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Midterm: il candidato è di chi lo paga

Una recente sentenza della Corte Suprema, in mano ai repubblicani, ha reso legali sponsorizzazioni economiche illimitate e anonime da parte di corporation e sindacati

Mancano quattro giorni alla resa dei conti. E in attesa del 2 novembre i media americani strabordano di sondaggi. In Rete si può reperire di tutto: applicazioni, portali, social network consentono di seguire l'iter dei finanziamenti alla campagna elettorale, sapere (o illudersi di sapere) chi e perché sta sostenendo un determinato candidato, disporre di un database su cui verificare i trascorsi e le affermazioni di ogni politico. Tutto questo “circo mediatico” avrà presto fine, e presto tutto il mondo conoscerà il peso reale dei due partiti contrapposti e il futuro dell’amministrazione Obama.

A ben guardare, però, già ora si ha la sensazione che di reale ci sarà ben poco nella tornata elettorale di medio termine. Una lunga inchiesta del New York Times, infatti, sta gettando ombre inquietanti sull’intero sistema americano. Una recente sentenza della Corte Suprema, attualmente in mano ai repubblicani, ha reso legali sponsorizzazioni economiche illimitate e anonime da parte di corporation e sindacati a favore di singoli candidati o dei partiti in lizza. Di fatto, nel paese del dio-dollaro, chi ha le risorse può comprarsi le elezioni, permettendosi anche di non uscire mai allo scoperto.

La trasparenza dei contributi elettorali è sempre stata un punto di forza del sistema americano, almeno agli occhi di noi italiani, abituati ai mille misteriosi rigagnoli che da imprese e gruppi di interesse sfociavano nelle casse dei vari partiti o dei vari leader. Grazie alla sentenza della Corte Suprema, per una volta sono gli USA ad allinearsi all’Italia. La Camera dei Rappresentanti, in mano ai democratici, ha tentato recentemente di approvare una legge che obbligava i finanziatori a palesarsi negli spot elettorali, ma la norma è stata bloccata al Senato, dove la maggioranza è repubblicana. Il presidente stesso, nelle sue peregrinazioni promozionali per il paese, si è lamentato di questa anomalia. Ma a nulla serve: i suoi avversari marciano a tappe forzate in una campagna elettorale col turbo.

Abbiamo già rilevato la mobilitazione che i repubblicani, a confronto con gli “spompati” e delusi democratici, stanno riuscendo ad esprimere. Profittando del regime istituito dalla sentenza della Corte Suprema, il loro iperattivismo si sta manifestando anche nella raccolta di fondi. È in atto un blitz elettorale senza precedenti per assicurare la vittoria ai propri candidati: le lobby conservatrici stanno mettendo in campo uno sforzo straordinario per spingere al traguardo un’ottantina di candidati repubblicani in altrettante gare chiave. Si tratta di un’offensiva da 45 milioni di dollari, coordinata dall’American Action Network e da altri simpatizzanti di Karl Rove, ex spin doctor di George W. Bush. E il fatto centrale è che nessuno sa da dove provengano i soldi.

Come aggravante, la sentenza consente l’intervento finanziario anche dall’estero. Ed è accertato che corporation straniere stanno foraggiando ampiamente il fronte repubblicano. Tra queste, in prima fila, la ben nota British Petroleum, responsabile del disastro ambientale nel Golfo del Messico, che ha rinunciato all’anonimato, annunciando esplicitamente (e, diciamolo, sfacciatamente) che sosterrà tutti i candidati repubblicani che negano il problema del cambiamento climatico. Alla BP si affiancano molti dei colossi di Wall Street che, nonostante i salvataggi approntati da Obama, voltano le spalle al loro benefattore e stanno riversando milioni di euro nelle casse dei repubblicani.

Di contorno, prosegue l’ondata populista, quella che, tramite il Tea Party, si appella agli istinti più viscerali del popolo americano, ad esempio difendendo a spada tratta il giornalista Juan Williams, licenziato dalla Fox News Channel per una frase antislamica. Ma al centro di tutto rimane il fatto che la più potente democrazia occidentale è di fatto in vendita. E i compratori sono i grandi gruppi di interesse americani e internazionali. Oggi, con la possibilità dell’anonimato, spadroneggiano molto più di prima, quando l’obbligo di chiarire la provenienza dei contributi induceva ad avere ancora delle remore e poteva aiutare l’elettorato a orientare consapevolmente le proprie scelte. Prima, per lo meno, era chiaro in rappresentanza di quali interessi senatori, deputati e presidente parlassero. Stavolta non più. Un andazzo che rende le elezioni ancora di più un rito svuotato del suo valore democratico. Un po’ come accade in Italia.

 

Davide Stasi


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