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Messina si oppone al Ponte sullo Stretto

Piuttosto, sarebbe il caso di mettere in sicurezza il territorio

 

Si è tenuta sabato 2 ottobre a Messina una manifestazione che ha visto migliaia di persone opporsi al progetto del governo di costruire il ponte sullo Stretto omonimo. Cittadini comuni che, forse saturi di propaganda ed alti proclami, attraverso la Rete No Ponte (che ha organizzato l’iniziativa) hanno chiesto al governo “del fare” di «usare i fondi pubblici dell’opera sullo Stretto per mettere in sicurezza il territorio». Tale manifestazione ha voluto anche ricordare il primo anniversario di una delle più gravi tragedie italiane mai viste, l’alluvione che il primo ottobre del 2009 travolse il villaggio di Giampilieri e la cittadina di Scaletta, sempre in provincia di Messina, causando 37 morti. 

Una tragedia tipicamente italiana, provocata dal continuo rinvio della messa in sicurezza di un territorio da sempre a rischio frane e smottamenti, a maggior ragione da quando un'edificazione selvaggia si era impossessata di una collina che, completamente disboscata, era ormai incapace di assorbire la pioggia e di rendere stabili i terreni. Una tragedia che, per molti, è stata responsabilità di politici ed amministratori locali, i quali hanno favorito una speculazione edilizia che ha portato alla costruzione abusiva (ed all’immancabile condono) di numerosi edifici, alcuni dei quali addirittura nel letto di un torrente. 

La settimana scorsa è stato lo stesso Presidente del Consiglio a dedicare al Ponte sullo Stretto un lungo passaggio del suo autocelebrativo intervento al Senato, affermando che «entro dicembre sarà pronto il progetto esecutivo, già molto avanzato, del Ponte di Messina». Grande opera che nei sogni del governo e delle ditte appaltatrici dovrebbe rappresentare “un orgoglio tutto italiano”.  Berlusconi ha infatti ammesso in Parlamento di avere fatto “molti sforzi” per evitare la partecipazione all’appalto di grandi imprese straniere, tanto da affermare: «Avevo personalmente, con il sottosegretario Letta, partecipato a 32 riunioni per il varo di questo piano, sino a giungere all’appalto, che è stato dato»

Un’esternazione che ha portato Donatella Poretti e Marco Perduca, due senatori dei Radicali, a presentare un’interpellanza urgente alla presidenza del Consiglio dei ministri, dato che a loro avviso «Berlusconi si è autodenunciato per avere diretto la gara d’appalto per il Ponte di Messina, e ha candidamente ammesso di avere fatto di tutto per evitare che alcune imprese partecipassero solo perché straniere, ma anche che vincesse una italiana». «Berlusconi dovrà spiegare in aula», hanno continuato i due senatori, «in cosa sono consistiti i suoi “molti sforzi”, e se le 32 riunioni citate erano state fatte per arrivare ad un appalto realizzato su misura per la cooperativa di imprese».

Ad insospettire Poretti e Perduca, e forse a portare la Rete No Ponte ad organizzare il Corteo nazionale contro l’opera, è il fatto che a guidare il general contractor della stessa sia ancora una volta Impregilo; impresa che, coinvolta nell’inchiesta della procura di Monza su presunti reati societari, è stata messa in difficoltà da un’intercettazione telefonica nella quale l’economista Carlo Pelanda, rivolgendosi a Paolo Savona (ex presidente dell’azienda), si dichiarava sicuro che la gara per il Ponte sullo Stretto l’avrebbe vinta la stessa Impregilo. Una telefonata avvenuta un giorno prima dell’apertura delle offerte, nella quale Pelanda sosteneva di avere avuto assicurazioni del probabile esito della gara «dal senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri».

Quando i magistrati interrogarono il Savona, questi affermò che quella del Prof. Pelanda (editorialista de Il Foglio e de Il Giornale, nonché amico intimo di Dell’Utri) era una “legittima previsione”. «Il professor Pelanda mi stava spiegando che noi eravamo obiettivamente il concorrente più forte», concluse. Se il più forte grazie agli “sforzi” di Berlusconi o grazie alla capacità dell’azienda di vincere molti fra gli appalti pubblici più importanti d’Italia resta ancora da capire.

Resta il fatto che i cittadini messinesi hanno molte ragioni per chiedere che i loro soldi vengano spesi per mettere in sicurezza il territorio, invece che in opere dalla dubbia utilità per la collettività. Come sarebbe un ponte che, in una zona ad elevato rischio sismico, collegherebbe due regioni in cui non curanza ed abusivismo hanno trasformato una pioggia un po' più intensa in un’alluvione. Due regioni che, anche se unite da quello che batterebbe tutti i record diventando il ponte a campata unica più lungo del mondo, si troverebbero a collegare due reti autostradali da sempre incomplete ed inefficienti.

 

Andrea Bertaglio

 

Meno consumi e più debiti per le famiglie italiane

Secondo i quotidiani del 05/10/2010