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Myanmar. Un’altra farsa sui diritti umani

Il regime annuncia la possibile liberazione di Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione perseguitata da 20 anni. Ma non c’è da giurarci

A novembre si tornerà a votare in Myanmar, l’ex Birmania. L’ultima volta risale al 1990. La giunta militare che governa il Paese ha dichiarato che forse libererà Aung San Suu Kyi, prigioniera da quasi vent’anni. La donna, leader della Lega Nazionale per la Democrazia, il partito d’opposizione birmano, è perseguitata dal regime proprio dal 1990: il suo partito aveva trionfato alle elezioni ma i militari rovesciarono con la forza il verdetto delle urne e imposero la dittatura. Nel ’91 Kyi vinse il Premio Nobel per la pace e, da quel momento, la sua vicenda si è trasformata in un “caso” mediatico sul quale concentrare ad intermittenza l’attenzione della comunità internazionale, Usa e Ue in primis.

In questi giorni si ricomincia. Telecamere accese sulla situazione a Myanmar e, nello specifico, sull’ordinaria violazione dei diritti umani. Gli Stati Uniti, come sempre, sono i primi ad intervenire e, sulla possibile scarcerazione dell’attivista, si dicono scettici. Il portavoce del dipartimento di Stato, Philip Crowley, parla di «vile manipolazione. Vogliono far credere che potrebbero liberarla dopo elezioni che hanno ben poca possibilità di essere giuste e credibili».  

Da parte sua, la giunta militare ha approvato nel 2008 una nuova costituzione che assegna un quarto dei seggi del parlamento ai militari e, cosa più importante, impedisce a chi è stato in prigione, di ricoprire cariche parlamentari. Quindi, se Suu Kyi dovesse davvero essere liberata, non sarebbe più un problema per il regime; e se invece dovesse diventarlo, la giunta non si farebbe certo scrupoli nel rispedirla ancora una volta agli arresti. Nel corso degli anni, infatti, più volte è stata concessa una temporanea libertà a Suu Kyi, e ogni volta varie imprese occidentali si precipitavano in Birmania ad investire e ad accaparrarsi i numerosi giacimenti di petrolio e gas. Tra i nomi di maggior spicco, la statunitense Chevron. 

Nel frattempo, però, il regime non si è mai trasformato in una democrazia. E, quando i finanziamenti stranieri si esaurivano, Suu Kyi finiva di nuovo agli arresti. Ancora una volta, il business prima di tutto. Inutile appellarsi alle Nazioni Unite; le risoluzioni che condannerebbero il governo di Rangoon e i suoi innumerevoli massacri della popolazione birmana, (si parla di più di 4 mila morti ammazzati), verrebbero immediatamente bloccate dal veto della Russia o della Cina. Quest’ultima, con un commercio bilaterale di quasi tre miliardi di dollari, è infatti il terzo più grande investitore e partner commerciale della Birmania, dopo Singapore e la Thailandia. A giugno, la compagnia petrolifera, China National Petroleum, ha iniziato i lavori per la costruzione di un oleodotto doppio di petrolio e gas. 

Pechino appoggia le elezioni di dicembre, anche se sulla questione di Suu Kyi evita qualsiasi ingerenza. L’Occidente sbraita secondo copione. Ma lo scopo è in comune e non ha niente a che vedere con i “diritti umani”.

 

Pamela Chiodi

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