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Miniere in Mongolia. Un tesoro che fa gola a molti

Le ingenti risorse del sottosuolo arricchiscono gli investitori esteri. Ma non la popolazione 

 

Un bulldozer scheggiato, un radiatore distrutto e qualche altra ammaccatura qua e là ai macchinari utilizzati nelle miniere. Ad impugnare il fucile da caccia, l’arma del “delitto”, sono stati quattro attivisti del gruppo ambientalista United Movement of Mongolian Rivers and Lakes che si batte contro lo sfruttamento illegale delle miniere. «Vogliamo che il governo si interessi del problema, ma non lo fa. Vogliamo continuare a chiedere che lo faccia, esercitare pressioni», ha detto la portavoce del movimento, Chimgee Ganbold. 

In base ad una legge varata circa un anno fa, le imprese che operano a ridosso di fiumi e laghi sono considerate illegali. Ma è compito del governo pagare le spese per il trasloco e per bonificare le aree stesse. Compagnie come la cinese Puraam e la canadese Centerra Gold, colpite dalle azioni degli ambientalisti, ancora devono riscuotere e ne approfittano per continuare a lavorare. E per continuare ad inquinare. 

Infatti l’eccessiva ed illegale estrazione di minerali sta provocando una serie di problemi all’ambiente come, ad esempio, la contaminazione del fiume Onon, un’importante risorsa d’acqua. La popolazione assiste inerme alla distruzione del proprio territorio ed anzi, è costretta anche a lavoraci, nelle miniere. Soprattutto d’inverno, quando la temperatura sfiora i 50 gradi sotto zero. Non è una scelta “di comodo” per poter usufruire di un riparo dal gelo; loro sono abituati a quel tipo di clima. A spingerli è la necessità impellente di avere un lavoro per sopravvivere adeguandosi, così, ad una situazione che non gli appartiene per scelta, ma per costrizione.

Prima che la Mongolia venisse sfruttata per le immense ricchezze del sottosuolo, la popolazione, composta principalmente da nomadi, viveva di agricoltura ed allevamento. Nel ’90 il governo decide di potenziare quest’ultimo settore e ai pastori vengono concessi dei prestiti a tassi molto agevolati, per indurli ad acquistare più capi di bestiame. Senza tener conto del clima del territorio e delle caratteristiche degli ovini, in poco tempo gli allevamenti aumentano a dismisura, ma diminuisce anche la qualità del pascolo. E così, durante la stagione fredda muoiono congelati molti capi di bestiame, mentre quelli che sopravvivono dovranno fare i conti con un territorio sempre più desertificato, a causa del numero eccessivo di capre, e sempre meno rigoglioso, a causa della siccità che colpisce nella stagione calda. Lo scorso inverno il costo totale per la perdita di bestiame è stato di circa trecento milioni di euro. Solo il 20% dei pastori è riuscito a cavarsela, oltre, naturalmente, alle imprese che hanno acquistato per due soldi la preziosa lana con cui produrre il cashmere, di cui la Mongolia è il secondo produttore mondiale dopo la Cina, da rivendere altrove a prezzi esorbitanti. 

Viste le difficoltà sul versante degli allevamenti, ecco il potenziamento dell’industria estrattiva. Si stima che il paese abbia non meno di seimila giacimenti dai quali poter ricavare carbone, rame, tungsteno, oro. Ricchezze che fanno gola a molti. Anche all’Italia. «La Mongolia costituisce un’ottima opportunità di mercato per le aziende italiane e ciò varrà sempre di più in futuro», ha dichiarato Michele De Gasperis, presidente di Associm, la Camera di Commercio italo-mongola che di recente ha firmato un accordo triennale di cooperazione con la Fifta, l’agenzia governativa mongola che si occupa di investimenti esteri e commercio internazionale. 

Negli ultimi otto mesi la Mongolia ha siglato con il Giappone, Hong Konk, l’Australia, la Gran Bretagna, ed il Canada un totale di dodici accordi dal valore complessivo di 500 milioni di dollari. Cina e Russia si contendono la miniera di uranio di Dornod. Entrambi sono i principali partner commerciali; la Cina è il primo, con scambi che hanno raggiunto quasi i due miliardi di dollari. Ad agosto Pechino ha offerto circa 570 milioni di yuan per il 35% del gruppo Otog Front Banner Baihui che controlla la miniera di Heiliang con riserve  di carbone stimate in circa 200 milioni di tonnellate. Qualche giorno prima, aveva già acquisito, per 270 milioni, il 20% dello stesso gruppo. La Russia, invece, vende alla Mongolia il 95% di petrolio, gas ed elettricità e nel 2009 ha concesso finanziamenti al settore agricolo per 300 milioni di dollari. Nello stesso anno ha siglato un accordo per 7 miliardi di dollari per espandere la rete ferroviaria ottenendo, in cambio, le licenze per lo sfruttamento della miniera di rame e carbone Tavan-Tolgoi, e per quella di rame e oro Oyu-Tolgoi. 

Ciononostante, più del 20% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno e il governo, per far fronte all’attuale crisi finanziaria, si è indebitato ulteriormente con il Fondo Monetario Internazionale, chiedendo un prestito di 230 milioni di dollari. 

Un altro paese strangolato. 

 

Pamela Chiodi

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