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Brasile, la sorpresa ecologista

Il dopo Lula: la Rousseff verso la presidenza. Rivelazione Silva

di Marco Giorgerini

 

In Sud America il liberismo non sta vivendo un periodo felice. Di pochi anni fa è la nazionalizzazione dei fondi pensionistici in Argentina, in Bolivia il socialista Morales si è guadagnato il 63% dei consensi alle presidenziali del 2009, il venezuelano Chavez è uscito vincente dalla tornata elettorale di una settimana fa, e potremmo continuare. Adesso è la volta del Brasile, già da anni deciso avversario del capitalismo selvaggio e poco intenzionato a cambiare percorso.

Al primo turno delle elezioni presidenziali che hanno avuto luogo domenica è uscita vincente Dilma Rousseff, delfina di Lula. I risultati però non hanno pienamente confermato le aspettative dei sostenitori del Partito dei lavoratori (Pt), e la speranza dell'ex guerrigliera e donna forte dello stesso Pt di raggiungere la maggioranza assoluta sì è rivelata vana. A lei vanno “solo” il 47% delle preferenze.  

José Serra, candidato di punta del Partito socialdemocratico, si attesta intorno al 33%. Il vero dato imprevedibile, che farà come sempre riflettere i sondaggisti dispensatori di precisissimi grafici, sta nel consenso riscosso dall'esponente del Partito Verde Marina Silva. Ora sarà lei, forte del suo 19 per cento, l'ago della bilancia. A questo punto, infatti, non resta che attendere il ballottaggio  previsto per il 31 ottobre. Non sembra del tutto scontato l'appoggio di Silva al Pt, anche se ad oggi questa appare senza dubbio l'ipotesi più probabile.

In questo clima di entusiasmi trattenuti, di dichiarazioni a mezza voce, di spumanti tenuti da parte in attesa del verdetto definitivo, emerge un elemento che risulta incontestabile: il presidente uscente Lula è riuscito, in 8 anni di doppio mandato, a far rientrare nell'alveo delle scelte inevitabili e condivisibili dalla grande maggioranza della popolazione quelle che all'inizio sembravano idee frutto di una consistente e ben connotata, ma pur sempre limitata, base politica. Non si tratta qui di interpretazioni: lo stesso Serra si è ripetutamente detto fautore di un “lulismo senza Lula”.

Nel 2002, durante i primi mesi della presidenza Lula, la paura del socialismo provocò un'ingente fuga di capitali e un'assoluta diffidenza verso i titoli di stato brasiliani. Ora, dopo due legislature, il Brasile si riscopre fiducioso e guarda al futuro con ottimismo. Tra quattro anni ospiterà i Mondiali di calcio, tra sei i Giochi olimpici, nel 2012 dovrebbe esser completata l'autostrada Transcontinentale. L'economia del Paese è in ascesa: una ridotta dipendenza economica da paesi non latinoamericani ha fatto da protezione contro il “denaro tossico” generato in Usa e in Europa.

Il progetto destinato a combattere la povertà lanciato da Lula (piano Fome Zero, poi ribattezzato Bolsa Familia) si è rivelato un successo, e insomma possiamo immaginare che l'influenza dell'ormai ex primo ministro si farà sentire piuttosto a lungo. Dilma Rousseff, del resto, è andata incontro a un accentuato incremento della percentuale di gradimento proprio da quando Lula l'ha presa pubblicamente sotto la sua ala protettrice, condividendo con lei, negli ultimi mesi, ogni palco di ogni convention. Il risultato inferiore al previsto è in buona parte dovuto a uno scandalo, per corruzione, che recentemente ha coinvolto il suo braccio destro Erenice Guerra.

Considerato che anche Josè Serra afferma di avere ideali di sinistra, il dato di fatto è che nessun partito che si definisca di destra ha candidato un proprio rappresentante alla carica di presidente. Il Pmdb, formazione a base cattolica e liberale, ma non privo di blandi orientamenti socialisti, è stato inglobato da Lula all'interno del suo partito.

Quanto a Marina Silva, fino a due anni fa è stata ministro dell'ecologia in entrambi i governi guidati da Lula. Diede le dimissioni in seguito a divergenze col capo del governo riguardanti il limitato sostegno ricevuto nella lotta su tematiche ambientali come il disboscamento dell'Amazzonia. Ora si pone come un'alternativa a Lula, con un programma incentrato sull'ecologia ma anche sulla lotta alla povertà e a quell'analfabetismo che resta tra i massimi problemi che il Brasile deve affrontare.

Vada come vada, in attesa di sapere chi sarà il nuovo presidente per una volta possiamo smentire con piacere Noam Chomsky, che nel 2003 ebbe a dire, riferendosi al nuovo corso socialista che si profilava in Brasile, «Qui non funzionerà mai».

 

Marco Giorgerini

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