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Pensioni atipiche di un mondo tipico

Gli ultimi dati confermano un luogo comune già diffuso: i giovani precari di oggi avranno una pensione da fame. Chiamateli pure “atipici”, “parasubordinati” o, come si dice in gergo, “co.co.co” e “co.co.pro”, i lavoratori dell’ultima generazione, schiavizzata dal pacchetto Treu del 1996 (centrosinistra) e dalla legge Biagi-Maroni (centrodestra), corrono il serio rischio di percepire un assegno mensile equivalente, se va male, al 36% del loro ultimo reddito, in media già basso, o se va bene al 62% (dati Corriere della Sera, studio Progetica, società di consulenza finanziaria). Secondo la Cgil, ipotizzando come maggiormente rappresentativi i casi di un lavoratore che abbia cominciato a versare i contributi nel ’96 e di uno che inizi nel 2010, entrambi a 1240 euro al mese e che vadano in pensione a 65 anni, la cifra percepita oscillerà fra i 508 e i 601 euro mensili, una miseria. 

È la fotografia numerica del fallimento di questo modello sociale. Ci culliamo ancora nell’illusione che il Welfare State, concepito e realizzato in un’altra era geologica, quella del boom degli anni Sessanta, possa continuare ad esistere così com’è. Ma non soltanto non è più sostenibile sotto il profilo finanziario, dato che l’indebitamento degli Stati, tiranneggiati dal debito bancario, non consente più una previdenza pensionistica di quel livello. Ciò che costituisce un elemento di radicale rottura rispetto al passato è la distruzione del lavoro come fonte di sicurezza per il reddito e di conseguenza per un progetto di vita. Facendo letteralmente “a pezzi” l’impiego, parcellizzandolo, privandolo di garanzie sui diritti e sui tempi, trasformandolo in una concessione del datore di lavoro che vi ricorre a suo piacimento come una merce qualsiasi, è tramontata l’occupazione come pilastro della fiducia che lega le classi sociali e le classi d’età. Il ragazzo che oggi ha trent’anni paga i contributi e sa che con essi a malapena sopravvivrà quando sarà vecchio. Chi è sulla soglia del ritiro, dal canto suo, da vent’anni a questa parte, per ottemperare ai diktat della competizione globale, vede aggredito il suo diritto acquisito ad una pensione decente. L’effetto congiunto è una crisi di futuro: l’avvenire non è più vissuto con una ragionevole serenità basata su quanto si è dato alla collettività, ma come un pauroso nulla, un’incertezza considerata ormai inesorabile fatalità.

Allora che senso ha la pensione? Perché questa fatica di Sisifo, questa rincorsa ad una promessa che già si presume grama e ingiusta? Tanto vale abolirla. Se l’assenza di certezze, di stabilità, di un’àncora a cui aggrapparsi è diventata la regola ferrea della società liberal-liberista, persistere nell’agitare agli occhi del popolo bue il miraggio di una vecchiaia retribuita è un’altra, ennesima, menzogna. Non fosse che sono proprio i pensionati attuali, che godono del reddito pro-capite di trenta-quarant’anni fa, a salvare i loro figli e nipoti con le pezze al culo, verrebbe da dire: a morte la pensione. A patto, sia ben chiaro, che non venga sostituita con un saccheggio sistematico da parte delle assicurazioni private attraverso la previdenza integrativa. Ma almeno finora questa non è decollata, perché gli italiani non si fidano. E fanno bene. Probabilmente, quando lo Stato abdicherà del tutto ad essere uno Stato sociale, si tornerà all’usanza di tenere i vecchi in casa. E forse sarebbe meglio così, per tutti. Per i futuri adulti, che dovrebbero riscoprire la responsabilità, ma anche l’utilità, della famiglia. E per gli anziani, che ritornerebbero ad avere un ruolo e un senso. I primi sostenterebbero i secondi secondo un legame diretto, senza la mediazione statale. I secondi contraccambierebbero con la loro stessa presenza, un tempo vista come necessaria nella micro-comunità familiare. Tutto ciò, come potete immaginare, implicherebbe il crollo di un’intera cultura, quella giovanilistica e individualistica, consumistica ed economicistica, che è la cifra stessa della modernità sull’orlo del baratro. 

 

Alessio Mannino

 

Di pensioni abbiamo parlato anche qui: In pensione a 100 anni

 


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