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Stessa morte, risarcimento diverso

La vittima era albanese. Perciò, dice la sentenza, l’indennizzo deve essere ridotto in proporzione ai redditi medi nel suo Paese d’origine 

«Se non ci sono almeno quattro morti, un lavoratore che perde la vita non è più una notizia» scrive Samanta Di Persio nel suo libro-inchiesta “Morti Bianche”. Invece anche solo uno può fare comunque notizia. Se quell’uno muore a Torino, se quell’uno è albanese, e se il giudice chiamato a decidere sull’eventuale risarcimento dovuto ai genitori decide che, essendo per l’appunto albanesi, possono essere ragionevolmente indennizzati con 32mila euro a testa. 

È questo il succo di una sentenza del Tribunale di Torino dove il giudice civile, Ombretta Salvetti, richiamandosi ad una sentenza della Cassazione di dieci anni fa, ha stabilito che il risarcimento va equiparato al “reale valore del denaro nell'economia del Paese ove risiedono i danneggiati". In realtà nel frattempo ci sono stati casi ben diversi, come quello di  Nazim Ibra,  ucciso da un muletto in retromarcia e pure lui albanese, al quale invece il Tribunale di Ravenna, con Sentenza 9 settembre 2009, n. 545, ha riconosciuto un indennizzo ripartito fra i famigliari di oltre 1.200.000 euro per  grave dolo dell’azienda. Una sentenza che riporta tra le motivazioni anche questioni di carattere costituzionale: “si entra nel tema di diritti fondamentali dell’uomo (in quanto tale) e vale in proposito quanto previsto negli artt. 2 e 32 della Cost. in base ai quali lo stesso Stato deve limitarsi a riconoscere tali diritti ed a farli rispettare, senza condizioni e differenziazioni basate sulla cittadinanza delle persone. Non si tratta, dunque, di diritti del cittadino, ma di diritti dell’uomo rispetto ai quali non ci può essere alcuna differenziazione ed esiste una parità assoluta tra le persone.”

Di fronte a valutazioni ed esiti tanto diversi viene da interrogarsi sulla liceità di una giustizia che sembra dipendere dall’estro interpretativo del singolo giudice, piuttosto che dalla applicazioni di disposizioni di legge. A meno che non si debba inserire questo fatto in un contesto di più generale deprezzamento del lavoro e del lavoratore in sé. Diverse sollecitazioni del recente passato sembrano infatti continuare a spingere in questa direzione: la denigrazione vicina al disprezzo mostrata da Marchionne nei confronti gli operai italiani della Fiat; il cambiamento dell’ultimo decreto legge sulla Sicurezza nel Lavoro (Dlgs 106/09) che paradossalmente riduce le sanzioni per le inadempienze dei datori di lavoro e incrementa responsabilità e sanzioni per i lavoratori; la piaga del lavoro nero mai seriamente affrontata e che tutto sommato allo Stato fa anche comodo.

La sentenza di Torino, in un contesto simile, offre ampi spazi per messaggi estremamente negativi. Oltre alla valutazione economica sul costo dei dipendenti, un’azienda potrebbe anche essere indotta a fare considerazioni sul risvolto monetario di eventuali indennizzi: se assumo un albanese o un congolese, e disgraziatamente muore sul lavoro, mi costa un decimo di un italiano.

Cinismo? Forse. Ma il fatto che le nostre aziende facciano sempre più spesso paragoni con la produttività e i ritmi di lavoro della Cina non può non destare allarmi, perché è lì che il valore dei lavoratori è pari a quasi zero: alla famiglia di Sun Danyong, il dipendente dell’azienda Foxconn suicidatosi dopo la sparizione di uno dei prototipi di iPhone che gli erano stati affidati, la Foxconn ha corrisposto un risarcimento equivalente a circa 31.000 euro. E alla fidanzata del povero Danyong l’azienda ha perfino regalato un Mac…

 

Massimo Frattin

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