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Secondo i quotidiani del 26/10/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - “Maroni su Terzigno: ‘Cercano il morto’”. “Fini: rischio crisi sulla giustizia”. Commento di Angelo Panebianco: “Classe (per nulla) dirigente”. In un riquadro: “Asse con D’Alema: logoramento, poi modello-Dini”. “Camere paralizzate. In un anno solo dieci leggi”. A centropagina: “‘Portai ad Arcore l’audio della telefonata Fassino-Consorte’”. Fotocolor: “Mladic braccato a Belgrado”. “Cevenini: sono vulnerabile, mi fermo qui”. “Wikileaks, la rivoluzione insidiosa delle notizie”. IN basso: “Torna Ammanniti con un ‘Io’ ragazzo”. “Moretti (Fs): sì alla concorrenza dei privati. Ma siamo leali”. “Pagamenti veloci dallo Stato con un patto imprese-banche”.

LA REPUBBLICA – “Fini: sulla giustizia rischio di crisi”. Commento di Ulrich Beck: “Le cinque auto illusioni della politica nell’era globale”. In un riquadro: “La Fiat e l’Italia, polemica su Marchionne”. A centropagina: “Berlusconi jr. indagato per i nastri su Fassino”. Fotocolor: “Usa, l’isola che non c’è più”. “Maroni: qualcuno a Terzigno cerca il morto”. In basso: “La moglie di Liu Xiaobao: tutti a Oslo per il Nobel”. “Le nuove materie prime contese dal mondo”.

LA STAMPA – “Rifiuti: Maroni: ‘Siamo pronti a usare la forza’”. “Rischio crisi sulla giustizia”.In un riquadro: “Unipol, nuova accusa a Paolo Berlusconi”. Commento di Mauro Deaglio: “Fiat, l’Italia si autoassolve e non discute”. “Serbia nell’Ue se consegna il generale Mladic”. “Bollette e servizi, le pagelle delle città italiane”. A centropagina foto notizia: “Un muro per separare cristiani e musulmani”. “Napoli in dieci, il Milan vince ed è secondo”. In basso: “Ucciso l’imperatore dei cervi, finirà impagliato”.

IL GIORNALE – Editoriale di Vittorio Feltri: “Cara Fiat, vattene pure”. “Fini apre ai comunisti”. Fotonotizia: “E la sinistra fa il tifo per i rifiuti”. A centropagina: “Le carte manipolate per sparare contro l’America e i nostri soldati”.In un riquadro: “Chiudere le Camere, decidono i giudici”. In basso: “I baby fenomeni che fanno onore all’Italia”. In un riquadro: “L’immaginazione è al potere. E noi siamo i suoi schiavi”.

IL TEMPO – Editoriale di Mario Sechi: “Tre scenari e un voto finale”. “Fini tampona la Fiat”. “La sfida di Sergio: Serve efficienza non propaganda”. A centropagina: “Governo tecnico, proposta comica”. In un riquadro: “Maroni: a Terzigno c’è chi vuole il morto”. In basso: “A Fontana di Trevi turisti contro pescatori”. In un riquadro: “Le Botticelle che dividono i romani”. “C’è il Milan sulla scia della Lazio”.

L’UNITA’ – “Berlusconi jr. diede il nastro al Giornale”. Fotonotozia: “Avanti Cristo”. In basso: “Giustizia, Fini evoca la crisi. Bersani: noi pronti”.

LIBERO – Editoriale di Maurizio Belpietro: “Meglio Marchionne che continuare a mantenere la Fiat”. “Le comiche iniziali”. “Saviano è di tutti ma vuole stare solo a sinistra”. In un riquadro: Le trame di D’Alema il più comunista di tutti”. “Tasse, immigrati, toghe il piano ammucchiata”. “Santoroinsegna…e anche Telese cerca il martirio”. A centropagina: “Fassino: ‘Abbiamo una banca’, ma indagano il fratello di Silvio”. In basso: “L’allarme di Maroni: le brigate monnezza vogliono il morto”. “Tg3 e La7 violano la par condicio. Diffidato il Tg1”. “‘Non fu suicidio’. Il sergente italiano derubato persino della sua fine”. “La politica straparla e non ha capito che il Lingotto vuole lasciare l’Italia”.

IL MESSAGGERO – “Fini: giustizia, rischio crisi”. “Fiat, l’affondo di Marchionne divide la politica”. Commento di Oscar Giannino: “Il coraggio di dire come stanno le cose”. Fotocolor: “Morto per denutrizione a Regina Coeli: indagati medici e infermieri”. A centropagina: “Terzigno, assalto alla polizia. Maroni; c’è chi cerca il morto”. In un riquadro: “‘La forza del gruppo e Reja, così la Lazio continuerà a volare’”. In basso: “Unipol, Paolo Berlusconi indagato per il nastro di Fassino e Consorte”. “Roma e i giorni dell’orrore nazista”.

IL FOGLIO – “I veri obiettivi e i molti limiti della ruvida strategia di Marchionne”. “Il Corano con la spada”. “Ehi, dopo i colpi di scure c’è pure un piano per la crescita”. “Il male è ‘XY’”. “Palazzo”. A centropagina: “Il silenziatore Romano”. In basso: “L’anti Ratisbona mediorientale”.

IL SOLE 24 ORE - “Editoriale di Guido Gentili: “Torino e l’Italia, che tempo farà ora?”. “Fiat, Fini contro Marchionne”. In un riquadro: “Guidi: innovazione è la parola chiave per la crescita”. “Squinzi: più efficienti con l’alleanza tra imprese e lavoro”. “Tutti pazzi per lo yuan (a Hong Kong)”. A centropagina: “Il Tesoro collocherà titoli per 20 miliardi in una settimana”. In basso: “Londra e Berna siglano la tassa del segreto bancario”. (red)

 

2. Fini: su giustizia possibile crisi

Roma -

“È ‘un rischio concreto’. Il presidente Gianfranco Fini si augura ‘che sul tema giustizia non ci siano questioni insormontabili e che non ne scaturisca una crisi di governo’ – riporta il CORRIERE DELLA SERA -. Ma, ammette, ‘il rischio c’è’. Il leader dei futuristi è arrivato ieri a Milano per porre ‘la prima pietra’ del suo programma politico. Accolto con grande affetto (‘che mi ripaga di tante amarezze, ma ora mi è tornata la passione politica’) in un teatro troppo piccolo per le centinaia di simpatizzanti arrivati da tutta la Lombardia, Fini torna sul tema della giustizia che aveva affrontato anche in un’intervista all’emittente Antenna 3 Nordest. Esecutivo in bilico, dunque, ‘anche se mi auguro non si concretizzi l’eventualità’. ‘Noi non crediamo — ha proseguito Fini — che si possa o si debba riformare la giustizia punendo la magistratura. La magistratura non deve essere sottoposta, uso questa espressione, ad altri poteri, e quindi nemmeno a quello esecutivo’. Riferendosi al lodo Alfano, Fini strappa l’applauso ribadendo che ‘è sacrosanto garantire la funzione, non la persona e non perché ce l’ho con Berlusconi. Se domani la persona fosse un’altra, varrebbe lo stesso concetto: bisogna garantire al presidente del Consiglio il diritto e il dovere di governare in ragione della funzione che ricopre’. No alla reiterabilità, come già anticipato e no al processo breve: ‘Piaccia o non piaccia, la legge è uguale per tutti. Da parte degli amici o ex amici del Pdl sono polemiche fuori luogo’. Fini, intervenuto dopo i saluti della pasionaria lombarda Cristiana Muscardini, del ministro Andrea Ronchi e del capogruppo Italo Bocchino, spiega il partito che immagina e la politica ‘che dovrebbe migliorare la vita dei nostri figli’, insistendo soprattutto sulla questione morale e sul tema della legalità. ‘Noi ci rivolgiamo a tutti — insiste — tranne che a parassiti e delinquenti’”.

“‘Dobbiamo combattere la corruzione che c’è’, ammonisce riferendosi ai recenti allarmi del presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino e del presidente della commissione Antimafia, Beppe Pisanu. Una proposta, ad esempio è quella ‘di un provvedimento ad hoc per impedire che venga ricandidato o rieletto chi ha avuto condanne in terzo grado di giudizio per reati contro la pubblica amministrazione’. Nel cuore del nord, Fini spiega che va affrontata la questione settentrionale ‘senza commettere l’errore di abbandonare il meridione’. E proprio a Milano accusa la Lega: ‘Perché nel programma di questo governo c’era anche la privatizzazione delle municipalizzate, poi quando la Lega si è messa di traverso non se ne è parlato più’. Davanti a Fini, oltre a Benedetto Della Vedova, al senatore Giuseppe Valditara e all’assessore Giampaolo Landi di Chiavenna, siedono anche il presidente del consiglio comunale Manfredi Palmeri e l’ex parlamentare Tiziana Maiolo, neo acquisti di Fli. Il Pdl minimizza: ‘Solo casi isolati’. Ma sono i colonnelli di Fini a ricordare che ‘la Lombardia è la regione con il maggior numero di circoli e di iscritti a Generazione Italia’. Si parte da Milano – conclude il CORRIERE -, ‘perché qui si sono giocate tutte le grandi partite dello scorso secolo’”.

 (red)

 

3. Giustizia, pronto l'escamotage sulla reiterabilità

Roma -

“Sta diventando lo scoglio più difficile, il lodo Alfano in forma di ddl costituzionale. Sul punto della reiterabilità, poi, Fli e Pdl sembrano andare ciascuno per la propria strada – scrive LA STAMPA -. E si rischia davvero la crisi di governo. Ma non è detto che si arrivi allo scontro. I pontieri del Pdl - da Gianni Letta a Angelino Alfano, a Carlo Vizzini - sono all’opera. E già si parla di un possibile escamotage che potrebbe salvare la faccia a tutti: un lodo che non preveda alcuna reiterabilità, come vuole Fini, ma che scatti a partire dalla prossima legislatura, la 17esima, garantendo così Berlusconi che per cinque anni non avrebbe l’impaccio di processi penali se divenisse premier. Tanto, per il momento il Cavaliere è coperto dalla legge sul Legittimo Impedimento. Si spiegano così le parole distensive del ministro della Giustizia, Alfano, impegnatissimo a sgombrare il campo da mine e trabocchetti che potrebbero far abortire la ‘sua’ riforma della giustizia, e che d’un colpo hanno spiazzato i falchi del suo schieramento. ‘Non mi pare - ha detto infatti Alfano a proposito della reiterabilità - una questione su cui vive o muore questo progetto di legge. Quello della reiterabilità è un tema che affronteremo con serenità, trovando tutti insieme l’assetto più equilibrato per assicurare al Paese una legge che serva al buon funzionamento delle istituzioni’. Dall’altra parte, però, il Fli non molla. La base non è pronta a troppe concessioni al Cavaliere, dicono esplicitamente i pasdaran come Fabio Granata o Carmelo Briguglio. Sono già rimasti scottati dal sì alla retroattività e dal voto su Lunardi. ‘No alla reiterabilità’, dice quindi secco il presidente della Camera. E lo dice a brutto muso a costo di mettere nel conto una crisi. ‘Non vedo - dice ancora - come, se il Pdl non dovesse cambiare idea, il Presidente Berlusconi possa prendere questa questione come pretesto per fare una crisi di governo’”.

“Ma di questioni spinose ce ne sono molte. Giusto domani ci sarà un ennesimo problema in Giunta per le Autorizzazioni (una querela del giudice fiorentino Alessandro Nencini contro Berlusconi che lo definì ‘una metastasi’). Anche per il Fli, insomma, la questione della reiterabilità, ma nel senso opposto a quello del Pdl, è divenuta cruciale. Ne va dell’identità del nascente partito. Ed è per questo motivo che di votare emendamenti della sinistra o dell’Udc, in questa fase, non se ne parla. Il Fli vuole un emendamento tutto suo attorno a cui ritrovarsi, falchi e colombe del nuovo gruppo parlamentare. Ed ecco perché il senatore Maurizio Saia, che oggi rappresenterà solitario il Fli in commissione Affari costituzionali, incontrerà all’ora di pranzo il suo capogruppo Pasquale Viespoli e Giulia Bongiorno, la consigliera più ascoltata da Fini sui temi giuridici. Sarà in quest’occasione che vedrà la luce un emendamento che a sua volta rappresenterà un punto di svolta della giornata, ricalcando esattamente il testo del lodo Alfano in versione di legge ordinaria, quello cioè bocciato dalla Corte costituzionale. E in quel testo di reiterabilità non si parlava esplicitamente. Con tale emendamento, il Fli pensa di tacitare le critiche, dimostrando coerenza (vedi Fini: ‘Noi non cambiamo opinione sul lodo che serve a tutelare una funzione e non una persona’) ma anche fermezza. Subito dopo pranzo, quindi, Carlo Vizzini aprirà i lavori della commissione”.

“Ci sarà da leggere la missiva del Capo dello Stato su cui non ci sarà dibattito. ‘Mi sembrerebbe irriguardoso dibattere sulla lettera del Presidente della Repubblica, quindi in ufficio di presidenza prima e in commissione poi penso che chiederò ai gruppi di fare una brevissima pausa di riflessione’. Subito dopo si dovrebbero riaprire i termini degli emendamenti. ‘Sono disponibile - dice Vizzini - altrimenti che ci vediamo a fare dopo la lettera del Capo dello Stato?’. Sarà il momento in cui Maurizio Gasparri, il presidente dei senatori Pdl, depositerà la proposta di modifica che abolisce il passaggio parlamentare per le procedure di sospensione dei processi al premier e al Capo dello Stato. Quindi si ragionerà sulle possibili convergenze in tema di reiterabilità. Ma poi – conclude LA STAMPA -, l’ultima parola, e non è mai stato chiaro come questa volta, sarà politica”.

 (red)

 

4. Senza chiarimento tra i 2 leader immunità rimarrà bloccata

Roma -

“Dopo un week-end segnato da un rialzo della tensione tra Pdl e Fli, e dopo una giornata, ieri, in cui il tema del governo di emergenza da sostituire a quello in carica ha animato le chiacchiere del lunedì, l'annuncio del ministro di giustizia che il governo è pronto a cercare una soluzione alternativa alla contestata reiterabilità del lodo Alfano ha dato il senso che non tutto sia perduto: si continua e si continuerà a trattare – scrive Marcello Sorgi sulla Stampa -. Al Senato, di conseguenza, il presidente della commissione Affari Istituzionali Vizzini, destinatario della lettera del Capo dello Stato critica con la parte di testo approvata fin qui, ha riaperto i termini per la presentazione degli emendamenti, azzerando di fatto, oltre al coinvolgimento dei Presidente della Repubblica nella materia del salvacondotto giudiziario, anche tutto il lavoro fatto. Malgrado la schiarita serale e l'offerta del Guardasigilli, infatti, la situazione rimane bloccata. Da Milano, dove è andato a presentare il suo nuovo partito, Fini ha detto ai suoi di preparare l'emendamento per cancellare la possibilità che, grazie al lodo, il premier possa usufruire della protezione dai processi più di una volta. Questa eventualità non era prevista nella versione originaria, varata due anni fa anche con i voti degli ex-An e cancellata l'anno scorso dalla Corte costituzionale, e secondo il Presidente della Camera non c'è alcuna necessità, salvo l'interesse personale di Berlusconi, di introdurla adesso”.

“Fini ha confermato anche pubblicamente che la materia della giustizia, non soltanto quella del lodo, continua ad essere ad alto rischio per il governo. Repliche dure dal Pdl, soprattutto dagli ex colonnelli di Fini. E anche se non è affatto una novità, gelo confermato tra gli ex cofondatori del Popolo della libertà, malgrado gli sforzi dei pontieri, che dai tronconi separati del centrodestra continuavano a sperare in un (impossibile, al momento) incontro tra i due leader. Senza un chiarimento personale e senza una vera tregua, è difficile che la trattativa tenuta aperta, se non altro per buona volontà, possa portare a qualche risultato. Basta solo riflettere su quel che accadrà adesso al Senato al momento di votare gli emendamenti finiani contrari alla reiterabilità: Pdl e Fli voterebbero uno contro l'altro, ed anche se a Palazzo Madama Berlusconi avrebbe la maggioranza per bocciare l'emendamento, la perderebbe subito dopo alla Camera. Con il risultato – conclude Sorgi -, di ritrovarsi con il lodo paralizzato già alla prima delle quattro votazioni previste dal complesso iter per costituzionalizzarlo”.

 (red)

 

5. Riforma elettorale: memorandum Pd, Udc e Fli

Roma -

“Tra Bersani, Fini e Casini il patto sui criteri della riforma elettorale è stretto – riporta REPUBBLICA -. Tanto che il segretario del Pd ha dato mandato a Gianclaudio Bressa di mettere nero su bianco la piattaforma dell’ipotesi di accordo, con variabili e soluzioni aperte. Un "memorandum". Bressa, capogruppo democratico in commissione Affari costituzionali alla Camera, ex sindaco di Belluno, minimizza: ‘Solo appunti, di cui abbiamo discusso; un documento del tutto informale’. I Democratici - divisi tra i bipolaristi hard e gli affezionati del "sistema tedesco", come D’Alema - hanno lo spauracchio delle polemiche interne. Perciò l’intesa, che ha stabilito il minimo comune denominatore fra i tre leader, è prudentemente sottaciuta. Ma se la crisi di governo avanza a grandi passi, l’accelerazione sul patto per una nuova legge elettorale - scopo di quel governo tecnico invocato all’unanimità da Pd, Udc e "Futuro e libertà" - è giocoforza. ‘Noi siamo pronti’, ammette Maurizio Migliavacca, il coordinatore della segreteria democratica. Più che pronti. La "memoria" ora sul tavolo di Bersani - che è un’elaborazione degli incontri fra i tre leader e di confronti tecnici tra gli sherpa - è stata scritta con un criterio preciso: scansare gli scogli, più che stabilire le proposte. Una sorta di metodo "all’incontrario" che, secondo il centrista Roberto Rao, è il più proficuo per evitare impallinamenti e impedire che la famosa maggioranza sulla riforma del voto (di cui Bersani si dice sicuro) naufraghi miseramente prima di nascere. L’elenco dei paletti per rottamare il "Porcellum" è fissato”.

“Primo, cancellare il premio di maggioranza così com’è. Di nuovo, ieri, Bersani ha denunciato: ‘È grazie al premio di maggioranza che con il 34, 35 per cento Berlusconi può avere la maggioranza assoluta in Parlamento e puntare a farsi eleggere presidente della Repubblica’. Secondo, mantenere il bipolarismo. Su questo insiste Fini, insieme a buona parte del Pd e allo stesso segretario. Terzo, modificare il rapporto elettore/eletto, che l’attuale "porcata" con le liste bloccate e un Parlamento di nominati ha distrutto. Questo è il punto che più sta a cuore a Pier Ferdinando Casini: l’Udc vorrebbe il ritorno alle preferenze. Strada che non convince tutti. Fini ad esempio, ieri la boccia seccamente, tornando sulla questione: ‘Gli elettori scelgano i parlamentari oltre alla coalizione di governo e al premier. Ma questo non significa che per forza si debba tornare al sistema delle preferenze. La preferenza in genere alza i costi e in alcune zone d’Italia è un cavallo di Troia per la criminalità organizzata’. Il "memorandum" a disposizione di Bersani ha previsto perciò ‘la necessità di un sistema misto che non facendoci arretrare dalla dimensione bipolare tolga l’elemento distorsivo del premio di maggioranza’. In pratica, si tratta di coniugare ‘collegi uninominali e rappresentanza proporzionale’. I modelli ci sono. Sono quello "polacco" in primo luogo, quello "ungherese", e il sistema della Repubblica Ceca. Anche in Russia fino al 2007 ha funzionato un sistema misto che prevedeva l’elezione della Duma metà con i collegi uninominali e l’altra metà con il proporzionale e uno sbarramento al 5 per cento. Nel documento-Bersani non si esclude neppure la possibilità del doppio turno. Il ritorno al "Mattarellum", che il costituzionalista e senatore Pd, Stefano Ceccanti, ritiene la soluzione più semplice, non piace a Casini. Mentre Di Pietro, il leader dell’Idv, altro partner nella partita del governo di scopo – conclude REPUBBLICA -, è disponibile alle diverse soluzioni pur di archiviare il Porcellum”.

 (red)

 

6. Fiat, scontro Fini-Marchionne. Il Pd diviso

Roma -

“‘Pur essendo italo-canadese, ha dimostrato di essere un po’ più canadese che italiano’. Non è solo un affondo ironico quello di Gianfranco Fini, perché subito dopo il leader di Futuro e Libertà spiega che ritiene ‘paradossale’ l’intervento di Sergio Marchionne – riporta il CORRIERE DELLA SERA -: ‘Se la Fiat è un grande colosso è perché lo ha garantito il contribuente italiano’. Le parole dell’amministratore delegato della Fiat alla trasmissione ‘Che tempo che fa’ — ‘In Italia non abbiamo fatto neanche un euro di utile’ — suscitano reazioni contrastanti. Anche il ministro del Welfare Maurizio Sacconi è duro: ‘La denuncia di Marchionne è stata ruvida e non del tutto condivisibile’. Ma il ceo della Fiat trova anche consensi, a cominciare da Pier Ferdinando Casini. Mentre il segretario del Pd Pier Luigi Bersani avverte: ‘Dobbiamo avere in testa l’Europa, non possiamo diventare cinesi’. Se Fini boccia il Marchionne-pensiero, Casini lo difende a spada tratta: ‘Al netto del fatto che la Fiat è stata pluri assistita e ha fatto manbassa dei contributi statali, Marchionne non ha una ma cento ragioni. Non lo si può liquidare così, come ci se fosse stato un peccato di lesa maestà. Occorre accettare la sfida in termini di innovazione e di organizzazione aziendale: le sue parole possono essere più o meno simpatiche, ma non fanno una piega’. Per nulla convinto pare invece il ministro Sacconi: Marchionne ha ‘in modo tattico’ mandato un messaggio ‘ruvido’ alle parti sociali ‘per chiedere condizioni di maggiore produttività e competitività’. Ma non sono condivisibili ‘alcune premesse’ fatte. Anche il ministro degli Esteri Franco Frattini è critico: ‘Marchionne ha fatto bene a sviluppare i suoi investimenti all’estero, ma ricordi che la Fiat è nata in Italia’. Anche perché, come specifica il leghista Marco Reguzzoni, l’acronimo per esteso recita: ‘Fabbrica Italiana Automobili Torino’”.

“Critico Roberto Calderoli: ‘Credo nel progetto di Marchionne e lo sostengo, però non condivido queste uscite da Fazio. È evidente che qualcosa Fiat ha ricevuto e, quindi, la frase che "farebbe meglio senza Italia" avrebbe fatto meglio a non dirla’. Completamente dalla parte della Fiat si schiera invece il ministro Sandro Bondi: ‘Ignorare o, peggio, polemizzare con una battuta paradossale quanto allarmata di Marchionne, significa far finta che i problemi non ci siano e che tutto possa continuare come nel passato. La sinistra lo può fare, tutti coloro che lavorano per il cambiamento e la modernizzazione dell’Italia no’. All’opposizione il più duro è Antonio Di Pietro, secondo il quale le parole di Marchionne sono ‘indegne e offensive’: ‘È noto a tutti che la Fiat ha sempre ricevuto denaro pubblico. E che la cassa integrazione è pagata dai contribuenti italiani’. Più cauta la posizione del Pd. Bersani argomenta: ‘Marchionne segnala un problema, ma poi non so se aiuta a risolverlo. Do un giudizio negativo di un approccio pessimista, che rischia di essere letto come distruttivo e liquidatorio. Il governo intervenga’. Non tutto il Pd è d’accordo. Se per il sindaco di Torino Sergio Chiamparino quelli di Marchionne sono ‘dati incontestabili’, per Nicola Zingaretti si tratta invece di ‘una battuta infelice e ingenerosa’. E Alessia Mosca, a nome dell’associazione di Enrico Letta Trecentosessanta, invita a ‘guardare la luna e non il dito’. Diviso anche il fronte sindacale. Per il segretario Cisl Raffaele Bonanni ‘Marchionne ha colto nel segno’, mentre per il leader Cgil Guglielmo Epifani ‘Marchionne ha tante facce. Non si comprende l’allarme se non si dice anche che ci sono 20 mila lavoratori in cassa integrazione’. E il segretario generale della Fiom Cgil Maurizio Landini contesta apertamente Marchionne, perché ‘dice cose i nesatte e balle’. Landini chiede, retoricamente –conclude il CORRIERE -: ‘La Ferrari e la Sevel dove sono, in Lussemburgo? Mi sembrano che facciano degli utili. E comunque continuo a non vedere il suo piano industriale’”.

 (red)

 

7. Napolitano: Ci sono tensioni, ma il Paese resta dinamico

Roma -

“Se si volesse trovare un’immagine plastica per descrivere il lavoro che Giorgio Napolitano sta facendo per l’Italia in Cina, si potrebbe benissimo usare quella della Sala della Suprema Armonia - il grande padiglione della Città proibita di Pechino, che ieri il capo dello stato ha lungamente visitato - contrapposta alle divisioni, le liti, le polemiche la cui eco arriva dall’Italia, anche nei momenti meno opportuni – scrive LA STAMPA -. L’armonia e la disarmonia; quel che è più grave, una disarmonia che danneggia gli interessi materiali del Paese. Così ieri Napolitano, parlando in serata all’Ambasciata italiana a Pechino, ha usato due termini - un aggettivo e un sostantivo - per marcare tutta la distanza possibile tra un’Italia che fa, crea sviluppo, a volte innova, e le polemiche in cui siamo spesso invischiati. Ha detto ‘turbinose’, riferendosi alle ‘vicende italiane’ che rischiano di offuscare l’immagine del Paese, e poco dopo ha parlato di ‘fibrillazioni’: dinanzi a una platea fatta di tantissimi imprenditori italiani in Cina, ha elogiato il loro lavoro definendolo ‘garanzia di sviluppo concreto, che può liberarci anche da una rappresentazione di una realtà politica spesso turbata da fibrillazioni’. L’Italia, il messaggio è apparso inequivoco, non è questa litigiosità, è lavoro, impresa, cultura, scambi. Il viaggio a Pechino, Shanghai e Hong Kong ha questa missione, sottolineare una vocazione, ma anche cogliere ‘le grandi opportunità’ che un Paese come questo offre. ‘Qui in Cina noi, Italia ed Europa, ci giochiamo una parte importante del nostro futuro’. E nella partita i giocatori decisivi sono quegli italiani silenziosi che da tempo operano per creare il ‘ponte’ tra i due mondi. Mentre il capo dello stato parlava, il ministro Franco Frattini, arrivato ieri da Roma, annuiva calorosamente, e Napolitano gli ha dato atto che appunto, a dispetto delle vicende turbinose dell’italianità, ‘per quanto riguarda le linee fondamentali della nostra politica estera c’è sempre un largo consenso, un largo sostegno alle scelte che si vanno facendo’”.

“Unità di cui anche il comportamento fisico del Presidente era un’immagine plastica. Lo si è visto stringere mani trasversalmente, dal carabiniere di guardia al medico da lunga data in Cina, al presidente della Camera di commercio italiana, assieme alla sua signora, produttrice sino-italiana di macchine per cucire. Ha dialogato con l’ambasciatore ma riservato grandissima attenzione anche ai lavoratori dell’ambasciata, dando il senso concreto di quello che intende per unità: a un certo punto gli si sono avvicinati i due cuochi che avevano lavorato per la serata, e quando l’ambasciatore Sessa ha cercato di frenarne seccamente l’entusiasmo, è stato lo stesso Presidente a farsi loro incontro calorosamente. Come al solito, a ognuno ha rivolto domande, conscio delle tante eccellenze italiane di Pechino. Solo per stare in questa sala, si andava dall’italiana che gestisce quattro store di Max Mara a Pechino alla gallerista pioniera dello sviluppo artistico nel quartiere 798, dalla cooperazione intelligente dell’Istituto italiano di cultura - che ha appena messo a confronto giallisti e scrittori italiani con colleghi cinesi della nuova generazione - ai maghi della cucina italiana, come lo chef Massimo Miglietta da poco approdato al ristorante Barolo del Carlton. Questa è l’Italia da esporre come biglietto da visita. È stato per la verità assai paziente – conclude LA STAMPA -, anche quando i giornalisti gli hanno domandato qualcosa sulla querelle sorta a proposito delle parole dell’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, in tv da Fabio Fazio. Napolitano ha risposto: ‘Gli ottomila chilometri di distanza mi permettono di dare uno sguardo solo di sfuggita alle dichiarazioni di Marchionne’”.

 (red)

 

8. Cevenini si ritira, a Bologna primarie a rischio

Roma -

“Bologna non avrà il suo sindaco "pop". Dopo tre mesi di tira e molla e due settimane da candidato ufficiale del Pd alle primarie, Maurizio Cevenini rinuncia al ‘sogno della vita’, quello di essere eletto primo cittadino – scrive REPUBBLICA -. ‘La mia corsa finisce qui’ annuncia alla clinica Villalba dove è ricoverato da sette giorni per un’ischemia cerebrale fortunatamente senza conseguenze. Fisicamente in salute, ma schiacciato dal ‘macigno’ di una responsabilità enorme e dalla ‘maledizione di Bologna’, come la chiama il leader Udc Pier Ferdinando Casini, Cevenini lascia per troppo stress. Un ritiro che manda in tilt il Pd, congela le primarie (ora per molti da cancellare) e mette sulla graticola il segretario provinciale Raffaele Donini, che aveva puntato tutto sulla popolarità di un politico atipico, che ha celebrato 4mila matrimoni e non manca una partita del Bologna. ‘Lo choc del malore è stato troppo forte’ ha ammesso ieri il Cev, come è soprannominato sotto le Due Torri. Problema psicologico, oltre che fisico. Cevenini, incoronato alla festa dell’Unità e definito ‘faro della sinistra’ dal direttore del Mulino Piero Ignazi, lo ammette. E ‘umilmente’ fa un passo indietro. Pronto anche (ma i suoi gli hanno detto no) a dimettersi da consigliere regionale per seguire un percorso di riabilitazione di alcuni mesi. In serata arriva l’affetto di Perluigi Bersani: ‘Oggi è il giorno del rispetto per Maurizio, per le soluzioni vedremo più avanti’”.

“Ma dietro di sé, Cevenini lascia un partito in alto mare. Il problema, ora che il Cev non è più in campo, è convincere eventualmente i due contendenti ancora in lizza, la cattolica di sinistra Amelia Frascaroli e l’ex collaboratore di Cofferati Benedetto Zacchiroli, a fare un passo indietro. ‘La situazione è straordinaria. Ne discuteremo con gli alleati e i candidati’ dice Donini. Bersani da Roma detta la linea: evitare la ressa dei candidati e le divisioni interne, perché dietro l’angolo c’è l’incubo di un nuovo ‘99 (quando proprio le divisioni portarono al "colpaccio" di Giorgio Guazzaloca). Il meglio sarebbe trovare un candidato condiviso. Il leader Pd potrebbe bussare alla porta di Prodi, che però ha già tante volte declinato. Spunta l’ipotesi dell’ex leader Ds Piero Fassino, "briscolone" torinese difficile da imporre dopo la delusione dell’altro "papa straniero", il cremonese Sergio Cofferati. I "civici" intanto si defilano. Il presidente della Fondazione del Monte Marco Cammelli è duro: ‘Ci vorrebbe un matto ad alzare la mano. Qui se parli ti sparano tutti addosso’. Indisponibile anche il patron Valsoia Lorenzo Sassoli de Bianchi, che ‘scalda il cuore’ degli industriali. A tirare un sospiro di sollievo è solo il Pdl, senza un candidato – conclude REPUBBLICA -: ‘Ora la sinistra è messa come noi. Bene così’”

 (red)

 

9. Terzigno, Maroni: C'è qualcuno che vuole il morto

Roma -

“Tre poliziotti circondati e aggrediti in piena notte nei pressi della discarica di Terzigno – scrive il CORRIERE DELLA SERA -. E Maroni interviene per dare l’ultimatum ai violenti. Ora basta, dice il ministro dell’Interno, la violenza ‘non è più accettabile’. Quindi, aggiunge, ‘invito tutti a deporre le armi, altrimenti sarà necessario intervenire in modo più duro di quanto non si sia fatto finora’. Sulle violenze a Terzigno ora indaga anche la Procura antimafia, per verificare eventuali infiltrazioni di uomini vicini alla camorra. L’episodio dell’altra notte segna una svolta. Gli agenti, che erano in servizio di perlustrazione e si trovavano nel territorio di Boscoreale, sono stati bloccati in auto da una quarantina di persone che hanno cominciato a sferrare calci, pugni e sprangate sulla vettura. Riusciti a uscirne, i poliziotti hanno ingaggiato una colluttazione (uno è rimasto ferito a un occhio) con alcuni degli aggressori e hanno messo in fuga gli altri. Tre giovani (Stefano Garofalo di 24 anni, Domenico Erri di 18, e Michele Aviano di 22) sono stati fermati e denunciati per oltraggio, violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Successivamente il prefetto Andrea De Martino e il questore Santi Giuffrè hanno deciso di elevare il livello di attenzione nella zona di Terzigno, Boscoreale e degli altri paesi coinvolti nella protesta contro la discarica nel Parco del Vesuvio. L’aggressione contro la pattuglia della polizia sembra rappresentare l’inizio di una nuova strategia da parte di coloro che durante la scorsa settimana hanno trasformato ogni notte la rotonda di via Panoramica a Terzigno, presidio permanente dei manifestanti, nel teatro di violenti scontri con le forze dell’ordine, scontri durante i quali sono stati lanciati anche razzi e bottiglie molotov”.

“La chiusura di tre giorni della discarica già funzionante (è in corso la bonifica prevista dal piano di intervento del sottosegretario Bertolaso) ha di fatto tolto temporaneamente dalla scena la principale occasione di scontro tra le forze in campo, e cioè i camion carichi di spazzatura, che i cittadini tentavano di bloccare e la polizia di far passare. Nella prima notte senza tafferugli alla rotonda, però, ecco l’aggressione agli agenti di pattuglia. ‘Io credo che questa gente non abbia nulla a che fare con la protesta — dice il ministro Maroni — se non per strumentalizzare, creare incidenti e disordini, farci scappare il morto. E noi non lo consentiremo’. Accanto al fronte della violenza ne restano aperti altri: quello della trattativa con le comunità del Parco del Vesuvio per trovare una soluzione che possa mettere fine a questa situazione, e quello dell'emergenza rifiuti, che a Napoli è ormai un problema serio. Ieri in città sono comparse le ruspe per rimuovere cumuli di immondizia soprattutto nelle strade del centro. I rifiuti raccolti dovranno essere smaltiti nell’inceneritore di Acerra, dove però il sindaco Tommaso Esposito teme conseguenze sull’ambiente se la spazzatura dovesse arrivare senza prima essere stata trattata negli stir (stabilimenti di tritovagliatura e imballaggio dei rifiuti). Bertolaso ha garantito che questo passaggio ci sarà. Ieri sera il capo della Protezione civile ha tenuto un nuovo vertice in prefettura durante il quale ha ricevuto la telefonata di Berlusconi. ‘Bisogna continuare a lavorare per raggiungere gli obiettivi e i risultati che ci siamo posti’, gli avrebbe detto il premier. E Bertolaso – conclude il CORRIERE -, sembra sicuro di riuscirci: ‘L’apertura della seconda discarica non è affatto immediata, con gli impianti che abbiamo si può andare avanti fino all’estate. Nel frattempo credo che la nostra serietà convincerà i sindaci. E poi la legge prevede discariche anche in altre località, c’è un ampio margine per trovare alternative’”.

 (red)

 

10. Terzigno, pronta la "soluzione estrema"

Roma -

“La misura estrema, quella che tutti sperano di non dover prendere, è un’ordinanza che imponga il ‘divieto di assembramento nella rotonda di Terzigno’ – riporta il CORRIERE DELLA SERA -. Perché in quel caso vorrà dire che i violenti sono tornati in strada e allora bisognerà utilizzare una nuova strategia, prevedendo l’arresto immediato per chi non rispetta un provvedimento dell’autorità. Si tratterebbe di un vero e proprio sgombero dell’area, da realizzare prima rimuovendo gli eventuali blocchi con le cariche delle forze dell’ordine e poi facendo scattare i fermi in flagranza di reato. È la ‘linea dura’ di cui parla il ministro Roberto Maroni, discussa con il capo della polizia Antonio Manganelli e pianificata con prefetto e questore. Perché la situazione, che proprio i responsabili locali dell’ordine pubblico sono riusciti a tenere finora sotto controllo, potrebbe degenerare già domani quando ripartiranno gli autocompattatori per portare i rifiuti nella cava che si trova all’interno del parco del Vesuvio. E allora si mette a punto il piano di prevenzione, per evitare quell’attività di repressione che potrebbe portare drammatiche conseguenze e soprattutto alzare in maniera incontrollabile la tensione in piazza. Ci si muove su un doppio binario di intervento, tenendo presente la direttiva del titolare del Viminale che ha ribadito la necessità di ‘consentire ai cittadini di manifestare pacificamente il proprio dissenso riuscendo a isolare chi invece vuole sfruttare questo dissenso per alzare la tensione’. Non c’è la camorra dietro i disordini, come ha tenuto a ribadire più volte in queste ore il questore Santi Giuffrè. Ma qualche segnale negativo è arrivato, soprattutto in quei Comuni ad alta densità criminale dove sono stati notati alcuni ‘capi rione’ fare il giro dei negozi sollecitando i proprietari ad abbassare le saracinesche e sospendere l’attività per un po’ di giorni”.

“E allora non è affatto causale che sia stato chiesto ufficialmente al sindaco di San Giuseppe Vesuviano di ritirare l’ordinanza firmata ieri mattina che prevedeva la chiusura di esercizi commerciali e scuole. Perché provvedimenti di questo tipo agevolano i tentativi di chi vuole far salire il livello dell’emergenza e invece i responsabili della sicurezza stanno lavorando proprio per cercare di far tornare la situazione alla normalità. I poliziotti della Digos e i carabinieri del Ros hanno avviato un’attività investigativa mirata su quei gruppetti malavitosi che arrivano a Terzigno quando fa buio armati di bombe molotov e poi si scagliano all’attacco delle camionette. Giovani partiti dai paesi limitrofi, ma anche da Napoli, pronti ad assaltare gli agenti, proprio come avviene durante gli incidenti allo stadio. Nulla a che vedere con chi frequenta i centri sociali o le formazioni antagoniste. Si tratta più semplicemente di violenti che invece cercano l’ennesima ribalta e talvolta cercano di proporsi alla popolazione come coloro che potrebbero risolvere il problema. È legata proprio a questo pericolo di degenerazioni l’esigenza di mettere a punto l’ordinanza sul divieto di assembramento che il prefetto Andrea De Martino dovrebbe emanare qualora si realizzasse quella situazione paventata dal ministro. Nessun impiego dei militari è stato invece previsto nelle aree della protesta. L’unico eventuale aiuto che potrebbe essere sollecitato alla Difesa – conclude il CORRIERE -, riguarderebbe eventualmente la raccolta dei rifiuti nel momento in cui non si dovesse riuscire a ripulire le strade, nonostante le rassicurazioni del capo della protezione civile Guido Bertolaso che domenica aveva invece assicurato di poter ripulire la città ‘in tre, quattro giorni’”.

 (red)

 

11. Classe (per nulla) dirigente

Roma - “Rivolte urbane, guerriglie notturne, sindacialla mercé delle piazze – scrive Angelo Panebianco sul CORRIERE DELLA SERA -. Di nuovo la Campania. Di nuovo l’immondizia. Governo, Regione, Napoli, si palleggiano le colpe e magari è vero che le responsabilità sono di tutti. Ma resta che la Campania non si sa tirare fuori da una situazione che, come ha scritto accoratamente Giuseppe Galasso su questo giornale (il 24 ottobre) umilia l’Italia intera. Il vero dramma del Mezzogiorno non consiste nei gravissimi problemi che lo attanagliano. Consiste nel fatto che le sue classi dirigenti (politici, imprenditori, professionisti, intellettuali) siano incapaci di cercare soluzioni e rimedi. Nel politichese di alcuni anni fa si sarebbero dette prive di ‘progettualità’, fallite. Non perdono un colpo quando si tratta di accusare Roma, lo Stato, di avere ‘abbandonato il Sud’: un’espressione che testimonia di uno stato di minorità, psicologica e culturale (sono i minori quelli che non si possono abbandonare). Ma ne perdono tanti quando si tratta di lavorare per cambiare le cose. Nel centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia constatiamo che l’unità scricchiola, che si sentono rumori sinistri. Se non ci saranno novità la democrazia, così come funziona nel Mezzogiorno, e l’unità del Paese potrebbero presto entrare in rotta di collisione. L’esperienza storica ci dice che, spesso, la democrazia è un’ottima cura per molti mali: col tempo, fa fiorire una società civile basata sulla cooperazione e la fiducia, fa crescere il capitale umano e sociale, promuove lo sviluppo. Ma non ovunque. Di certo, sessant’anni di democrazia non hanno portato quei doni al Mezzogiorno”.

“La democrazia è servita al Sud, più che per curarsi degli antichi vizi, per accrescere il proprio potere contrattuale nei confronti dello Stato e delle regioni più sviluppate. Senza il Sud non si vincono le elezioni nazionali e questo dà a chi difende il Mezzogiorno così come è oggi una fondamentale arma di ricatto nei confronti di qualunque coalizione politica nazionale, di destra o di sinistra che sia. Le voglio proprio vedere, ad esempio, certe Regioni del Sud (quelle con i peggiori disastri nella Sanità) accettare senza fiatare il passaggio dalla spesa storica ai costi standard come prevede il progetto del federalismo fiscale, ben sapendo che ciò comporterebbe una drastica contrazione di risorse e l’obbligo di porre fine a sprechi e a parassitismo. È in questo senso che unità del Paese e democrazia nel Mezzogiorno rischiano di diventare incompatibili. Non si può avere una questione meridionale perenne: alla lunga, si finisce per disfare ciò che il Risorgimento ha creato. L’aspetto più grave non sta nella protervia dei maneggioni ma nei pensieri e nelle parole di tante persone per bene. Chiunque scriva di Mezzogiorno sa di cosa parlo. Quando si toccano questi argomenti si ricevono tanti messaggi dal Sud, spesso di professionisti o di insegnanti. Persone istruite, che fanno opinione nei rispettivi ambienti. Persone capaci di fare l’apologia del regno borbonico, di trattare Cavour e Garibaldi come criminali di guerra, di liquidare la storia dell’Italia unita come il frutto di un’odiosa colonizzazione. Questa forma di autoassoluzione, condita di leggende nere sull’unità d’Italia è, da sempre, la maledizione del Sud. Se non se ne libererà non cambierà mai nulla. E dei ‘doni’ della democrazia – conclude Panebianco .-, resterà solo una capacità di ricatto sempre meno sopportata dal resto del Paese”. (red)

 

12. Pagamenti dello Stato più veloci, Patto imprese-banche

Roma - “Chiunque abbia una qualche nozione di sport sa che gareggiare in una maratona è disciplina ben diversa dal correre uno sprint. Sarà per questo che in molti hanno salutato con diffidenza la direttiva europea che impone alle pubbliche amministrazioni di saldare i propri debiti entro 60 giorni – scrive il CORRIERE DELLA SERA -. Li hanno chiamati ‘pagamenti sprint’, ma per dimezzare una media di 128 giorni (con punte di 800) per un saldo ci vorrà un allenamento adeguato. Gli Stati però avranno 24 mesi per affinare le soluzioni: entro il 2013 infatti dovranno adeguarsi alla direttiva Ue che concede alla pubblica amministrazione 60 giorni di tempo per pagare i creditori. Poi bisognerà versare un interesse di mora dell'8 per cento. In realtà la direttiva sarebbe ancor più ‘stretta’ perché la scadenza per tutti è fissata in 30 giorni e solo in casi eccezionali (per esempio quando a pagare è un ente pubblico di assistenza sanitaria) il termine può salire fino a 60 giorni. Il provvedimento è stato salutato con favore dal mondo confindustriale e da quello delle pmi ma non si sono fatti attendere dubbi e perplessità sulla capacità reale di rispettare i tempi da parte dei nostri enti pubblici. ‘La direttiva comunitaria costituisce un importante traguardo per le imprese italiane che soffrono il pesante ritardo dei pagamenti da parte degli enti pubblici — conferma Carlo Sangalli, presidente di Rete imprese Italia che rappresenta gran parte del mondo delle pmi —. Però non bisogna dimenticare in quale contesto stiamo affrontando questa crisi: il livello di sofferenza dell'economia reale resta ancora elevato, i consumi bassi e l'accesso al credito complesso”.

“Basti pensare che nel 2009, solo nel commercio, si sono registrate 28mila imprese in meno e nel primo semestre del 2010 le imprese commerciali si sono ulteriormente ridotte di 12mila e 500 unità’. Però la possibilità di pagamenti rapidi e il rientro di capitali bloccati dalle lungaggini degli enti pubblici rappresenterebbe una boccata d'ossigeno determinante per la sopravvivenza di tante piccole e medie imprese che ancora non sentono i benefici di una ripresa troppo lenta. ‘Il vero problema è questo — spiega Sangalli — evitare di arrivare al 2013 con un provvedimento di cui usufruiranno solo i pochi che saranno sopravvissuti alla bufera di questi anni’. Per evitarlo servono misure immediate e soluzioni pratiche da affinare durante i 24 mesi che separano dell'entrata in vigore obbligatoria della direttiva. ‘Ma non c'è bisogno di ricorrere alla finanza creativa per risolvere il problema — suggerisce Raffaello Vignali, vicepresidente della commissione attività produttive della Camera —. La pubblica amministrazione deve ragionare come tutte le imprese che si trovano nella medesima condizione: andare in banca e ristrutturare il debito. Immediatamente la banca chiederà di separare lo stock di debito dal flusso: vuol dire che gli enti pubblici si impegnano a pagare puntualmente da quel momento in avanti e per il debito accumulato nel tempo, si chiederà ai debitori un piccolo sconto, del 10/15 per cento, prima di saldarlo. Un sistema semplice che ci metterebbe nelle condizioni di applicare subito la direttiva’”.

“In fondo si tratterebbe di capovolgere un meccanismo già esistente: finora sono state le piccole imprese a rivolgersi agli istituti di credito per sostenere il peso del ritardo dei pagamenti da parte della pubblica amministrazione. Adesso toccherebbe al pubblico entrare in banca per ristrutturare il debito. L’immediata attuazione della direttiva potrebbe mettere in moto un meccanismo di salvataggio delle piccole imprese molto più efficace di tante altre misure finora varate. È noto infatti come i ritardi nei pagamenti siano da sempre indicati dalle imprese come un fardello quasi ‘mortale’. Non bisogna dimenticare infatti la portata di certe cifre: circa il 60 per cento delle imprese denuncia ritardi, con un costante trend di crescita. Da uno studio realizzato da Intrum Justitia emerge che il totale della perdita su crediti è cresciuto del 20 per cento in Europa e del 56 per cento in Italia. ‘Il sistema per ristrutturare il debito esiste — continua Vignali — piuttosto bisognerà evitare che qualcuno ricorra a scappatoie come quella di inserire nei contratti con i privati clausole di derogabilità sui pagamenti: se infatti un ente inserisce in un bando d’appalto la clausola su pagamenti oltre i 60 giorni, quale sarà l’azienda che deciderà di non partecipare?’. Oltre a evitare i sotterfugi però bisognerà anche rimuovere gli ostacoli già esistenti come quello del patto di stabilità con cui i Comuni sono vincolati al bilancio – conclude il CORRIERE -. ‘L'Europa deve decidersi — protesta Attilio Fontana, sindaco di Varese e presidente Anci Lombardia — o ci impone di pagare con celerità i nostri debiti oppure ci vincola agli obblighi di bilancio’. Ormai si verifica sempre più spesso che anche i comuni che hanno liquidità per poter pagare vengono bloccati da questo vincolo che, paradossalmente penalizza proprio i virtuosi. Il patto di stabilità, tra l’altro, è agganciato agli incassi: ‘Se non so di quanto potrò disporre non posso stabilire il mio potere d’acquisto. Questo limita la mia capacità di programmazione e mi blocca anche una programmazione di pagamenti di debiti arretrati’, conclude Fontana. Il patto di stabilità che destabilizza i pagamenti? Un paradosso che potrebbe avere una via d'uscita. ‘Servirebbe una Basilea 2 dei Comuni — suggerisce Vignali — un rating che indichi quelli più virtuosi e quelli che invece hanno avuto una gestione censurabile. L’errore è applicare un principio unico per tutti: quando la virtù non viene premiata diventa più conveniente non essere virtuosi, questo è il vero paradosso che non possiamo più permetterci. E lo Stato in tal senso deve tornare a essere esempio di virtù’. E da maratoneta trasformarsi in sprinter”. (red)

 

13. L'aumento del Banco Popolare affonda Piazza Affari

Roma - “Giornata campale in Borsa per le banche a Piazza Affari: il "day after" l’annuncio dell’aumento di capitale del Banco Popolare ha messo a dura prova l’intero listino (che ha chiuso in calo di quasi mezzo punto percentuale) ed ha fatto perdere all’istituto guidato da Pier Francesco Saviotti il 5,59 per cento – scrive REPUBBLICA -. Un po’ in tutta Europa, del resto, potrebbe innescarsi una corsa alla ricapitalizzazione, dopo i nuovi parametri di Basilea sui livelli patrimoniali: si sono già mosse Standard Chartered e Deutsche Bank, ma l’elenco potrebbe allungarsi. Ieri a Piazza Affari il mercato non ha gradito l’annuncio di un ricorso al mercato fino ad un massimo di due miliardi su 2,7 di capitalizzazione (che ragionevolmente verrà realizzato in una sola tranche) che verrà sottoposto agli azionisti a metà dicembre e concretizzato forse in febbraio (o comunque entro il primo trimestre 2011). E se il risultato dell’operazione è scontato (c’è un consorzio di garanzia guidato da Mediobanca e Bofa Merrill Lynch) il giudizio del mercato sembra molto chiaro. Una decisione difesa a spada tratta dal presidente Carlo Fratta Pasini (‘Una scelta inderogabile e non dilazionabile’) e dai poteri locali (‘Nell’attuale situazione finanziaria e visto quello che sta arrivando con Basilea 3, il Banco Popolare fa bene a mettersi le spalle al coperto’, ha detto il sindaco di Verona, Flavio Tosi, rilanciando persino l’ipotesi che anche la Fondazione Cariverona sostenga l’aumento). Tuttavia il mercato ha reagito con nervosismo ed ha accomunato nel giudizio negativo Mps, costringendo la banca ad una secca smentita sull’eventualità di un aumento (sebbene in Borsa abbia perso il 3,41 per cento). La banca di Rocca Salimbeni è stata coinvolta - oltre che dai rumors di mercato - per il fatto che ha a sua volta preso i Tremonti bond, per un importo anche superiore a quello di Verona (1,9 miliardi rispetto agli 1,45 del Banco Popolare) e per la stessa ragione ieri a Piazza Affari è stata punita Bpm (-2,38 per cento) che a suo tempo aveva preso Tremonti bond per 500 milioni (quasi coperti con un prestito convertendo). Hanno perso molto terreno anche Ubi (-2,15 per cento) e Intesa (-2,63 per cento), mentre Unicredit ha limitato i cali allo 0,79 per cento”.

“Le banche che non hanno pagato pegno per i timori di aumento di capitale sono state messe a dura prova dalla tesi sostenuta dal Financial Times, che ha sottolineato come per adeguarsi ai futuri parametri di Basilea le banche italiane in genere non ricorreranno agli aumenti di capitale per rafforzarsi, ma saranno costrette a tagliare i dividendi, strada che starebbero appunto studiando. Con conseguenze "politicamente sensibili" vista la proprietà in larga misura in mano alle Fondazioni, per i principali istituti bancari italiani. L’altra banca che dovrà rimborsare i Tremonti Bond (per 200 milioni) è il Credito Valtellinese, che tuttavia ieri ha resistito meglio degli altri (-0,35 per cento). Quello che ha sorpreso gli operatori è stata la tempistica scelta da Saviotti. Anche se, dalla sua, ha il fatto che le voci su un possibile aumento di rincorrevano da tempo e che tutto sommato il costo dei Tremonti bond è comunque molto alto (l’8,5 per cento al netto degli oneri fiscali) rispetto ad un aumento di capitale (che costerà grosso modo la distribuzione dei dividendi). Da questo punto di vista, la differenza tra una Popolare e una spa è rilevante: nel primo caso il voto è capitario, nel secondo gli azionisti di riferimento possono anche recalcitrare. Con questa mossa, Saviotti sembra comunque aver messo fieno in cascina, con un aumento di capitale che garantirà un incremento di 216 punti base di tutti gli indicatori patrimoniali; verrà invece ragionevolmente accantonata – conclude REPUBBLICA -, l’ipotesi di conversione del bond (da un miliardo) emesso nel marzo scorso e convertibile a partire dal 2011”. (red)

 

14. La stretta via di azionisti e fondazioni

Roma - “Da una parte le nuove regole di Basilea III che richiederanno più capitale; dall’altra una struttura dell’azionariato dove pesano in modo peculiare le Fondazioni, golose di dividendi da redistribuire sul territorio e restie invece a mettere mano al portafogli per una ricapitalizzazione – riporta LA STAMPA -. È stretto, anzi strettissimo, il sentiero che nei prossimi mesi dovranno percorrere le banche italiane. E soprattutto è un sentiero che sta diventando rapidamente affollato, con l’ovvio rischio che chi si muove tardi arrivi al traguardo quando i capitali disponibili saranno scarsi. Nel giro di sei settimane sono già quattro in Europa gli istituti che, proprio citando come motivazione i nuovi criteri di Basilea, hanno lanciato aumenti di capitale: prima Deutsche Bank, poi la National Bank of Greece, la Standard Chartered e infine, domenica, il Banco Popolare. Sarà l’unica italiana che in questa tornata ricorrerà ai soci? A giudicare dalle risposte arrivate ieri proprio dalle nostre banche - in testa la smentita di quella Banca Mps per la quale ogni operazione sul capitale significherebbe l’impegno pesante dell’omonima fondazione o in alternativa una dolorosa diluizione - parrebbe di sì. Ma la reazione che la Borsa ha avuto ieri al combinato disposto dell’aumento veronese e a una mezza pagina del Financial Times dedicata alle banche italiane che ‘dovranno abbattere i dividendi’, racconta un’altra storia e illumina preoccupazioni vere. Quelle stesse preoccupazioni a cui aveva dato corpo a fine giugno uno studio di Mediobanca nel quale si ipotizzava che per arrivare a un Core Tier 1 dell’8 per cento le due principali banche italiane - Unicredit e Intesa Sanpaolo - avrebbero avuto bisogno di oltre 8 miliardi di nuovi capitali a testa, il Montepaschi di 2,4 miliardi”.

“Tra gli analisti adesso c’è così chi parla addirittura di una ‘negazione’ da parte del management delle principali banche italiane, che non danno segno di voler chiedere soldi freschi ai soci. Altri puntano il dito su una visione attendista, che punta in modo un po’ fatalistico su una ripresa dell’economia reale - che in Italia cresce meno che altrove - nei prossimi due anni, riportando così il business della banca al dettaglio a una redditività adesso scomparsa, complice anche il calo dei tassi d’interesse. Nel frattempo si vendono - o si cerca di vendere - pezzi delle banche: dal credito al consumo, agli sportelli, dalle attività di custodia al risparmio gestito, proprio per fare cassa ed evitare di ricorrere ai soci, Tagliare i dividendi, come ipotizza, il Financial Times, è una soluzione? Solo in parte. E poi il rigore sulle cedole chiesto anche dalla Banca d’Italia, si scontra inevitabilmente proprio con la natura di soci forti come le fondazioni bancarie. Ad esempio i vertici di Intesa Sanpaolo, in recenti abboccamenti con alcune grandi fondazioni azioniste avrebbero assicurato un mantenimento del dividendo 2010 allo stesso livello del miliardo di euro distribuito nel 2009. Interpellata sul tema la banca - che a giugno ha detto di prevedere un utile annuale superiore a quello dello scorso esercizio - non commenta, ma proprio ieri bisogna registrare anche la risposta di Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo e grande azionista di Intesa Sanpaolo, che ha risposto ironicamente alle previsioni del quotidiano inglese. ‘È più informato di me’”, conclude LA STAMPA. (red)

 

15. Treni, Moretti (Fs): Bene la concorrenza, ma sia leale

Roma - “Fosse dipeso da lui, la risposta alle accuse rivolte alle Fs dalla Ntv, la Nuova trasporto viaggiatori di Montezemolo, Della Valle e della francese Sncf, sarebbe venuta dal giudice, ma Gianni Letta l'ha chiamato a Palazzo Chigi ed è stata la pax ferroviaria – scrive il CORRIERE DELLA SERA -. Non di meno, Mauro Moretti sfida senza complimenti i rivali sul business, sulle liberalizzazioni e pure sul patriottismo economico. E subito al top manager delle Fs scappa detto: ‘Hanno chiamato Italo il loro treno; suonerebbe meglio Franco’. Ingegnere, ha stretto la mano a Montezemolo. Le è costato? ‘La stretta di mano è stata preceduta da due scritti nei quali, smentendo se stessa, Ntv riconosce che Rfi, la nostra società della rete, non ha fatto alcun ostruzionismo nelle prove del loro treno e che la rinuncia di Ntv a svolgere il servizio sulla Roma-Bari non dipende da carenze o problemi infrastrutturali di Rfi’. Le hanno dato del marxista-leninista. Hanno chiesto la sua testa... ‘Da Montezemolo e Della Valle, gente di charme, mi sarei aspettato delle scuse. Non sono venute’. Delle scuse? ‘Quando si dicono le bugie e si viene scoperti, poi si chiede scusa. Loro hanno deciso di sospendere le corse di prova quando è emerso che era l'AGV Pegase e non la linea ad avere problemi tecnici’. Quali? ‘Il loro certificatore parla chiaro: oltre i 250 km all'ora il prototipo perde stabilità. Ora è in revisione nello stabilimento Alstom di Savigliano. E mi fermo qui per non fare paragoni tra i nostri treni e un prototipo che potrà senz' altro migliorare. Anche noi abbiamo avuto problemi con gli Etr 600 e 610: Alstom doveva omologarli in 90 giorni e ci ha messo due anni e mezzo’. E voi che avete fatto? ‘Non siamo andati a piangere dal governo. Contratti alla mano, abbiamo chiesto 200 milioni di penali. Mi fa piacere che Ntv non scarichi più su di noi i suoi problemi con il fornitore. Le auguro di non subìre gli stessi ritardi’. Che fair play! ‘Trenitalia vuole la concorrenza. E io concordo con Giuseppe Sciarrone, di Ntv: il rispetto dei tempi fa il successo di un business plan’. E il mancato rispetto? ‘Fa scattare i convenant, ovvero le protezioni stabilite dalle banche creditrici’”.

“Se Ntv non fattura nei tempi previsti, le banche guidate da Intesa Sanpaolo dovranno agire? ‘Ho preso Trenitalia che perdeva quasi 2 miliardi, aveva mezzi propri per 900 milioni e 6 miliardi di debiti. Il debito è rimasto quello, ma la gestione è stata portata in utile, e Trenitalia non fa mica solo alta velocità. Mentre il capitale è stato raddoppiato con versamenti in natura di Fs. La lezione è che l’azionista ha fatto la sua parte senza aiuti di Stato, vietati dalla Ue. Immagino che con 260 milioni di mezzi propri, 2 mila dipendenti e investimenti per un miliardo, Ntv debba osservare una rigida disciplina finanziaria’. Ma i soci rischiano soldi veri. ‘Distinguiamo. Il terzetto dei fondatori, Montezemolo, Della Valle e Punzo, ci ha messo un milione. Il resto viene dagli altri — Intesa, Generali, Bombassei, Seragnoli e i francesi di Sncf — come sovrapprezzo azioni. I tre hanno mobilitato fiducia in rapporto di uno a 1800…’. La fiducia si merita. ‘Come no? Per ottenere le autorizzazioni, l'impresa deve essere in grado di garantire la sostenibilità finanziaria del progetto. E a Ntv è bastato un milione’. Chi diede il via libera? ‘Il ministro Bianchi’. Sncf consolida proporzionalmente Ntv pur avendo solo il 20 per cento dei supertreni Italo. ‘Avrà un'influenza notevole su Franco, pardon su Italo’. Intesa Sanpaolo è ancora la vostra banca di casa? ‘No. Le Fs non sono più le solite Fs. La banca di casa accede a notizie riservate e non può essere azionista e finanziatrice di un concorrente legato a un colosso statale estero che ci esclude dal suo mercato. A Unicredit è così andata la tesoreria. Il resto ad altri istituti’. E l'assicurazione di casa? ‘Sono le Generali, anch'esse in Ntv, ma meno esposte. Hanno comunque vinto una gara europea facendo uno sconto sul premio’. Penali ad Alstom: un conto è chiederle, un altro portarle a casa”.

“‘Trenitalia ha già proposto ad Alstom di trasformare quelle penali in treni ad alta velocità da costruire a Savigliano e da impiegare sul mercato francese, che tutt'ora ci è precluso. Se ci darà i treni, Alstom avrà interesse a fare lobby per noi a Parigi. Così si fanno gli interessi di Fs e del Paese, si ragiona da pari a pari con i francesi e si costruisce un mercato europeo liberalizzato’. Perché si oppone allo scorporo di Rfi dal gruppo Fs? ‘Se a Monaco di Baviera Deutsche Bahn, proprietaria della rete e del servizio, mi assegna le tracce per il servizio merci tra le 21 e le 4 o in Francia stiamo a zero, di che parliamo? Ma se in Europa, contemporaneamente, si decidesse lo scorporo, sarei il primo a sostenerlo’. Si oppone anche a un’Authority sulle ferrovie. ‘No. Ragiono come sistema Paese. L'accertamento dei requisiti di sicurezza è già oggi affidato all'Agenzia per la sicurezza ferroviaria, ente pubblico terzo. Le tariffe per l'uso della rete le detta il governo. L'Antitrust contrasta le pratiche anticoncorrenziali. I contenziosi tra operatori hanno la loro sede di composizione nell'Ufficio di regolazione del servizio ferroviario, al ministero. Mi pare che il problema vero sia la politica europea del trasporto: ferrovia, strada, acque, aria. Quando negli autogrill vedi solo poveri camionisti romeni impiccati a turni massacranti da imprese anche italiane, devi pur chiederti chi fa concorrenza a chi e come. E a questo livello, intermodale e internazionale, che un'Autorità indipendente aiuterebbe molto. Ma si sa in giro che Deutsche Bahn compra aziende, e cioè quote di mercato, senza costruire nulla dal prato verde in Italia e lo fa con un contributo pubblico per il servizio universale che è il doppio di quello di Fs? Si sa che ha appena comprato l'operatore inglese Arriva per poco più della metà del contributo annuale? E il fatto che il maggior incumbent europeo acquisisca il primo privato non deve far riflettere? Un paese sta in piedi se è padrone del capitale e dei servizi che possono generare l'industria; se si spezzetta, se perde il controllo delle banche maggiori, delle grandi infrastrutture e i grandi servizi, dove andrà a finire la committenza strategica della manifattura e della ricerca?’. Quanto inciderà la recessione sull’alta velocità, pensata ai tempi delle vacche grasse? – conclude il CORRIERE -. ‘Tanto. Noi e i nostri concorrenti dovremo fare attenzione. Ma il ‘marxista Moretti’ conferma i piani di sviluppo, dal low cost all’executive, in Italia e nel Nord Europa. Ed entro l'anno Fs adeguerà i conti ai principi Ias così da poter emettere obbligazioni senza più la garanzia dello Stato’”. (red)

 

16. L'Ue apre alla Serbia, ma consegni Mladic

Roma - “Si schiude la porta dell’Europa per la Serbia, è un momento storico per la repubblica ex jugoslava – scrive LA STAMPA -. Eppure sull’anelato processo di adesione all’Ue grava una doppia incognita, precisa al punto da avere nomi e cognomi, quelli di Ratko Mladic e Goran Hadzic, i due criminali di guerra latitanti. I ministri degli Esteri dei 27, nell’esprimere parere favorevole al trasferimento presso la Commissione della domanda di candidatura presentata da Belgrado nel dicembre scorso, hanno posto la condizione per avere l’unanimità di consensi e convincere l’Olanda che ha frenato solitaria sino all’ultimo, accusando la scarsa collaborazione col Tribunale penale internazionale (Tpi). Discorso chiaro: o ci fate trovare i due super ricercati; oppure non si va avanti d’un centimetro. Il dogma è nel comunicato finale della riunione svoltasi ieri a Lussemburgo, ‘la piena cooperazione con il Tpi è una condizione essenziale per l’adesione’ e la consegna dei due presunti criminali alla giustizia ‘la prova più convincente degli sforzi della Serbia e della sua cooperazione’ coi magistrati dell’Aja. Mladic è accusato di pulizia etnica in Bosnia, compreso il massacro di 8 mila uomini e ragazzi a Srebrenica. ‘Faremo il possibile per catturarlo ed estradarlo - ha promesso il capo della diplomazia serba, Bozida Djelic -. Siamo persuasi che sia un elemento cruciale per la riconciliazione nella regione’. I più sono comunque soddisfatti che si possa andare avanti. I sostenitori di Belgrado ritengono che il dialogo sia la medicina migliore per cercare di stabilizzare i Balcani e vedono un segnale nella risoluzione Onu del mese scorso in cui i serbi hanno ammorbidito la posizione sul Kosovo. C’è la convinzione che dovendo scegliere fra l’Ue e l’indipendenza di Pristina, il presidente Boris Tadiæ (esultante, ieri) e i suoi vadano sulla prima opzione. Anche se la rinuncia ai territorio kosovari potrebbe scatenare un’onda di dissensi, anche violenti”.

“L’America sostiene il processo. Il segretario di Stato Hillary Clinton ha sottolineato che Belgrado dovrebbe essere premiata per gli sforzi compiuti sul Kosovo. Germania, Italia, Slovenia e Svezia sono perfettamente in linea, in antitesi con i Paesi Bassi. ‘Il documento finale non è del tutto apprezzabile - ha spiegato il sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica -: è il prezzo che si è pagato per superare il veto dell’Olanda. Il successo politico è però che ora si apre la strada dell’adesione’. Il ministro degli Esteri belga Steven Vanakere, presidente di turno Ue, ha confermato il legame fra adesione e cattura dei criminali. Il francese degli Affari europei, Pierre Lellouche, ha spiegato che ‘l’adesione è un elemento acquisito in linea di principio, anche se resta sottomesso a una forte condizionalità’. Ora la Commissione Ue prepara il documento formale per l’apertura del negoziato, sarà pronto fra un anno. Poi partirà la trattativa formale. Chiusura? Belgrado spera nel 2015, ma sarà l’anno dopo, se va bene. Sempre che Mladic sia finito nel frattempo in una prigione Onu in Olanda. Domande e risposte in ultima paginaÈ una data storica per la Serbia: la candidatura del governo pro europeo serbo a far parte dell’Europa Unita è stata accettata. Anche se passeranno diversi anni prima che la Serbia diventi membro della Ue anche ufficialmente, da oggi la vita per noi cittadini serbi cambierà radicalmente. Già un anno fa, quando è stato abolito il visto Schengen le cose sono cambiate: alle frontiere, nelle banche europee, perfino nei tram in Italia, quando i controllori ti chiedono il documento personale. Dopo l’esperienza ventennale di sanzioni, isolamento e crimine legalizzato la Serbia è alla porta dell’Unione, della fortezza della democrazia occidentale con i suoi standard di leggi sul razzismo, sul sistema giudiziario, monetario, sui diritti umani, sui crimini di guerra ecc. Standard che la nuova Serbia sta tentando di implementare con grandi difficoltà negli ultimi anni: un passo avanti, due indietro. Dopo l’assassinio nel 2003 del premier democratico Zoran Djindjic, che aveva deposto Milosevic, il macellaio dei Balcani, le cose hanno preso il verso sbagliato. È nato il nuovo nazionalismo, da non confondere con il nazionalismo della retorica comunista di Milosevic. Un nazionalismo nuovo basato sui valori tradizionali della chiesa ortodossa, i cui sacerdoti erano profondamente coinvolti nei crimini di guerra dei serbi bosniaci della pulizia etnica”.

“Il nuovo nazionalismo propagato dal partito forte dei radicali, una volta alleati di Milosevic, propugna l’orgoglio serbo contro le diversità etniche, sessuali e religiose, in nome di una purezza secolare nata nel Sud del paese, nella provincia di Kosovo a maggioranza albanese autoproclamatasi indipendente due anni fa. Paradossalmente, tutte le battaglie reali e simboliche oggi si svolgono per i serbi in Kosovo. Anche quando picchiano i gay per le strade o i calciatori nello stadio puntano le tre dita, urlando ‘Kosovo è Serbia!’. Nessuno di questi nuovi giovani nazionalisti è mai stato in Kosovo, ma sono pronti ad ammazzare ed essere ammazzati per quella bandiera. In maniera molto accorta il presidente Tadic è riuscito a strappare dalla mano dell’estrema destra questa bandiera per portarla lui stesso. Ha svuotato il nuovo nazionalismo del contenuto politico, dandogli quello sportivo, le star serbe del tennis. Poi tutti uniti in Europa, per combattere diplomaticamente le battaglie perdute. Parlando con i miei amici montenegrini, croati e bosniaci ci siamo ricordati del 1989, prima che scoppiassero tutte le guerre balcaniche che ci hanno rovinato se non tolto la vita, quando la Jugoslavia con il governo di Markovic aveva di fatto anticipato la Ue, come un tempo l’Impero austroungarico, oppure facendo da Stato-cuscinetto fra l’Est e l’Ovest ai tempi della guerra fredda”.

“È difficile spiegare perché poi la storia sia andata diversamente: una concomitanza di eventi poco fortuiti: nazionalismi, fanatismo religioso, pulizia etnica, mancanza di appropriati interventi diplomatici internazionali. Quando mia madre, un medico, morì nel 1999 dopo i bombardamenti della Nato per mancanza di antibiotici in un ospedale serbo, ho capito che l’ultimo nemico di Milosevic era proprio il popolo serbo, che le sanzioni internazionali imposte grazie a lui sono un killer senza faccia che lascerà tracce per decenni sulla generazione cresciuta in guerra. Una generazione perduta, quella di mia figlia. Oggi la Serbia finalmente ha la possibilità di legalizzare i suoi figli illegittimi, ma solo però se taglia i fili visibili e invisibili con il suo passato criminale. Finora Ratko Mladic, responsabile per il genocidio di Srebrenica, non è stato arrestato e i suoi amici vivono nella mia città, e polizia ed esercito lo proteggono e nascondono. La Ue con tutti i suoi problemi è l’ultima chance per la Serbia per far fronte al male interno decennale. Chiamalo omofobia, hooliganismo, crimini di guerra, corruzione. Il filo rosso porta al tribunale di guerra internazionale dell’Aja, che oggi al Consiglio dell’Ue ha dato luce verde alla Serbia. È una decisione saggia, perché la Serbia è collocata in mezzo all’Europa: è più facile far diventare Serbia parte dell’Europa – conclude LA STAMPA -, che rischiare che tutta l’Europa diventi Serbia”. (red)

 

17. Wikileaks, doppio giallo sui nostri militari in Iraq

Roma - “I ‘rapporti’ sull’Iraq svelati da Wikileaks, a volte, riempiono una pagina, con dettagli, posizioni, nomi. In altre — come per l’incidente dell’ambulanza che ha coinvolto le truppe italiane — sono comunicazioni stringate e non delle vere relazioni di servizio – scrive il CORRIERE DELLA SERA -. Davvero poche righe, un po’ scarne per trasformarle in verità definitive. Un ufficiale o un soldato hanno riportato in modo sintetico quello che sarebbe avvenuto ad un posto di blocco, all’interno di una base o durante un’operazione. Dati che fissano un episodio. Manca però il contesto e gli sviluppi. Spesso non sappiamo quanto è avvenuto dopo. Ed è per questo che oggi si invoca l’apertura di un’indagine su alcune delle rivelazioni, in particolare quelle relative alle torture e alle uccisioni di civili iracheni. A chiederla non solo organismi internazionali ma anche voci nei paesi dell’Alleanza Atlantica. Il governo di Bagdad, criticato in modo duro, ha reagito annunciando la formazione di una commissione di inchiesta: ‘Vogliamo punire tutti coloro che hanno violato i diritti degli iracheni’. Da Washington, dopo le ripetute smentite del Pentagono, è stato il capo di Stato Maggiore dell’Us Army, generale George Casey, a intervenire. L’alto ufficiale ha negato che gli Stati Uniti abbiano tollerato o coperto gli abusi da parte delle forze irachene. ‘Secondo quanto è apparso sulla stampa — ha affermato Casey — avremmo chiuso gli occhi sulle violenze contro i prigionieri. Ma tutto ciò non è vero’. Dai file di Wikileaks invece si evince che vi era un ordine in base al quale gli americani avrebbero dovuto indagare solo nel caso di un coinvolgimento di militari alleati”.

“Per quanto riguarda i due documenti, il messaggio sottratto agli archivi americani è uno dei 391 mila rapporti sull’Iraq resi accessibili su Internet dal sito http:// wikile-aks.org/ obbligando il Pentagono e Stati maggiori di Paesi alleati ad affrontare una inattesa battaglia mediatica priva di confini geografici. Classificato come segreto, il testo è poco più lungo di un didascalico avviso su twitter e porta la data del 5 agosto 2004. Riapre una delle pagine più fastidiose per la retorica nazionale che ha definito a lungo come ‘missioni di pace’, più che ‘missioni per la pace’ come va in voga dire adesso, le operazioni dei militari italiani all’estero. Missioni nelle quali per varie ragioni — risultare in linea con l’articolo 11 della Costituzione che ripudia la guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali; non dispiacere a parlamentari e opinione pubblica; tranquillizzare le famiglie dei soldati — governi di vario colore hanno descritto in maniera più rosea del vero i compiti affidati ai nostri militari. Soldati italiani durante la battaglia di Nassiriya In inglese, c’è scritto: ‘Alle 03.25 un’auto che attraversava il ponte orientale di Nassiriya non si è fermata al posto di blocco italiano e veniva di conseguenza ingaggiata con armi leggere causando la grande esplosione del veicolo. Non ci sono stati vittime e danni alle forze della coalizione italiane’. L’auto bersagliata dai soldati sarebbe stata un’ambulanza, in cronache successive descritta come il mezzo saltato per aria in una delle ‘battaglie dei ponti’ sull’Eufrate spezzando le vite di quattro civili, compresa una donna incinta. Notte dura, quella tra 5 e 6 agosto 2004, nella città presidiata dal contingente mandato in Iraq da Silvio Berlusconi dopo l’offensiva di George W. Bush contro Saddam Hussein”.

“Lagunari, carabinieri, Genova cavalleria risposero per ore ad attacchi compiuti con mortai dai guerriglieri di Moqtada al Sadr, figlio di un imam sciita ucciso nel 1999 da sicari ritenuti di Saddam Hussein. Bilancio ufficiale della polizia locale: sei iracheni morti, 13 feriti. L’altro documento, invece riguarda la morte del sergente della Folgore Salvatore Marracino. Il militare italiano perse la vita il 15 marzo 2005 a Nassiriya, in Iraq. Un proiettile lo colpì alla testa mentre era in corso un’esercitazione. Secondo la versione ufficiale, si trattò di un incidente. L'arma di Marracino si era inceppata e lui, nel tentativo di rimetterla in funzione, fece partire un colpo risultato fatale. Dolore Il sergente Salvatore Marracino e, sopra, i suoi genitori durante il funerale Ora invece Wikileaks, in base alla documentazione, fa intravedere uno scenario del tutto diverso. Il militare sarebbe stato colpito accidentalmente da un suo compagno, sarebbe cioè rimasto vittima di fuoco amico. Il rapporto americano al quale Wikileaks fa riferimento porta la stessa data della morte di Marracino, il 15 marzo 2005. Vi si legge che ‘alle ore 13 un militare italiano stava prendendo parte a un’esercitazione di tiro a Nassiriya. È stato accidentalmente colpito alla testa. Trasferito all’ospedale di Camp Mittica, è stato classificato come incidente. L’hanno trasferito all’ospedale navale di Kuwait City. È morto alle 16.45’. Il sergente Marracino, nativo di San Severo, in provincia di Foggia, aveva 28 anni. Apparteneva al 185° reggimento paracadutisti della Folgore, di stanza a Livorno. La sua tragedia ebbe molta eco perché avvenne proprio nel giorno in cui il Parlamento si preparava a concedere un nuovo finanziamento della missione in Iraq. Toccò a Marco Follini, allora vicepresidente (udc) del Consiglio, annunciare in aula che il militare italiano, ‘durante un’attività regolarmente programmata di tiro con le armi portatili, nel tentativo di risolvere un inceppamento della propria arma, è stato raggiunto da un colpo alla testa’. La versione sollevò in un primo tempo molte perplessità. Marracino era un uomo esperto, aveva alle spalle già tre missioni all’estero, sembrava strano che potesse aver maneggiato l’arma in modo sbagliato”.

“La madre del sergente, Maria Luigia Grosso, lanciò un appello ai compagni di suo figlio perché facessero chiarezza. E oggi la donna racconta: ‘Ci hanno sempre ribadito che Salvatore è morto per un incidente. Io non vorrei più parlarne perché ogni volta si rinnova il dolore. Devo però aggiungere, per onestà, che l’esercito ci è stato e ci è tuttora molto vicino. Non hanno dimenticato mio figlio, gli hanno intitolato una palestra e una targa lo ricorda nella caserma Pisacane a Livorno’. L'ipotesi di fuoco amico lanciata da Wikileaks viene del tutto sconfessata dal procuratore militare di Roma Marco De Paolis. ‘Fu un incidente— assicura—. Per sbloccare l’arma, il sergente si colpì da solo. Ne siamo certi perché l’episodio è stato oggetto di un’approfondita attività di indagine. Abbiamo condotto gli accertamenti attraverso simulazioni e testimonianze. Inoltre sono state eseguite due autopsie che non lasciano dubbi. Non sono emerse responsabilità di altri militari’. Anche l’avvocato della famiglia Marracino, Mario Favale, respinge la ricostruzione di Wikileaks. Dice che la famiglia del sergente ‘è convinta che la verità sia quella ufficialmente raccontata dalle autorità militari’. In polemica con il sito web, l’avvocato afferma che ‘non c’è proprio niente di misterioso da rivelare’. Nel frattempo – conclude il CORRIERE -, alcuni collaboratori di Wikileaks hanno abbandonato l’organizzazione, accusandola di mettere in rete solo materiale antiamericano”. (red)

 

18. Haiti, Onu si attiva per contrastare epidemia di colera

Roma - “Le Nazioni Unite si mettono in moto per contrastare l’avanzata del colera ad Haiti che dalle zone rurali sta cingendo d’assedio Port-au-Prince – scrive LA STAMPA -. I primi ad intervenire sono gli operatori dell’Unicef che per scongiurare il rischio di nuovi contagi hanno avviato la distribuzione di sostanze per disinfettare l’acqua, di antibiotici, medicinali per la dissenteria, molto diffusa tra le fasce di età infantile, e sali per la reidratazione. ‘Siamo nelle condizioni di poter rispondere in maniera efficace all’emergenza, grazie alla catena di distribuzione territoriale che avevamo messo in piedi già prima della crisi’, spiega Frank Kashando, coordinatore Unicef di Artibonite, la zona rurale del nord considerata l’epicentro dell’epidemia di colera. Tuttavia, aggiunge, per combattere il veloce aumento dei contagi ‘è necessario rafforzare le forniture al fine di garantire adeguata assistenza alle comunità locali e agevolare il lavoro degli altri operatori’. È per questo che anche la Francia ha deciso di muoversi assieme alle Nazioni Unite preparando l’invio di una task force di medici volontari. A darne notizia è il portavoce del ministero degli Esteri, Bernard Valero, il quale spiega che la squadra di pronto intervento partirà direttamente dalle Antille francesi per guadagnare tempo. Gli sforzi di Parigi vanno così a rafforzare l’azione di primo soccorso dell’agenzia Onu e delle diverse ong che operano in territorio haitiano”.

“Le drammatiche immagini da Haiti confermano la gravità della situazione: il bilancio è di 259 morti e di 3.342 casi di contagio, secondo quanto riferito ieri a Port-au-Prince dal ministro della Salute, Gabriel Thimotè. Le autorità locali continuano a sostenere che l’infezione è contenuta anche per non creare eccessivi allarmismi in vista del 28 novembre, quando si svolgeranno le elezioni presidenziali e legislative. Tuttavia, secondo gli operatori delle Nazioni Unite la situazione è inquietante perché gli ospedali nei pressi delle zone rurali, dove è scoppiata l’epidemia, hanno registrato il tutto esaurito. ‘In particolare quello di Sant Marks, 70 chilometri a nord della capitale, dove sono ricoverate già oltre 3 mila persone’ spiega Catherine Huck, numero due dell’ufficio per il coordinamento degli Affari umanitari dell’Onu. Così i malati tendono ad avvicinarsi alla città per le cure necessarie. Il rischio di contagi a Port-au-Prince cresce di giorno in giorno specie per le pessime condizioni in cui vivono gli 1,3 milioni di sfollati delle tendopoli, rimasti senza un tetto dopo il terremoto del 12 gennaio scorso che uccise 250 mila persone”.

“Le autorità locali hanno avviato un’indagine per capire le cause e i casi che possono essere ricondotti all’epidemia e per agevolare le operazioni di soccorso. Sei camion di materiali (tra cui kit igienici per 7.500 persone, 50.000 compresse al cloro per l’acqua, 25 mila materassini, migliaia di saponette, 5 tende per ospedali da campo) sono partiti con convogli Onu subito dopo lo scoppio dell’epidemia. Inoltre squadre di esperti sono stati inviati nelle zone interessate per addestrare il personale sanitario locale. Il colera infatti – conclude LA STAMPA -, è una piaga che non colpiva il cuore di tenebra caraibico da oltre un secolo, al contrario di altre realtà drammatiche come la Nigeria dove da tempo sta flagellando la popolazione a causa di un’ondata pandemica come poche se ne ricordano in passato”. (red)

 

19. Diplomazia Ue, all'Italia la gestione delle emergenze

Roma - “In linea con le voci dei corridoi di Bruxelles, i ministri degli esteri della Ue hanno nominato l’ambasciatore francese a Washington, Pierre Vimont, numero uno del nuovo Servizio diplomatico europeo (Seae) guidato dall’alto rappresentante Catherine Ashton – riporta LA STAMPA -. Sarà lui il braccio destro della baronessa laburista, la quale ha anche fatto nominare la tedesca Helga Schmid e il polacco Maciej Popowski alla segreteria generale. Il direttore del Seae sarà David O’Sullivan, numero uno uscente del commercio della Commissione Ue, già capo di gabinetto di Prodi. L’Italia, che nella prima tornata di nomine aveva ottenuto le sedi Ue in Uganda e Albania, non porta a casa nulla. Tuttavia sarebbe per emergenze e calamità naturali, la quinta per importanza del servizio. Sarebbe prossimo ad aggiudicarsela Agostino Miozzo, ora direttore dell’ufficio volontariato e relazioni istituzionali ed internazionali del dipartimento della Protezione civile, esperto di pronti interventi e fedelissimo di Bertolaso. La Ashton lo ha apprezzato durante gli interventi a Haiti e ha insistito per averlo, preferendolo ai candidati ufficiali del governo. Secondo fonti concordanti, la nomina dovrebbe essere imminente”. (red)

 

20. Vescovo di Antiochia dei Siri: Il Corano con la spada

Roma - “Ecco il messaggio integrale del vescovo di Antiochia dei Siri In Libano – riporta IL FOGLIO -. ‘Abbiamo un comitato nazionale per il dialogo islamo-cristiano da diversi anni. Esisteva anche una commissione episcopale, istituita in seguito all'assemblea dei patriarchi e dei vescovi cattolici in Libano, incaricata del dialogo islamo-cristiano. E' stata soppressa ultimamente per conferire maggiore importanza all'altro comitato; per di più non aveva ottenuto risultati tangibili. Talvolta vengono portati avanti, in diversi luoghi, vari dialoghi nei paesi arabi, come ad esempio quello del Qatar in cui l'emiro stesso invita, a sue spese, personalità di diversi paesi delle tré religioni: cristiana, musulmana ed ebraica. In Libano, alcuni canali televisivi come Téle Lumière e Noursat trasmettono programmi sul dia logo islamo-cristiano. Spesso viene scelto un tema e ogni parte lo spiega e lo interpreta secondo la sua religione. Queste trasmissioni sono di solito molto istruttive. Vorrei con questo intervento richiamare l'attenzione sui punti che rendono difficili e spesso inefficaci questi incontri o dialoghi. Ovviamente non si discute sui dogmi, ma anche gli altri temi d'ordine pratico e sociale sono difficilmente affrontabili quando sono inseriti nel Corano o nella Sunna. Ecco le difficoltà con cui ci confrontiamo. Il Corano inculca al musulmano l'orgoglio di possedere la sola religione vera e completa, religione insegnata dal più grande profeta, poiché è l'ultimo venuto. Il musulmano fa parte della nazione privilegiata e parla la lingua di Dio, la lingua del paradiso, l'arabo. Per questo affronta il dialogo con questa superiorità e con la certezza della vittoria. Il Corano, che si suppone scritto da Dio stesso da cima a fondo, da lo stesso valore a tutto ciò che vi è scritto: il dogma come qualunque altra legge o pratica. Nel Corano non c'è uguaglianza tra uomo e donna, ne nel matrimonio stesso in cui l'uomo può avere più donne e divorziare a suo piacimento, ne nell'eredità in cui l'uomo ha diritto a una doppia parte, ne nella testimonianza davanti ai giudici in cui la voce dell'uomo equivale a quella di due donne ecc. Il Corano permette al musulmano di nascondere la verità al cristiano e di parlare e agire in contrasto con ciò che pensa e crede’”.

“‘Nel Corano – prosegue il vescovo di Antiochia -, vi sono versetti contraddittori e versetti annullati da altri, cosa che permette al musulmano di usare l'uno o l'altro a suo vantaggio; così può considerare il cristiano umile, pio e credente in Dio ma può anche considerarlo empio, rinnegato e idolatra. Il Corano dà al musulmano il diritto di giudicare i cristiani e di ucciderli con il jihad (guerra santa). Ordina di imporre la religione con la forza, con la spada. La storia delle invasioni lo testimonia. Per questo i musulmani non riconoscono la libertà religiosa, ne per loro ne per gli altri. Non stupisce vedere tutti i paesi arabi e musulmani rifiutarsi di applicare integralmente i "diritti umani" sanciti dalle Nazioni Unite. Di fronte a tutti questi divieti e simili argomenti dobbiamo eliminare il dialogo? No, sicuramente no. Ma occorre scegliere i temi da affrontare e gli interlocutori cristiani capaci e ben formati, coraggiosi e pii, saggi e prudenti, che dicano la verità con chiarezza e convinzione. Deploriamo talvolta alcuni dialoghi in televisione in cui l'interlocutore cristiano non è all'altezza del compito e non riesce a esprimere tutta la bellezza e la spiritualità della religione cristiana, cosa che scandalizza gli ascoltatori. Peggio ancora, talvolta ci sono interlocutori del clero che, nel dialogo, per guadagnarsi la simpatia del musulmano chiamano Maometto profeta e aggiungono la famosa invocazione musulmana spesso ripetuta "Salla lahou alayhi wa sallam" ("che la pace e la benedizione di Dio siano su di lui"). Per concludere suggerisco quanto segue. Dato che il Corano ha parlato bene della Vergine Maria, insistendo sulla verginità perpetua e sulla sua concezione miracolosa e unica, che ci ha dato Cristo, e dato che i musulmani la considerano molto e chiedono la sua intercessione, dobbiamo ricorrere a lei in ogni dialogo e in ogni incontro con i musulmani. Essendo la Madre di tutti, Ella ci guiderà nei nostri rapporti con i musulmani per mostrare loro il vero volto di suo figlio Gesù, Redentore del genere umano. Voglia Dio – conclude IL FOGLIO -, che la festa dell'Annunciazione, dichiarata in Libano festa nazionale per i cristiani e i musulmani, divenga festa nazionale anche negli altri paesi arabi’”. (red)

 

21. Ambiente, aumentano i boschi in Italia

Roma -

“I boschi italiani avanzano, ovunque. Dalle Alpi alla Sicilia non c’è regione che negli ultimi 25 anni non abbia incrementato la sua superficie forestale (vedi mappa sotto) – riporta il CORRIERE DELLA SERA -. Nemmeno una in cui il bosco abbia fatto un passo indietro. E oggi ci sono circa 1 milione e 700 mila ettari di superficie boscata in più (pari a 17.000 chilometri quadrati) rispetto al 1985 (dei quali 1 milione e mezzo sono boschi veri e propri): come se alla massa verde nazionale, indicata dall’indice di boscosità (il rapporto percentuale tra superficie forestale e superficie territoriale) si fosse aggiunta un’area pari a quella di Friuli Venezia Giulia e Abruzzo messi insieme. Questi dati si evincono dal confronto tra i dati dell’inventario forestale del 1985 e quello del 2005 (per gli anni successivi vengono fatte proiezioni) sebbene le metodologie applicate nei due casi per qualche aspetto differiscano (nel primo caso per esempio non si disponeva di foto aeree). Ma la realtà è una sola: ‘C’è un deciso generale aumento della superficie forestale, che comprende oltre ai boschi altre aree boscate, quali arbusteti e macchie’ spiega Patrizia Gasparini, responsabile per conto Consiglio per la ricerca e sperimentazione in agricoltura (Cra) per la parte scientifico-tecnica dell’inventario fatto dal Corpo Forestale dello Stato. In Italia ci sono 8 milioni e 759 mila ettari di bosco al quale si aggiungono 1.708.333 ettari di altre terre boscate. Vale a dire un aumento medio complessivo sul territorio nazionale di circa il 6 per cento dal 1985. È la Fao, organizzazione Onu per l’agricoltura, a definire a livelli internazionale cosa dobbiamo intendere per bosco”.

“Sono quelle zone di terreno che abbiamo una copertura minima, data dalla proiezione delle chiome degli alberi, di almeno il 10 per cento; l’area boscata inoltre deve avere almeno mezzo ettaro di estensione e la vegetazione deve raggiungere almeno i 5 metri d’altezza a maturità. ‘In Italia, rispetto ad altre nazioni europee dove i boschi aumentano anche perché vengono piantati, l’incremento della superficie forestale è quasi esclusivamente per colonizzazione spontanea — aggiunge Gasparini — Vengono occupate dagli alberi zone marginali abbandonate dall’agricoltura, anche se ormai è stato raggiunto il punto massimo dell’abbandono delle pratiche agricole e quindi penso che anche il fenomeno dell’incremento del bosco rallenterà’. Nelle vallate alpine in genere il bosco avanza a quote medio alte. Ma l’incremento di superficie dal 1985 ha riguardato in misura abbastanza omogenea numerose regioni, sia al nord che nell’Italia peninsulare (per esempio Trentino Alto Adige, Piemonte, Emilia Romagna, Toscana hanno oltre il 7 per cento di territorio in più di boschi rispetto alla superficie dell’intera regione). L’Abruzzo va oltre il 10 per cento ma la stessa Campania è prossima al 5 per cento”.

“Non deve meravigliare lo scarso incremento di superficie in Liguria (+0,1 per cento) perché la regione è già satura essendo per il 60 per cento occupata da foreste. Mentre la Puglia, pur con vaste pianure, mette a segno anch’essa in +1,5 per cento. Anche la Lombardia presenta una vasta area pianeggiante e una forte componente antropica, per cui il suo incremento(+2,8 per cento) è inferiore rispetto alle altre regioni del nord. ‘Lo stato di salute dei boschi italiani è abbastanza buono — commenta Patrizia Gasparini —. Non vi sono situazioni particolarmente critiche anche se più del 20 per cento ha la presenza di qualche patologia, legata a vari fattori, quali incendi, eventi meteorici, e particolari aspetti locali. Ma siamo in una situazione intermedia rispetto ad altre nazioni europee’. Tra le formazioni forestali – conclude il COPRRIERE -, i querceti (rovere, roverella, farnia) sono i più rappresentati costituendo da soli più di un milione e 84 mila ettari, seguiti a ruota da faggete (1.035.000) e cerrete (1.010.000), poi viene l’abete rosso(586.000) rappresentate però solo sulle Alpi, con qualche piccolo "relitto" in Appennino”.

 (red)

Il Film: “Uomini di Dio”

Stati Ue in bolletta, giù le spese militari