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Francia, un esempio da seguire

Sulla riforma delle pensioni Sarkozy non arretra, ma le proteste non si fermano e oltre il 70 per cento dei cittadini appoggia i manifestanti

In Francia le manifestazioni non accennano a placarsi. L'innalzamento dell'età pensionabile minima da sessanta a sessantadue anni non va giù ai francesi e, dopo quasi sei settimane di agitazioni, il paese è paralizzato. Ai disagi riguardanti i mezzi di trasporto (stamattina è stato bloccato per tre ore l'aeroporto di Marsiglia), si aggiunge quel che molti cittadini temevano: la penuria di carburante. Ed è proprio questo il principale motivo per cui, secondo alcuni, nei prossimi giorni potrebbe sgonfiarsi la protesta. Sta di fatto che per il momento segni di indebolimento non se ne vedono, nonostante Sarkozy nelle ultime ore abbia dichiarato che rimarrà deluso chi spera di vederlo cedere sulla riforma delle pensioni. Il presidente mostra i muscoli ma altrettanto fanno i sindacati e i lavoratori e l'esito dello scontro non è affatto scontato.

Proprio oggi doveva essere votato in senato il disegno di legge, ma la votazione è stata rimandata a domani, confidando in un minimo di distensione in più. Si preannuncia un week-end infuocato. Il testo che approderà in parlamento è “appesantito” da 265 emendamenti, e il governo pare intenzionato a sveltire le procedure di ratificazione mediante il ricorso al voto unico. L'esigenza di snellire un iter parlamentare particolarmente problematico è condivisa anche dai socialisti, che auspicano timidamente toni più moderati da parte delle forze della protesta. Thibault, leader del più forte sindacato francese, non sente ragioni ed esclama «non ci sono ragioni per interrompere la protesta», e anzi aggiunge che nel fine settimana saranno organizzate molte altre azioni di dissenso. 

In tempi di crisi come questo il liberismo mostra tutte le sue lacune e le sue contraddizioni. Sarkozy si era presentato agli elettori come un campione di liberismo. Ripeteva slogan sulle pastoie di uno Stato che mette i bastoni tra le ruote all'iniziativa individuale, tuonava contro le tasse eccessive e parlava di produzione e consumi da aumentare. Dopo più di tre anni di governo, però, il panorama è cambiato. I ricchi che nella sua residenza cenarono festeggiando la vittoria elettorale rappresentano bene la categoria di coloro che sono i primi responsabili dell’andazzo attuale. I francesi lo hanno capito, e parte dei manifestanti attaccano Sarkozy in quanto “amico dei ricchi”. Certo, bersaglio principale, ma non unico, rimane la riforma previdenziale. Non si tratta tanto di proteggere ad ogni costo i diritti acquisiti, e ad accendere gli animi non è la paura del cambiamento in quanto tale. Il fatto è che i cambiamenti in questo senso sarebbero peggiorativi non solo nello specifico ma in termini più generali, dal momento che si inquadrano nella prospettiva di un progressivo smantellamento dello stato sociale. La riforma potrebbe essere soltanto il primo passo lungo questa pericolosa china.

Il 71 per cento dei cittadini appoggia la protesta. Oltre a una partecipazione vastissima colpisce l'eterogeneità del fronte dei no. Insomma sta avvenendo in Francia quanto sarebbe logico che avvenisse anche in Italia e non avviene. I francesi, comunque, non contestano solo un disegno di legge, contestano un modo di governare, un sistema di gerarchie che vede invariabilmente ai primi posti il guadagno di pochi contro i diritti di tutti. Contestano, più nello specifico, la deriva degli ultimi mesi, i reiterati tentativi di discriminazione verso i rom, uno scudo fiscale che un terzo degli stessi esponenti governativi giudica simbolo dell'ingiustizia e che è comunque molto più accettabile di quello votato dal nostro governo. Vi sono inoltre lo scandalo Bettencourt che si è abbattuto su uomini vicini al presidente, e un prossimo annunciato rimpasto governativo che non farà che aumentare i fattori di disordine e non potrà migliorare la situazione.

Infine, c'è un problema di metodo. La riforma previdenziale che ha varato il governo svedese, ad esempio, è giunta dopo due anni di discussioni con tutte le parti sociali, e solo dopo che era stato raggiunto un ampio e generale consenso. Ora Sarkozy manda a dire ai sindacati che il tempo per trattare scade a dicembre. Che va bene discutere al massimo per altri due mesi. Dopodiché, via con la riforma. Ma la Francia, compatta e determinata, dice no. Il decisionismo fallisce: stamattina il presidente ha dato ordine di sbloccare i depositi di carburante, ma la sua richiesta è stata, di fatto, lasciata cadere. 

Che altro dovrà pioverci addosso prima di mettere a frutto la lezione francese?

 

Marco Giorgerini

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