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Dov’era lo Stato, mentre rapivano Abu Omar?

Processo d’appello contro Pollari & C., ma la domanda fondamentale non riguarda il loro coinvolgimento personale. Riguarda il fatto che abbiano agito oppure no di propria iniziativa

Strano processo, quello sul caso Abu Omar. Il principale imputato italiano, l’ex direttore del Sismi Nicolò Pollari, sostiene di essere innocente ma di non poterlo dimostrare a causa del segreto di Stato. Che, su questa particolare vicenda, è stato opposto sistematicamente da tutti i governi che se ne sono occupati, ovverosia tanto da Prodi quanto da Berlusconi. 

Pollari, che in primo grado se l’era cavata grazie alla dichiarazione di “non luogo a procedere”, arriva addirittura a definirsi «assolutamente estraneo alle condotte contestatemi». Allo stesso tempo, però, lamenta di non potersi difendere adeguatamente a causa del vincolo di riservatezza che gli viene imposto. Si fa una domanda retorica, «Cosa può fare un cittadino, un pubblico funzionario, un militare di fronte a ciò?», e si risponde in modo accorato: «Io finisco per subire il segreto e non me ne giovo». Il suo avvocato, Nicola Madia, replica il concetto e aggiunge qualche dettaglio: «La richiesta di condanna a 12 anni di reclusione non tiene conto delle risultanze processuali. Inoltre il Pg non riconosce che Pollari ha indicato 88 documenti dove c'è la prova della sua innocenza e che sono coperti da segreto di Stato»

La situazione è grottesca. Da una parte c’è un magistrato, il sostituto procuratore generale di Milano Piero De Petris, che spara a zero e che arriva a dichiarare che non sussistono nemmeno «le condizioni per concedere le attenuanti generiche, anche per l’elevatissima consapevolezza nell’agire degli imputati». In altre parole: questi qua sapevano benissimo che stavano violando la legge e hanno proseguito imperterriti. In sostanza, le stesse cose che disse il pm Armando Spataro durante la requisitoria in Corte d’Assise, il 30 settembre 2009, parlando di «banda Pollari-Mancini» e definendo lo stesso Pollari «il regista di un sistema criminale». Dall’altra parte c’è un imputato che sostiene di avere la bellezza di 88 documenti che lo scagionerebbero e che però, a causa del veto governativo, non si possono esibire. E infine, come se la cosa avesse smesso di riguardarlo nel momento stesso in cui ha innalzato la barriera inviolabile della segretezza, c’è appunto il governo. Vale a dire lo Stato.

Ed è proprio quest’ultima cosa a essere la più assurda di tutte. Perché non è pensabile – non è accettabile – che il segreto di Stato valga per i documenti e non per la vicenda in se stessa. Valga per i vertici politici e non per i funzionari coinvolti. Ammettiamo pure che le singole carte siano secretate, sempre che le leggi lo consentano, ma anche senza addentrarsi nei dettagli è indispensabile che il governo esca allo scoperto e risponda con la massima chiarezza alla domanda fondamentale: Nicolò Pollari, e gli altri uomini che avrebbero collaborato con lui, hanno obbedito a degli ordini o hanno fatto di testa propria? 

Poi, dopo aver risposto a questo, sarà anche il caso che ci facciano sapere, una volta per tutte, qual è il confine tra legalità e illegalità, nelle questioni che riguardano i sempre più famigerati servizi segreti. Godono di un’immunità che li pone al di sopra della legge, un po’ come la proverbiale “licenza d’uccidere” dell’agente 007? E ancora: come si comporta l’Italia rispetto alle richieste di organismi, come la Cia statunitense e il Mossad israeliano, che non esitano a compiere ogni sorta di violenze anche all’estero? Prevale la legge italiana, oppure, in nome della collaborazione tra alleati, prevale il raggiungimento dell’obiettivo con le buone o con le cattive, vedi le “extraordinary rendition” Usa e le esecuzioni israeliane ai quattro angoli del mondo? 

Attenzione: non stiamo ancora entrando nel merito, giudicando se tutto questo sia giusto o sbagliato. Stiamo solo dicendo che si tratta di chiarimenti che devono essere dati prima che si arrivi alle inchieste e ai processi. La priorità non è che il Pollari di turno  finisca in galera. La priorità è sapere se il governo gli ha armato la mano, e fino a che punto. 

 

Federico Zamboni

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