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A scuola (di consumatore)

Dopo aver gestito in maniera clientelare e deviato buona parte dei pochi fondi che c'erano alla scuola privata (ne abbiamo parlato qui /quotidiano/2010/9/3/gran-bella-scuola-ministro-gelmini.html e qui /quotidiano/2010/9/20/la-nuova-scuola-di-regime.html) la Gelmini ora cerca degli sponsor per la scuola. È in questo quadro che rientra la proposta della provincia di Bat (Barletta, Andria e Trani) di permettere alle aziende che saranno interessate di fare pubblicità tra i banchi di scuola. Per l'esattezza si tratta di circa 70€ per poter tappezzare un banco e una sedia - e dunque l'intero anno scolastico del ragazzo che vi capiterà - con il proprio marchio. 

Non sappiamo se e come aderirà il privato a questa iniziativa ma, nel caso lo faccia, la scuola pubblica non potrà più essere considerata tale. Non potrà più essere indipendente e libera, e preparerà così i ragazzi ad accettare di buon grado la parzialità e a sentirsi a proprio agio in un mondo che risponde solo ed esclusivamente alle leggi e alle dinamiche del mercato, dove vige la legge del più forte, anche e soprattutto in termini economici. Un esempio su tutti: siamo sicuri che in una scuola dove, per esempio, la Nestlé faccia una bella e remunerativa pubblicità degli smarties o dei kitkat gli insegnanti possano - o semplicemente abbiano il coraggio - di raccontare ai ragazzi come l'azienda ha creato il suo "impero" (si parlerebbe di uso di manodopera ridotta in schiavitù, sfruttamento dei minori, e altri illeciti di questo genere)?

Poi c'è un'altra spinosa questione: se sia giusto permettere che il mondo della pubblicità entri anche a scuola, nella scuola pubblica che, in quanto tale, non solo dovrebbe assicurare l'imparzialità dell'insegnamento, ma anche la sua "bontà". La domanda da porsi è se sia possibile che la pubblicità, fatta a scuola, possa alterare non solo l'apprendimento ma anche e soprattutto la crescita personale dei ragazzi. Chi ha sfogliato Shock Shopping di Saverio Pipitone (potete acquistarlo qui /biblioteca/2010/3/12/shock-shopping-saverio-pipitone-arianna-editrice.html) sa bene di cosa stiamo parlando. In quel libro Pipitone mostra, tra le altre cose, come la grande distribuzione organizzata miri a fare pubblicità ai ragazzi fin da subito, da prima ancora che imparino a parlare. Anche l'apparentemente innocente e utile - per l'aumento percentuale degli oggetti che avrete nel carrello all'arrivo alla cassa - servizio di baby sitting presente in certi grandi magazzini, come quello che offre IKEA, ha lo scopo ben preciso di fidelizzare i consumatori del futuro, attraverso l'associazione subconscia dei colori e del logo della marca allo svago del gioco.

Dunque forse gli adulti del futuro, quando avranno nostalgia del liceo, non avranno bisogno di contattare i loro vecchi compagni di scuola, non cercheranno il loro vecchio insegnante per parlare dei "vecchi tempi", non sfoglieranno le pagine ingiallite dei libri di geografia con ancora la Cecoslovacchia unita. Basterà loro andare al Centro Commerciale e comprare, assieme alla comprensione divina in una chiesa proprio accanto al fast food, il prodotto che campeggiava, accattivante, dietro la lavagna o sulla sedia del compagno di banco.

 

Sara Santolini

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