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Iraq, Tarek Aziz condannato a morte

Gli Usa tacciono, l’Europa protesta: ma dietro le istanze umanitarie si agita la solita pretesa occidentale di imporre le proprie idee al resto del mondo

Poche ore fa il Tribunale Speciale Iracheno ha condannato a morte Mikhail Yuhanna, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Tarek Aziz. L’uomo ricoprì importanti incarichi istituzionali durante il governo Saddam: fu vicepremier dal 1979 fino all'inizio della guerra Usa-Iraq e ministro degli Esteri dal 1983 al 1991, anno conclusivo della guerra del Golfo. L'accusa che gli è costata la condanna è quella di aver avuto un ruolo di primo piano nelle persecuzioni contro la comunità sciita e, nello specifico, contro il Partito Islamico Dawa, guidato dall'attuale primo ministro Al-Maliki (legato, stando a Wikileaks, alle famigerate squadre della morte sciite).

Non è la prima volta che Aziz viene condannato. Nel marzo 2009 gli furono comminati quindici anni di carcere per “crimini contro l'umanità” e cinque mesi dopo altri sette per aver progettato la deportazione di popolazioni curde. Uscì assolto, invece, nel processo noto come “Fatti della preghiera del venerdì”, in cui gli venne contestata la responsabilità dell'uccisione di 42 persone durante un blitz della polizia che ebbe luogo nel 1999.

La decisione odierna sta suscitando, com'è ovvio, fiumi di polemiche. La lega internazionale Nessuno tocchi Caino si è già mobilitata lanciando la raccolta firme per impedire l'impiccagione dell'ex vice primo ministro, e altre associazioni stanno facendo lo stesso. Pannella, con la platealità che gli è usuale, ha iniziato uno sciopero della fame. Quel che più conta, però, è la ferma contrarietà espressa, a nome dell'intera Unione Europea, dal portavoce di Catherine Ashton, Alto rappresentante per gli affari esteri.

Aziz era considerato il politico della cerchia di Saddam più presentabile, e in effetti era immancabilmente lui a partecipare, in rappresentanza dell'Iraq, a ogni incontro diplomatico. Spesso etichettato come “la faccia buona del regime”, si contraddistingueva per l'alto profilo culturale (giornalista e dottore in Lingua e letteratura inglese) e per la lucidità che conservava anche nei momenti di maggiore difficoltà. Intervistato dal The Guardian a ridosso del ritiro degli Stati Uniti, si espresse con queste parole riferendosi al presidente Usa: «Pensavo che Obama volesse correggere alcuni degli errori di Bush, ma è un ipocrita. Non può abbandonarci così»

Sono proprio gli Usa, una volta riconosciuta la loro influenza sul pronunciamento del Tribunale iracheno (difficile non riconoscerla: fu istituito da loro nel 2003), a mostrarsi particolarmente ondivaghi. E particolarmente defilati, dacché non sono ancora giunte dichiarazioni ufficiali da parte della Casa Bianca. Non è antiamericanismo ad ogni costo, sono dati di fatto spesso non casualmente ‘dimenticati’. In occasione della guerra Iraq-Iran (1980-1988) gli Usa sostennero economicamente Saddam ed ebbero modo di lodare più volte il buon Tarek, considerato un ottimo diplomatico. Un democratico, in fondo, in quanto ‘nemico’ del nemico Khomeini. Non di rado i giornali definivano Saddam “baluardo dell'Occidente”, salvo poi relegarlo nello scomodo ruolo di canaglia quando per le mutate situazioni geopolitiche non poteva più garantire vantaggi di sorta.

Ma tra il passato e il presente, a ben vedere, il filo conduttore è preciso.  A suo tempo la guerra voluta dagli Stati Uniti, in seguito alla quale si è giunti alla costituzione del Tribunale Speciale Iracheno, è stata dichiarata assumendo a pretesto le fantomatiche armi di distruzione di massa che avrebbero rappresentato un pericolo mortale per il mondo occidentale. Oggi l’Occidente cerca di imporre alle autorità locali la propria concezione di giustizia. Con tutte le enormi differenze tra avviare un conflitto e tentare di scongiurare una condanna a morte, la logica è la stessa: il diritto che si arroga l'Occidente di intervenire nelle politiche di paesi sovrani. Un diritto che di fatto è stato riaffermato anche oggi, e che si impone come una triste costante di quest'epoca. Trionfa di nuovo la presunzione di avere la verità in tasca e la pretesa di imporla dovunque si voglia. O dovunque sia conveniente.

Tornando alla sentenza, la pena capitale per Aziz chiude la bocca a un possibile testimone scomodo e stride non poco col concetto di cammino verso la democrazia che, a parole, il paese sta intraprendendo. Ma, soprattutto, non fa che accrescere le tensioni, già fortissime, in buona parte del mondo arabo. 

 

Marco Giorgerini

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