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A Farinas il premio Sakharov. È il terzo cubano in otto anni

Il Parlamento europeo converge sul dissidente anticastrista, previo ritiro della candidatura socialista a favore della Ong israeliana “Breaking the Silence” 

Giovedì scorso è stato assegnato il premio Sakharov al dissidente Guillermo Farinas. Il Parlamento Europeo, che ogni anno premia con l'importante riconoscimento individui che lottano per la libertà di pensiero, ha apprezzato l'ostinata determinazione che l'uomo ha dimostrato di avere combattendo pacificamente per la democrazia a Cuba. Al momento dell'assegnazione l'attivista quarantottenne aveva terminato da pochi mesi uno sciopero della fame durato 135 giorni che lo aveva ridotto allo stremo delle forze. Con quello sciopero, ultimo di una lunga serie il cui inizio risale al 1995, Farinas mirava al rilascio di diversi dissidenti finiti in carcere nel 2003 durante la “Primavera Nera”. 

I prigionieri furono liberati nel luglio scorso, grazie ai negoziati che in seguito si aprirono tra la Chiesa cattolica cubana e il governo dell'Avana. Farinas, forte del successo, ha così potuto interrompere la protesta che, aggiungendosi a ventitré iniziative analoghe, ha positivamente colpito l’intera Assemblea di Bruxelles. Si è avuta, infatti, la convergenza di tutti i gruppi parlamentari sulla sua candidatura, proposta dal Partito Popolare Europeo e dal gruppo Conservatori e Riformisti. Anche i socialisti, all'inizio decisi a votare per la ONG israeliana Breaking the silence, hanno ritirato la candidatura per esprimersi a favore di Farinas. In lizza vi era anche Birtukan Mideska, che sta pagando con l'ergastolo la sua lotta in difesa dei diritti umani in Etiopia. Non sappiamo ancora se al dissidente cubano sarà data la possibilità di ritirare il premio a Strasburgo durante la cerimonia prevista per il 15 dicembre. 

Mettendo a rischio la propria vita, Farinas ha dimostrato più volte una fermezza che è degna di ammirazione. Se è facile lasciarsi andare a proclami costellati di belle parole, è assai meno facile rifiutare il cibo per più di quattro mesi cercando così di dare visibilità alle proprie idee. Sul piano della coerenza, dunque, tanto di cappello. 

Si ha l'impressione però che molti media occidentali sfruttino il caso Farinas per potersi sbizzarrire con critiche di ogni tipo al governo castrista. In realtà, non ci vuole molto per rendersi conto che Cuba non è quel luogo infernale che molti descrivono. Basta, per la verità, leggere i dati FAO e OMS per avere la dimostrazione che la situazione alimentare e sanitaria è buona in assoluto e ottima se contestualizziamo le statistiche: è ovvio che sarebbe privo di senso confrontare dati di un paese come Francia o Inghilterra con quelli di un paese che, pur nella sua specificità, si inscrive all'interno dell'economia latino-americana. E dai confronti con i paesi dell'area, Cuba esce vincitrice. 

Non sempre, inoltre, chi parla della povertà dell’isola fa cenno alla causa principale che l’attanaglia da cinquant'anni, ovvero l'embargo imposto a inizio anni Sessanta dagli Usa. Nove giorni dopo la disfatta della Baia dei Porci subita dagli anticastristi, fortemente sostenuti dai servizi segreti della nuova amministrazione Kennedy, gli Stati Uniti interruppero ogni scambio commerciale con Cuba. Era il 1961. Dopo sei decenni, è difficile calcolare con esattezza il danno economico subito dalla popolazione. Si stima che si aggiri, approssimativamente, attorno agli ottantasei milioni di dollari. Ai danni di questo tipo vanno aggiunti i costi umani prodotti nel corso del tempo da una forte attività terroristica, anch'essa spalleggiata più o meno apertamente da Washington. 

Ciò nonostante, gli abitanti in larga misura appoggiano ancora il regime. Auspicano, certo, alcune riforme che vadano nel senso di una maggiore apertura, ma non si prefiggono l'obiettivo di rovesciarlo. L’embargo ha ragioni precise, di natura ideologica. Cuba fa paura ai fautori del liberismo e agli Usa in particolare. Fa paura avere, proprio lì nel “cortile di casa”, la prova lampante che, in fondo, il liberismo più o meno selvaggio non è un qualcosa a cui fatalmente tutti dovranno assoggettarsi. Undici milioni di persone, a due passi dal paese che è la massima espressione del mercato occidentale, dimostrano che se ne può fare a meno senza precipitare nel degrado assoluto. 

Molti storici, commentando la caduta dell'URSS, hanno tirato in ballo la “Legge di Tocqueville”. Il filosofo francese sosteneva che un regime autoritario che, in una situazione di difficoltà, provoca speranze di riforme e cambiamenti radicali, sarà fatalmente sconfitto dai fautori delle innovazioni. Con buona pace Farinas, però, c'è da supporre che il giorno dell’eventuale caduta del castrismo non sarà, per molti cubani, esattamente un giorno di festa. Né tantomeno l’inizio di chissà quali miglioramenti del tenore di vita e delle sicurezze sociali.  

 

Marco Giorgerini

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