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Secondo i quotidiani del 27/10/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Trattativa sul Lodo Alfano”. Sotto: “Fenomenologia del Cavaliere”, di Beppe Servegnini. “Nomine Rai, Garimberti minaccia le dimissioni”. Di spalla: “Il giudice di Baghdad”. A centro pagina: “Sisma, tsunami: strage in Indonesia”. A destra: “Il figlio di Ciancimino indagato per mafia: ‘Contatti con i bos’”. Di taglio basso: “Perché non capiamo le lezioni dei cinesi”; “Quote rosa nelle aziende. Ci prova anche l’Italia”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “Berlusconi: il Lodo contro questi Pm”. Di spalla: “Mercati senza arbitro: 4 mesi di scandalo”. “Sconosciuto da un pugno a Capezzone”. “Epifani attacca Marchionne: ‘In germania lo avrebbero mandato via”. A centro pagina: “Iraq, pena di morte per Tareq Aziz. L’Europa: fermatevi”. A Destra Liu e gli altri invisibili del dissenso cinese”.

LA STAMPA – In apertura: “‘Casa di An, non c’è truffa’”. Sotto: “Pungo in faccia a Capezzone”. “Napolitano: ‘La Cina non dimentichi i diritti”. Di spalla editoriale di Marcello Sorgi: “La regola e l’eccezione”. A centro pagina: “Indonesia, fuga da tsunami e vulcano”. A destra: “Tareq Aziz condannato a morte: ‘Salvatelo’”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Ripresa sempre più lenta”. Di spalla: “Dottor Obama la sua cura non basta”. A centro pagina: “Aste su giochi e lotterie per finanziare la manovra”. “Unicredit sceglie Nicastro direttore generale unico. Ermotti lascia il gruppo”. “Otto anni fa ho condonato, ora il fisco fa finta di nulla”.

IL GIORNALE – In apertura: “Fini è indagato, ma l’hanno nascosto”. A centro pagina in un box: “Chi ha dato i 100 miliardi di euro a Fiat”. A destra: “L’attrazione fatale del Pdl per i ‘nemici’”. “Ma non si può mettere a morte quel criminale di Tarek Aziz”. “Paul non ci mancherai(e non per colpa tua)”.

LIBERO – In apertura: “I pm graziano Fini”. Sotto: “Quella corsa al cavillo salva-Gianfranco”. Di spalla editoriale di Maurizio Belpietro: “Ma non è assolto dalle responsabilità politiche e morali”. A centro pagina: “I giudici cercano un’altra Noemi”. “Gli industriali sognano un governo debole”. “Impiccato Tareq Aziz per punire tutti i cristiani”.

IL FOGLIO – “Il Cremlino non vuole la bomba iraniana, per questo resta a Bushehr”. “Lo sciopero si scoglie”. “sinodo critiano, ma arabo”. “Per salvare il Carlo Felice Bondi chiama le imprese”. “Evasione Sessuale”. “Un nuovo caso Cucchi risveglia il palazzo sul problema delle carceri”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Lodo, prove d’intesa Pdl-Fini”. Sotto: “Casa di Montecarlo, non c’è stata frode”. Dispalla: “‘La Consob deve restare nella Capitale’”. “A Roma e basta”. A centro pagina: “La morte di Cucchi, il pm: processare medici e guardie carcerarie”. “I benio sottratti alla mafia affidati alle fondazioni”. A fondo pagina: “Napolitano in Cina invoca i diritti umani”. “Immigrati, 5 milioni di regolari”.

IL TEMPO – In apertura: “Trattare con Fini o à la fine”. Di spalla: “Caro Cav ci aspettiamo un colpo d’ala”. A centro pagina: “Montecarlo era e resta un caso politico”. “Questa politica contro le imprese”. A fondo pagina: “Austerity alla Regione. Tagli a posti e auto blu”.

L’UNITA’ – “L’Ultimo incubo del premier”. “Montecarlo, pm archivia: ‘Fini? Non ci fu truffa’”. “Capezzone aggredito a Roma, Pdl: clima d’odio di sinistra e media”. (red)

 

2 Lodo Alfano: Ora il Pdl tratta con Fli e Udc

Roma - “E d’improvviso il lodo divenne secondario. Altro che barricate e crisi di governo. Si è arrivati a Denis Verdini che del problema della reiterabilità dice: ‘Non ha nessuna importanza perché il problema è garantire il ruolo istituzionale delle massime cariche dello Stato’. Nel giro di due giorni – scrive LA STAMPA - l’umore del Partito delle libertà ha cambiato radicalmente di segno. Il presidente della commissione Affari Costituzionali, Carlo Vizzini, ha concesso una settimana per presentare nuovi emendamenti. E non ci sarebbe da meravigliarsi se un’altra settimana se ne andasse via con i sub-emendamenti. Al punto che un senatore dice: ‘Il lodo finisce a bagnomaria’. Le indicazioni che giungono dall’alto dicono di non forzare la mano, anche se l’esito della vicenda non può essere considerato altro che un ennesimo goal di Fini: non voleva le reiterabilità, e così è stato; chiedeva una trattativa, e giusto ieri, dopo due ore di riunione a porte chiuse, i senatori Pdl hanno appreso che prima si aprirà un tavolo di confronto complessivo con i finiani e poi seguiranno i lavori parlamentari. ‘La politica non si fa con l’aritmetica. C’è la necessità di una riflessione seria sugli argomenti posti da diversi gruppi’, spiega Vizzini, commentando la decisione di riprendere la discussione martedì prossimo. ‘Nulla di strano se su una legge costituzionale ci prendiamo 48 ore di tempo per consentire ai gruppi parlamentari di riflettere e di presentare i nuovi emendamenti. Di nodi da sciogliere ce n’è più di uno e una settimana non è un tempo lungo. Se qualcuno pensava che dovevamo fare una corsa contro il tempo per approvare chissà cosa, ci rimarrà male: ci prendiamo il tempo necessario per fare una buona legge’. Già, ci vuole tempo per fare una buona legge. Ma soprattutto ci vuole tempo per disinnescare le tensioni. ‘Che sulla giustizia si rischi la crisi lo dissi già un mese fa’, spiega ancora Vizzini. Sintetizza un senatore del centrodestra: ‘Ci siamo fermati sul ciglio del burrone’. E conferma un osservatore attento come il capogruppo leghista al Senato, Federico Bricolo: ‘Bene ha fatto la commissione ad allungare i tempi del dibattito sul Lodo Alfano. Servirà a fare chiarezza e a evitare che proseguano le inutili polemiche alimentate in questi giorni soprattutto dalle opposizioni’”.

 

“Se fosse prevalsa dentro il Pdl la voglia di confronto, oggi probabilmente ci sarebbero pagine di giornale sulla crisi di governo. Ma lo stesso accade dentro il Fli. Il senatore Maurizio Saia, dopo aver incontrato Viespoli e Giulia Bongiorno, alla fine non ha presentato l’emendamento già predisposto dal Fli sulla non reiterabilità. ‘Ci sono due giorni di tempo - spiega - e questo tempo può essere utilmente impiegato per un confronto dentro la maggioranza e vedere se vi è qualche possibilità di convergenze’. Che trattativa sia, allora. Si vedrà che accade nei prossimi giorni. Il ministro Angelino Alfano ha incontrato intanto lo stato maggiore dell’Udc e li ha trovati ‘freddi’ sulle ipotesi di riforma della giustizia. Casini precisa: ‘Se con il lodo Alfano si vuole contribuire a rendere più sereno il clima tra i giudici e i politici, può essere la soluzione. Non bella, ma sarebbe il male minore. Però la maggioranza non deve non tirare troppo la corda. La reiterabilità del lodo è inaccettabile’. L’Udc annuncia anche che presenterà emendamenti al lodo per escludere dallo scudo giudiziario il presidente della Repubblica, per raccogliere così, come dice il senatore D’Alia, ‘la perplessità espressa dal Capo dello Stato nella lettera indirizzata al presidente della commissione Carlo Vizzini. E per quanto riguarda il Pd, Massimo D’Alema è tranchant: ‘Sono 15 anni che ci occupiamo dei problemi di Berlusconi. Con tutto il rispetto per i suoi problemi, il paese avrebbe bisogno di altro’. Quanto alle trattative in corso nella maggioranza, risponde: ‘Quando ci sono trattative vuol dire che non c’è una decisione’”.

 (red)

 

3. Lodo Alfano: Il Cav tratta con FIni aspettando Consulta

Roma -

“Berlusconi sarà pure infuriato per la ‘disparità di trattamento’ operata ieri a suo giudizio dai magistrati. Sarà pure rabbuiato per il fatto che nello stesso giorno, mentre la procura di Roma ha restituito almeno in parte l’onore a Fini sul ‘caso Montecarlo’, la Procura di Milano ha intaccato ancora la sua immagine per una presunta, nuova storia di festini e di donnine. E poco importa se ciò alimenta i sospetti del Cavaliere sul legame tra il presidente della Camera e la magistratura. Il premier – scrive Francesco Verderami sul CORRIERE - è consapevole di non poter reagire, perché sa che la partita politica si gioca ormai con il calendario alla mano. È diventata infatti una questione di date. Prima di uscire allo scoperto Berlusconi deve ottenere dal Senato l’approvazione del Lodo Alfano costituzionale, confidando che il voto di un ramo del Parlamento blocchi la decisione della Consulta sul legittimo impedimento, prevista per il 14 dicembre. È la prima scadenza, quella decisiva: solo dopo - e in base al verdetto della Corte - il Cavaliere potrà decidere come muoversi, se addentrarsi cioè sullo strettissimo sentiero dell’accordo con Fini o sfidare il rischio di un governo tecnico pur di arrivare alle urne in primavera. Il resto non conta, perciò il premier ha sacrificato la reiterabilità del Lodo sull’altare della mediazione con Fli. Peraltro quella norma non gli serve più, anche se in prospettiva puntasse al Colle: l’escamotage infatti c’è già, è contenuto nell’irrituale lettera che Napolitano ha inviato al Senato la scorsa settimana. A quanto pare le modifiche al testo chieste dal presidente della Repubblica - e che il Pdl ha annunciato di voler accogliere - renderebbero di fatto già ‘scudata’ la più alta carica dello Stato, senza la necessità di ulteriori norme. Paradossalmente, insomma, la mossa di Napolitano potrebbe tornar utile a Berlusconi nel caso un domani si iscrivesse alla corsa per il Colle. Ci sono poi altri motivi, con scadenze molto più ravvicinate, che hanno indotto il ministro della Giustizia a non opporsi alle obiezioni sollevate da Fini sulla norma: intanto perché il Cavaliere difficilmente potrebbe andare al redde rationem con l’altro ‘cofondatore’ del Pdl sul lodo, che l’opinione pubblica considera una ‘legge ad personam’; e poi perché la mediazione sul provvedimento consente ai ‘pontieri’ berlusconiani di portare avanti la trattativa con il leader di Fli. E Alfano è convinto che ci sia ‘ancora spazio per recuperare un rapporto politico con Fini e costruire un patto nuovo’”.

 

arà pure una scommessa, ma non a caso ieri Gianni Letta aveva riguadagnato un po’ di buonumore: ‘Qualche spiraglio per trovare un accordo c’è’. L’operazione incontra tuttavia nel Pdl l’ostilità di quanti non si fidano di Fini, e calendario alla mano argomentano la tesi al Cavaliere. Dopo il 14 dicembre, l’altra scadenza importante è il 15 marzo, ultima data utile per andare alle urne entro la fine di giugno. Ci sarà tempo fino ad allora visto che - da una verifica storica - è stato notato il precedente del ’76, quando si andò a votare il giorno prima dell’inizio dell’estate. Superata la boa di metà marzo le elezioni scomparirebbero dall’agenda di Palazzo, mentre potrebbe incarnarsi il fantasma del governo tecnico, perché a quel punto per Fini non ci sarebbe più l’incubo delle urne. Ecco cosa sostengono i berlusconiani contrari alla trattativa con l’inquilino di Montecitorio: sono convinti che il capo di Fli non abbia interesse a contrattare un nuovo patto con il Cavaliere e che insieme a Casini punti invece al suo superamento. Per evitare che Berlusconi insista con ‘formule del passato’, lo spingono a costruire ‘un nuovo centrodestra’ armeggiando con il calendario e con i dati: presentando stime al ribasso, così sostengono, pronosticano il Pdl al 30%, la Lega al 12% e un altro 5% dai partiti alleati. Con questa legge elettorale e tre schieramenti in campo, il Cavaliere non correrebbe il rischio di non conquistare la maggioranza dei seggi al Senato”.

Il punto è che il premier rischia di perderla già adesso, se è vero ciò che sostengono i finiani, e se non è un bluff l’offensiva mediatica di D’Alema. Da qualche giorno Casini si è fatto invece più prudente, smentendo l’ipotesi di un governo tecnico che modifichi solo la legge elettorale. Il leader dei centristi è a conoscenza delle remore di Napolitano a fronte di una simile soluzione, e anche a giudizio del democratico Follini ‘Napolitano non farebbe mai un governo senza Berlusconi e Bossi’. Perché il Colle si convincesse a un nuovo esecutivo servirebbe un Gianni Letta. Anzi, proprio Gianni Letta. Come dire che è impossibile. Il capofila dei ‘pontieri’ lavora piuttosto a costruire le basi per un accordo di ferro con Fini. Sa quali sono le obiezioni che giungono dal fronte del presidente della Camera, il fatto che Berlusconi - oltre a controllare il partito e Palazzo Chigi - vorrebbe mettere un’ipoteca sul Quirinale e fare piatto. Servirebbe un nuovo assetto del centrodestra, separare la leadership dalla premiership, consentire a Fini di rientrare così nella partita e di giocarsela. Costruire un simile accordo è però complicatissimo, mentre i giorni scorrono sul calendario. I ‘pontieri’ hanno tempo fino al 14 dicembre. Dopo toccherà a Berlusconi scegliere”.

 (red)

 

4. Berlusconi: Con questi pm scudo indispensabile

Roma - "La linea Letta-Alfano sembra dare i suoi frutti. Per quanto riguarda il nodo relativo allo scudo processuale per il presidente del Consiglio e il capo dello Stato la trattativa prosegue. E all’orizzonte si vede una schiarita, specie nel fronte finiano. Non gratis, naturalmente. Dopo l’accoglimento delle perplessità del Colle, sull’ipotetico voto parlamentare sulla sospensione del processo per il presidente della Repubblica (che infatti verrà tolto ndr ) – scrive IL GIORNALE -, il Pdl apre anche alla richiesta di Fini di non renderlo reiterabile. Un’apertura salutata con l’applauso dai finiani. I giochi non si sono ancora conclusi ma negli ambienti del Fli si mormora che il Lodo- corretto in questo modo in realtà un ‘Lodino’ - potrebbe tagliare il traguardo al Senato. Che è esattamente quello che vuole il Pdl, nella speranza che il solo via libera in una delle due Camere possa comportare lo stop della decisione dei giudici della Corte costituzionale sul legittimo impedimento. Sentenza prevista il 14 dicembre: ecco perché è bene fare in fretta. Tra i pidiellini c’è fiducia nell’atteggiamento dei finiani perché ‘così potranno cantare vittoria per aver portato a casa la non reiterabilità’. In pratica ‘è una concessione all’ultimo giro di Berlusconi’, ammette un anonimo finiano. Tuttavia il tavolo della trattativa resta in piedi nonostante le anticipazioni del libro di Bruno Vespa abbiano ieri raccontato un Berlusconi determinatissimo. ‘Ritengo che una legge che sospenda i processi delle più alte cariche dello Stato mentre adempiono alle loro funzioni istituzionali sia opportuna - ha detto Berlusconi -. E anzi, vista la magistratura con cui abbiamo a che fare, assolutamente indispensabile’. Non solo: ‘Proprio a causa di questi comportamenti dei magistrati politicizzati i nostri parlamentari ha attaccato Berlusconi - sono in procinto di chiedere una commissione parlamentare d’inchiesta’. Dichiarazioni chehanno subito provocato il niet preventivo del proconsole finiano Italo Bocchino: la commissione ‘non è nel programma di governo, pertanto la nostra disponibilità è nulla’. Frasi del premier, quelle anticipate da Vespa, frutto di un colloquio avuto con il giornalista la settimana scorsa. Tutto superato? Non proprio, soltanto per quanto riguarda il Lodo Alfano, visto che lo stesso Vespa ha precisato di aver chiesto a Berlusconi, lunedì scorso, se avesse cambiato idea ‘alla luce degli avvenimenti degli ultimi giorni e il presidente del Consiglio ha risposto “no”‘.Lodo sacrosanto, quindi, e forse a portata di mano in prima lettura al Senato. Ma l’umore del premier,ieri, non era affatto dei migliori. Complice un’influenza che lo costringerà ad Arcore ancora per qualche giorno, Berlusconi è anche indispettito per i continui segnali non proprio edificanti sul partito. Ieri uno dei fondatori di Forza Italia, l’ex ministro Alfredo Biondi, ha detto di voler lasciare la direzione centrale del Pdl. Il senatore Enrico Musso l’ha seguito a ruota e ha dichiarato di esser pronto a lasciare anche lui. Insomma, il numero dei malpancisti cresce e, anche se non disposti a far le valigie per trovare accoglienza altrove, gli scontenti potrebbero diventare ossigeno per un eventuale governo tecnico. Un vero e proprio ‘ribaltone’, una riedizione del 1995, su cui circola anche il nome del nuovo Dini: Beppe Pisanu. Resta il dubbio amletico: Napolitano si presterebbe a benedire questa operazione appiccicandosi addosso l’etichetta di nuovo Scalfaro?”. (red)

 

5. Montecarlo: Fini è indagato, ma l’hanno nascosto

Roma - “Gianfranco Fini è indagato per truffa aggravata per l'appartamento di Montecarlo. Lo è da mesi ma non lo sapevamo. Per comunicarlo la Procura di Roma ha aspettato di annunciare contemporaneamente la sua richiesta di archiviazione. Un trattamento anomalo, nel senso che è a norma di legge – scrive Alessandro Sallusti sul GIORNALE -. Mai prima d'ora infatti un pm aveva avuto tanto rispetto per la privacy di un personaggio politico o più in generale pubblico. Succedesse sempre così non ci sarebbe bisogno di riformare la giustizia. Evidentemente il presidente della Camera gode della stima e della fiducia delle Procure. Al punto che i pm non hanno sentito il bisogno di interrogare i protagonisti della vicenda, dalla moglie (che su quell'appartamento si è data molto da fare), al cognato che per bocca dello stesso Fini potrebbe essere il vero proprietario. Neppure quei signori che hanno dichiarato di aver offerto molto di più dei trecentomila pagati dalla off-shore sono stati sentiti. Ora il gip dovrà decidere se accogliere la richiesta di archiviazione. La quale, peraltro, non smentisce neppure una riga dell'inchiesta pubblicata dal Giornale . Nelle carte si legge che sì il prezzo di vendita non risultava equo ma che andrebbe valutato il costo della ristrutturazione. Per questo i pm se ne lavano le mani rimandando - è scritto la valutazione del danno a una eventuale causa civile. Tanta prudenza cozza con la spregiudicata fuga di notizie dal tribunale di Milano su una inchiesta che coinvolgerebbe Silvio Berlusconi. Ne ha dato notizia ieri il Fatto Quotidiano. Si tratta delle dichiarazioni di una ragazza marocchina probabilmente minorenne che avrebbe raccontato di aver conosciuto Silvio Berlusconi. ‘Dichiarazioni non prive di contraddizioni - scrive il giornale di Travaglio - che potrebbero anche essere il tentativo di un ricatto ». Ma tanto basta, e vedrete basterà, ad aprire una nuova stagione di veleni e insinuazioni. Il caso D'Addario, che giudiziariamente si è concluso nel nulla, insegna”.

 

 

I due episodi chiariscono perché Fini è contrario allo scudo giudiziario e Berlusconi no. È la solita storia dei due pesi e due misure. Ne sa qualche cosa anche Paolo Berlusconi, accusato - unico editore in Italia di concorso in violazione del segreto istruttorio. Avrebbe passato al suo giornale, cioè questo, la notizia dell'intercettazione nella quale Fassino pronunciò il famoso: ‘Abbiamo una banca ». Notizia che sventò la scalata di Unipol alla banca Bnl, cioè una delle più sporche e imbarazzanti operazioni della finanza di sinistra. Gli altri giornali esultano perché due notizie vere date dal Giornale vengono smontate e perseguite dai magistrati. Questa è la loro concezione di informazione: non importa la verità ma se un fatto è contro o a favore dei progetti oscuri della sinistra, se danneggia o no Berlusconi. In un caso non bastano le prove, nell'altro si dà credito a escort e ragazzine. E guai a obiettare, altrimenti succede come ieri sera, cioè che il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone, viene preso a botte in mezzo alla strada. A violenza giudiziaria si aggiunge violenza fisica. E, purtroppo, non finirà qui”.

 (red)

 

6. Montecarlo: Ora Fini prepara il conto

Roma - “Fini prepara il conto - ‘sarà molto salato’ - per Il Giornale di Feltri e Sallusti. In un’intervista a Mentana aveva detto di non avere nulla da temere sulla casa di Montecarlo: ‘Rideremo quando verrà fatta chiarezza dalla magistratura. Basta aspettare qualche settimana, qualche mese’. Con la richiesta di archiviazione di pm romani – scrive LA STAMPA -, quel giorno è arrivato. ‘Sì, ora possiamo ridere’, ha detto il presidente della Camera ai suoi esternatori, ma li ha frenati. Niente commenti. Profilo basso. Il momento è favorevole per il Fli. Ieri il presidente della Camera ha segnato due punti importanti, sulla casa monegasca e sul Lodo Alfano con la riapertura dei termini per presentare emendamenti. Si va verso un accordo Pdl-Fli. Un’operazione di pacificazione che vede in prima linea il ministro Alfano e il presidente della commissione Affari costituzionali Vizzini. Nello stessa giornata di ieri arrivano invece dal Tribunale di Milano indiscrezioni su una vicenda ancora oscura su una ragazza che avrebbe avuto incontri ad Arcore. ‘È una mascalzonata’, ha gridato il premier al telefono con un ministro. Stupore e sospetti poi per la ‘velocità’ dei magistrati romani che hanno chiesto l’archiviazione. ‘Come è possibile che si sa tutto quello che succede nelle procure italiane e nessuno sapeva che Fini aveva ricevuto un avviso di garanzia?’. Berlusconi è un vulcano che vorrebbe esplodere. Nessuno gli leva dalla testa che tra il suo alleato-nemico e certe procure ci sia un legame sotterraneo per disarcionarlo. Ci sarebbe della sua famiglia. L’altro ieri il fratello Paolo, una settimana fa suo figlio Piersilvio, ora la ragazza ad Arcore. ‘Prima o poi - dice uno dei berlusconiani che conosce i timori del Cavaliere - arriverà una richiesta d’arresto per il nostro leader che farà saltare il banco. Intanto Fini gira l’Italia e si fa la campagna elettorale’. Ma Berlusconi tutte queste cose non può dirle pubblicamente. Meglio stare zitto e starsene ad Arcore con la scusa dell’influenza. Circola la voce che non abbia voglia nemmeno di andare a Bruxelles, giovedì, per il vertice europeo. Deve pure far buon viso e far lavorare Alfano sulla giustizia. ‘Del resto - spiega Vizzini - Fini è il nostro alleato e con lui dobbiamo trattare. I veri avversari stanno dall’altra parte. Per troppo tempo abbiamo dato un vantaggio a coloro che non saranno mai con noi. Fini non può tradire la sua storia. Io non credo che lui salirà su un palco con quelli della Fiom o con chi è dipendente della Cgil’”.

 

 

"Intanto Berlusconi sbuffa e sbanda. Prima fa sapere che il Lodo Alfano non gli serve, poi confida che è ‘assolutamente necessario, vista la magistratura con cui abbiamo a che fare’. Le truppe non sanno che pesci pigliare. Si lamentano, non accettano le regole per l’elezione dei coordinatori locali decise nell’ufficio di presidenza. Dieci senatori, che contano di arriva a trenta, hanno messo la loro firma sotto un documento per contestare queste regole. Significativo il dibattito che si è svolto ieri al gruppo del Senato. È intervenuto il ministro Sacconi per dire che bisogna fare quadrato attorno al governo, ma tutti, Berlusconi innanzitutto, devono metabolizzare il concetto che il centrodestra è una coalizione in cui il Fli deve essere riconosciuta come terza gamba. È necessario, ha aggiunto Sacconi, un accordo organico. I senatori sono d’accordo e affidano il messaggio per il capo a Gasparri e Quagliariello. Sono in molti nel partito a chiedere a Berlusconi un ‘accordo di prospettiva’ con Fini e Casini, anche sulla candidatura futura alla premiership, magari passando la mano a un suo fedelissimo (Alfano?). Ma il premier tace e medita. ‘Alfano - osserva il finiano Bocchino - è una persona ragionevole. I problemi nascono invece quando Berlusconi vuole fare fuori Fini, tranne poi scoprire che è determinante’”.

 (red)

 

7. Quella corsa al cavillo salva-Gianfranco

Roma - “Il prezzo della casa di Montecarlo? Ok, non è giusto. Ma questo non interessa la procura. Il compratore? Potrebbe essere Giancarlo Tulliani o chiunque altro. Ma questo non interessa la procura. Gianfranco Fini e gli amministratori di An potevano anche regalare avessero voluto la casa a fratelli, sorelle, amanti, amici. Fatti loro e degli iscritti di quel partito, che per la legge di fatto non esiste: è un’asso ciazione giuridica non riconosciuta. È questo – scrive Franco Bechis su LIBERO - il succo della decisione alla don Abbondio proposta ieri dal procuratore di Roma, Giovanni Ferrara e dal suo aggiunto Pierfilippo Laviani, a cui proprio gli iscritti di An avevano presentato una denuncia per truffa. I magistrati di Roma hanno iscritto nel registro degli indagati Fini e il segretario amministrativo di An, Francesco Pontone, blindando per la prima volta nella storia della giustizia italiana un segreto che da anni sfugge ad ogni procura, Roma compresa. Dopo averci pensato su un paio di mesi, hanno però realizzato che quella indagine non spetta a loro. Per carità, ipotesi di violazione del codice ci sono, ma è roba da tribunale civile. Gli iscritti di An che vogliono avere giustizia hanno semplicemente sbagliato porta a cui bussare. Rispetto ai tempi della giustizia italiana due mesi sono poco più di un secondo. Ma questi benedetti procuratori, se già sapevano che non era cosa loro, perché non l’hanno detto subito risparmiando tempo e fatica a tutti? Perché hanno fatto due rogatorie, speso molti soldi dei contribuenti, pagato consulenti per fare traduzioni e analizzare i documenti arrivati, se il responso finale è ‘avete sbagliato porta, non tocca a me decidere’? Perché oltretutto i due procuratori mica danno l’assoluzione al povero Fini dicendogli ‘va in pace, figliolo!’”.

”Macchè: pur giurando che non è compito loro valutare, infilano nel loro comunicato di ieri il tarlo del dubbio, e perfino un giudizio malizioso. Dicono questi benedetti procuratori – prosegue Bechis - che effettivamente in una delle rogatorie la borsa immobiliare di Montecarlo dice che sì, le case di quel tipo nel 2008 venivano vendute a un prezzo che era tre volte quello ottenuto da Fini. Poi si lasciano scappare: se Alleanza Nazionale fosse stata una qualsiasi società per azioni, allora sarebbe applicabile l’articolo 2634 del codice civile, sulla infedeltà patrimoniale. Si procederebbe contro Fini e Pontone che rischierebbero perfino la galera: da sei mesi e tre anni. Ma An non è una società. È un partito politico. E cosa è un partito politico? Nulla. È una ‘associazione non riconosciuta’. Né carne, né pesce. Come i sindacati. Possono fare tutto in barba alla giustizia. E noi pm poverini? Abbiamo le mani legate. Un capolavoro! Nel giro di poche righe di un comunicato i procuratori di Roma sono riusciti ad assolvere e condannare a un tempo solo Fini. Perché prima hanno detto: ‘reato? non ci riguarda, abbiamo le mani legate’. Però poi hanno aggiunto: ‘cari ex An, forse siete stati davvero uccellati dal vostro leader. Perché quella casa è stata venduta a 300 e sulla carta valeva 900. Potreste avere diritto a quei 600 che mancano. Ma non dovete chiederli a me, rivolgetevi alla porta accanto dal giudice civile e ricominciate tutto da capo. Se avrete fiducia, magari riavrete i vostri soldi’”.

”Risolto qualcosa? Proprio nulla. Perché – continua l’articolo di Libero - non si può dire che la casa di Montecarlo sia una questione solo etica o politica: c’è una procura penale che invita a rivolgersi al tribunale civile. Resta quindi una questione giudiziaria. Con un mistero non da poco: ma che ha fatto allora tutto questo tempo la procura di Roma per occuparsi di un caso che ora dice che non le compete? Le rogatorie in sé erano inutili: soldi spesi con una certa generosità, in momento di ristrettezza di bilancio. Probabilmente i magistrati avranno compulsato freneticamente i precedenti giuridici per cercare di togliersi dalle scatole- come hanno fatto- questa patata bollente. E consultando sicuramente hanno trovato una leggina ad hoc che ha fatto approvare nel febbraio 2006 lo stesso Fini da vicepremier, insieme a tutto il governo allora guidato da Silvio Berlusconi. Era un emendamento al mille proroghe dell’epoca, su cui fu messa la fiducia, che stabiliva ‘l’esonero degli amministratori dei partiti e movimenti politici dalla responsabilità per le obbligazioni contratte in nome e per conto di tali organizzazioni, salvo che abbiano agito con dolo o colpa grave’. Nessuno capì a cosa sarebbe servito, e certo allora non era immaginabile la vendita da parte di An della casa a Montecarlo poi finita in mano a Giancarlo Tulliani. Ma a un magistrato esperto come Ferrara non può essere sfuggito che sulla base di quella norma la prima sezione della Cassazione con la sentenza 14612 del 2009 ha graziato Franco Nicolazzi e mezzo gruppo dirigente del vecchio Psdi per un contenzioso che avevano con il Monte dei Paschi di Siena. Fini e Pontone sono irresponsabili davanti alla legge grazie a una legge penale che loro stessi si sono fatti, certo, insieme a tutto il centrodestra. Perché i partiti sono ‘associazioni non riconosciute’ e i loro amministratori ‘non responsabili’. Non a caso il governo di centrosinistra nel 2000 li ha espressamente esclusi dalla legge sulla responsabilità amministrativa delle società. Per questo la procura ha scelto di circoscrivere lo scandalo della casa a Montecarlo come una bega fra soci del circolo di scacchi. Dove i defraudati- lo fa capire la stesa procura- hanno probabilmente subito un torto. Ma ci vorrà una vita per sperare di avere giustizia, perché i tempi del processo civile rimanderanno a tutti a fra qualche legislatura”.

 

 (red)

 

8. Archiviazione affair Montecarlo non cancella tensione

Roma -

“È improbabile che l’archiviazione dell’inchiesta della magistratura di Roma sulla casa di An a Montecarlo abitata dal cognato di Gianfranco Fini cancelli la tensione – scrive Massimo Franco sul CORRIERE -. Si tratta di un punto a favore del presidente della Camera dopo il tentativo di alcuni esponenti del centrodestra di screditarlo. Ma rimangono molti misteri. Soprattutto, la notizia dell’archiviazione rivela che sia Fini, sia l’amministratore di An, Francesco Pontone, erano stati indagati per truffa aggravata. E la lettura che si dà dell’indagine e del suo esito fa lievitare di nuovo i veleni nel Pdl. E pensare che la maggioranza sta facendo il possibile per arginare i contrasti sul ‘Lodo Alfano’ costituzionale che dovrebbe mettere il premier al riparo dai processi. L’ammissione di altri emendamenti fino a domani è un cenno distensivo alla minoranza finiana. Lo è altrettanto la disponibilità del Guardasigilli, Angelino Alfano, a scartare la possibilità di reiterare il ‘Lodo’. ‘Un segnale molto positivo’ ammette la finiana Giulia Bongiorno. Ma bisogna vedere se basterà. ‘Su ogni questione si dice "siamo d’accordo" ma poi c’è una precisazione’ si lamenta il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, che vede elezioni anticipate a primavera. Fli lo esclude. Eppure traccia un percorso di martellamento di Berlusconi. Ma se continua la guerriglia, la stabilità diventa un azzardo. Il ministro Sandro Bondi invita Fli a essere ‘coerente’ e a non alimentare lo scontro. Ma in una situazione intossicata anche dall’aggressione subita ieri dal portavoce del Pdl, Daniele Capezzone, la coerenza è rara. Dopo le critiche di Giorgio Napolitano al ‘Lodo’, lo stesso premier aveva confidato di voler rinunciare alla legge. Invece, ora Berlusconi insiste. Sono oscillazioni che danno l’idea di una maggioranza sempre sull’orlo di spezzarsi. Non si può scansare il sospetto che il problema non sia se ci sarà una crisi di governo, ma soltanto quando e come si consumerà. È a quella scadenza che guarda l’opposizione. Massimo D’Alema, del Pd, rilancia l’idea di un governo ‘di breve durata’ che cambi la legge elettorale e ‘porti il Paese al voto’. Significa accreditare una coalizione nella quale sarebbe coinvolto Fini, con Berlusconi e Lega fuori: ipotesi acrobatica, che però gli stessi esponenti di Fli ritengono possibile. Eppure, almeno nel passato Berlusconi ha saputo usare al meglio le situazioni di massima confusione”.

 (red)

 

9. Capezzone aggredito, il Pdl accusa: Squadrismo

Roma - “Il portavoce del Pdl Daniele Capezzone esce dal pronto soccorso del Santo Spirito alle 19.45, accompagnato da Denis Verdini, dal deputato Gregorio Fontana e dal sottosegretario Daniela Santanché. Cammina da solo, circondato da agenti e volontari della Croce rossa, e non ha tracce evidenti di ecchimosi. Lo sguardo sofferente e l’atmosfera grave sono il segno più visibile dell’aggressione subita poco prima sotto la sede del partito. Succede tutto in pochi secondi – scrive IL CORRIERE -: uno sconosciuto gli sferra un pugno in faccia, poi si volta e scappa. Segue la corsa al pronto soccorso, mentre sulle agenzie cominciano ad arrivare gli attestati di solidarietà, da destra a sinistra, ma anche le accuse del Pdl contro ‘lo squadrismo di sinistra’ (Fabrizio Cicchitto). Sono passate da poco le 19. Un uomo solo si avvicina a Capezzone in via dell’Umiltà, nella parte più buia, vicino a via del Corso. Il portavoce del Pdl ha appena finito di battere per le agenzie l’ultimo comunicato in difesa di Augusto Minzolini ed è sceso dall’ufficio. L’uomo gli si avvicina e gli sferra un pugno in pieno volto, senza dire nulla. ‘Ho visto un uomo scappare. Era alto circa 1 metro e 70, aveva una giacca grigia e un giornale in mano, ma era di spalle’ dice il cameriere di un ristorante a due passi da lì. Capezzone viene soccorso da agenti della Digos e ufficiali dei Carabinieri. Dell’aggressore non c’è traccia, ma le telecamere in zona sono molte e potrebbero aiutare a identificarlo”.

 

 

“Al rientro a casa, Capezzone non ha molta voglia di parlare: ‘Sono dispiaciuto e addolorato, fisicamente e moralmente. Sono abituato a usare i mezzi pubblici, a prendere il bus. Non mi era mai successa una cosa del genere, non me l’aspettavo’. Fontana, che accorre subito dopo l’aggressione, dice: ‘Una violenza inaccettabile, che colpisce un uomo mite, generoso. L’ho visto scosso’. La memoria va subito all’aggressore di Silvio Berlusconi, Massimo Tartaglia. Ma non solo. Verdini ricorda: ‘Per un pugno pochi giorni fa, a Roma, è morta una signora’. Maricica Hahaianu, infermiera romena. La solidarietà per Capezzone è bipartisan, senza distinguo, da Alfano a Bersani, da Ronchi a Vendola fino a Donadi. Il centrodestra attacca. Paolo Bonaiuti, portavoce del premier: ‘È un’aggressione ignobile, frutto di un clima di violenza insopportabile nella politica italiana’. Il ministro Brambilla: ‘C’è chi fa propaganda d’odio’. Renato Brunetta: ‘Ci sono tanti seminatori d’odio’. Angelino Alfano: ‘È la degenerazione del dissenso’. Francesco Giro: ‘È barbarie politica’. Sandro Bondi: ‘C’è un odio alimentato da una parte della sinistra e dell’informazione ideologizzata’. Fabrizio Cicchitto è il più netto: ‘C’è uno squadrismo di sinistra sempre più arrogante. Il noto network dell’odio produce effetti sempre più nefasti’. L’opposizione solidarizza ma non ci sta a passare per il ‘mandante morale’ dell’aggressione. Dario Franceschini: ‘Inviterei chi parla di squadrismo di sinistra a riflettere prima di parlare’. Donadi (Idv): ‘Condanniamo la violenza senza se e senza ma. Nessuno strumentalizzi l’aggressione, sarebbe un atto di irresponsabilità’”.

 (red)

 

10. Finanza pubblica, Piano di sviluppo da 7 miliardi di euro

Roma - “Fino a sette miliardi, euro più euro meno. Non più a dicembre ma entro la metà di novembre, così da avere il via libera delle Camere entro l’anno. Giulio Tremonti accelera i tempi di quella che ha definito la ‘seconda fase’ del governo ed è al lavoro sul decreto di spesa promesso con l’approvazione in Consiglio dei ministri della legge di Stabilità. Sul suo tavolo c’è una lunga lista di richieste e di voci da finanziare: l’Università attende fondi freschi per 800 milioni, c’è da confermare la cassa integrazione in deroga, la tassazione agevolata del salario di produttività, le missioni militari all’estero. Ciascun ministro ha piccole e grandi promesse da mantenere: Sandro Bondi chiede di rifinanziare il fondo unico per lo spettacolo e il credito d’imposta per il Cinema, Stefania Prestigiacomo spera di avere un centinaio di milioni a sostegno dei parchi e dei progetti di bonifica ambientale. Il menù della spesa è ancora in corso di definizione, e di certo non potrà accontentare tutti. Una cosa sembra però decisa: al Tesoro vogliono mandare in pensione il cosiddetto decreto milleproroghe, quello solitamente approvato nei giorni di Natale e che serviva a confermare spese d’ogni tipo, come – a titolo di esempio – il mezzo miliardo che ogni anno il governo concede al settore dell’autotrasporto. A meno di sorprese – compresa l’eventualità di una crisi di governo - il decreto sarà l’ultimo dell’anno. Più che le spese da finanziare, al decreto manca ancora la definizione dettagliata delle coperture. Proprio ieri i tecnici del ministero hanno iniziato a discuterne. È però deciso quale sarà la voce più importante di entrata: la vendita delle frequenze del digitale terrestre dovrebbe garantire almeno tre miliardi di euro. Tremonti fa dunque sua la proposta del leader Pd Pierluigi Bersani e mette in cantiere un provvedimento già varato in molti Paesi europei. Il neoministro dello Sviluppo Paolo Romani non è entusiasta, ma rassegnato e per questo determinato a chiedere come contropartita alla cessione di un asset di sua competenza il finanziamento della rete a banda larga o almeno la nuova proroga dello sconto fiscale al 55% per la ristrutturazione ecologica degli edifici. Quest’ultima, ancora in bilico, è una misura molto popolare e per la quale Romani sta subendo molte pressioni da parte dell’industria. Il resto delle risorse necessarie a finanziare il decreto arriverà soprattutto con il taglio di fondi non ripartiti e nuove entrate: dai giochi i tecnici stimano di ottenere fino ad un altro miliardo di risorse, si parla di una ulteriore stretta fiscale sui tabacchi. Ad anticipare l’arrivo del decreto ieri è stato Marco Milanese, relatore della legge di Stabilità in commissione Bilancio alla Camera e consigliere politico di Tremonti. Dal Pd si sono immediatamente levati gli scudi: il responsabile economico Stefano Fassina parla di ‘ulteriore manovra in arrivo’ che ‘nulla avrà per lo sviluppo’ ma ‘mette soltanto pezze sui buchi lasciati aperti dalla manovra correttiva di giugno’. Il capogruppo Pd in commissione Pierpaolo Baretta denuncia ‘lo sprezzo per il Parlamento’ e ‘l’inutilità della discussione sulla legge di Stabilita’, perché l’arrivo di un decreto ‘ne cambia natura e contenuti’. Milanese ha ribattuto nella sua relazione che la nuova legge, a differenza della Finanziaria, non è più il luogo per finanziare spese, ma rappresenta ‘il quadro delle grandezze finanziarie per il conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica’: la mera fotografia dello stato di salute dei conti pubblici”.

 

 

 (red)

 

11. Fiat: Ecco chi ha dato i 100 miliardi agli Agnelli

Roma - “Genericamente si potrebbe dire che furono tutti i big della politica della prima Repubblica a prestare un’attenzione particolare al gruppo Agnelli. Nella forma di aiuti, sostegni, spintarelle, scambio di favori, piaceri, paletti protezionistici. Il caso più clamoroso fu la protezione data da Romano Prodi in occasione dell’asta sull’Alfa Romeo. Ma ci furono interventi apparentemente marginali, però dalle conseguenze favolose per la Fiat. Basti pensare a quella nuova tassa che si inventò il governo Andreotti nel 1976 – ricorda IL GIORNALE -, chiamata superbollo per i motori Diesel. Sotto al vestito una grande mano ai motori torinesi che all’epoca erano praticamente solo a benzina e di cilindrate basse. E la fuoriuscita dei motori stranieri a gasolio, all’epoca più avanzati. E poi la famigerata Cassa del Mezzogiorno, feudo democristiano, che con la scusa dell’industrializzazione gettò miliardi anche nelle fabbriche del gruppo (ma non solo ovviamente). Andiamo per ordine. Le ultime dichiarazioni di Sergio Marchionne (‘dall’Italia non arriva alla Fiat un euro di utile’) hanno riportato alla ribalta il tormentone dei tanti sussidi, diretti e indiretti, di cui il gruppo che fa capo alla famiglia Agnelli ha beneficiato nella sua lunga storia. ‘Per elencare tutti i favori - dice maliziosamente un esperto del settore - ci vorrebbe un’enciclopedia’. Sul banco degli ‘imputati’ sono soprattutto i governi di centrosinistra e gli uomini che li hanno condotti: Romano Prodi, Massimo D’Alema e Giuliano Amato firmano i provvedimenti che danno maggiore ossigeno all’azienda torinese. A molti brucia ancora il regalo, già accennato, fatto da Prodi, all’epoca alla guida dell’Iri, alla Fiat: quell’Alfa Romeo strappata alla Ford, che nel 1986 (governo Craxi) aveva messo sul piatto 4mila miliardi di lire, ben più dei 1.050, da versare in cinque rate (la prima sei anni più tardi) senza interessi, offerti dal Lingotto allora amministrato da Cesare Romiti. Se l’Alfa Romeo aveva problemi allora, la situazione nel tempo è stata oggetto di pochi alti e tanti bassi, tant’è che il destino del marchio milanese non è tuttora ancora ben delineato. Il simbolo di un nazionalismo industriale di cui lo stesso Marchionne oggi essendone vittima, si lamenta. C’è chi è arrivato a quantificare l’ammontare dei finanziamenti statali elargiti a Torino in 100 miliardi di euro. Queste le voci considerate: rottamazioni (leggi incentivi: 400 milioni di euro solo nel ’97 in virtù del piano Prodi), cassa integrazione, contributi per gli impianti al Sud, prepensionamenti, mobilità lunga, interventi sul fisco, barriere protezionistiche, leggi ad hoc. Nel balletto di cifre proprio ieri la Cgia di Mestre ha fatto due conti: 7,6 miliardi di finanziamenti erogati dallo Stato solo negli ultimi 30 anni, da suddividere in contributi per realizzare le fabbriche di Melfi e Pratola Serra (1,279 miliardi tra il ’90 e il ’95 con i governi De Mita, Andreotti, Amato, Ciampi e Berlusconi). Complessivamente, secondo la Cgia, tra il ’77 e il ’90 Torino ha beneficiato di 5,2 miliardi, avallati dai governi Moro, Andreotti, Cossiga, Forlani, Spadolini, Fanfani, Craxi, Goria e De Mita: praticamente tutti i bei nomi della prima Repubblica”.

 

 

 

”Il gruppo degli Agnelli è stato aiutato, in base alla legge per il Mezzogiorno, a realizzare il suo programma di insediamenti industriali al Sud: oltre 6mila miliardi di vecchie lire in base al contratto di programma stipulato a Palazzo Chigi nel 1988 con i governi Goria-De Mita. In anni successivi, e precisamente tra il ’93 e il 2009 (governi Ciampi, Berlusconi, Dini, Prodi, D’Alema e Amato) alle voci ristrutturazioni, innovazione e formazione è corrisposta un’erogazione da parte dello Stato pari a quasi 500 milioni di euro. C’è poi lo stabilimento di Pomigliano d’Arco, ereditato dalla vecchia Alfa Romeo (20,5 milioni a carico dello Stato per l’innovazione dell’impianto tra il ’95 e il 2000)e quello siciliano di Termini Imerese, costruito nel golfo di Cefalù in una delle zone meno adatte per un polo industriale e sicuramente più indicata a ospitare milioni di turisti. La nascita del sito nel 1970 (governo Rumor) avvenne sulla spinta delle grandi lotte operaie del tempo che tra le principali rivendicazioni ponevano lo sviluppo del Mezzogiorno. Purtroppo, con il trascorrere degli anni, sono emerse le difficoltà di mantenere la produzione inun’area difficile da raggiungere e carente di infrastrutture, tant’è che la fabbrica che ha prodotto modelli di successo come 500, 126, Panda, Punto e Lancia Y, chiuderà a fine 2011. Di investimenti e contributi, comunque, Termini Imerese ne ha assorbiti: l’ultimo risale al 2007 (governo Prodi) con un intervento statale di 46 milioni. Bisogna sempre considerare infine due fattori. Ogni impresa, in qualsiasi parte del mondo, chiede aiuti economici alla politica. Il problema è quando la politica cede con tanta dovizia come ha fatto negli anni con Fiat. E infine occorre sempre ricordare come in un paese dotato di pochi colossi industriali, il gruppo torinese abbia negli anni rappresentato uno dei pochi baluardi dell’occupazione e della ricerca. Basti pensare al recentissimo caso serbo: hanno fatto ponti d’oro,tra incentivi fiscali e contributi vari, affinchè la Fiat rilanciasse il suo stabilimento locale. Genericamente si potrebbe dire che furono tutti i big della politica della prima Repubblica a prestare un’attenzione particolare al gruppo Agnelli. Nella forma di aiuti, sostegni, spintarelle, scambio di favori, piaceri, paletti protezionistici. Il caso più clamoroso fu la protezione data da Romano Prodi in occasione dell’asta sull’Alfa Romeo. Ma ci furono interventi apparentemente marginali, però dalle conseguenze favolose per la Fiat. Basti pensare a quella nuova tassa che si inventò il governo Andreotti nel 1976, chiamata superbollo per i motori Diesel. Sotto al vestito una grande mano ai motori torinesi che all’epoca erano praticamente solo a benzina e di cilindrate basse. E la fuoriuscita dei motori stranieri a gasolio, all’epoca più avanzati. E poi la famigerata Cassa del Mezzogiorno, feudo democristiano, che con la scusa dell’industrializzazione gettò miliardi anche nelle fabbriche del gruppo (ma non solo ovviamente). Andiamo per ordine”.

“Le ultime dichiarazioni di Sergio Marchionne (‘dall’Italia non arriva alla Fiat un euro di utile’) hanno riportato alla ribalta il tormentone dei tanti sussidi, diretti e indiretti, di cui il gruppo che fa capo alla famiglia Agnelli ha beneficiato nella sua lunga storia. ‘Per elencare tutti i favori - dice maliziosamente un esperto del settore - ci vorrebbe un’enciclopedia’. Sul banco degli ‘imputati’ – continua il quotidiano diretto da Vittorio Feltri - sono soprattutto i governi di centrosinistra e gli uomini che li hanno condotti: Romano Prodi, Massimo D’Alema e Giuliano Amato firmano i provvedimenti che danno maggiore ossigeno all’azienda torinese. A molti brucia ancora il regalo, già accennato, fatto da Prodi, all’epoca alla guida dell’Iri, alla Fiat: quell’Alfa Romeo strappata alla Ford, che nel 1986 (governo Craxi) aveva messo sul piatto 4mila miliardi di lire, ben più dei 1.050, da versare in cinque rate (la prima sei anni più tardi) senza interessi, offerti dal Lingotto allora amministrato da Cesare Romiti. Se l’Alfa Romeo aveva problemi allora, la situazione nel tempo è stata oggetto di pochi alti e tanti bassi, tant’è che il destino del marchio milanese non è tuttora ancora ben delineato. Il simbolo di un nazionalismo industriale di cui lo stesso Marchionne oggi essendone vittima, si lamenta. C’è chi è arrivato a quantificare l’ammontare dei finanziamenti statali elargiti a Torino in 100 miliardi di euro. Queste le voci considerate: rottamazioni (leggi incentivi: 400 milioni di euro solo nel ’97 in virtù del piano Prodi), cassa integrazione, contributi per gli impianti al Sud, prepensionamenti, mobilità lunga, interventi sul fisco, barriere protezionistiche, leggi ad hoc. Nel balletto di cifre proprio ieri la Cgia di Mestre ha fatto due conti: 7,6 miliardi di finanziamenti erogati dallo Stato solo negli ultimi 30 anni, da suddividere in contributi per realizzare le fabbriche di Melfi e Pratola Serra (1,279 miliardi tra il ’90 e il ’95 con i governi De Mita, Andreotti, Amato, Ciampi e Berlusconi). Complessivamente, secondo la Cgia, tra il ’77 e il ’90 Torino ha beneficiato di 5,2 miliardi, avallati dai governi Moro, Andreotti, Cossiga, Forlani, Spadolini, Fanfani, Craxi, Goria e De Mita: praticamente tutti i bei nomi della prima Repubblica”.

”Il gruppo degli Agnelli è stato aiutato, in base alla legge per il Mezzogiorno, a realizzare il suo programma di insediamenti industriali al Sud: oltre 6mila miliardi di vecchie lire in base al contratto di programma stipulato a Palazzo Chigi nel 1988 con i governi Goria-De Mita. In anni successivi, e precisamente tra il ’93 e il 2009 (governi Ciampi, Berlusconi, Dini, Prodi, D’Alema e Amato) alle voci ristrutturazioni, innovazione e formazione è corrisposta un’erogazione da parte dello Stato pari a quasi 500 milioni di euro. C’è poi lo stabilimento di Pomigliano d’Arco – continua il Giornale -, ereditato dalla vecchia Alfa Romeo (20,5 milioni a carico dello Stato per l’innovazione dell’impianto tra il ’95 e il 2000)e quello siciliano di Termini Imerese, costruito nel golfo di Cefalù in una delle zone meno adatte per un polo industriale e sicuramente più indicata a ospitare milioni di turisti. La nascita del sito nel 1970 (governo Rumor) avvenne sulla spinta delle grandi lotte operaie del tempo che tra le principali rivendicazioni ponevano lo sviluppo del Mezzogiorno. Purtroppo, con il trascorrere degli anni, sono emerse le difficoltà di mantenere la produzione inun’area difficile da raggiungere e carente di infrastrutture, tant’è che la fabbrica che ha prodotto modelli di successo come 500, 126, Panda, Punto e Lancia Y, chiuderà a fine 2011. Di investimenti e contributi, comunque, Termini Imerese ne ha assorbiti: l’ultimo risale al 2007 (governo Prodi) con un intervento statale di 46 milioni. Bisogna sempre considerare infine due fattori. Ogni impresa, in qualsiasi parte del mondo, chiede aiuti economici alla politica. Il problema è quando la politica cede con tanta dovizia come ha fatto negli anni con Fiat. E infine occorre sempre ricordare come in un paese dotato di pochi colossi industriali, il gruppo torinese abbia negli anni rappresentato uno dei pochi baluardi dell’occupazione e della ricerca. Basti pensare al recentissimo caso serbo: hanno fatto ponti d’oro,tra incentivi fiscali e contributi vari, affinchè la Fiat rilanciasse il suo stabilimento locale”.

 (red)

 

12. Per salvare il Carlo Felice Bondi chiama le imprese

Roma - “Non più solo lo stato, ma anche le forze produttive dovranno aiutare la cultura italiana. Questo il nocciolo dell’intervento del ministro per i Beni e le attività culturali, Sandro Bondi, nell’incontro di ieri a Genova con i vertici dell’industria e delle banche cittadine indetto per salvare il teatro Carlo Felice. Sotto le volte cinquecentesche del palazzo della Prefettura – scrive IL FOGLIO -, di fronte al sindaco Marta Vincenzi, presidente del cda della Fondazione del Teatro lirico, e alcuni tra i principali esponenti del mondo imprenditoriale, come il presidente e ad di Costa Crociere, Pier Luigi Foschi, il presidente della Camera di commercio Paolo Odone e quello di Banca Carige, Giovanni Berneschi, il ministro ha ripetuto quanto già espresso sul Foglio l’8 ottobre scorso, a proposito del nuovo ruolo dei privati nel finanziamento della cultura. Come hanno risposto gli imprenditori genovesi? ‘È emersa la volontà di cooperare per rilanciare il teatro su basi solide. Ma si attende di conoscere i dettagli del piano di risanamento’. Infatti al momento tutti dicono che faranno la loro parte, ma a patto che ci sia un solido piano di rilancio e la pace sindacale. Che per ora appare ancora lontana: nel pomeriggio gli aderenti ai sindacati autonomi hanno manifestato il loro dissenso per le strade di Genova per quella che secondo loro rischia di essere la ‘Pomigliano della lirica’ e il 16 ottobre scorso hanno scelto di boicottare l’istituzione dei contratti di solidarietà, che riducono l’orario di lavoro del 40 per cento e gli stipendi del 20. Bondi afferma che ‘le forze sindacali responsabili, Cgil compresa, hanno approvato i sacrifici per il rilancio del loro teatro. Uno sterile antagonismo fa male al teatro. Da parte del governo non ci sarà però nessun vincolo sulle garanzie sindacali”.

 

“Il Carlo Felice è il primo tassello di una nuova idea d’intendere la cultura: ‘Dove ce ne sarà bisogno, lo stato non farà più tutto da solo, ma coinvolgerà i privati’. Anche quando la situazione non sarà un’emergenza, come è in questo caso. E per invogliare i privati, Bondi fa trapelare l’ipotesi di aumentare gli sgravi fiscali per le imprese che operano nelle fondazioni culturali e lirico- sinfoniche in particolare, risorse del governo permettendo. Aggiornamento fra due settimane, quando Bondi tornerà a Genova per vedere se sarà emersa qualche intenzione concreta da parte degli industriali locali. Si parla di una possibile cordata, ma al momento non c’è nulla di concreto. Di certa c’è la posizione di alcuni imprenditori, come il vicepresidente della Pirelli, Vittorio Malacalza: se il piano di rilancio non sarà molto solido, niente soldi. Posizione più singolare quella dell’assente giustificato Riccardo Garrone, membro del consiglio d’amministrazione, patron della Erg e presidente della Fondazione Edoardo Garrone, impegnato nella presentazione di un nuovo master universitario. Più tardi ha dichiarato: ‘Serve l’aiuto non solo delle imprese, ma anche dei professionisti, che rappresentano una realtà che ha grandi possibilità economiche’. Poi serve anche ‘una riduzione dei costi e un aumento dei ricavi con una programmazione con più alzate di sipario’. Ma anche questo, secondo lui, non basterebbe: ‘Servono cinque milioni di euro, se cinquanta persone ne metteranno centomila a testa, io farò la mia parte’. Una lunga gestione dell’ente perlomeno poco oculata, con ottanta assunzioni fatte prima dell’inaugurazione nel 1991, ha portato il Carlo Felice al collasso: il 2009 si è chiuso con un deficit di 13 milioni di euro e il 2010, se non fossero intervenuti nuovi fattori, si sarebbe chiuso con un passivo di 17. Più un milione e 300 mila euro di interessi passivi e 12 milioni di debito finanziario. Quest’anno non sono state neanche pagate le assicurazioni e ‘in caso d’incendio o d’infortunio non ci sarebbe stata copertura’, come ha rivelato il direttore dello staff del teatro, Renzo Fossati. Per questo nel giugno scorso era scattato il commissariamento, con la nomina del sovrintendente Giovanni Pacor. Gli abbonati erano disposti anche ad accettare un aumento dei prezzi del 30 per cento, ma anche questo sarebbe solo una goccia nel mare. Qualche luce però si comincia a intravedere: lunedì il cda del teatro, grazie alle banche, ha trovato i soldi per gli stipendi di settembre e ha impostato un calendario per i prossimi mesi, che dovrebbe comprendere un concerto diretto gratuitamente da Zubin Mehta a novembre, una ‘Traviata’ e un balletto”.

 (red)

 

13. Cina, Napolitano: Non occultare problema dei diritti

Roma -

“Il momento clou arriva inatteso, poco prima che si chiudano le porte del colloquio tra Giorgio Napolitano e il presidente cinese Hu Jintao. Nella Sala Pechino dell’Assemblea Nazionale del Popolo - tappeti rossi, tende di ciniglia gialle fruscianti, guardie dell’esercito di liberazione cinese dalla statura altissima - il Presidente della repubblica - scrive REPUBBLICA - prende la parola e, per due volte, ammette ‘mi s’incrina la voce’: ‘Non le nascondo la mia emozione, perché considero questa visita particolarmente toccante, per tutto ciò che ha rappresentato per quelli della mia generazione la nascita della Repubblica popolare nel 1949’. Breve pausa e poi un’aggiunta: ‘Naturalmente, dopo la Lunga Marcia è cominciata una lunga strada’. Con episodi di segno assai differente. Ci tornerà anche la sera, Napolitano, una testimonianza autobiografica che è un pezzo di storia d’Italia: ‘Quello che rimane delle speranze della mitica Lunga Marcia? Direi il significato liberatorio di quell’evento. La Cina, prima, era un Paese scivolato nelle retrovie. Naturalmente, dopo è caduta l’utopia, l’illusione o la mistificazione, di un sistema sociale alternativo all’economia di mercato. Però non dimentichiamo che dopo il 1949 c’erano state molte cose. La Rivoluzione culturale, l’orripilante degenerazione, poi la stagione di riforme tentata da Deng Xiaoping...’. Il racconto illustra bene anche l’approccio ‘rispettoso’ che il capo dello Stato ha voluto mostrare agli interlocutori. Quando ne elogiava la potenza della crescita, e quando li spronava sul tema dei diritti. In mattinata, in un denso discorso alla scuola del partito, e nel pomeriggio, due ore e quaranta tra vertice e pranzo con Hu Jintao (menù cinese, brodo con polpette di aragosta, verdure con formaggio alla soia, vitello con salsa di pomodoro, formaggio di malva). Davanti ai funzionari del partito Napolitano aveva lodato il ‘miracolo economico cinese, che ha fatto da battistrada ed è stato contagioso, specie per l’Asia’. Nel pomeriggio ha ricordato a Hu di quando la massima preoccupazione dei dirigenti cinesi era assicurare una scodella di riso a ogni cinese. Oggi invece Pechino può giocare un ruolo di grande stabilizzatore nella regione - ‘non c’è crescita senza pace’, ha detto Napolitano. ‘La Cina ha colto ed espresso il cambiamento prima e più rapidamente di noi’. In modo speculare, il capo dello Stato aveva poi rivendicato ruolo e funzione dell’Ue, ‘nella scorsa primavera abbiamo dovuto sventare la crisi dell’euro con misure straordinarie, ma guai se non avessimo avuto l’euro nella tempesta globale del 2008-2009’. Quindi ha chiesto all’Unione di ‘riconoscere alla Cina lo status di economia di mercato’ e denunciato ‘l’anacronistica riluttanza’ di Bruxelles. ‘Hu Jintao - ha detto Napolitano - ha lamentato il paradosso, “ci chiedono di agire come un’economia di mercato, ma senza concedercene lo status”‘. Anche sui temi della governance economica, della riforma del sistema finanziario, della vigilanza sui comportamenti bancari, c’è stata piena intesa; così come per l’impegno comune sul terrorismo, o nelle aree di crisi. ‘Hu Jintao - ha fatto sapere - è tornato a battere sulla qualità del nostro impegno in Cina, invocando prodotti e investimenti ad alta tecnologia’”.

 

“Solo un approccio del genere, ‘rispettoso della totale autonomia cinese’, poteva poi consentire a Napolitano di citare - senza forzature ma in modo del tutto intellegibile - quella che ha chiamato ‘la sfida del rispetto dei diritti fondamentali’: ‘La Cina prosegua il cammino intrapreso sulla via delle riforme, del rafforzamento dello Stato di diritto’, aveva detto ai funzionari. E in serata ai giornalisti ha raccontato: ‘Si è detto con Hu che la Cina non ha solo luci. Non occulti il problema dei diritti umani’. Gli è stato chiesto se avesse menzionato, nel colloquio, il caso di Liu Xiaobo, il Nobel per la Pace detenuto che non potrà ritirare il premio. Il presidente è stato netto: ‘Io sono venuto qui come portatore di un messaggio. Non avrei fatto un viaggio così per puntare il dito su una questione specifica, anche se ha avuto una risonanza in grandi ambienti internazionali’. E l’appello di quindici Nobel, firmato da Carter e dal Dalai Lama? ‘Con tutto il rispetto, mi sembra stravagante porre alla Cina questo tema, tra quelli all’ordine del G20’. La sede non può essere quella”.

 (red)

 

14. Massimo Ciancimino jr. indagato per mafia

Roma - “Dopo due anni e mezzo di interrogatori e consegne rateizzate di ‘pizzini’ e scritti vari, Massimo Ciancimino si ritrova inquisito per mafia. L’ha scoperto l’altro ieri, convocato per l’ennesima deposizione davanti ai pubblici ministeri di Palermo. In apertura di verbale – scrive il CORRIERE - i magistrati hanno comunicato al figlio di Vito Ciancimino, l’ex sindaco condannato per appartenenza a Cosa nostra e morto nel 2002, che il suo nome figura nell’elenco degli indagati per il reato di concorso in associazione mafiosa. L’inchiesta è quella rubricata col numero 11609/08, sulla presunta trattativa fra lo Stato e i boss a cavallo delle stragi del 1992 e dopo, fino ai primi anni Duemila. L’accusa è di aver fatto da tramite fra suo padre e Provenzano (ma anche altri capimafia) e le fonti di prova a carico di Ciancimino jr sono le sue stesse dichiarazioni e i documenti che ha portato in Procura dal 2008 ad oggi, analizzati dalla polizia scientifica che non ne ha escluso l’autenticità. Si tratta di fogli scritti a mano e a macchina. Alcuni di questi ultimi, secondo quanto riferito dal neo-indagato, provenivano direttamente da Provenzano, scritti durante la sua lunghissima latitanza. In molte occasioni il giovane Ciancimino ha detto di aver svolto il ruolo di ‘postino’, facendo entrare e uscire lettere provenienti (a suo dire) dai boss perfino in carcere, nei periodi in cui l’ex sindaco corleonese di Palermo era detenuto. Gli esami della Scientifica non sono stati in grado di indicare l’attribuzione dei manoscritti (le comparazioni con le calligrafie dei principali boss hanno dato tutte esito negativo) e hanno escluso che i ‘pizzini’ dattiloscritti consegnati da Massimo agli inquirenti (quasi sempre in fotocopia) provengano dalle macchine da scrivere trovate in possesso di Provenzano. Il tipo di carta, però, è compatibile con i periodi indicati, anche quelli che dovrebbero essere vecchi di quasi vent’anni”.

 

 

 

La mossa della Procura di Palermo è la conseguenza di ciò che lo stesso Ciancimino jr è andato raccontando in questi ultimi due anni e mezzo, e paradossalmente è un attestato di parziale credibilità alle sue dichiarazioni. Per esempio sul presunto ‘papello’ con l’elenco delle richieste di Totò Riina alle istituzioni dopo la strage di Capaci in cui morì Giovanni Falcone e prima di quella di via D’Amelio che tolse di mezzo Paolo Borsellino. L’allora giovane rampollo lo ricevette personalmente dalle mani di Nino Cinà, il medico di Riina condannato per mafia, e lo portò a suo padre. Con tutto quello che ha detto anche a suo carico, se i magistrati non l’avessero creduto sarebbe dovuta scattare l’accusa di autocalunnia; contestandogli il concorso esterno con Cosa nostra, invece, i pm palermitani mostrano di ritenerlo credibile. Almeno nella parte sulla trattativa, e almeno pe r adesso, giacché gli interrogatori non sono conclusi e Ciancimino jr ha abituato gli inquirenti a versioni anche contrastanti, contraddittorie o inconcludenti. Così le hanno valutate i giudici d’appello che hanno confermato la condanna del senatore Marcello Dell’Utri (del quale pure si parla in alcuni ‘pizzini’), rifiutandosi di ascoltare il testimone”.

Le ombre maggiori riguardano ciò che il neo-indagato ha detto sul misterioso ‘signor Franco’, un fantomatico agente segreto che a suo dire faceva la spola tra lo Stato e la mafia: sostiene di averlo visto più volte ma non l’ha mai saputo individuare, prima ha dichiarato di non conoscerne l’identità e poi sì ma senza rivelarla, ha detto di conservare una sua fotografia e successivamente ha fatto marcia indietro, ha indicato un nome straniero che non ha portato a nulla. Per gli stessi inquirenti, questa storia di ‘Franco’ è un enigma al quale il giovane Ciancimino rischia di rimanere impigliato, e sperano di cavare qualcosa dai prossimi atti istruttori. Oggi sarà interrogato R.P., funzionario del servizio segreto civile riconosciuto in fotografia dal figlio dell’ex sindaco e indicato come ‘il capitano’ che negli ultimi anni gli avrebbe intimato di non parlare della trattativa e che nel 2006, alla vigilia dell’arresto di Provenzano, gli consigliò di allontanarsi dall ’ I t al i a. Quel signore, che al tempo delle stragi era in servizio al Sisde di Caltanissetta, è ora accusato di ‘violenza privata’, con l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra. A causa della deposizione di Massimo Ciancimino, ora indagato per concorso con la mafia”.

 (red)

 

15. Rifiuti: dietro l’emergenza ci sarebbe l’ombra dei clan

Roma - “La camorra avrebbe organizzato e condotto gli assalti contro polizia e carabinieri, schierati in forze davanti alla discarica di Terzigno. Perlomeno nell'ultima settimana, i clan dell'area vesuviana sarebbero stati dietro ai gravissimi incidenti, avvenuti nei pressi della Rotonda di via Panoramica, considerato il luogo simbolo della protesta contro i miasmi provenienti dalla discarica Sari e contro la paventata ipotesi di apertura di un secondo sito a Cava Vitiello a Terzigno. La protesta, come si ricorderà – scrive IL GIORNALE -, si era acuita nell’ultima settimana, quando, contro le ‘divise’, allo scoccare della mezzanotte di ogni giorno, venivano lanciate non solo bottiglie e bastoni ma anche bombe carta, fuochi pirotecnici fatti esplodere orizzontalmente verso le forze dell'ordine e decine di bottiglie molotov. A queste conclusioni sono arrivati i pm della Direzione distrettuale antimafia della Procura di Napoli, dopo avere letto una informativa consegnata due giorni fa dalla polizia giudiziaria. Gli interessi che i clan nutrirebbero nell’affaire discarica, non sono stati ancora chiariti, sarà l'indagine appena agli inizi a rivelarlo. La camorra è vicina di casa della discarica Sari. Pochi chilometri più in là, infatti, in via Settetermini a Boscoreale, c'è un insediamento post terremoto, della legge 219, il cosiddetto ‘Piano Napoli’: centinaia di alloggi non solo assegnati a famiglie perbene di modeste condizioni economiche ma anche a camorristi e spacciatori. Vie e slarghi sono stati trasformati nel corso degli anni, in piazze di spaccio, come testimoniano i frequenti blitz di polizia e carabinieri e le numerose sparatorie tra clan. Per settimane gli investigatori hanno scrutato giorno e notte, con un efficace lavoro di intelligence coordinato dal vice questore Alberto Francini, tra la variegata umanità che per oltre un mese, si è ritrovata a Terzigno per protestare. Alla Rotonda di via Panoramica non c'erano solo le ‘mamme vesuviane’ e le donne con il Rosario stretto nella mano destra, i ragazzi e gli adulti dei Comitati, gente pacifica che mai avrebbe assaltato le forze dell'ordine ma, anche frange di antagonisti, pronti a soffiare sul fuoco della protesta. Anche queste presenze sono state ‘registrate’ dagli investigatori e consegnate attraverso una informativa in Procura. Negli ultimi giorni però si sono infiltrati anche i clan vesuviani”.

 

 

 

E mentre le indagini su questo fronte proseguono, in Prefettura si concentra l'attività del capo della Protezione civile Guido Bertolaso. Semina ottimismo il sottosegretario: ‘Entro la fine di questa settimana, l'emergenza rifiuti a Napoli e nei comuni alle pendici del Vesuvio sarà sotto controllo’. Poi, l'annuncio: ‘Qui, non c'è piu' bisogno dell'Esercito: i soldati hanno fatto un ottimo lavoro e continueranno a farlo, però non spetta a loro raccogliere la spazzatura dalle strade’. Bertolaso è poi tornato sugli incidenti, placati solo da due giorni dopo oltre un mese di tensioni. Il Capo della Protezione civile ha rivolto parole di apprezzamento nei confronti della gente vesuviana: ‘La situazione si è calmata. Ma, gli abitanti di Terzigno non c'entrano con le violenze e le molotov non sanno neanche che cosa siano. Il 90 per 100 dei cittadini è perbene. C'e stata una strumentalizzazione: il malaffare sguazza dove ci sono situazioni di emergenza’. Bertolaso è poi tornato sulle vicende che lo hanno visto implicato personalmente: ‘Dopo la “macelleria mediatica” di cui sono rimasto vittima, il mio lavoro è diventato più difficile. Però quando parlo, la gente capisce che ci metto la faccia, che sono un semplice servitore dello Stato’. Ieri, intanto, tredici camion hanno sversato terreno vegetale sui rifiuti accatastati nella discarica Sari, per cercare di soffocare i miasmi che si propagano nell'aria e che poi vengono respirati da migliaia di abitanti”.

 (red)

 

16. Carceri, Cucchi e La Penna: due morti evitabili

Roma - “Due morti che si potevano evitare, due casi di indifferenza e di cieca burocrazia costati la vita a giovani rinchiusi nel carcere di Regina Coeli – scrive LA STAMPA -. Del primo, com’è noto, è protagonista Stefano Cucchi, pestato a sangue da un gruppetto di agenti di custodia e morto il 22 ottobre dell’anno scorso. Il secondo caso, di cui si è saputo solo ieri, riguarda un altro arrestato, Simone La Penna, rinchiuso in cella nonostante fosse gravemente malato, tanto che il suo cuore ha smesso di battere un mese dopo quello di Stefano. Chiedeva di essere curato, ma i medici e gli infermieri del carcere, finiti sotto inchiesta, avevano dichiarato che le sue condizioni erano compatibili con la vita dietro le sbarre. L’agonia di Cucchi ‘venne trattata come una pratica burocratica’, e i medici dell’ospedale si mossero ‘con l’esigenza di mettere le carte a posto per non far trapelare nulla di quanto era accaduto’, cioè il pestaggio compiuto dagli agenti di custodia nelle celle di sicurezza del palazzo di Giustizia. Per questo motivo, 12 fra agenti di custodia, medici e infermieri andrebbero processati per lesioni aggravate e abbandono di persona incapace seguito dalla morte, oltre a una serie di reati minori. Questa la richiesta avanzata ieri al giudice per l’udienza preliminare dai pm che hanno indagato sul caso di Stefano, arrestato il 16 ottobre dell’anno scorso per droga e morto sei giorni dopo. I sostituti procuratori Vincenzo Barba e Francesca Loy hanno anche chiesto la condanna a due anni di carcere per il tredicesimo imputato, Claudio Marchiandi, funzionario del Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria”.

 

 

“E ieri, nello stesso giorno in cui i magistrati hanno formalizzato le loro accuse per la morte di Cucchi, si è saputo dell’altra brutta storia che ha per protagonista e vittima Simone La Penna, 32 anni, arrestato per droga e morto in carcere un mese dopo Cucchi. Soffriva di anoressia; le sue condizioni, secondo i legali della famiglia, non erano compatibili con la detenzione. Eppure, dopo settimane trascorse fra il centro clinico del penitenziario romano e l’ospedale ‘Sandro Pertini’, il cuore di Simone ha smesso di battere nel chiuso di una cella. Il giovane chiedeva di essere curato. Aveva perso 30 chili e nonostante ciò nessuno ha capito che si stava spegnendo lentamente. Per la sua morte la procura della Repubblica ha indagato sette fra medici e infermieri di Regina Coeli: alcuni di loro avrebbero addirittura inviato relazioni rassicuranti al giudice di sorveglianza che doveva decidere sull’eventuale ricovero del detenuto in un ospedale. Le condizioni di Simone, secondo gli ‘esperti’ del carcere, erano compatibili con la vita in cella. Toccherà ai magistrati decidere se chiedere per loro il rinvio a giudizio come hanno fatto per il caso Cucchi. Il che, però, non significa necessariamente che giustizia sia fatta. Così, ad esempio, la pensano i familiari di Stefano, i quali sostengono che ‘la procura ha fatto un gran lavoro, ma si muove lontano dalla realtà’. Sono parole di Ilaria Cucchi, sorella del giovane morto, che non accetta la tesi dei pm secondo cui non c’è relazione fra il pestaggio avvenuto nella cella di sicurezza del Palazzo di Giustizia e la morte del giovane avvenuta dopo una settimana. I magistrati, in base a una consulenza di esperti, sostengono che Stefano fu ucciso non dalle botte degli agenti della polizia penitenziaria, ma dall’inerzia dei medici che lo abbandonarono al suo destino in ospedale, senza curarlo”.

 (red)

 

17. Tareq Aziz: il vice di Saddam sarà impiccato

Roma - “Salirà sulla forca anche l’unico volto presentabile della cerchia di Saddam Hussein, il cristiano caldeo Tareq Aziz, l’uomo dai modi garbati e dall’inglese impeccabile con cui l’ex dittatore iracheno tentò di aprire un ponte verso l’Occidente. Ieri mattina, la Corte suprema di Bagdad l’ha condannato a morte per impiccagione. Ormai anziano e malato - scrive REPUBBLICa -, il "Gromiko di Bagdad", come Aziz fu soprannominato per la sua astuzia diplomatica e l’integerrima fedeltà al regime, era apparso in aula poco prima, visibilmente provato, con indosso una camicia azzurra e apparecchi acustici contro la sordità. Appena pronunciata la sentenza è stato colto da un leggero malore. La tv di Stato ha spiegato il movente della condanna ‘con il ruolo da lui svolto nell’eliminazione dei partiti religiosi’, per lo più sciiti, prima della caduta del raìs iracheno nel 2003. È vero che quand’era ministro degli Esteri e vicepremier di Saddam, Tareq Aziz mise sempre in secondo piano la sua appartenenza religiosa, presentandosi come arabo iracheno e membro del Baath. Non mosse ciglio, per esempio, davanti alla nazionalizzazione delle scuole cristiane, né si oppose al provvedimento che decretava obbligatorio l’insegnamento del Corano. ‘Da un punto di vista strettamente giudiziario, la sentenza è ingiusta ed estremamente esagerata’, ha dichiarato il suo avvocato, Badia al-Aref. ‘Non avremmo mai creduto che il nostro assistito potesse esser condannato alla pena di morte’. Al-Aref ha poi aggiunto che presenterà ricorso al tribunale e che si rivolgerà al Vaticano perché fermi l’esecuzione. Numerose le reazioni di sdegno alla condanna di Tareq Aziz, che sta attualmente scontando in un carcere di Bagdad la pena a 15 anni di detenzione che gli era stata inflitta lo scorso anno. Anzitutto proprio da parte della Chiesa cattolica, che tramite il portavoce del Papa, padre Federico Lombardi, ‘si augura davvero che la sentenza contro Tareq Aziz non venga eseguita, proprio per favorire la riconciliazione e la ricostruzione della pace e della giustizia in Iraq dopo le grandi sofferenze attraversate’. Secondo padre Lombardi è possibile che da parte vaticana ci sia un ‘intervento umanitario non in forma pubblica’ per chiedere all’Iraq la grazia per l’ex politico cattolico”.

 

 

“Anche l’Unione europea, per voce dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, Catherine Ashton, ha chiesto clemenza, perché ‘la pena di morte è inaccettabile in tutti i casi e in tutte le circostanze’. In serata, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che si trova in visita in Cina, e il ministro degli Esteri Franco Frattini che è insieme a lui, hanno dichiarato di sostenere l’invito della Ashton. Hanno sollecitato la commutazione della pena di Aziz anche i deputati socialisti al Parlamento europeo, i francescani del Custode del Sacro Convento di Assisi e Amnesty International. ‘La pena di morte, che rappresenta l’estrema negazione dei diritti umani, non dovrebbe mai essere usata, a prescindere dalla gravità dei crimini commessi’, ha detto Malcolm Smart, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord dell’organizzazione umanitaria. Infine una mozione firmata, tra gli altri, da Emma Bonino, Adriana Poli Bortone e Lamberto Dini, chiede che il nostro governo intervenga affinché sia "evitata" l’esecuzione della condanna. Della cinquantina di gerarchi componevano il "mazzo di carte" distribuito alle forze della coalizione dopo l’invasione dell’Iraq, sono cinque, compreso lo stesso Saddam Hussein, quelli già impiccati. Se il governo iracheno rimanesse sordo alle suppliche internazionali, il prossimo sarà proprio l’ex diplomatico con il volto semi nascosto da ampie lenti da miope”.

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18. Indonesia: lo tsunami semina la morte a Sumatra

Roma - “Si è ripetuto ancora. Lo temevano tutti ed è arrivato, anche se in una scala apparentemente ridotta. Dalle viscere dell’Oceano a 20 metri di profondità, un terremoto del grado 7,7 della scala Mercalli ha attraversato le coste occidentali di Sumatra con centinaia di scosse grandi e piccole lungo l’anello di Fuoco del Pacifico, nell’enorme canale marino formato dalla faglia sotterranea che divide due continenti. L’effetto dello scuotimento - scrive REPUBBLICA - è stato un nuovo, catastrofico, tsunami. È successo la notte scorsa dopo le 9, quando gran parte degli abitanti era a casa. Per arrivare i primi soccorritori hanno impiegato 12 ore di viaggio, con gli elicotteri in gran parte bloccati dal maltempo. Nessuno ha però ancora raggiunto gran parte delle innumerevoli insenature delle isole indonesiane del gruppo Mentawai che si trovano a pochi chilometri dall’epicentro. I corpi di 113 persone sono stati ritrovati finora, ma l’ennesimo cataclisma sulle disgraziate coste occidentali dell’Indonesia ha trascinato in un inferno di acqua e di pietre altre centinaia di pescatori, turisti, appassionati di surf, animali. Almeno 10 villaggi sono stati sommersi da onde alte fino a 3 metri, uno tsunami di parecchie centinaia di chilometri inferiore a quello del 2004 ma violentemente concentrato su vasti tratti di costa frastagliata e popolosa. Ufficialmente, i residenti delle Mentawai scomparsi sono almeno 500. Di questi, molti vivevano nel villaggio di Betu Monga. ‘Delle 200 persone residenti, ne sono state ritrovate solo 40’”.

 

 

”Scene apocalittiche sono state descritte anche a Mentai, un’altra isola dove l’80% delle case sono state spazzate via e centinaia sono i dispersi. E altrettanto tragiche sono le notizie che giungono da North Pagai, altra isola vicinissima all’epicentro, dove un resort esclusivo per gli amanti del surf è stato letteralmente spazzato via. Tredici persone, molti australiani, risultano dispersi su barche quasi certamente capovolte dalle onde. Al dramma immediato dei difficili soccorsi e delle vittime, si aggiunge già l’inquietudine di una perenne precarietà: la tremenda frizione prodotta dal terremoto della scorsa notte può infatti non essere scollegata dalla contemporanea ripresa dell’attività eruttiva di uno dei più temibili vulcani del mondo (ce ne sono 129 a rischio in tutto l’arcipelago), il Monte Merapi, tra Jogyakarta e il famigerato Anello”.

“Dopo gli insistenti tentativi iniziati dal governo fin dal 23 ottobre per convincere diecimila abitanti delle faglie a evacuare in massa, solo 300 persone, donne incinta, bambini e qualche vecchio, avevano accettato di trasferirsi nei campi d’accoglienza. Ma ieri, alle 5 di mattina ora locale, un diluvio di lava e fumo di ceneri alto fino a 1500 metri ha costretto abitanti e autorità a una forsennata corsa contro il tempo per trasferire il maggior numero dei 13mila residenti. Il Merapi del resto aveva già eruttato in coincidenza con il terremoto di Jogyakarta che nel 2006 fece 5000 vittime tra la città e la costa, ma è in attività ufficiale dal 1548. Nonostante la religione islamica dominante, califfi, sultani e popolo hanno da sempre celebrato in diverse ricorrenze cerimonie d’offerta agli spiriti della montagna per risparmiare l’isola dai suoi furori”.

 (red)

I disabili? In classi separate. Purché non disturbino

I governi mentono sempre? Pazienza