. La notizia è arrivata alla Camera pochi minuti prima della votazione del Ddl sul lavoro ed è stata salutata con un boato dai deputati della Lega e del Pdl. Il relatore, Giuliano Cazzola, ha dovuto sospendere per alcuni secondi il proprio intervento per poterlo riprendere. Evidente il giubilo del centrodestra. ‘La sospensione del riconteggio dei voti in Piemonte ci riempie di gioia e di soddisfazione’ ha affermato il portavoce del premier, Paolo Bonaiuti. ‘Solo la Bresso poteva pensare di ribaltare il voto popolare attraverso i ricorsi’ ha detto Federico Bricolo, capogruppo della Lega al Senato. Mentre per Guido Crosetto, sottosegretario alla Difesa e piemontese: ‘Dopo mesi di polvere e fango finalmente è stata ripristinata la verità’. Nessun commento alla decisione del Consiglio di Stato è arrivato dai vertici nazionali del Pd. D’altra parte la decisione di Mercedes Bresso di presentare i ricorsi era stata osteggiata anche da una parte importante del partito”. (red)

 

6. Piemonte, Cota: Ero sicuro delle mie ragioni

Roma - “Ero sicuro delle mie ragioni, quindi ero sicuro di questo risultato. Le elezioni si sono svolte regolarmente a marzo, i piemontesi hanno votato, hanno scelto me come presidente e questa maggioranza come quella che governerà il Piemonte per i prossimi cinque anni’. Alle 20,30 di una giornata sfibrante, di quelle che non si dimenticano – scrive LA STAMPA -, Roberto Cota prende la parola per commentare ‘a caldo’ la sentenza del Consiglio di Stato. Non lo fa davanti ai microfoni di una conferenza stampa, e nemmeno dallo schermo del televisore. Per l’occasione, sceglie Youtube, Facebook e il suo sito personale, affacciandosi sul Piemonte da qualsiasi computer e sancendo con il ricorso alla multimedialità l’avvio di una nuova stagione: ‘Adesso vorrei lasciarmi alle spalle questa brutta pagina e rimboccarmi ancora di più le maniche per rilanciare il Piemonte’. Ma nemmeno il ricorso alle nuove tecnologie maschera la tensione nervosa sul volto del Governatore, ipotecato per mesi da una raffica di ricorsi accompagnati da accuse e polemiche. Da presidente dimezzato a presidente pienamente in carica: tutto nello spazio di un giorno. Niente cravatta sopra la camicia azzurra, dal taschino della giacca fa capolino l’inseparabile pochette verde padano. Luce soffusa e nessun’altra presenza a fargli da cornice. Alle sue spalle si intravedono le pareti di un ambiente anonimo. Scenografia asettica, appena movimentata da una pianta ornamentale. È l’ufficio personale nella sede torinese di via Poggio, Barriera di Milano, dove il pupillo di Bossi si è asserragliato in attesa del secondo verdetto nello spazio di pochi mesi. Ci sono luoghi che segnano momenti di passaggio nella vita di un uomo. La mattina lo ha visto impegnato in una delle frequenti trasferte nella sua Novara, il pomeriggio lo ha trascorso in questo angolo di periferia: lo stesso dove non molto tempo fa ha accolto il responso delle urne galvanizzato dal tripudio dei militanti. Difficile dire se la scelta sia stata dettata da scaramanzia o altro. Ieri sera il quartier generale del Carroccio si presentava in maniera assai diversa rispetto alla sera del 29 marzo: poche luci accese; nessuno in circolazione, eccetto i ragazzi della segreteria, l’assessore al Bilancio Giovanna Quaglia e il capogruppo in Regione Mario Carossa”.

 

 

”La ‘Volvo’ grigia che durante la campagna elettorale ha scorrazzato Cota in lungo e in largo è parcheggiata in cortile. Lui sta all’ultimo piano, praticamente da solo, in attesa che squilli il telefono e da Roma gli avvocati gli dicano se e come è andata a finire. ‘È disteso - confidavano all’ora di pranzo i suoi collaboratori: perché ha la sensazione che le cose si mettano bene, e perché in ogni caso sarà finita’. Parole, le ultime, che rendono bene la stanchezza di fronte a un’attesa troppo lunga. Per i giornalisti, confinati in cortile, la svolta ha l’aspetto del consigliere Marinello. Scende le scale, si accende una sigaretta e commenta a bassa voce una notizia alla quale non sembra credere ancora: ‘Non era facile battere Bresso due volte...’. Poi, via monitor, parla il diretto interessato. ‘In questi primi sei mesi abbiamo realizzato diverse riforme e ne abbiamo impostate chiaramente altre - esordisce Cota -. Ecco, il Piemonte ha bisogno di questo. Di lavoro nell’interesse della gente, e non di polemiche. Di avere un piano straordinario per l’occupazione, di avere il federalismo fiscale con la possibilità di togliere l’Irap alle aziende che decidono di assumere nuovi lavoratori, di avere una sanità basata sull’efficienza e sulla meritocrazia, non sul clientelismo e sulle raccomandazioni. Di avere un servizio efficiente di trasporto pubblico locale. Insomma: il Piemonte ha bisogno di ripartire’. Da oggi non ci saranno più alibi”. (red)

 

7. Piemonte, Bresso: Nel Pd qualcuno sarà contento

Roma - “Ammette che ‘le possibilità di vittoria si allontanano parecchio’. Dopo la sentenza di ieri, le speranze di Mercedes Bresso sono ridotte al lumicino – scrive REPUBBLICA -: ‘Mi hanno spiegato che il ricorso verrà discusso nel merito a gennaio ma che già nelle motivazioni della sentenza del Consiglio di stato ci sarebbero elementi a noi sfavorevoli. Siamo preoccupati’.

 

Bresso, se l’aspettava?
‘A questo punto no. Sono un po’ stupita perché continuo ad essere convinta che le due liste da noi contestate fossero irregolari. Sono amareggiata, certamente’.

Proviamo a guardare la vicenda con distacco: come si poteva immaginare che venissero annullati voti dati a una lista che sosteneva Cota solo perché non avevano la doppia croce, quella sul simbolo di partito e quella sul candidato presidente?
‘Questa, effettivamente, era una stranezza. Quando il Tar del Piemonte dispose quel tipo di riconteggio stupì anche noi perché presupponeva che una scheda potesse essere contemporaneamente nulla e valida. Ma se c’è una sentenza, quella sentenza va rispettata, per quanto possa apparire strana’.

Ora molte possibilità di vittoria sembrano sfumate. Sia sincera: ha avuto senso bloccare la politica piemontese per sei mesi?
‘La politica piemontese non l’ho bloccata io, l’ha bloccata la giunta Cota che in sei mesi non ha saputo fare assolutamente nulla’.

E il centrosinistra locale? Tutti appesi alle sentenze del Tar?
‘Non è vero. In questi mesi abbiamo lavorato, abbiamo fatto il nostro mestiere di opposizione e io, come presidente del comitato delle regioni d’Europa, ho cercato di portare fondi comunitari alle regioni italiane, Piemonte compreso’.

Che cosa farà ora Mercedes Bresso?
‘Continuerò a lavorare in Consiglio regionale e in Europa. Sono un’europeista convinta e devo dire che questo lavoro a Strasburgo mi piace anche più di quello di Presidente della Regione’.

Come si è comportato il Pd in questa vicenda? L’ha sostenuta o l’ha abbandonata?
‘Il Pd si è comportato molto bene. Ha sostenuto anche finanziariamente la battaglia legale. Se invece parliamo di singoli esponenti del Pd, allora il discorso cambia: nel partito c’è qualcuno che mi odia e che magari oggi è contento di come si sono messe le cose’.

La accusano di aver fatto la parte della concorrente che non sa perdere. Giudizio ingeneroso?
‘Lo so che vengo dipinta in quel modo. Come una signora astiosa che non accetta la sconfitta. Ma garantisco che non è così, perché non ho alcuna smania di tornare a tutti i costi a governare il Piemonte. Non accetto però che passino sotto silenzio quelle che considero evidenti irregolarità. Non solo per le due liste di cui ha discusso ieri il Consiglio di stato ma anche per la terza lista, quella di cui si sta occupando la giustizia penale per una brutta storia di firme false’.

A Torino circola una battuta cattiva: citando l’ex allenatore dell’Inter Mourinho, dicono che lei voleva vincere le elezioni in segreteria...
‘Non lo dica a me che sono juventina. Beh, in quel caso gli interisti lo scudetto se lo sono messo sulla maglia e ne andavano anche orgogliosi’”. (red)

 

8. Rifiuti: la Campania rifiuta i sacchetti napoletani

Roma - “Non è soltanto il presidente della Regione Veneto Luca Zaia a non volere la spazzatura di Napoli - scrive il CORRIERE -. Non c’è bisogno di allontanarsi tanto per raccogliere la stessa reazione espressa dal governatore leghista. È bastato che il suo collega campano Stefano Caldoro firmasse un provvedimento che obbliga le Province di Caserta, Avellino e Benevento ad accogliere nelle loro discariche parte dell’immondizia (circa mille tonnellate al giorno) raccolta nel Napoletano e che attualmente non si riesce a conferire a Terzigno per le proteste degli abitanti, per far scattare quasi una rivolta. Prima Avellino, poi Caserta, poi Benevento. Tutte annunciano ricorsi al Tar per bloccare l’ordinanza. E non cambia niente se i presidenti sono di centrodestra come Caldoro (Sibilia ad Avellino e Zinzi a Caserta), o di centrosinistra (Cimitile a Benevento). La reazione è identica: non se ne parla proprio, rispondono dai tre enti chiamati in causa. Da Benevento il sindaco Fausto Pepe (anche lui di centrosinistra) definisce ‘un atto di tirannia’ il provvedimento firmato dal governatore e arriva a dire che ‘Caldoro e la sua maggioranza non devono più venire a Benevento e nel Sannio, almeno fino a quando non retrocederanno da questa decisione’”.

 

”Nemmeno il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino applaude: ‘Quando Caldoro mi ha chiamato per informarmi della sua decisione l’ho ringraziato, ma poi dal prefetto ho saputo che nelle altre discariche non andrà la spazzatura di Napoli ma quella della provincia. A noi tocca continuare ad andare a Terzigno, se ci fanno entrare. E in questo modo non vedo come faremo a smaltire l’arretrato’, quelle 1500 tonnellate circa di spazzatura che ieri erano per le strade della città e che oggi potrebbero aumentare. Dall’entourage del governatore campano spiegano invece che anche Napoli sarà coinvolta, ma per questioni organizzative soltanto a partire da domani. E ribadiscono che l’opposizione delle Province di Avellino, Benevento e Caserta, non farà tornare Caldoro sui propri passi. Anzi, è lui stesso a dirlo: ‘Mi sono assunto la responsabilità di decidere perché in situazioni come questa bisogna intervenire tempestivamente. La solidarietà chiesta alle altre province sarà per un periodo limitatissimo, ma ora è necessario il massimo senso civico e l’impegno di tutti per superare anche legittime preoccupazioni territoriali’”. (red)

 

9. Lavoro: il governo incassa il via libera agli arbitrati

Roma - “Ha avuto un percorso molto travagliato - due anni di iter parlamentare, sette passaggi alla Camera e un rinvio (l’unico espresso dalla sua elezione) da parte del presidente della Repubblica Napolitano - ma il governo lo ha fortemente voluto e ieri sera ha incassato il risultato: il ddl sul lavoro è diventato legge. I sì (maggioranza più Udc) sono stati 310, i no (Pd e Italia dei valori) 204. Tante le novità – scrive REPUBLICA -, ma la norma più dibattuta è risultata indubbiamente quella sull’arbitrato, ovvero sulla possibilità di risolvere le controversie di lavoro non solo davanti ad un giudice, ma anche di fronte a terzi evitando così il processo. Il testo originale prevedeva che ciò potesse valere anche in caso di licenziamento, l’intervento del Quirinale lo ha poi scongiurato. Ora, in virtù della nuova norma, il lavoratore dovrà fare la sua scelta (fra giudice o arbitrato) preventivamente, non al momento dell’insorgere della controversia. La decisione dovrà essere presa solo dopo il periodo di prova - dove previsto - oppure trascorsi 30 giorni dalla stipulazione del contratto di lavoro. Tempi che non convincono affatto la Cgil, convinta che il dipendente non ci guadagni dal doversi esprimere a poche settimane dall’assunzione e quindi in un periodo in cui è più ‘ricattabile’. Ieri il sindacato di Epifani è rimasto in presidio permanente davanti a Montecitorio per protestare contro ‘una legge sbagliata, pericolosa e anticostituzionale’. I colleghi di Cisl e Uil sono di parere opposto ‘il testo non è perfetto - hanno ammesso - ma è accettabile’ e risponde all’esigenza di decongestionare i tribunali. Arbitrato a parte, l’altra novità importante della nuova legge riguarda l’ultimo anno di obbligo scolastico (16 anni) che potrà essere svolto anche sotto forma di apprendistato. In pratica il minore potrà cominciare a lavorare a 15 anni. Ma il testo prevede nuove regole anche i processi di lavoro, che tornano ad essere gratuiti. Nei casi di violazione nella trasformazione del contratto da tempo indeterminato a tempo determinato, il datore di lavoro dovrà risarcire il lavoratore con un’indennità onnicomprensiva fissata tra 2,5 a 12 mensilità. Introdotta anche una clausola di salvaguardia per il pensionamento anticipato (minimo 57 anni di età e 35 di contributi) dei lavoratori impiegati in attività usuranti, come i dipendenti notturni o gli addetti alla ‘linea di catena’. La legge contiene poi anche un pacchetto di norme riguardanti la pubblica amministrazione, che vanno da un rafforzamento della trasparenza ad un ampliamento della sfera di applicazione della mobilità del personale. Soddisfattissimo il ministro Sacconi, ‘ora - ha detto - auspico che entro un mese lo Statuto di lavori (il testo che dovrebbe sostituire lo Statuto dei lavoratori ndr) arrivi in Consiglio dei ministri’. Molto critica l’opposizione ‘è una controriforma e indebolisce i lavoratori’ ha detto Damiano del Pd. Oggi si parte con il fisco: nel pomeriggio ci sarà un primo incontro fra governo e parti sociali per discutere sulla riforma. Il confronto si terrà al Tesoro, padrone di casa il ministro Tremonti che avrà al suo fianco il premier Berlusconi . Epifani, leader della Cgil chiede ‘fatti, non parole’”. (red)

 

10. Avetrana: "Michele dormiva mentre Sarah moriva"

Roma -

Orenove/xx. Avetrana: Michele dormiva mentre Sarah moriva “La sorpresa delle sorprese arriva dalla procura di Taranto. Michele Misseri, ipotizzano i magistrati, dormiva mentre Sarah moriva strangolata. Decine di deposizioni, giorni e giorni di intercettazioni ambientali e migliaia di ore di conversazioni captate al telefono, hanno convinto gli inquirenti che sia questa la pista giusta da seguire, che in questa direzione vadano cercate le conferme che servono per chiudere il caso Sarah Scazzi. Tanto da far dire a uno di loro – scrive il CORRIERE - che ‘per noi è più che plausibile che sia andata in questo modo’. Lo zio della quindicenne uccisa il 26 agosto potrebbe aver avuto un ruolo nel solo occultamento del cadavere e non nell’omicidio che, se fosse confermata questa versione, sarebbe opera soltanto di Sabrina. È l’ennesima svolta di questa storia nera, un nuovo sconvolgente colpo di scena sostenuto, sembra, da alcune intercettazioni e testimonianze. L’ultimo a confermare che ‘a quell’ora Michele di sicuro dormiva’ è stato due giorni fa il suo più caro amico. È un uomo che tutti chiamano Cosimino o Mimmino, e vive a poche centinaia di metri dalla cisterna d’acqua piovana nella quale Michele ha buttato il corpo di Sarah. Lui conosce bene le abitudini di Misseri, sa delle due-tre ore di sonno pomeridiano — dalle due alle cinque — ‘perché la mattina si alza sempre alle 3.30-4 per andare a lavorare nei campi’. Cosimino ha sempre frequentato lo zio di Avetrana, una frequenza più o meno quotidiana che si è interrotta il giorno in cui Michele Misseri ha finto di ritrovare il cellulare di Sarah, il 29 settembre. I tabulati telefonici dicono che prima di quella data i due erano in contatto e si sono sentiti anche la sera del 26 agosto quando Sarah era morta da poche ore. È stato Michele a telefonare a Mimmino. Michele, che usava il telefono quasi esclusivamente per ricevere chiamate, quella sera digitò il numero dell’amico. Per dirgli cosa? E perché dal 29 settembre alla sera del 6 ottobre (quando Misseri è stato arrestato) Mimmino ha interrotto completamente i contatti? ‘Perché dopo la storia del telefonino mi sono spaventato e ho pensato che lui avesse qualcosa a che fare con la scomparsa di Sarah’ avrebbe raccontato lui stesso ai magistrati che lo hanno sentito come testimone. Sarebbe lui la persona alla quale Michele Misseri telefona, dopo il ritrovamento ‘casuale’ del cellulare di Sarah, per sentirsi dire ‘non mi chiamare più’”.

 

“Altra questione – prosegue il quotidiano di via Solferino -: il telefonino di Mimmino il pomeriggio del delitto ha agganciato la stessa cella della zona del pozzo in cui è stato ritrovato il corpo di Sarah. ‘Ero a casa’, si è giustificato lui, e casa sua in effetti aggancia la cella dell’area del pozzo. Dice tutto quel che sa, Cosimino? Ora: se si prova a immaginare lo scenario di un Michele Misseri fuori gioco per l’omicidio si deve anche ipotizzare che Sabrina avrebbe fatto tutto da sola. Del resto l’avvocato che difende il padre di Sabrina, Daniele Galoppa, aveva detto già molti giorni fa che ‘il mio assistito è molto più lineare quando descrive le fasi dell’occultamento del cadavere che non quando racconta dell’omicidio’, preludio di una possibile ritrattazione sulla parte che riguarda il delitto. Al di là della pista investigativa della procura che vuole Sabrina al centro dell’inchiesta, Michele Misseri potrebbe aggiungere nuovi dettagli ai suoi già numerosi cambi di versione e cercare di alleggerire la sua posizione. E alla fine, se tutti i tasselli i questo puzzle andassero a posto, l’uomo di Avetrana potrebbe perfino uscirne con la sola accusa di occultamento di cadavere, fatto per ‘coprire persone a cui vuole molto bene’ per dirla con le parole del suo legale. E chissà quale sarà, stavolta, il momento in cui deciderà di lasciarsi andare e raccontare la sua nuova verità. Nel suo ultimo interrogatorio, quello nel quale ha accusato Sabrina di aver partecipato al delitto, la svolta è arrivata mentre parlava di come aveva nascosto il corpo di Sarah in garage quando la figlia Sabrina si è affacciata a chiedergli se avesse visto Sarah. ‘Era nascosta sotto un cartone e c’erano le sue infradito fuori, meno male che Sabrina non le ha viste...’. E il pubblico ministero: ‘A chi la racconta signor Misseri, ci dica la verità’. Un minuto dopo Sabrina era sulla scena dell’inchiesta come carnefice”.

 (red)

 

11. Cecenia: è guerra a Grozny. Assaltato il parlamento

Roma -

“La guerra è tornata a Grozny. Corpi dilaniati, esplosioni, il terrore negli occhi della gente, le strade nuovamente presidiate dai blindati dell’esercito. La capitale cecena – scrive REPUBBLICA - è ripiombata di colpo nei suoi anni più bui alle 8,45 del mattino quando un giovanissimo guerrigliero islamico si è fatto esplodere nel cortile di uno dei Parlamenti più blindati del mondo nel giorno della visita dell’odiato ministro degli Interni russo Rashid Nurgalijev dando il via ad una furiosa battaglia di poco più di mezz’ora. Il bilancio è vago, come spesso avviene da quelle parti del Caucaso meridionale tra contraddizioni e smentite delle fonti ufficiali: sei, forse sette, i morti, almeno una ventina i feriti. Ma più del conto delle vittime brucia la fine definitiva del mito della pace, sostenuto dal governo di Mosca. La guerriglia cecena è forte e vitale, minacce di altre violenze e di attentati nel resto del Paese rimangono serie. Nuove misure di sicurezza sono scattate tra stazioni del metrò, aeroporti ed edifici governativi. Difficile ricostruire esattamente l’accaduto in una giornata in cui le autorità russe hanno badato soprattutto a minimizzare evitando dichiarazioni, e tenendo il più basso profilo possibile. La cosa certa è che ieri mattina a via Vostochnaja 48 un gruppo di guerriglieri ben armati è riuscito a beffare il sistema di sicurezza con un metodo che appare inquietantemente troppo facile. Si sono semplicemente accodati con una loro auto alle vetture blindate dei deputati che arrivavano in Parlamento per la prevista seduta di approvazione del bilancio. Nel palazzo che brulica di guardie armate, truppe speciali e metal detector, la pattuglia di almeno quattro uomini è entrata senza colpo ferire incollandosi al paraurti di un’auto blu e varcando il portone blindato. E nel cortile è subito cominciato un blitz senza speranze di uomini comunque votati al martirio. Il primo kamikaze si è immolato uccidendo, pare, almeno due guardie. Mentre gli altri, tre o quattro complici si sono lanciati sparando verso le porte d’ingresso della Camera dei deputati. È stato il panico. Inseguiti da soldati e truppe speciali i guerriglieri si sono divisi per l’edificio urlando e sparando contro tutto e tutti. Un’impiegata si è accasciata ferita sulle scale, l’economo capo del Parlamento è uscito dal suo ufficio e una pallottola lo ha ucciso sul colpo, il capo dell’ufficio amministrativo si è beccato due proiettili alle gambe mentre cercava di capire cosa stesse succedendo”.

 

“Quando tutto finiva, poco prima delle dieci, il presidente della repubblica cecena Ramzan Kadyrov si presentava alle telecamere locali cercando di tranquillizzare tutti, governo di Mosca in testa: ‘La situazione è di nuovo sotto controllo. Tutti i terroristi sono stati eliminati’. Come? Che cosa volevano fare? Quanto erano armati? Tutte domande che restano senza risposta mentre immagini governative fanno vedere i militari impegnati in spettacolari perquisizioni armate di saloni e scantinati. È la tecnica preferita dell’antiterrorismo russo. Come al teatro della Dubrovka, come alla scuola di Beslan, come in tanti altri assalti sanguinari della guerriglia cecena, i dettagli rimangono misteriosi. Certo non sembra solo una coincidenza la concomitanza dell’attacco con la presenza del ministro russo. Nourgalijev, che ieri si congratulava sorridente con soldati e agenti dei servizi segreti per il buon esito dell’operazione, sa bene che la sfida dei guerriglieri ha lanciato un segnale preciso. E molti politici, non solo di opposizione, aggiungono che se non fosse stata per la sua presenza e per il suo seguito di giornalisti e telecamere arrivati da Mosca forse del blitz si sarebbe saputo ancora meno. Come è accaduto il 30 agosto quando i giornali di tutto il mondo liquidarono in poche righe un attacco della guerriglia a un intero villaggio con poliziotti giustiziati in strada e case bruciate. Il villaggio, era la città natale del presidente Kadyrov che dirige la Cecenia "pacificata" con poteri e armamenti senza limiti. E che adesso comincia a temere per il suo futuro. Il presidente Medvedev ha cominciato a criticarlo e si sa come vanno le cose quando dal Cremlino partono i primi rimproveri”.

 (red)

 

12. E gli inglesi dicono no al nuovo Patto di stabilità

Roma - “Non pare convinto Didier Reynders, presidente di turno dell’Ue – scrive LA STAMPA -. Gli chiedono del nuovo patto di Stabilità con cui l’Europa vuole rafforzare la governance economica e lui risponde guardando più avanti che indietro, concentrandosi sull’ipotesi di riforma dei Trattati invocata dai tedeschi prima che sulle sanzioni semiautomatiche e del debito eccessivo. «Quando si passa a parlare di riforme costituzionali è normale che la discussione abbia luogo in seno al Consiglio europeo. Se vogliamo andare più lontano dell’accordo di Lussemburgo serve un confronto tra capi di Stato e di governo». Dopo la lunga giornata ministeriale del Granducato, e la sua fumata bianca, il risveglio è agitato dal rischio «vaso di Pandora». L’accordo di lunedì sul documento «tecnico-politico», per dirla con Giulio Tremonti, stringe la governance comunitaria, aumenta la pressione sul debito pubblico (e privato) e rende più dure le sanzioni. Lo fa in un modo parecchio flessibile, così alla fine tutti possono dire di aver vinto. Solo i rigoristi tedeschi potrebbero avere da ridire, se la Francia non avesse promesso di sostenere la loro voglia di riaprire i trattati per istituzionalizzare le europunizioni e realtivi criteri entro il 2013. Ma gli inglesi hanno già detto «no». La linea ufficiale è che non accetterebbero modifiche che portassero maggiori poteri a Bruxelles e ne togliessero a Londra. In realtà, il premier Cameron sa che ripensare i patti costituzionali condurrebbe a un referendum difficile. Meglio evitarlo. Lunedì il presidente dell’Eurogruppo, Jean Claude Juncker, ha dimostrato di aver ben presente la questione, sottolineando che «non è esclusa, ma neanche all’ordine del giorno». E’ la linea di Reynders, solidale col lussemburghese anche se quest’ultimo non manca mai una sola piccola occasione per ironizzare sui belgi e il loro governo che non c’è. Anche fonti della Commissione, spiaciute per la rinuncia agli automatismi sanzionatori, esprimono perplessità sulla riapertura di Lisbona. Francesi e tedeschi non ne parlano. Nel ripensare il «loro» sodalizio, enfatizzano i passi avanti e tacciono sul resto. «E’ stato un grande giorno per cultura della stabilità in Europa», ha dichiarato il viceministro dell’Economia di Berlino Steffen Kampete: «Le sanzioni arriveranno più in fretta». E’ stato introdotto il principio della «sorveglianza macroeconomica», ha aggiunto la francese Christine Lagarde. «E’ la più grande riforma dai tempi dell’euro», ha sintetizzato il presidente stabile dell’Ue, Herman Van Rompuy. Protesta solo la Bce, col capo economista Stark che definisce l’intesa «molto al di sotto delle proposte della commissione». Adesso succede che la cornice del «Pactum Novum» fra una settimana potrebbe essere sul tavolo dei leader Ue. Una fonte europea suggerisce di mantenere l’ipotesi al condizionale, perché la stessa Germania potrebbe decidere di tenere basso il tono del dibattito. Ci si attende una benedizione politica complessiva nel nome di una flessibilità che rafforzi il canone esistente, massimo 3% del pil e 60% del debito, con sanzioni non più automatiche. Il governo italiano ha ragionevoli speranze per sperare di non avere problemi con Bruxelles. Con l’aria che tira, nessuno ha più convenienza ad alzare polvere. L’ipotesi che la fine della crisi sia dietro l’angolo comincia a rendere tutti meno bellicosi”. (red)

 

13. South Stream: tedeschi più vicini. Per Eni quota ridotta?

Roma - “Non è più la Russia la principale minaccia alla sicurezza energetica europea. E i margini di rischio potrebbero essere ridotti a zero con un’adeguata interconnessione tra le reti gas dei Paesi membri dell’Ue. Ecco perché – scrive il CORRIERE - i timori americani sulla realizzazione del ‘South Stream’ - il gasdotto targato Eni-Gazprom che taglierebbe fuori l’Ucraina - sono quanto meno esagerati. Parlando agli studenti della Columbia University a New York - quindi in qualche misura nella ‘tana del lupo’ a stelle e strisce - l’amministratore delegato del Cane a sei zampe, Paolo Scaroni, è tornato sulla delicata questione del gasdotto russo, a poco più di una settimana dalla visita resa dal premier Berlusconi al primo ministro russo Vladimir Putin, e dalle continue indiscrezioni sull’ingresso di un socio tedesco come Wintershall nella compagine South Stream. ‘Non ne sarei sorpreso’, ha commentato al proposito Scaroni, avallando così le indiscrezioni che circolano da tempo e che puntano su una presenza del gruppo tedesco intorno al 10-15% dell’azionariato South Stream. A spese di chi? La risposta sembrerebbe scontata: come nel caso della trattativa con i francesi di Edf sarebbe il Cane a sei zampe a scendere (i comunicati emessi nei mesi scorsi sul negoziato con i transalpini sono sempre stati chiari al proposito) fino a un livello che arriverebbe, quindi, al 25-30%. Se così fosse, ovviamente, l’impegno finanziario del gruppo di Scaroni si ridurrebbe in proporzione, rispetto all’investimento complessivo stimato in 20-25 miliardi di euro”.

 

“Con il suo discorso alla Columbia il capoazienda dell’Eni è stato rassicurante nei confronti di tutti coloro che sulla vicenda del gasdotto russo hanno interessi in gioco: il presidente del Consiglio che si è speso con il partner di Mosca; i soci storici di Gazprom; l’alleato americano, a suo dire ‘ossessionato’ sia con Bush che con Obama dalla dipendenza energetica; l’Unione europea, che secondo Scaroni dovrebbe addirittura sponsorizzare un’opera partecipata da un’azienda italiana, francese e tedesca. Scaroni, il cui mandato all’Eni scade la prossima primavera (il che spiega in parte la sua diplomazia), ha sottolineato che al 2020 la domanda europea di gas è destinata a crescere, e l’import a raddoppiare a quota 550 miliardi di metri cubi l’anno. Da dove potrà venire questo gas se non dalla Russia - ha sostenuto - vista l’inaffidabilità dell’Iran, le difficoltà dell’Iraq, quelle dei paesi caspici a trovare un accordo sullo status politico del mare-lago che ne bagna le rive, e le risorse tutto sommato modeste dell’Azerbaigian? A spingere sul progetto South Stream è soprattutto Mosca, e la Gazprom, che lo scorso luglio ha affidato la poltrona di presidente del consorzio (quella offerta anche a Romano Prodi) all’ex numero uno dell’olandese Gasunie, Marcel Kramer. In questo scenario c’è chi sostiene che in realtà, al di là delle dichiarazioni ufficiali, la controparte italiana miri a prendere tempo e a non impegnarsi troppo per un’opera di così grande portata. Defilandosi nell’azionariato e puntando, casomai, ad ottenere i lavori per la controllata Saipem, che ha già realizzato negli anni ’80 nel Mar Nero il gasdotto Blue Stream”. (red)

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I cosiddetti dipendenti di Mauro Masi