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Nessun futuro, senza programmazione

Dalla disoccupazione alla crisi della famiglia: si parla di dati e si lanciano allarmi, ma nessuno mette in chiaro come si pensa di uscirne 

In Italia la disoccupazione reale si attesta attorno all’11%. Lo ha ribadito il governatore della Banca d’Italia Draghi, lo aveva già detto l’ufficio studi della CGIA, ma finalmente se ne sono accorti anche al Governo. E dopo le acide negazioni dei giorni scorsi da parte del ministro del Lavoro Sacconi e del suo collega al Tesoro Tremonti, è proprio quest’ultimo ad ammettere che, sì, la cifra tanto temuta non è né “esoterica” né “ansiogena”, come l’avevano frettolosamente definita, ma fotografa la realtà dei senza lavoro, degli scoraggiati, dei sottooccupati, di chi “tira a campà”. Un dato che ci pone ben oltre la Germania e l’Inghilterra e appena alla pari con la Francia, in quella che rimane una crisi micidiale per tutto il sistema sociale occidentale. 

A fronte di un panorama lavorativo tutt’altro che rassicurante, stona quindi non poco l’euforia con la quale il ministro Brunetta annuncia entro il 2013 tagli per 300.000 posti nella pubblica amministrazione. Si tratta, per completezza di analisi, di una riduzione dovuta a più fattori: “misure in materia di blocco del turn-over, contratti di lavoro flessibile e collocamento a riposo” pari ad un calo di unità dell'8,4%.

Ora, nessuno finge di ignorare che la macchina della pubblica amministrazione è diventata elefantiaca per il suo utilizzo più da ammortizzatore sociale che per reali necessità di lavoro (oltre 3,5 milioni di dipendenti sembrano davvero molti, se paragonati ad es. alla Gran Bretagna che a parità di popolazione ne ha poco più di 2 milioni). Ma non vorremmo, in questo momento davvero fragile, che all’assoluta incapacità gestionale che ci ha portati a questa crescita abnorme (con conseguente sperpero di risorse collettive) facesse seguito un’analoga incapacità nel programmare la creazione di posti di lavoro alternativi, con l’inevitabile risultato di produrre altri disoccupati con effetti a catena ben prevedibili.

In assenza di attente valutazioni e pianificazioni, intanto, si sta anche rischiando di perdere anche l’ultima àncora rimasta al sistema Italia che, se finora ha resistito, lo deve soprattutto a quelle reti di mutuo soccorso famigliare – come più volte riconosciuto dagli stessi esponenti di governo – che hanno permesso di sottostimare o addirittura ignorare la portata del disastro economico abbattutosi sul Paese. Un’assistenza reciproca che ha permesso ai genitori di aiutare i figli e viceversa, ma che adesso sta mostrando la corda. 

La famiglia, denuncia infatti la Conferenza episcopale italiana, «per molti versi si ritrova “tradita” dalla mancanza di adeguati sostegni culturali, sociali, fiscali ed economici; è lasciata sola, alle prese con la difficoltà di conciliare i propri tempi con quelli dell'impegno lavorativo, disincentivata alla procreazione da un sistema fiscale che non la sostiene».

E in effetti, le notizie che continuano a rincorrersi accentuano questa impressione: disoccupazione alle stelle, facili entusiasmi per la riduzione dei posti di lavoro nella pubblica amministrazione, tasse locali in aumento in molte regioni per far fronte ai tagli della spesa pubblica sbandierati dallo Stato. Tutto necessario, certo. Tutto dovuto. Ma la parte propositiva dov’è?

Come sa bene anche l’ultimo degli operai edili, a buttare giù si fa presto. Però, se mancano i progetti, non verrà edificata nessuna casa, ma rimarranno solo le macerie di ciò che è stato abbattuto.

 

Massimo Frattin

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