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Dossier Wikileaks: gli Usa reagiscono

Chi spara a zero, come il Segretario di Stato Hillary Clinton, e chi minimizza, come il Pentagono. Ma intanto Julian Assange dichiara apertamente di temere che lo uccidano

Proprio stamani Navi Pillay, Alto segretario ONU, ha invitato a far luce sulle violazioni dei diritti umani perpetrate nella guerra in Iraq. Ma intanto arrivano le reazioni inviperite alle rivelazioni shock di Wikileaks. Hillary Clinton, Segretario di Stato Usa, ha dato il la il giorno stesso della pubblicazione dei documenti. L'ex first lady ha attaccato con parole di fuoco l'operato del gruppo di Julian Assange, fondatore e mente del sito: «Le rivelazioni mettono a rischio la vita degli americani presenti nel paese». Dello stesso parere anche il capo di Stato maggiore delle forze Usa: «Un'altra pubblicazione irresponsabile di documenti riservati rubati mette vite a rischio e fornisce preziose informazioni agli avversari». Le dichiarazioni della destra, poi, rasentano l'isteria: molti ultraconservatori sognano Assange a Guantanamo.

Dichiarazioni di questo tipo rimbalzano sui giornali di tutto il mondo, insieme ad altre di tono più morbido. Non che ci sia qualcuno, tra i vertici federali statunitensi, a elogiare il lavoro svolto da Wikileaks, ma le reazioni non seguono un'unica linea. A fronte dell'astio censorio della Clinton, altre note rilasciate dal Pentagono minimizzano l'accaduto. Sostenendo che si tratta di fatti già noti, gonfiati per motivi ben diversi dalla ricerca della verità. Anche il governo iracheno, voluto dagli americani, ha adottato in un primo momento il low profile: il portavoce del ministero dei diritti umani Kamel al Amin in un'intervista rilasciata a France Presse ha affermato che i documenti che stanno suscitando tanto scandalo non sono certo una sorpresa. Un attimo dopo però, probabilmente per meglio smarcarsi dalle forze Usa, non proprio amate nel paese, il governo di Baghdad fa sapere di aver creato una commissione d'inchiesta con lo scopo di indagare sui 70 mila file. Il Consiglio per la Sicurezza Iracheno annuncia: «Opereremo senza esitazione per scoprire se ci sono stati episodi nei quali sono stati violati i principi costituzionali».

Molto più lapidario è il capo di Stato maggiore dell'esercito Usa, che liquida il problema affermando che i dati in questione, semplicemente, non sono attendibili. Nega di aver mai fornito cifre errate sulle vittime in Iraq e conclude che, perciò, tutto questo gran parlare non ha nessun senso. Ma le perplessità rimangono. E sarebbe interessante capire, una volta per tutte, quali siano le posizioni ufficiali del governo iracheno e della Casa Bianca. Se i documenti di Assange non costituiscono una novità, se la 'notizia' non esiste, perché indignarsi così focosamente? Se invece quelli forniti da Wikileaks sono dati inediti e scottanti, perché reagire con l'aria di chi si sente ripetere per la milionesima volta la stessa storiella? 

Comunque, il dossier si è abbattuto sull'opinione pubblica mondiale – soprattutto americana e inglese – e ha già cominciato a produrre i suoi effetti. Il diffondersi della consapevolezza di comportamenti disgustosi, commessi in una guerra che già di per sé era illegittima, non tranquillizza certo i vari 'manovratori'. Per quanto larga parte dell'elettorato sembri rimanere indifferente, assuefatta e docile com'è, a una notizia così importante, è pur sempre meglio non rischiare. Per non incappare in bruschi e scomodi risvegli. 

Quanto i documenti Wikileaks diano fastidio, del resto, lo si capisce anche considerando la vita che è costretto a fare Assange. Proprio oggi Repubblica ha pubblicato un'intervista in cui l'editore confida di sentirsi in pericolo. Nel senso che teme per la sua stessa sopravvivenza. Obbligato a pagare in contanti qualsiasi cosa compri per lasciar meno tracce possibili e a cambiare la scheda del cellulare ogni pochi giorni, Assange si rende ben conto dei rischi che sta correndo. Al giornalista di El Paìs, che gli chiede quali siano i suoi maggiori nemici, risponde citando le banche, le sette dalla natura ambigua e dalla condotta assai discussa (Scientology, ad esempio) e soprattutto, com’è ovvio, l'esercito degli Stati Uniti. 

Potrebbero sembrare timori eccessivi. Resta il fatto che già nell'agosto scorso, dopo aver annunciato di voler pubblicare 15 mila documenti riservati sull'Afghanistan, il capo di Wikileaks subì un mandato di arresto per stupro da parte della procura svedese. Anche se poi fu la stessa procura a ritirarlo dopo poche ore, giudicando infondate le accuse. Commentando la vicenda, Assange chiosò «Perché queste accuse emergano proprio ora è una domanda interessante».

Così come è interessante notare che anche nel mondo cosiddetto libero, e non solo nella Russia di Putin, un giornalista d’inchiesta possa temere per la sua vita.

 

Marco Giorgerini

Secondo i quotidiani del 29/10/2010

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