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Marchionne: «Ah, se potessimo lasciare l’Italia...»

L’ad della Fiat prosegue imperterrito nella sua strategia di screditamento di lavoratori e sindacati, con implicazioni e obiettivi che vanno ben al di là degli interessi aziendali

Povero Marchionne. E soprattutto, povera Fiat. Intervistato da Fabio Fazio a “Che tempo che fa”, l’Ad del gruppo torinese (nel senso che ha tuttora la sede legale a Torino...) leva alti lamenti sull’amara verità delle cifre: «La Fiat potrebbe fare di più se potesse tagliare l'Italia. Nemmeno un euro dei 2 miliardi dell’utile operativo previsto per il 2010 arriva dall’Italia». Pertanto, come ognuno ben capisce, «la Fiat non può continuare a gestire in perdita le proprie fabbriche per sempre».

Qualcosa del genere, in realtà, lo aveva già detto nei mesi scorsi. Ad esempio a fine agosto, intervenendo al Meeting di Rimini. Una lunga filippica sui meriti della Fiat, portatrice di sviluppo e dunque di ricchezza, contrapposti ai demeriti dei lavoratori italiani, scarsamente produttivi e ancor meno affidabili, vuoi per congenita pigrizia vuoi per quel loro ostinato legame alle ideologie del passato. Un atteggiamento, come abbiamo già sottolineato a più riprese, che rientra in una strategia ben precisa. Screditando le controparti che si oppongono al cambiamento, vedi la Fiom, si cerca di spianare la strada all’eliminazione dei contratti nazionali di settore e all’importazione di modelli gestionali completamente sbilanciati a favore delle aziende. Sottolineando gli svantaggi che derivano dal mantenimento di alcuni impianti qui in Italia, si ribalta capziosamente il senso delle proprie pretese: l’egoismo imprenditoriale, che persegue una maggiore produttività al solo scopo di limitare i costi e rimpinguare gli utili, viene spacciato per una sorta di altruismo quasi filantropico, finalizzato a rendere più competitiva l’industria italiana nell’intento di assicurare ai cittadini-lavoratori maggiori occasioni di occupazione e di reddito.

Benché neghi recisamente di voler entrare in politica, replicando con una battuta fintamente modesta come «Io faccio il metalmeccanico, produco auto, camion e trattori», Marchionne fa politica eccome. Subito dopo, infatti, aggiunge che legge il giornale «tutti i giorni alle 6 (mattiniero e operoso – Ndr) e ne escono di tutti i tipi. C’è una varietà di orientamenti politici e sociali incredibile, tutti parlano e non si capisce dove va il Paese». In altri termini: che palle ‘sta democrazia in cui la gente si ostina a dire la sua, invece di inchinarsi ai diktat delle grandi imprese, multinazionali di nome o di fatto, e aderire di buon grado alle loro preferenze. Che, essendo basate sui Sacri Principi della competizione globale e del massimo profitto, andrebbero accolte con la reverenza che si deve ai dogmi – e a chi se ne fa custode ed apostolo. 

Al di là del fatto che lui abbia l’onestà intellettuale per riconoscerlo, e al di là della mancanza di prontezza o di coraggio che induce il “mite” Fabio Fazio a guardarsi bene dal farglielo notare, questo totale asservimento della società all’economia è un’istanza politica in piena regola. La prima contromossa, quindi, è costringere Marchionne, così come ogni altro imprenditore o manager che si ponga in maniera simile, a uscire allo scoperto e ad assumersi fino in fondo la responsabilità di ciò che afferma, dai presupposti teorici alle conseguenze di breve, medio e lungo periodo. 

Se la questione è politica, ciò che conta è la volontà dei cittadini. Se la questione è politica, la discussione deve vertere sui valori che si mettono alla base della vita individuale e collettiva. Sbandierare i conti aziendali, come se si trattasse di prove inoppugnabili, rinvia a una visione tecnocratica che pretende di innalzare l’economia, e in particolare il liberismo, a scienza esatta e inderogabile. La favoletta del “metalmeccanico che produce auto, camion e trattori” è ridicola quanto insultante. Come quella dei banchieri alla Trichet, o alla Draghi, che vigilano sulla stabilità della finanza pubblica e privata. Vogliono imporre a tutti la supremazia e gli interessi di pochi? Liberi di farlo, nel mondo attuale. Ma non ci vengano a raccontare che lo fanno per il nostro bene.

 

Federico Zamboni

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