Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 05/10/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – Editoriale di Sergio Rizzo: “L’umiliazione di Pompei”. “Il Vaticano accusa il Nobel”. Fotocolor: “La Liguria sott’acqua da Genova a Savona”. A centropagina: “Romani ministro dello Sviluppo. Gelo del Quirinale sulla scelta”. “Le riserve del Colle dopo cinque mesi di attesa”. In basso: “‘Solo influenza’. Era setticemia, muore”. In un riquadro: “La vera integrazione passerà dalle donne”. “Superpoteri alla Moratti per le aree dell’Expo”.

LA REPUBBLICA – “Il Vaticano contro il Nobel”. Commento di Miriam Mafai: “L’ultimo anatema sulla scienza maligna”. “Dopo cinque mesi Romani allo Sviluppo. Il Pd: è uno scandalo”. Commento di Massimo Giannini: “Saldi di fine regime”. A centropagina: “Allarme conti pubblici, il deficit al 6,1% del Pil”. Fotocolor: “Le carrette dei clandestini ora approdano nel Lazio”. In un riquadro: “Quel blog di Cosa nostra che fa paura a Schifani”. In basso: “I mille minuti del premier nei tg”. “Quando gli uomini uccidono le donne”. In un riquadro:”Pioggia e fango, Liguria in tilt”.

LA STAMPA – “Dopo cinque mesi c’è un ministro per lo Sviluppo”. “Se ci fosse un progetto per il futuro”. Fotonotizia: “Un inferno di fango investe la Liguria”. A centropagina: “Un Nobel per i figli in provetta”. In un riquadro: “Le mani dei russi su Wind”. In basso: “L’Europa in buca”.

IL GIORNALE – “Decidetevi: pace o voto subito”. Fotocolor: “C’è la conferma: Fini trama da due anni”. “Che cosa insegna al centrodestra quella lapidazione”. A centropagina: “‘Per alcuni pm spiare è un’abitudine’”. In basso: “Era ora, Edwards ha dato gioia a milioni di famiglie”. “Ma adesso per colpa sua la vita è solo un numero”.

IL TEMPO – Editoriale di Ruggero Guarini: “C’è un’Italia scoperta da Berlusconi”. “Fini voleva indagare i pm”. Fotocolor: “Tribunolis”. “Nobel al padre della provetta. No del Vaticano”. A centropagina: “Sanità e nomine. Polverini attaccata dal centrodestra”. In basso: “Carretta di clandestini spiaggiata a Latina”.

L’UNITA’ – Fotonotizia: “L’eretico”. In basso: “Migranti, in 150 sbarcano a Latina. Beffati i controlli”. “Prove d’intesa tra Pd, Udc e Fli per affossare il ‘porcellum”.

LIBERO – Editoriale di Maurizio Belpietro: “La lotta continua di Travaglio a noi moderati”. Fotonotizia: “Marcia su Roma”. A centropagina: “Assedio a Fini a colpi di riforme”. In un riquadro: “Romani è ministro, ma sarà vera gloria’”. “Tutti i peccati del pm accusato da Silvio”. In basso: “E’ il re della Moschea l’uomo che ha lapidato la moglie”. “Il Nobel alla provetta dato per far arrabbiare la Chiesa” In un riquadro: “Se la guerrigliera diventa premier scordiamoci di Cesare Battisti”. “Grandi pulizie. Lo Ior chiude 120 conti imbarazzanti”.

IL MESSAGGERO – “Vaticano, attacco al Nobel”. In un riquadro: “‘Io, prima italiana in vitro adesso studio gli embrioni”. “Fermiamo l’eccesso di rigore fiscale”. Fotocolor: “Immigrati, le nuove rotte: decine di nordafricani sbarcano alle porte di Roma”. A centropagina: “Romani ministro, gelo del Colle”. In un riquadro: “Priebke libero a Roma, fa la spesa al supermercato”. In basso: “La Lazio capolista diventa un modello”. “Cinema, una risata unisce l’Italia”.

IL SOLE 24 ORE – Editoriale di Alberto Orioli: “La vera agenda che serve al paese”. “Un’alleanza per la crescita”. In un riquadro: “Il governo sceglie 28 opere prioritarie”. “Quel Nobel alla ricerca che irrita il Vaticano”. A centropagina Fotocolor: “Wind alla russa VimpelCom”, “In vista 1,7 miliardi per novemila ricercatori”. In basso: “Dentista, libri e bistecche ai dipendenti Luxottica”. (red)

 

2. Paolo Romani è il nuovo ministro allo Sviluppo

Roma -

“Habemus ministrum... Qualche minuto dopo le 19, Paolo Romani, accompagnato dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, giura davanti al capo dello Stato, Giorgio Napolitano, come nuovo ministro dello Sviluppo economico – riporta il CORRIERE DELLA SERA -. Romani subentra allo stesso Berlusconi che ha tenuto l’interim di quel dicastero dopo le dimissioni, lo scorso 4 maggio, di Claudio Scajola, travolto dalle polemiche sulla sua casa nei pressi del Colosseo. Romani, 63 anni, milanese — già viceministro — è stato fortemente voluto dal premier. Berlusconi, nei cinque mesi passati, aveva fatto il suo nome e alla fine ieri l’ha avuta vinta sulle perplessità che circolavano su di lui. Ora il neoministro dovrà occuparsi della questione nucleare. Stando ad alcune indiscrezioni il senatore Guido Possa dovrebbe essere nominato viceministro con delega al nucleare. In questo quadro l’oncologo Umberto Veronesi potrebbe diventare presidente dell’Agenzia per la sicurezza nucleare. Qualora quest’ultimo rinunciasse, l’incarico potrebbe essere assegnato a Possa. Tra gli altri dossier in primo piano ci sono la vertenza Fiat (legata al progetto ‘Fabbrica Italia’), il rinnovo del contratto di servizio per la Rai e la rete a banda larga. L’attività professionale di Romani, prima di scendere in politica nel 1994 con Forza Italia, si è svolta nel campo televisivo ed è stato tra i pionieri dell’emittenza privata. Nel 1974 contribuisce alla nascita di Tvl, due anni più tardi fonda Milano tv e la dirige sino al 1985. Tra il 1986 e il 1990 è amministratore di Telelombardia e dal 1990 al 1995 è l’editore di Lombardia 7”.

“Ed è appunto questo profilo di esperto in telecomunicazioni che fa dire alla senatrice del Pd, Anna Finocchiaro: Romani non è idoneo a causa del conflitto di interessi. ‘Non si intende molto di vertenze aziendali e di crisi d’impresa — sostiene — ed è quindi improbabile che riesca a riparare i danni di cinque mesi di sostanziale assenza del governo nel periodo più acuto della crisi economica’. Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, aggiunge: ‘Bisogna vedere se esiste ancora il ministero dello Sviluppo, che in cinque mesi è stato fatto a pezzi’. Positivi invece i commenti della maggioranza e quelli che si raccolgono tra le categorie. Emma Marcegaglia (Confindustria) gli rivolge ‘un "in bocca al lupo" e gli chiediamo di diventare operativo’. Luigi Angeletti (Uil) rileva che ‘Romani ha fatto già il viceministro, non deve quindi inventarsi una politica’. Carlo Sangalli (Rete Imprese Italia) è convinto che ‘saprà riprendere la piena operatività di un dicastero così importante’ e auspica che dedichi ‘particolare attenzione e impegni concreti a favore delle P mi ‘ . Anche Paolo Galassi (Confapi) – conclude il CORRIERE -, fa notare che ‘si tratta di un uomo capace e da sempre attento ai problemi delle Pmi, in grado di proseguire con altrettanta professionalità il lavoro svolto fin qui, ad interim, dal premier Berlusconi’. ‘Romani? — si domanda sarcastico Pier Ferdinando Casini dell’Udc —. Avrei preferito Fedele Confalonieri sia per la sua conoscenza del mondo dell’impresa, sia per la sua conoscenza del mondo televisivo’”.

 (red)

 

3. Romani, la nomina non scioglie il gelo del Quirinale

Roma -

“Una atmosfera di gelida perplessità regnava ieri sera nella Sala della Pendola del Quirinale durante la peraltro frettolosissima, quasi spicciativa, cerimonia del giuramento da parte del nuovo ministro dell’Industria, Paolo Romani – riporta LA STAMPA -. Napolitano, cosa insolita, si è fatto attendere per qualche minuto, mentre Silvio Berlusconi, trattenuto da Gianni Letta, ingannava l’attesa scherzando amaro con i giornalisti: ‘Volete che vi racconti una barzelletta?...’. Della nomina di Romani -hanno informato le fonti- il Presidente della Repubblica ha ‘preso atto’, a ulteriore conferma del fondato sospetto che avrebbe preferito un’altra scelta. Del resto era diffusamente trapelato e mai smentito che Giorgio Napolitano l’aveva bocciata la prima volta che il premier gliel’aveva proposta, sottolineando la situazione di possibile conflitto di interessi che si sarebbe venuta a determinare con la nomina di un imprenditore nel campo delle tv private a garante, tra l’altro, di un buon funzionamento del sistema televisivo. La successiva lettera di Romani alla Commissione Antitrust per assicurare la sua attuale estraneità a Mediaset, accolta senza obiezioni, ha consentito a Berlusconi, ansiosamente alle prese con un interim che aveva promesso ‘brevissimo’ e si trascinava invece da 154 giorni senza l’emergere di un altro candidato praticabile, di fare un nuovo tentativo. Non avendo più un solido argomento per opporsi, Napolitano, che più volte aveva sollecitato la necessità di colmare quella vacanza, ha preso per buona la professata buona fede di Berlusconi e Romani, ma si è ben guardato dall’esprimere soddisfazione perché finalmente la sua richiesta era stata esaudita. Con queste premesse e con alle spalle il triste ricordo dell’inutile giuramento di Brancher, si può ben capire come la cerimonia di ieri non sia stata calorosa”.

“Ed è certamente significativo che Napolitano e Berlusconi non si siano praticamente parlati. Nessun incontro riservato, nessun appartarsi per condividere qualche nuovo sviluppo della situazione e neppure, quindi, alcuna osservazione del Presidente sull’ultima uscita del premier a proposito di una commissione di inchiesta parlamentare per scoprire se all’interno della magistratura alberghi un complotto antidemocratico. Al di là del merito della proposta, che difficilmente può incontrare il favore del Capo dello Stato, a Napolitano ha certamente dato fastidio che Berlusconi non gliela avesse anticipata nel loro ultimo incontro di venerdì scorso. Questo gli ha confermato la convinzione che il premier sia un interlocutore poco affidabile e ha giustificato il silenzioso scetticismo con cui ormai lo ascolta nei loro colloqui privati, compreso, appunto, quello di venerdì scorso. E gli ha anche rafforzato la convinzione che Berlusconi il più delle volte improvvisi, tendenza che getta poi una luce particolare su questa sua ultima proposta, presentata in modo da poter essere difficilmente ricevibile e dunque destinata quasi esclusivamente ad acuire la tensione intra-istituzionale. È precisamente quello che Napolitano raccomanda continuamente a tutti di non fare, in particolare sulle questioni attinenti alla giustizia, per la quale ancora venerdì scorso, in una lettera all’Unione delle Camere Penali, ha chiesto ‘interventi non disorganici, né settoriali, ma di ampio respiro’, messi a punto dopo ‘un confronto scevro da sterili contrapposizioni’. Se il gelido silenzio adottato ieri nei confronti del premier è certamente un segno dell’irritazione di Napolitano – conclude LA STAMPA - è però più che probabile che nei prossimi giorni, alla prima occasione e attenendosi ovviamente alle ‘buone regole appropriate’, il Presidente invece parli e faccia sapere cosa pensa di un’idea come quella di un commissione d’inchiesta sulla magistratura in quanto tale e nel suo insieme”.

 (red)

 

4. Romani, ecco i dossier che dovrà affrontare

Roma -

“Giorni durissimi attendono il nuovo ministro dello Sviluppo Economico. Paolo Romani dovrà fare i conti con i dossier che si sono accumulati sulla scrivania del suo predecessore Claudio Scajola – riporta REPUBBLICA -. In questi 153 giorni di blackout, nessuno ha risposto alle pesanti crisi aziendali che chiedono sostegno al governo. Segnali deboli sono partiti dalla sede di Via Veneto in direzione delle piccole e medie imprese, cioè dei "muscoli" che muovono economicamente il Paese. Nemmeno le nomine di nuovi membri di agenzie governative, uno dei piatti più golosi a disposizione di un governo, hanno trovato risposta. Ebbene, questi e molti altri temi impegneranno Romani nei prossimi mesi. I più urgenti riguardano le vertenze. I tavoli attorno ai quali si sono sedute molte aziende in difficoltà sono circa duecento, parte dei quali riguardano situazioni sull'orlo dell'amministrazione. In questi cinque mesi, le direzioni del ministero impegnate sulle questioni più calde hanno fatto quanto possibile. Ma sullo sfondo ci sono vere e proprie emergenze nazionali che hanno bisogno di una figura dotata di piena responsabilità politica: su tutti c'è lo stabilimento Fiat di Termini Imerese, ci sono la Merloni e l'Indesit (dopodomani si terrà un nuovo incontro), ci sono macigni come Fincantieri e Tirrenia. In coda, davanti alla porta del suo studio al primo piano del ministero, Romani troverà pure un pugno di nomine da controfirmare. Da quelle dell'Agenzia per il Nucleare a quelle dei commissari Enea e Sogin. Al palo resta anche la legge sulla concorrenza, preconfezionata dal sottosegretario Stefano Saglia. E la riforma degli incentivi per le imprese, la cui delega scade a fine febbraio? È chiusa in un cassetto. Romani, con la sua grande esperienza in questioni radiotelevisive (che molti gli rimproverano), avrà modo di occuparsi direttamente del contratto di servizio Rai e del passaggio finale al digitale terreste. E dovrà, infine, sobbarcarsi una estenuante (ma delicatissima) serie di missioni all'estero, dove distribuire strette di mano, sorrisi e sostenere decine di incontri a sostegno delle nostre aziende. Il primo appuntamento all'estero è per i primi di novembre: nei Paesi del Golfo è infatti attesa una importante missione tricolore composta dai vertici Confindustria e dell'Associazione bancaria italiana”.

 (red)

 

5. Elezioni, Berlusconi: Non vedo altri leader in giro

Roma -

“‘Non vedo altri leader in giro’. A chi sostiene che le elezioni sono un salto nel buio, in queste ore il Cavaliere replica così, dicendo che non vede nessuno in grado di guidare Palazzo Chigi, nel suo schieramento né dall’altra parte – scrive il CORRIERE DELLA SERA -. ’unico a cui Berlusconi è disposto a riconoscere doti di leadership è Nichi Vendola, ma è fuori gioco perché ‘nel Pd non sono in grado di ascoltare la gente, se lo facessero avrebbero un altro segretario’. Per quanto riguarda gli altri, da Casini a Rutelli, da Fini a Montezemolo, ‘sono solo dei piacioni’, che non accetteranno mai di convivere, di condividere una fetta di potere con altri. A cominciare da quel leader dell’Udc che per il presidente del Consiglio non imbarcherà mai l’ex leader di An con sé. ‘Non vedo leader in giro’ è argomento che serve come un tonico. Esistono i dubbi, le incognite, la possibilità di non avere una maggioranza al Senato (diminuite di molto, osservano nel Pdl, dopo la scissione dei centristi siciliani), eppure il Cavaliere negli ultimi giorni comincia a parlare del voto anticipato con sempre maggiore confidenza. Non è ancora certo di volerlo, ma ha meno timori del passato nel caso in cui fosse costretto ad affrontarlo. Il 27 marzo è una data che ha in testa, in caso di crisi, perché gli ricorda il primo successo di Forza Italia. E sui timori di una fortissima a s t e nsi one i nt e r vengono nelle ultime ore, a mitigare l e possibili conseguenze dannose per il Pdl, gli ultimi report sull’immagine dei finiani: ‘Gli italiani cominciano a capire che gente come Bocchino e Granata sta solo giocando in proprio e con le istituzioni...’”.

“Di ragioni per non temere il voto anticipato ce ne sono tante. Se ne discute ad Arcore durante il week end. Una forte drammatizzazione, a legge elettorale vigente, sarebbe un balsamo per il premier. Ma c’è anche uno scenario diverso, mai preso in considerazione prima, che arricchisce le discussioni: ovvero la crisi politica senza voto, complice la crisi finanziaria, l’instabilità di molti Paesi dell’Unione europea, e dunque il reincarico a Berlusconi, un colpo d’ala del Cavaliere che riesce a ricompattare e allargare la maggioranza. Di certo, sulla scia di Roberto Maroni, anche il capo del governo esige che una verifica parlamentare, dopo la fiducia, avvenga in tutta fretta. Giorni, al massimo poche settimane. Si spiega anche così l’accelerazione di Fabrizio Cicchitto alla Camera, la convocazione dei capigruppo che hanno votato la fiducia. Ma nessuno è in grado di dire cosa succederà. Così come nessuno è in grado di scommettere su un accordo sulla giustizia: ‘Fini sa bene che se lo concedesse si indebolirebbe molto, agli occhi dei suoi, dei magistrati, della sinistra, dei quotidiani che lo sostengono’, dicono ai piani alti del Pdl. Non resta che attendere i prossimi giorni. ‘Sia Berlusconi che Fini appaiono troppo deboli per fare un accordo e troppo forti per subirlo’, dice un ministro della Lega. Mentre una metafora musicale la si raccoglie a Palazzo Madama, che in queste ore vive fra le indiscrezioni di un possibile governo tecnico e i giuramenti riservati di fedeltà al Cavaliere: ‘Se questa faccenda fosse una musica sarebbe il Bolero di Ravel’, dice Andrea Augello, senatore e membro del governo, che nell’impasse di questi mesi e di quelli prossimi – conclude il CORRIERE -, rinviene le scale diverse del compositore francese e le note sempre identiche”.

 (red)

 

6. Nessun governo tecnico senza accordo su legge elettorale

Roma -

“Di fronte al ministro dell’interno leghista Maroni, che ripete che se la maggioranza non terrà, in uno dei numerosi appuntamenti parlamentari delle prossime settimane, le elezioni diventeranno inevitabili, il leader del Pd Bersani e il capogruppo finiano Bocchino hanno sostenuto il contrario – scrive Marcello Sorgi sulla Stampa -. In Parlamento, a loro giudizio, esistono i numeri per dar vita a un nuovo governo incaricato di riformare la legge elettorale ‘Porcellum’ attualmente in vigore, e solo dopo, eventualmente, andare al voto. Dopo di loro, anche il leader del Mpa e governatore della Sicilia Lombardo, i cui deputati alla Camera sono stati decisivi a favore del governo nella votazione della settimana scorsa, s'è schierato in questo senso. L’ipotesi poggia anche sulla ragionevole previsione che, in caso di dimissioni di Berlusconi concordate con la Lega per ottenere lo scioglimento delle Camere, il Capo dello Stato, basandosi sul precedente di due anni fa, non potrebbe evitare di fare un accertamento sull’esistenza o meno di altre maggioranze in Parlamento, e in quel caso dar vita al tentativo di formare un governo di fine legislatura. Di per sè, l’obiettivo di riformare il ‘Porcellum’ è legittimo”.

“Ma diventa realistico solo se i partiti che se lo propongono sono in grado di raggiungere un’intesa di massima su come modificare la legge. Ma su questo, il consenso che pare maggioritario, al momento, sull’ipotetico governo d’emergenza, rischia di incrinarsi. Già solo nel Pd, che guarda a Fini come possibile alleato, ci sono almeno due posizioni in materia: quella, di matrice dalemiana, a favore di una riforma alla tedesca che consentirebbe di agganciare alla coalizione i centristi di Casini, e quella bipolare, recentemente ribadita da Veltroni, e a cui Fini è più vicino, che si oppone a questa prospettiva. Inoltre, una volta riaperto il discorso, Di Pietro e la sinistra radicale premerebbero per un abbassamento della quota di sbarramento, attualmente prevista al 4 per cento per la Camera e all’8 per cento su scala regionale per il Senato. Quanto alla Lega, è difficile prevedere cosa farebbe, partendo Bossi da una posizione proporzionalista. L’idea che Napolitano, senza avere tra le mani un’ipotesi di riforma condivisa dai partiti avversari del ‘Porcellum’, apra la strada a un nuovo governo, destinato a uno scontro frontale con Berlusconi in nome delle scelte fatte dagli elettori nel 2008, è fuori discussione. I fautori del governo elettorale – conclude Sorgi -, farebbero bene a prendere atto di questo dettaglio, che non è affatto indifferente”.

 (red)

 

7. Lo scontro su voto peggiora i rapporti Palazzo Chigi-Colle

Roma -

“La lite sulla data delle elezioni viene seguita dal Quirinale con un’irritazione crescente – scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA -. Dare per scontata la fine della legislatura senza tener conto delle prerogative del presidente della Repubblica è considerato uno sgarbo istituzionale. Non solo. Giorgio Napolitano aveva suggerito al governo misura e prudenza. Quanto è successo nelle ultime ore proietta invece di nuovo il Paese verso le urne. La stessa nomina di Paolo Romani a ministro dello Sviluppo economico segna il ritorno ad una scelta sulla quale il capo dello Stato aveva espresso più di una perplessità, confermata dal gelo di ieri al giuramento. Il risultato è una tensione destinata ad aumentare. Anche perché centrosinistra, Udc e Futuro e libertà guardano a Napolitano nella speranza di veder nascere un altro governo, se cade quello di Silvio Berlusconi. Una ‘maggioranza diversa’ per cambiare la legge elettorale è un’ipotesi che gli avversari del premier e della Lega accarezzano da tempo: la additano come l’unico modo per scongiurare una vittoria probabile dell’attuale maggioranza. Ma la Lega chiede e ottiene un vertice per domani, avvicinando l’atto finale. La Padania vede ‘Fli e opposizione insieme per rifare la legge elettorale’: piano che il ministro Roberto Maroni ritiene ‘fantascientifico’. I numeri parlamentari dicono che un’eventualità del genere è in effetti assai remota. E comunque, una coalizione che va dal partito di Gianfranco Fini all’Idv di Antonio Di Pietro, tenendo fuori Pdl e Carroccio, aumenterebbe i veleni. Sarebbe considerata da Berlusconi come una provocazione ed una violazione del voto del 2008”.

“In linea di principio, replicano i finiani, anche il Fli fa parte della maggioranza; ma la frattura nel centrodestra restituirebbe a tutti libertà di movimento. Non solo. Si fa notare che in teoria un governo che cambia il sistema elettorale non sarebbe né di destra né di sinistra. l problema è che votare entro l’anno significa escludere un altro governo dopo quello di Berlusconi. Spostare le elezioni all’inizio di primavera non scongiura automaticamente quella tappa intermedia sulla quale insistono Fini, il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, e l’Udc di Pier Ferdinando Casini; meno Di Pietro, che preferirebbe accelerare. La previsione è che Napolitano continuerà a seguire la deriva elettorale senza intervenire fino al momento in cui dovesse aprirsi una crisi; e stando attento a richiamare ogni partito alle proprie responsabilità. Da quel momento, eserciterà i suoi poteri fino in fondo: non per evitare a tutti i costi le elezioni anticipate, ma per impedire che ci si arrivi in un modo così affrettato da rasentare l’irresponsabilità istituzionale. Dovrà essere chiarito al Paese che non esistono alternative. L’insistenza con la quale la Lega avverte che sarebbe disastroso per Berlusconi ‘fare la fine di Prodi’, è un tentativo di bruciare i tempi della crisi. E in effetti, il problema è capire come si arriverà al 2011 con una lacerazione del centrodestra così vistosa ed in via di peggioramento: a cominciare da oggi – conlcude Franco -, quando Fini avvierà la trasformazione del Fli in un partito ‘leale ma pronto al voto’”.

 (red)

 

8. Giustizia, scontro tra il Pdl e i magistrati

Roma -

“Quelle di Silvio Berlusconi non erano certo parole che potessero passare inosservate. Al contrario. La polemica sui giudici politicizzati, il ribadire l’idea di una commissione parlamentare d’inchiesta sulla giustizia in Italia da Tangentopoli in poi, e il passaggio aspro sul pm De Pasquale sembrano studiate a tavolino per provocare reazioni – riporta LA STAMPA -. Ed eccole, puntuali, le reazioni. L’associazione nazionale magistrati è furente e grida alla sovversione delle regole. ‘Nell’ultimo periodo - dice Luca Palamara, presidente dell’Anm - per scelta ci eravamo imposti di non replicare a quello che è diventato uno stillicidio. Ma è difficile trovare termini per esprimere il nostro rimpianto e disappunto. Non si può mettere in modo così violento in discussione un organo dello Stato, non è più solo un problema dei magistrati, ma di tutte le istituzioni’. E poi, per essere più esplicito: ‘Si vuole una magistratura docile che non disturbi il manovratore di turno... Ormai non si può più parlare di reciproco rispetto’. Daniele Capezzone, il portavoce del partito del premier, ribatte però punto per punto. E adesso i sovversivi sono loro, i magistrati. ‘Se l’Anm - dice infatti Capezzone - afferma che esiste un rischio di sovvertire l'equilibrio delle istituzioni, dovrebbe avere l’onestà intellettuale di ammettere che è proprio la parte politicizzata della magistratura a determinare questo rischio’. Capezzone cita tutte le volte che il Csm ‘pretende di agire da terza Camera’. E stigmatizza ‘quando i magistrati pretendono di giudicare cosa il Parlamento e il governo debbano o non debbano fare, con ciò travolgendo il principio della divisione delle funzioni e dei poteri. Accade tutte le volte che l’Anm interviene con forme, modalità e contenuti propri di un partito politico o di un gruppo parlamentare’”.

“Controproteste di Antonio Di Pietro: ‘A Berlusconi interessa solo portare avanti le sue battaglie contro i magistrati e fare leggi per non farsi processare, del Paese non gli importa nulla. Rappresenta il più grosso conflitto di interessi visto sulla terra’. E reagisce anche il mite Andrea Orlando, responsabile Giustizia del Pd: ‘Continua l’aggressione ad altre istituzioni da parte del presidente del Consiglio. Tutto questo anche per mettere sotto pressione gli organi che presto saranno chiamati a giudicare su temi che lo riguardano. Il Partito Democratico farà argine di fronte a questa ondata di nuovi e violenti attacchi del premier alla magistratura’. Tace invece il Fli, ma si percepisce il nervosismo da quella parte. Il Consiglio superiore della magistratura, intanto, riflette sulla strada da seguire per rispondere a Berlusconi. La prima ipotesi, quella formulata a caldo da Guido Calvi, il laico di centrosinistra, ma anche da tanti magistrati eletti nel Parlamentino dei giudici, era l’avvio di una cosiddetta ‘pratica a tutela’ per arrivare a una reprimenda contro il presidente del Consiglio. Ma poi, ieri, i consiglieri sono stati chiusi tutto il giorno a discuterne e la richiesta di una ‘pratica a tutela’ non s’è vista. Questioni di tattica: qualcuno dentro il Csm – conclude LA STAMPA -, pensa che uno scontro aperto faccia gioco alla politica del Cavaliere e allora, in alternativa, si pensa a una inedita Risoluzione dagli alti toni che inviti tutti al rispetto delle istituzioni”.

 (red)

 

9. Pdl, la Lega chiede un vertice di coalizione

Roma -

“‘Il rischio è di finire come il governo Prodi: sarebbe una fine terrificante’. Per evitare la prospettiva che spaventa Roberto Maroni, la Lega ha chiesto e ottenuto un vertice tra i presidenti dei gruppi di Camera e Senato che hanno votato la fiducia al governo: Pdl, Lega, Fli, Noi Sud – riporta il CORRIERE DELLA SERA -. Incontro che si terrà domani alle 11. 30 per ‘esaminare le più rilevanti questioni sui lavori parlamentari’. Insomma, il primo tempo di quella verifica da completare, sempre secondo Maroni, entro tre settimane. Accelerazione improvvisa che non trova impreparato l’altro fronte, che preme per un governo a tempo in grado di varare una nuova legge elettorale. In prima fila ci sono i finiani, ma converge anche il Pd di Pier Luigi Bersani, che si dice ‘pronto a una nuova legge con una maggioranza, non di governo ma in Parlamento, per cambiare la legge elettorale’. In pochi ormai credono che la maggioranza riesca a ricompattarsi. Se la frattura tra Berlusconi e Fini si rivelasse insanabile, tra governo e urne ci sarebbe una terza opzione: un esecutivo tecnico che cancelli il Porcellum, l’odiata legge elettorale escogitata da Roberto Calderoli. Ipotesi ‘fantascientifica’, secondo Maroni. Bersani, invece, apre a Italo Bocchino (secondo il quale ‘esiste già una maggioranza alternativa’): ‘Questa legge è vergognosa, la maggioranza per cancellarla si fa in Parlamento con chi è disposto a convergere’. Il Pd potrebbe seguirlo, anche se resta intatta la spaccatura tra chi vuole uninominale e sistema maggioritario per conservare un bipolarismo forte (vedi alla voce Veltroni) e chi preme per un proporzionale alla tedesca (vedi alla voce D’Alema”).

“Servono, per una maggioranza alternativa, Udc e Idv. Antonio Di Pietro non muore dalla voglia di cambiare legge elettorale. Preferirebbe andare a votare subito perché teme i ‘furbetti del Parlamento’, ovvero chi, con la scusa di cambiare la legge, finisce per ‘cambiare la maggioranza’. Per questo apre, ma pone condizioni: ‘Si può fare un governo tecnico, ma non deve durare più di 90 giorni e deve essere garantito dal Quirinale’. Disponibile, ‘senza preclusioni’, si dice l’Udc. Qualche grana sembra arrivare invece dai radicali, che minacciano di far uscire dai gruppi del Pd i loro sei deputati e tre senatori. Motivo? ‘Un lungo elenco di azioni e pratiche anti-radicali’. E il timore di ‘una controriforma elettorale che restauri il proporzionale o il meccanismo clientelare delle preferenze’. Ma anche una evidente marginalizzazione nel gioco delle alleanze. Quanto al Pdl, c’è un clima di attesa. Si aspetta di capire se c’è ancora un margine minimo per andare avanti. L’unica alternativa presa in considerazione è il voto. Per questo tutti i dirigenti si scagliano contro ipotesi terze. Sandro Bondi parla di ‘trasformismo’ e di ‘manipolazione della volontà popolare’. Fabrizio Cicchitto si dice ‘sorpreso dal ritorno della teoria sulla intercambiabilità delle alleanze’. E in molti parlano di ‘ribaltone’. Ma ci sono anche esponenti del Pdl che hanno aderito alla neonata associazione per il ritorno dell’uninominale. Parlamentari che, quindi – conclude il CORRIERE -, potrebbero aggiungersi alla ‘maggioranza trasversale’”.

 (red)

 

10. Battesimo Fli, Fini: Nessun colonnello, detto io la linea

Roma -

“Nessun patto preliminare tra falchi e colombe, tra "amici" del premier e finiani "radicali". ‘Perché non ci saranno né gli uni né gli altri, in Futuro e libertà, soprattutto non ci saranno colonnelli: la linea sarà unica e la detterò io’. Gianfranco Fini annulla il vertice convocato in un primo momento per questa mattina nel suo studio, al primo piano di Montecitorio – riporta REPUBBLICA -. Otto tra deputati e senatori (Bocchino, Granata, Briguglio, Moffa, Menia, Urso, Viespoli e Della Vedova) che avrebbero dovuto siglare un accordo preliminare in vista della riunione che alle 14, nella sede di FareFuturo, sancirà il battesimo ufficiale del nuovo soggetto politico. Appuntamento cancellato: per non dare l'impressione di una divisione proprio allo start di partenza, perché ‘l'accordo è stato già siglato nei giorni scorsi’ e poi perché altri big finiani - riferiscono i più vicini al presidente della Camera - non gradivano la nascita di una sorta di direttivo chiuso. Un comitato esecutivo sarà costituito nelle prossime settimane, probabilmente dopo la kermesse di Generazione Italia in programma a Perugia il 6 e 7 novembre. Ma oltre a quegli otto saranno chiamati a farne parte almeno tre donne: Flavia Perina, direttrice del "Secolo", Chiara Moroni e Barbara Contini. Adolfo Urso ne sarà il coordinatore. Oggi pomeriggio invece i 35 deputati, 10 senatori e 4 eurodeputati daranno vita al comitato promotore, massima apertura e coinvolgimento esteso. E poi, ragionavano ieri sera anche i finiani più "moderati" come il capogruppoa Palazzo Madama Pasquale Viespoli, ‘non c'è motivo per dividersi, siamo tutti fedeli al programma di governo’, soprattutto dopo la mossa a sorpresa annunciata dal pidiellino Cicchitto alla Camera: la riunione congiunta di capigruppo che hanno votato la fiducia al premier, che altro non è se non il riconoscimento formale, per la prima volta, dell'esistenza della "terza gamba" della maggioranza. Mossa alla quale lo stesso Viespoli ha lavorato d'intesa con Palazzo Chigi”.

“Dunque, ‘si supera la fase dell'ornitologia, falchi e colombe’, per dirla con Granata. Nasce il partito che ha un nome, Futuro e libertà, e un simbolo già pronto per le prossime sfide elettorali. Per il momento è chiuso nel cassetto del capogruppo Italo Bocchino: è opera di Massimo Arlechino, contiene un tricolore, il nome Fli ma - racconta chi lo ha visto - è molto diverso da quello che campeggiava sul palco di Mirabello, è di ispirazione futurista, neanche a dirlo. Simbolo a parte, il nuovo soggetto prende forma. ‘Mercoledì ci incontreremoa Palazzo Marino per sei ore a porte chiuse con 30 intellettuali che daranno il loro contributo alla stesura del manifesto, il partito nascerà davvero l'ultima settimana di gennaio a Milano’ racconta Fabio Granata. ‘La scelta non è casuale, perché saremo un partito nazionale e non un partito del Sud, come spera invece qualcuno’. Anche la data l'ha cerchiata di rosso lo stesso Fini: è il 27 gennaio, giorno che segnò la svolta di Fiuggi nel 1995, quando 50 anni di Msi vennero archiviati per dar vita ad An. Il leader ci sarà, nel pomeriggio, ma ‘non si dimetterà’ ripetono Bocchino, Granata e tutti i fedelissimi citando i precedenti di Casini e Bertinotti, capi in pectore dei rispettivi partiti. Idee chiare, sembra, ma quattrini congelati in cassa, per ora. Domani si riunirà il comitato dei garanti di An, che custodisce un patrimonio finanziarioe immobiliare che sfiora i 380 milioni di euro. I finiani – conclude REPUBBLICA -, contano di ereditarne almeno un terzo. Le ex correnti di La Russa-Gasparri e di Alemanno fanno sapere che daranno battaglia. Il futuro coordinatore, Adolfo Urso, viceministro, preferisce volare alto: ‘Oggi nasce una forza di centrodestra sul modello europeo, non una nuova An, avrà senso dello Stato e delle istituzioni’”.

 (red)

 

11. Campi, il nuovo partito di Fini? Sarà berlusconiano

Roma -

“Alessandro Campi non si riconosce nella tradizione italica degli intellettuali organici, ma è pur sempre l’uomo di cultura più vicino a Gianfranco Fini e a poche ore dalla riunione dal lancio del Comitato promotore di “Futuro e libertà”, il professore tratteggia la nuova Cosa finiana con un paradosso – scrive LA STAMPA -: ‘Come dovrà essere il partito di Fini? Berlusconiano!’. Una battuta che evoca il recupero di intuizioni che il Cavaliere avrebbe dissipato nel corso del tempo: ‘Penso ad un partito post-ideologico, anti-burocratico, “plurale e inclusivo”, come diceva il Pdl. Un partito che abbia la forza innovativa del primo Berlusconi. Lui è l’uomo della Tv, ma anche in questo sta diventando obsoleto. Il suo tentativo di inserirsi nella Rete è stato goffo, modulato secondo un criterio televisivo applicato alla politica: tu parli e gli altri ascoltano. Ma la Rete non funziona così, è interattiva, dissente. Bene, ad agosto, mentre i due giornali di destra attaccavano, la voce di Fini era affidata unicamente al Webmagazione, letteralmente preso d’assalto in quei giorni’. Quarantanove anni, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Perugia, direttore scientifico della Fondazione FareFuturo, personaggio anticonformista (le sue più recenti vacanze, un trekking in Mali, un attraversamento del CentroAmerica in pullman, escursioni nel buddista Butan), negli ultimi due anni Campi ha fornito dossier, idee, suggestioni a Gianfranco Fini. Tra i finiani c’è chi vorrebbe andarci piano col nuovo partito, perché si potrebbe sempre tornare indietro... ‘Oramai il passaggio è obbligato. Cosa potrebbe inibirlo? Berlusconi potrebbe recuperare sì i finiani, ma non come componente organizzata, forse a titolo personale, come singoli’. Lei come lo farebbe il partito di Fini? ‘Non come il Pdl di Berlusconi, ma neppure come la Lega. Quel modello, enfatizzato da tutti, comincia a far acqua: è affetto da bulimia da potere, secondo un vecchio modello che non riesce ad evitare fenomeni degenerativi, come il familismo, la nascita di potentati interni’”.

“Non è mica semplice esser diversi dagli altri.... ‘Fli è un partito che entrerà su un mercato politico strutturato e, dovendo fronteggiare la legge del “late comer”, l’ultimo arrivato, o innova o non riuscirà a trovare un mercato potenziale. Fini ha funzionato come leader politico e di opinione per la sua capacità di parlare, con un linguaggio nuovo, a segmenti non tradizionali della destra. E lo ha fatto, utilizzando una galassia: Fondazioni, associazioni, Internet, Il Secolo, i circoli di Generazione Italia, strutture chiamate ad accrescere l’autonomia, pur avendo come centro di gravitazione la leadership di Fini’. Alla fine un uomo solo al comando, anche da queste parti... ‘L’elemento personalistico ormai è diventato un tratto fisiologico, ma affiancato da una struttura leggera, che coltiva un rapporto dialogico con la società civile’. Tra i futuristi molti pensano che basterà recuperare metà dell’elettorato di An e il più è fatto... ‘Fini può riassorbire una quota di elettorato storico, ma Fli non dovrà essere percepito come una piccola An. Bisogna arrivare dove gli altri non arrivano: intercettando linguaggi ed umori dei giovani, dandogli rappresentanza politica. E sviluppando un grande lavoro nei confronti di chi ha un rapporto di sfiducia nei confronti della politica. Se si vota a marzo Futuro e libertà che fa? - conclude LA STAMPA -. ‘C’è la scommessa di andare da soli, oppure cercare un’intesa con le forze centriste, Casini, Rutelli e altri. Ma questa rischia di essere un’operazione di Palazzo, un Centro nel quale ognuno ha bisogno dell’altro, che scommette su un esito incerto al Senato, che avrebbe subito seri problemi di leadership, al punto da dover ricorrere ad un Papa straniero, magari Montezemolo. Più forte sarebbe un blocco, un Centro riformatore in cui le oligarchie si rimettono in discussione, un’alternativa culturale e sociale al berlusconismo, riferimento per moderati del Pd e del Pdl’”.

 (red)

 

12. La maggioranza accelera la riforma dell'università

Roma -

“Aumenta il pressing della maggioranza per anticipare l’esame della riforma dell’università, dopo il rinvio della settimana passata – riporta il CORRIERE DELLA SERA -. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha dato la sua disponibilità a far lavorare la commissione Istruzione anche venerdì e sabato, quando normalmente i lavori parlamentari sono fermi. Un’ipotesi caldeggiata anche dal capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto, il quale, insieme al collega della Lega Marco Reguzzoni, esclude che siano state le divisioni interne alla maggioentro la settimana, la maggioranza sarebbe intenzionata a chiedere una revisione del calendario, anticipando a lunedì l’inizio del dibattito in aula. Oggi, in commissione, comincia l’esame dei 600 emendamenti presentati ieri. La relatrice Paola Frassinetti (Pdl) ha messo la sua firma sotto il piano per assumere 9 mila professori associati in sei anni, provenienti in larga misura dalla categoria dei ricercatori, di cui si era parlato nei giorni scorsi. In più c’è un sistema di scatti di merito per i docenti più giovani, per rimpiazzare almeno in parte gli scatti d’anzianità congelati con la manovra, e l’esonero dal rimborso del prestito d’onore per chi si laurea in tempo e con il massimo dei voti. Non c’è, almeno per il momento, il bonus in busta paga per i ricercatori che insegnano. Nelle intenzioni il pacchetto di modifiche va incontro ai ricercatori, la categoria più critica nei confronti del ddl Gelmini. Costerebbe 2,2 miliardi di euro, quasi il doppio del taglio previsto nel 2011 per l’intero sistema universitario. Ma la copertura andrebbe trovata anno per anno, in Finanziaria. ‘Spero che queste modifiche — dice la relatrice Frassinetti — convincano l’opposizione ad evitare le barricate’. ‘Nemmeno al più innocuo dei decreti legge — ribatte la capogruppo del Pd in commissione, Manuela Ghizzoni — si riserva un trattamento così veloce’. Oltre che protestare per un ‘dibattito strozzato’ il Pd ha presentato le sue controproposte per ‘contenere i danni del ddl Gelmini’. Tra i 200 emendamenti lo sblocco del turn over e l’aumento degli investimenti per il sistema universitario”.

 (red)

 

13. Nobel a inventore fecondazione in vitro. No della Chiesa

Roma -

“Trentadue anni fa il ginecologo Patrick Steptoe (morto nel 1988) applicava per la prima volta con successo la tecnica di fecondazione artificiale (Ivf o Fivet) messa a punto dal fisiologo britannico Robert Edwards, oggi 85enne professore emerito dell’università di Cambridge – scrive il CORRIERE DELLA SERA -. Il 25 luglio 1978 nasceva Louise Brown, che ieri ha festeggiato il suo ‘papà’ vincitore del Nobel 2010 per la medicina. Non solo lei. Ad oggi, circa 4,3 milioni di bambini nel mondo (oltre 10 mila all’anno in Italia) sono nati grazie alla tecnica di Edwards. Il comitato dei ‘saggi’ del Karolinska, l’istituto svedese che decide i Nobel, ha così motivato: ‘I suoi lavori hanno reso possibile la cura dell’infertilità, una condizione medica che affligge larga parte dell’umanità, tra cui oltre il 10 per cento delle coppie in tutto il mondo’. Edwards ha così vinto il premio di 10 milioni di corone svedesi (oltre un milione di euro). Non gode buona salute, ma dovrebbe essere presente il 10 dicembre a Stoccolma per la cerimonia di premiazione. E di sicuro ribadirà la sua filosofia: ‘La cosa più importante nella vita è avere un figlio: nulla è più speciale di un bambino’. Scienziato ‘battagliero’, nonno di 11 nipoti, scatenò polemiche negli anni ’70, quando cominciò i suoi esperimenti in vitro, ne ha scatenate ieri all’annuncio della scelta degli accademici svedesi. D’altra parte, il padre della prima bambina in provetta ha partecipato direttamente ad altre battaglie importanti, come quella sulle cellule staminali. E ha spesso sollevato forti perplessità di carattere etico”.

“Essere la causa del ‘mercato degli ovociti’, degli embrioni abbandonati che ‘finiranno per morire’ ed anche dello ‘stato confusionale della procreazione assistita’ con ‘figli nati da nonne o mamme in affitto’: sono le accuse che il presidente della Pontificia Accademia della Vita, monsignor Ignacio Carrasco, muove al neo premio Nobel. Ma subito precisa che sono ‘considerazioni a titolo personale’. E riconosce a Edwards alcuni meriti scientifici, ma non tali da giustificare un Nobel. Continua Carrasco: ‘Edwards non ha in fondo risolto il problema dell’infertilità. Bisogna aspettare che la ricerca dia un’altra soluzione, anche più economica e quindi più accessibile della fecondazione in vitro’. Le dichiarazioni di Carrasco ‘vanno lette integralmente’, subito affermano autorevoli fonti vaticane: ‘Carrasco ribadisce le forti e motivate perplessità della Chiesa in merito alle tecniche di fecondazione artificiale, ma spiega anche che lo scienziato inglese non è un personaggio che si possa sottovalutare’. Lo stesso Carrasco esclude, infine, che l’Accademia di Svezia abbia preso una decisione contro la posizione cattolica: ‘Edwards non va demonizzato, non credo avesse previsto la commercializzazione degli embrioni. Ma io avrei votato per un altro candidato al Nobel per la medicina. Personalmente avrei scelto McCullock e Till, scopritori delle cellule staminali, o Yamanaka, il primo a creare una cellula pluripotente indotta’. Più duro il copresidente dell’Associazione Scienza e Vita, Lucio Romano: ‘Nobel inaccettabile’. Il sottosegretario alla Bioetica, Eugenia Roccella, distingue: ‘Ciò che è messo in discussione è come sono state usate le tecniche di fecondazione assistita’. Per Paolo Ferrero, segretario nazionale della Federazione della Sinistra, invece ‘ci vuole il più tetro oscurantismo del Vaticano per sollevare dubbi morali su chi ha premiato il diritto alla procreazione, facendo la felicità di milioni di coppie’. Felice la senatrice a vita e Nobel nel 1986, Rita Levi Montalcini: ‘Grazie Edwards’. Infine – conclude il CORRIERE -, Ignazio Marino, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale: ‘Un Nobel che riapre la discussione sulla legge 40’”.

 (red)

 

14. Conti pubblici, la ripresa dà una mano a tagliare deficit

Roma -

“La finanza pubblica sta avvian­dosi al riequilibrio, con un cammino di riduzione della spesa e di tenuta sostanziale delle entrate, che riflette il miglioramento graduale dell’eco­nomia. Questo il quadro del bilancio pubblico del primo semestre 2010 – scrive IL GIORNALE -. Il deficit del primo semestre è pari al 6,1 per cento contro il 6,3 per cento del 2009, ma nel secondo trimestre 2010 il deficit ri­sulta solo del 3,6 per cento rispetto all’8,8 per cento del primo. Il grande calo è in parte dovuto al fatto che, in questo trime­stre, ci sono le entrate dell’autotassa­zione collegata alla dichiarazione dei redditi. Nel 2009 il deficit del se­condo trimestre ammontava al 3,4 per cento. Ma quell’anno poteva contare sui proventi dell’autotassazione con imponibili riferiti al 2008, anno in cui la dinamica economica era stata meno negativa di quella del 2009. Nel 2010 l’autotassazione connes­sa alla dichiarazione dei redditi si ba­sa sul 2009, annus horribilis . Il peg­gioramento è anche dovuto a un fat­tore temporaneo: sono venute me­no le entrate del secondo trimestre 2009 della tassazione delle rivaluta­zioni dei beni aziendali, derivante dall’attuazione di una direttiva co­munitaria. Le società, con questa ri­valutazione straordinaria di beni aziendali, si sono trovate con un capi­tale proprio maggiore, con il vantag­gio per la loro capacità di garantire i debiti con le banche, ma hanno do­vuto versare un’imposta su tale ‘gua­dagno di capitale ‘. Tale entrata di cir­ca 4 miliardi nel 2010 non c’è. Que­sto fattore temporaneo si diluirà, nel conto finale dell’anno. Per le entrate correnti, al netto di ciò, la flessione è solo dello 0,1 per cento, che significa una te­nuta sostanziale”.

“Essa deriva dal ca­lo delle imposte dirette dell’1,8 per cento e dall’aumento di quelle indirette pari all’1,1 per cento e dei contributi sociali dello 1 per cento. Ciò segnala che è in atto la ripre­sa economica. Infatti, la flessione del­le imposte dirette riguarda i fattori appena indicati. Le imposte indirette che sono co­stituite soprattutto dall’Iva (in cui una grossa quota è sulle importazio­ni) e dalle imposte di consumo, inve­ce riguardano fatti correnti che colle­gano strettamente all’andamento economico. Il loro aumento del­l’ 1,1 per cento in parte è dovuto a un aumen­to dei prezzi, ma esso non esiste per l’Iva sulle importazioni, e le imposte di consumo sono sul volume, non sul valore dei beni. Comunque, l’au­mento dei fatturati indica una ripre­sa. I contributi sociali sono cresciuti dell’1 per cento.Sul loro gettito influisce l’au­mento delle retribuzioni, che è del 2 per cento. Dunque, c’è un -1 per cento nel volume nelle retribuzioni orarie su cui si so­no pagati i contributi. Poiché le ore di cassa integrazione sono salite nel secondo trimestre del 2010 rispetto a quello del 2009 (in discesa rispetto a quelle di fine 2009-inizio 2010), il calo dell’occupazione è stato inferio­re allo 1 per cento. Per le spese, c’è una ridu­zione complessiva dell’1,2 per cento. Si trat­ta, però, di una somma algebrica tra spese in aumento e in diminuzione. Le prestazioni sociali, che includo­no le pensioni, la cassa integrazione, la sanità e altre voci minori, sono au­mentate del 2,4 per cento. Non c’è stata, co­me si vede, ‘macelleria sociale’”.

“Gli stipendi pubblici – conclude IL GIORNALE - sono in aumento del 2,2 per cento. Invece ci sono economie nelle altre spese. C’è una riduzione nell’acquisto di beni e servizi del 5,5 per cento, nelle altre uscite correnti del 2 per cento, dei trasferi­menti in conto capitale del 22 per cento e de­gli investimenti fissi pubblici del 18 per cento. In totale, le spese correnti cre­scono solo dello 0,5 per cento, mentre quelle in conto capitale, più facilmente ma­novrabili, scendono del 20 per cento. Un grosso contributo alla tenuta dei con­ti pubblici. C’è però un neo in questa mano­vra: la riduzione delle spese di inve­stimento che servono al rilancio. Il sentiero della conciliazione tra ridu­zione del deficit e stimolo alla cresci­ta dell’investimento è molto stretto. Infatti, nel 2010 noi dobbiamo conte­­nere il deficit entro il 5 per cento del Pil.E l’an­damento dei dati del primo seme­stre e, soprattutto, di quelli del secon­do trimestre, mostra che tale obietti­vo sarà raggiunto. Il riequilibrio del bilancio viene prima di tutto, per un Paese fortemente indebitato, che de­ve mettere sul mercato grandi masse di debito. Questo riequilibrio, pre­messa al rilancio, si sta attuando. E ciò smentisce la tesi che ‘questo go­verno non sta facendo nulla’”.

 (red)

 

15. Produttività, parte il tavolo per il grande patto

Roma -

“Parti sociali in assise alla ricerca del Patto per far crescere il Paese e renderlo più competitivo. ‘Non è un tavolo politico, servono impegni comuni per la crescita ma bisogna fare presto’, ha esordito il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia nel ruolo di padrona di casa anche se la sede è quella dell’Abi – scrive il CORRIERE DELLA SERA -. Dall’appello di Genova per ritrovare un dialogo interrotto al summit di ieri al quale hanno partecipato per la prima volta da un paio d’anni 17 organizzazioni, Cgil compresa. E il suo segretario generale Guglielmo Epifani non ha mancato di definirlo un ‘tavolo importante’ anche se — ha poi osservato — ‘occorre riprendere la discussione con Cisl e Uil sulla democrazia, non si può andare avanti senza regole’. Positivo anche il commento del presidente Abi Giuseppe Mussari: ‘Un metodo nuovo, una concretezza significativa’. Nel giorno in cui finalmente il premier è riuscito a coprire la casella del ministro dello Sviluppo economico con Paolo Romani, Marcegaglia ha così proposto un primo spunto di riflessione sulla proroga degli ammortizzatori sociali in deroga e garanzie di pensione per i lavoratori in mobilità che rischiano di perderla. Il secondo riguarda il ‘ruolo di imprese e sindacati per attrarre investimenti in particolare al Sud’. E infine una richiesta al governo per ‘sostenere ricerca e innovazione, tagli alla burocrazia inutile, riduzione delle tasse su lavoratori e imprese’. Tutto dentro una cornice di grande rigore perché, se diventa realtà la linea che sta prendendo Bruxelles, l’Italia dovrà ‘fare manovre aggiuntive di 40 miliardi di euro all’anno’ per diminuire il debito pubblico”.

“Il quadro economico dipinto dal numero uno di Confindustria, e condiviso sostanzialmente dagli altri partecipanti, resta di grande preoccupazione: ‘Bassa crescita, Pil pro capite sceso ai livelli del 1998, scarsa dinamica salariale con perdita del 30 per cento di competitività, disoccupazione giovanile molto forte’. Ai sindacati e agli altri rappresentanti degli imprenditori — commercianti, artigiani, agricoltori — la Marcegaglia ha proposto di articolare il lavoro in gruppo tecnici su singoli temi per definire le ‘soluzioni in tempi brevi, entro dicembre’. Uno di questi temi sarà sicuramente la riforma degli ammortizzatori sociali sulla quale pende una proposta formulata ieri dalla Cgil annunciata da Epifani che si è subito premurato di precisare — a conferma del nuovo clima — di voler ‘costruire un percorso di coinvolgimento a partire da Cisl e Uil’. In sintesi l’idea cigiellina si basa sulla semplificazione del quadro normativo per la cassa integrazione con due soli strumenti di sostegno contro gli attuali 7; riduzione dei requisiti di accesso da due anni a tre mesi di contribuzione; aumento del tetto fino al massimo di 1.800 euro mensili netti. La platea deve inoltre essere allargata a 500 mila nuovi lavoratori (giovani, precari immigrati con attenzione al Sud) con un costo superiore all’attuale sistema pari a 4,2 miliardi di euro l’anno. Una maggiore spesa che, secondo i calcoli dei tecnici Cgil, viene coperta ‘dalle entrate legate all’allargamento della platea’. Soddisfatto dell’incontro di ieri – conclude il CORRIERE -, anche il segretario della Cisl Raffaele Bonanni secondo il quale è passata la linea di convergenza Cisl-Uil-Confindustria per adottare il modello Pomigliano come ‘kit per attrarre investimenti’”.

 (red)

 

16. Wind passa ai russi di VimpelCom

Roma -

“I russi di Vimpelcom mettono le mani su Wind, in compenso accolgono un nuovo azionista di peso: Naguib Sawiris. Il ‘Faraone’, dopo mesi di trattative, raggiunge l’accordo con il gruppo telefonico nato all’ombra del Cremlino – scrive LA STAMPA -: la sua Weather Investments si fonderà in Vimpelcom, per un’operazione chiusa per un corrispettivo - tra azioni e contanti - di circa 7 miliardi di dollari, ossia circa 5 miliardi di euro. Nascerà così il quinto operatore al mondo di telefonia mobile per numero di clienti - ne avrà circa 174 milioni -, visto che Vimpelcom potrà aggiungere al suo già vasto carnet il 51,7 per cento di Orascom e, appunto, il 100 per cento dell’italiana Wind, che Sawiris acquistò da Enel nel 2005. In cambio alla cessione delle quote di Weather, i suoi azionisti - tra cui tre fondi di private equity, restii fino all’ultimo a dare il proprio assenso - riceveranno dai russi (la società, però, ha sede ad Amsterdam) il 20 per cento di Vimpelcom attraverso l’emissione riservata di oltre 325 milioni di azioni, per un valore che ai corsi attuali si attesta sui 4,7 miliardi di dollari. A questo si aggiungerà un corrispettivo in contanti di 1,8 miliardi. Più la proprietà di alcune attività di Orascom (in Egitto e in Corea del Nord) e di Wind (tra queste c’è il portale Internet Libero, che resta dunque in mani egiziane) destinate ad essere scorporate. Alla fine, gli azionisti di Weather, Sawiris in primis, avranno in mano il 18,5 per cento dei diritti di voto di Vimpelcom. La compagine di Weather sarà terzo azionista dopo i norvegesi di Telenor (si diluiranno al 31,7 dei diritti patrimoniali e al 36,4 per cento di quelli di voto) e i russi di Altimo (31,4 e 29,3 per cento)”.

“Sawiris ha ottenuto garanzie sul fronte della governance: gli azionisti di Weather nomineranno due esponenti nel consiglio di amministrazione del gruppo, mentre Telenor e Altimo continueranno ad averne tre ciascuno. Gli altri tre ‘non saranno espressione dei predetti soci’. Sawiris, ovviamente, sarà della partita. ‘Sono pronto - ha detto - ad essere pienamente coinvolto nel nuovo gruppo e ad entrare nel supervisory board di Vimpelcom’. Secondo il finanziere egiziano, ‘questa importante operazione conferma la qualità delle nostre società Orascom Telecom e Wind Italia e il valore significativo che abbiamo creato nel corso degli anni per i nostri azionisti’. Dall’altra parte dell’affare c’è invece Alexander Izosimov, amministratore delegato di Vimpelcom il quale nell’operazione che si chiuderà nel primo trimestre del 2011 - dopo il via libera di soci e autorità - vede il punto di svolta, in quanto ‘offre ai nostri azionisti un’esposizione verso mercati con interessanti prospettive di crescita sia in Asia sia in Africa e l’opportunità di diversificare ulteriormente la nostra fonte di ricavi’. ‘Per ora - ha aggiunto Izosimov parlando con gli analisti - non prevediamo alcun cambiamento di manager ad alcuna delle controllate’, Wind inclusa. L’operazione (per cui sul fronte di Vimpelcom hanno lavorato Ubs, Deutsche Bank e Citigroup come advisor finanziari, Akin Gump e Gianni Origoni Grippo & Partners come consulenti legali; Weather è stata invece assistita da Lazard, Efg-Hermes e Credit Suisse, oltre che dai legali di Cleary Gottlieb) vede Wind in un ruolo centrale: la società italiana genererà - è la stima - il 34 per cento dei ricavi, a un’incollatura dal 35 per cento apportato dalle attività in Russia”.

“In tutto ci saranno società operative in 20 Paesi, con ricavi netti pro forma stimati in 21,5 miliardi di dollari. Wind Hellas, la controllata greca di Weather, non entrerà invece a far parte dell’operazione. Al termine delle manovre per il gruppo ci sarà un debito aggiuntivo di 2-2,5 miliardi ‘da reperire sul mercato dei capitali’: al termine l’indebitamento netto del gruppo sarà di 24 miliardi di dollari, 2,5 volte l’Ebitda. Nel giro di un mese scatterà la partita per ristrutturare l’ingente debito di Weather, 15 miliardi a fine 2009. Non sarà una passeggiata. I protagonisti – conclude LA STAMPA -, sono ottimisti: ‘Vimpelcom e Weather hanno già ricevuto indicazioni positive da una serie di banche finanziatrici’”.

 (red)

 

17. Unicredit, Ghizzoni ipotizza due direzioni generali

Roma -

“Non si risolverà probabilmente questa settimana il rebus della governance in Unicredit – scrive LA STAMPA -. Il nuovo amministratore delegato Federico Ghizzoni continua sia i contatti interni - ieri ha dialogato via Internet con 400 dirigenti, oggi vedrà i sindacati sulla questione dei 4.700 esuberi - sia il puzzle di nomi e funzioni che dovrebbe consentirgli di distribuire le deleghe sotto di lui, ma già venerdì dovrà partire per la riunione del Fondo monetario internazionale a Washington. Più probabile, così, che la nomina di uno o due direttori generali slitti alla prossima settimana, che alla luce delle difficoltà di conciliare diverse posizioni personali nel gruppo. All’attuale vice Ceo Roberto Nicastro, che oggi si occupa della banca retail e dei piccoli clienti aziendali dovrebbe andare con ogni probabilità la carica di dg. Ma difficilmente il suo pari grado Sergio Ermotti, attualmente a capo del settore Corporate, accetterebbe di essere messo un gradino sotto. Ecco così che l’ipotesi di due direzioni generali - una appunto con responsabilità per il retail e l’altra per il Corporate - potrebbe farsi strada”.

 (red)

 

18. Più poteri alla Moratti per comprare i terreni dell'Expo

Roma -

“Sempre più poteri al sindaco commissario di Expo – scrive il CORRIERE DELLA SERA -. Poteri che garantiscono deroghe su appalti e lavori e che, soprattutto, ‘autorizzano (la Moratti, ndr) ad adottare tutti i provvedimenti necessari per assicurare, nei tempi richiesti dal Bureau International des Expositions, la disponibilità delle aree che ospiteranno l’evento’. Il documento non è ancora arrivato sul tavolo di Letizia Moratti, anche se la bozza è già nota a Palazzo Marino: come vuole la procedura, l’ordinanza della Protezione civile è stata inviata in Regione, per il placet necessario: Formigoni ha dato il via libera e le quattro pagine sono ora alla firma del presidente del Consiglio. L’assegnazione dei poteri straordinari, che il sindaco commissario aveva chiesto fin dal 2009 (ma erano stati concessi soltanto per le opere pre Expo) sembra dimostrare la preoccupazione del Governo di fronte alle difficoltà pratiche e politiche ad avviare la macchina dell’esposizione del 2015. Con un count-down ormai assillante: entro il 19 ottobre, due settimane insomma, la società che gestisce Expo, di cui fanno parte Comune, Regione, Provincia, Governo e Camera di Commercio, dovrà dimostrare al Bie l’effettiva disponibilità dei terreni. Un tema di cui si dibatte da molti mesi: i soci di Expo, all’unanimità, avevano inizialmente condiviso la scelta di comprare le zione dell’evento. Il 17 maggio, la Moratti aveva convocato i soci ed era stato condiviso un sostanziale via libera alla proposta del presidente della Regione, Roberto Formigoni, deciso a costituire una società veicolo, una newCo, che acquisisse i terreni”.

“Più facile a dirsi che a farsi. Trascorsi alcuni mesi e un paio di ultimatum, la proposta non è stata definita tecnicamente. Il Comune e la Provincia hanno indicato una via alternativa, quella del comodato d’uso: i privati mettono a disposizione le aree facendosi carico di alcune spese (per le infrastrutturazioni e gli oneri di urbanizzazione). In cambio, conclusa Expo, rientreranno in possesso di una parte dei terreni edificati. Una strada che non convince la Regione, forte di una parere legale trasmesso a Comune e Provincia. Tutto bloccato, insomma. Arrivano così i poteri straordinari che lasciano intravedere la possibilità dell’esproprio su cui però il commissario ha già espresso molte perplessità: procedurali, visto che comunque sarebbe necessario un intervento della Corte dei conti per poter esercitare i poteri; di immagine, visto che conseguenza inevitabile dell’esproprio sarà un ricorso dei privati, fermi all’accordo di programma del 2007 (firmato anche dalla Regione) in cui già si precisavano gli indici di edificabilità. La Moratti insiste sulla necessità di una decisione condivisa fra le tre istituzioni: il vertice annunciato per oggi è stato rinviato a domani – conclude il CORRIERE -. Mancano due settimane”.

 (red)

 

19. Brasile, la Silva fa tremare il partito dos Trabalhadores

Roma -

“È Marina Silva, candidata alla presidenza per il Partido Verde (Pv), la donna che sta facendo tremare il Partido dos Trabalhadores, il Pt di Lula e Dilma Rousseff – scrive LA STAMPA -. In vista del ballottaggio del prossimo 31 ottobre tra la delfina di Lula che non è riuscita a sfondare al primo turno il muro del 50 per cento e José Serra, il candidato del Psdb (Partito della Socialdemocrazia brasiliana) appoggiato dal centro-destra, sarà proprio Marina, che nel Pt ha militato per 30 anni ricoprendo anche l'incarico di ministro dell'Ambiente di Lula, l'ago della bilancia. Marina Silva, 52 anni, ha sbaragliato ogni previsione arrivando a prendere il 19,33 per cento, quasi il doppio di quanto ipotizzato dai sondaggi di una settimana fa. ‘Siamo vittoriosi - ha commentato dopo che i risultati sono stati resi noti - anche se non abbiamo centrat o il secondo turno abbiamo comunque rotto l'idea di un plebiscito a favore del Pt’. Strana ironia dei giochi politici. Marina e Dilma, mai troppo amiche in passato ma entrambe con ruoli importanti nel governo di Lula, si ritrovano adesso su parti opposte della barricata. La Silva, infatti, pur non potendo più vincere, è stata decisiva per la disputa del ballottaggio, rubando milioni di voti a Dilma, ferma al 46,91 per cento, e facendo un favore enorme a Serra, l'ex governatore dello Stato di San Paolo, arrivato domenica al 32,61 per cento. Marina, evangelica, ha goduto in questo primo round elettorale dell'appoggio delle donne per la sua posizione assunta sull'aborto - è molto contraria, lo considera un ‘crimine’ ma è favorevole a un referendum perché decidano anche loro - ma, soprattutto, gode dell'appoggio della comunità evangelica che in Brasile ha sempre più seguito”.

“Dilma ha pagato lo scotto di uno scandalo di nepotismo di una sua collaboratrice, recentemente venuto alla luce e, nell'ultima settimana della campagna, è entrata in rotta di collisione proprio con le potenti Chiese evangeliche, fattore che secondo gli analisti le avrebbe fatto perdere almeno 5 punti percentuali. Se chi ha scelto al primo turno Dilma o Serra confermerà il suo voto il prossimo 31 ottobre, per vincere Serra avrà bisogno di quasi tutto il patrimonio elettorale di Marina Silva. Un'impresa titanica perché anche se l'ex ministra di Lula dovesse invitare i suoi 19,6 milioni di elettori a votare Serra è molto difficile che la seguano più di 17 milioni, ossia il quorum necessario all'oriundo calabrese per vincere. Molti di coloro che hanno scelto Marina lo hanno infatti fatto da sinistra, per protestare contro il Pt, la corruzione, lo scarso interesse all'ambiente e le politiche a loro avviso ‘troppo moderate’ di Lula. Marina, per avere un'idea, è stata l'unica candidata che in campagna elettorale ha detto che avrebbe mantenuto in Brasile l'ex terrorista dei Pac Cesare Battisti. Difficile che costoro votino per il centrodestra alleato di Serra. Tra le curiosità del voto – conclude LA STAMPA -, c’è l’elezione di un noto comico: il clown Tiririca (è il deputato più votato) che si troverà al fianco in Parlamento gli ex calciatori Romario e Bebeto anche loro appena eletti”.

 (red)

 

20. Napoli, algerino catturato è l'uomo di al Qaeda in Italia

Roma -

“L'autorità giudiziaria parigina lo considera un ingranaggio della pericolosa macchina da guerra del terrorismo di stampo fondamentalista islamico – scrive REPUBBLICA -. Un fiancheggiatore di Al Qaeda, presumibilmente incaricato di collaborare alla pianificazione di attentati in Afghanistan. Agli inizi di agosto, mentre l'intelligence transalpina gli dava la caccia in mezza Europa, questo cittadino francese di 28 anni, figlio di immigrati algerini, ha raggiunto l'Italia e si è stabilito a Napoli, a due passi dalla Stazione Centrale, a metà strada fra le due moschee cittadine. Qui gli agenti della Digos lo hanno seguito, pedinato, filmato e infine arrestato in esecuzione del mandato d'arresto europeo emesso da Parigi. Nei prossimi giorni sarà consegnato alla Francia in base alla procedura prevista dagli accordi comunitari. Ma la sua cattura nel cuore della città e il ritrovamento di materiale ritenuto di grande interesse investigativo,a cominciare da documenti estratti da siti Internet contenenti dati per la fabbricazione di ordigni esplosivi, suggeriscono interrogativi ai quali adesso anche la magistratura napoletana vuole dare una risposta. L'inchiesta è affidata al pm Giuseppe Narducci, del pool antiterrorismo coordinato dal procuratore aggiunto Rosario Cantelmo. Niente al momento autorizza a collegare la presenza in Italia del ricercato con il rischio di attentati nel nostro Paese. A Napoli, sottolinea il questore Santi Giuffré, ‘non ci sono elementi particolari locali di fibrillazione terroristica’. Ma l'attenzione è massima, così come la volontà da parte degli investigatori italiani di individuare i contatti intrecciati dal franco-algerino durante il suo soggiorno napoletano e di capire quali ragioni lo abbiano spinto in Campania. L'uomo nonè indagato in Italia. Nei suoi spostamenti ha utilizzato identità diverse senza però esibire documenti falsi che avrebbero fatto scattare nei suoi confronti un'imputazione anche sul nostro territorio”.

“Ma proprio la estrema facilità con la quale, a Napoli, ci si può procurare carte d'identità e passaporti contraffatti può aver indotto il 28enne a trascorrere l'ultimo periodo della sua latitanza nei pressi della stazione napoletana. Le indagini condotte dalla Procura di Napoli già a metà degli anni '90, quando ancora il terrorismo islamico non aveva sconvolto il pianeta con gli attacchi dell'11 settembre 2001, hanno fatto emergere con chiarezza il ruolo del capoluogo campano come crocevia ideale per i fiancheggiatori dell'eversione. Una città dove ci si può agevolmente confondere nella comunità di immigrati proveniente da tutto il mondo, dove bastano pochi soldi per mettersi in tasca un documento falso e dalla quale si possono raggiungere senza troppe difficoltà l'Europa e i Paesi affacciati sul Mediterraneo ha rappresentato in passato una delle mete prescelte dai simpatizzanti della galassia fondamentalista. Gli agenti della Digos diretta dal vice questore Filippo Bonfiglio stanno analizzando la scheda sim del cellulare sequestrato al sospetto terrorista. Quando è stato bloccato non aveva un computer – conclude REPUBBLICA -. Ma lo ha sicuramente utilizzato, spiegano gli inquirenti, perché il materiale riguardante una sorta di kit per esplosivi è stato estratto da siti che solo persone molto abili a navigare nella rete sarebbero in grado di consultare. Pochi dubbi sul fatto che qualcuno, abbia aiutato l'uomo nel suo soggiorno napoletano. Quei complici ai quali, ora, si cercherà di dare un nome”.

 (red)

 

21. Nubrifragio, la Liguria in ginocchio

Roma -

“L’8 ottobre del 1970 fango e morte devastarono Genova – scrive LA STAMPA -. quarant’anni dopo la Liguria è di nuovo con l’acqua alla gola, sepolta da frane, smottamenti, torrenti di detriti. Un nubifragio di sconvolgente furia, arrivato con alcune ore di anticipo rispetto all’allerta meteo prevista, ha colpito la zona al confine tra Savona e Genova, spostandosi con il passare dei minuti da Ponente a Levante. A Varazze ci si fa largo tra le macerie, come dopo un bombardamento, Cogoleto è annichilita, il Ponente genovese è stato sommerso dall’esondazione di quattro torrenti che hanno rovesciato detriti e acqua, travolgendo auto e scooter, colmando sottopassi, isolando intere frazioni, tagliando di fatto in due la città. Ci vogliono i gommoni dei Vigili del fuoco per superare le aree allagate. Aeroporto chiuso fino a sera e poi di fatto inutilizzabile perché irraggiungibile, con passeggeri bloccati nello scalo, treni imprigionati dalle frane, una ragnatela di auto ferme da ore per chilometri lungo le autostrade hanno strangolato la città anche se i due torrenti principali, il Bisagno e il Polcevera, hanno tenuto, scongiurando il dramma di una vera alluvione. A Cogoleto l’allarme è scattato alle 8,30: ai due estremi del comune sono esondati l’Arrestra e il Lerone. Lungo l’Arrestra è crollata la strada che risale verso il quartiere industriale e il capo sportivo e l’acqua ha invaso capannoni e rimesse. I sommozzatori hanno tratto in salvo gli automobilisti intrappolati mentre anche i germani, coperti di fango, cercavano rifugio sul lungomare, fuggendo dall’acqua ribollente. Il Lerone ha devastato la zona della stazione e qui si è sfiorata la tragedia: una mamma con la sua bimba di tre anni è stata portata in salvo dalla prigione d’acqua nel sottopasso. Ma lo sguardo terrorizzato della gente è diretto più oltre, verso il sito della Stoppani, dove l’acqua fa finire chissà che veleni nella falda”.

“La preoccupazione per il micidiale cromo non è solo dei residenti: domani arriva Bertolaso per un’ispezione. L’acqua dilava e percola dall’area nord. ‘Abbiamo fatto intervenire un mezzo autospurgo per pompare l’acqua nei serbatoi per poi essere trattata - spiega Cecilia Bressanini, subcommissario alla bonifica - Il danno peggiore è la distruzione della strada realizzata per procedere con la bonifica delli arenili’. Ci sono case isolate, ponti crollati, negozi e scantinati allagati. Il sindaco Zanetti ispeziona il territorio, il vicesindaco Anita Venturi coordina le operazioni dal Comune e spiega che sono state evacuate due scuole materne e si stanno controllando i punti di approvvigionamento dell’acquedotto prima di dare il via libera ai rubinetti. ‘Non muovetevi, non usate l’acqua senza bollirla e se non ne avete più aspettate i soccorsi con l’autocisterna e le bottiglie di minerale’ è l’avviso via altoparlante diffuso nelle strade della cittadina. In un’ora sono caduti 300 millimetri di pioggia: procedendo verso Genova è un muro d’acqua. Una frana all’imbocco della galleria di Vesima (all’altezza del grande studio-laboratorio di Renzo Piano) ha fatto chiudere per ore l’Aurelia mentre i rocciatori si arrampicavano a saggiare la consistenza della parete. Chiazzata di laghi e torrenti fangosi anche l’autostrada, che non ce l’ha fatta a smaltire il traffico senza sbocco nelle vie allagate. Da Voltri a Sestri Ponente, da Cornigliano a Sampierdarena è un incubo di acqua, fango e clacson impazziti. Al Salone Nautico si rafforzano gli ormeggi, ma crolla la parete laterale di uno stand, e un addetto finisce all'ospedale. Oggi Genova – conclude LA STAMPA-, registra tre scuole chiuse e niente ristorazione nel Ponente. Si teme per il Levante e il Tigullio: l’allerta 2 finisce a mezzogiorno”.

Messina si oppone al Ponte sullo Stretto

Okay, la magistratura è una lobby. E il PdL, invece?