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Facebook vende i nostri gusti sessuali

Il sistema assicura la privacy, ma solo all’esterno. Le informazioni riservate sono comunque acquisite dai gestori e messe a disposizione delle agenzie pubblicitarie

In Rete divampa la discussione a seguito della pubblicazione di uno studio realizzato congiuntamente dalla Microsoft e dal Max Planck Institute, riguardante Facebook e la gestione dei dati personali. Lo studio rivela che il noto portale registrerebbe le inclinazioni sessuali degli utenti, anche quando non dichiarate esplicitamente, vendendole poi agli inserzionisti. Lo studio va ad aggravare le preoccupazioni espresse anche dal Wall Street Journal che, proprio riguardo a Facebook, ha parlato di «privacy colabrodo».

Com’è noto, sul famoso social network ci si iscrive inserendo una serie di informazioni private. È grazie a quelle che il sistema mette l’utente in contatto diretto con altri “amici”. Una volta entrati nel sistema, il gioco sta nel “postare” ciò che ci riguarda. L’umore del giorno, dove siamo diretti, opinioni e punti di vista. I nostri amici o, se lo permettiamo, anche l’intera comunità del network, possono vedere ciò che scriviamo e commentarlo. Non solo: Facebook pullula di applicazioni, piccoli software ludici da condividere tra le persone con cui si è in contatto.

Descritto così sembra tutto molto funzionale e vivace, ma le anomalie non mancano. Quando si parla dei social network in generale, e in particolare di Facebook, al centro di ogni critica ci sono sempre i pericoli per la riservatezza dei dati. Ma la privacy, in realtà, è il problema minore. Di fatto la riservatezza dei dati, nel senso della protezione dalla loro pubblicazione, è sempre garantita. Facebook, ad esempio, ha impostazioni (privacy settings) piuttosto granitiche.

Il vero problema non è ciò che può trapelare al di fuori dei social network, ma quello che trapela all’interno. Secondo il Wall Street Journal, nel momento in cui si accede a un’applicazione ludica, concedendo l’accesso ai nostri dati, implicitamente si consente ai creatori dell’applicazione di acquisirli e venderli a terzi. Solitamente agenzie di pubblicità, che così sono in grado di collocare réclame mirate esattamente sui gusti dell’utente. Una pratica nota e accettata finora, perché esplicitamente basata sui contenuti pubblici degli utenti. Se ad esempio condivido un video del mio cantante preferito su Facebook, sulla colonna di destra mi appariranno pubblicità di negozi che ne vendono i dischi o i biglietti di qualche concerto. E questo potrebbe anche essere accettabile come contropartita all’accesso gratuito al sito.

Ma la denuncia del Wall Street Journal è più grave, perché riguarda contenuti che l’utente decide di non diffondere. Secondo il quotidiano, le informazioni riservate di coloro che accedono a un’applicazione ludica «vengono rese disponibili, ovviamente a pagamento, ad agenzie pubblicitarie che, così, possono inondarci di réclame». Un’accusa pesante, che lo studio Microsoft-Max Planck ha dimostrato essere vera, ma con un’aggravante in più. I ricercatori hanno inserito una serie di profili fasulli, con dati personali mirati, proprio per rilevare a quali messaggi pubblicitari sarebbero stati associati. Alcuni corrispondevano a omosessuali dichiarati, impostando però i settaggi affinché l’informazione non risultasse pubblica. Immancabilmente hanno cominciato ad arrivare “spot” che avevano affinità con le loro inclinazioni sessuali (locali per incontri gay, luoghi di ritrovo, riviste per gay o lesbiche, eccetera).

C’è un adagio riguardo alla Rete, secondo cui, al contrario dei media tradizionali, chi bara, prima o poi viene scoperto e perde credibilità. Si parla di una Rete capace di autoregolarsi, che contiene in sé gli anticorpi contro le proprie anomalie. Le discussioni nella blogosfera attorno alla ricerca Microsoft-Max Planck dimostrano che c’è una verità in questo adagio. La Rete continua ad essere sicuramente un ambiente dove le persone devono muoversi con prudenza, ma anche un campo minato per le truppe d’assalto del commercio e del consumo, i cui astuti tentativi di penetrazione e sfruttamento della Rete vengono presto o tardi svelati e stoppati. Più volte Facebook è stata accusata di aver rotto il “patto” con i suoi utenti, vendendosi a quelle logiche mercantilistiche di cui Internet rappresenta un potente contraltare. E, di fronte ad accuse così grave e circostanziate, anche questa volta c’è da attendersi una rapida e imbarazzata marcia indietro.

 

Davide Stasi

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