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Illustrissimi presidi, lavorate e tacete

I regolamenti stabiliscono che i dipendenti pubblici non possono dire nulla che vada “a detrimento dell’immagine dell’amministrazione”. Di fatto, una censura preventiva

“Salvo il diritto di esprimere valutazioni e diffondere informazioni a tutela dei diritti sindacali e dei cittadini, il dipendente si astiene da dichiarazioni pubbliche che vadano a detrimento dell'immagine dell'amministrazione.” È il testo dell’art. 11 comma 2 del Codice comportamentale dei dipendenti pubblici allegato al contratto nazionale del lavoro dei dirigenti scolastici. In pratica, la riforma Brunetta applicata al mondo della scuola. Tradotto per i meno maliziosi, o per i più ottimisti, significa proprio quello che sembra: il dirigente scolastico non può in alcun modo esprimere pareri che per un verso o per l’altro vengano ritenuti negativi per l’amministrazione scolastica, il ministero, il ministro Gelmini, il sistema scuola in Italia, insomma. E men che meno tramite qualche intervista a mezzo stampa, perché in quel caso deve tenere “informato il dirigente dell'ufficio dei propri rapporti con gli organi di stampa.” 

Dice bene Marco Travaglio ad Anno Zero, in quello che sembra un monologo alla Paolini: la censura sta colpendo in molti modi sottili e subdoli, e non si limita a quelli che sono i piccoli e i grandi nomi del giornalismo; o al ritocco furbesco della terminologia usata per nascondere tante mascalzonate; la censura sta arrivando nella vita quotidiana di quei settori che più di altri sono funzionali alla diffusione della cultura e del sapere. E ci arriva con metodi non privi di una malcelata violenza. Tanto più infatti la minaccia è solo intuibile e velata, tanto più spaventa i più “sensibili” e i meno forti. 

Tra le righe del testo succitato, infatti, non c’è quasi nulla di chiaro, ma trapela molto di possibile. Che vuol dire “astenersi da dichiarazioni pubbliche che vadano a detrimento dell’immagine dell’amministrazione”? Pubbliche: cioè? Assemblee dei genitori, consiglio d’Istituto, quattro chiacchiere al bar? E che si deve intendere per detrimento? Esiste un danno misurabile, quantificabile, o viene ipotizzato dai “superiori”? Il tutto poi condito, come legge impone, dai provvedimenti sanzionatori. 

Ebbene, per tradurla in soldoni, come fa l’analisi di Salvo Intravaia sulle pagine di Repubblica, se un capo d’istituto gironzola per la scuola senza cartellino di riconoscimento, rischia da 150 a 350 euro di multa; se alza la voce in malo modo nei confronti di un genitore fino a 350 euro. Se poi ha la malaugurata idea di criticare pubblicamente, con i distinguo di cui sopra, la riforma Gelmini, può subire una sanzione fino a tre mesi di stipendio. Dipende da come verrà valutata la sua espressione: rientrerà nel diritto di esprimere valutazioni? O in quello sindacale?

La posizione del dirigente scolastico è stata ben descritta nello stesso allegato qualche articolo prima; e anche questo lo pone in una situazione difficile. L’art 2 comma 2 recita: “egli non svolge alcuna attività che contrasti con il corretto adempimento dei compiti d'ufficio e si impegna ad evitare situazioni e comportamenti che possano nuocere agli interessi o all'immagine della pubblica amministrazione”. Inoltre, deve “evitare di prendere decisioni o svolgere attività inerenti alle sue mansioni in situazioni, anche solo apparenti, di conflitto di interessi”. Sostanzialmente dovrebbe far finta di non vedere tutte le carenze della scuola e contemporaneamente gestire il gestibile in maniera che sembri tutto perfetto. Ottimismo, sorrisi e barzellette!

Per fortuna, per risolvere almeno questo problema, gli esempi a cui ispirarsi non mancano… 

 

Massimo Frattin

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